Autopilotate, la legge che ancora non c’è

Regole. Una parolina magica che in Italia sappiamo bene come aggirare ma che, nel caso del tristemente famoso incidente Uber, causa della morte di Elaine Herzberg, è venuta meno pure negli Stati Uniti. Alla guida autonoma, da questo punto di vista manca tutto: non ci sono testi legali che impongano protocolli di sicurezza ex ante né un quadro normativo che consenta di individuare responsabilità ex post. Nello specifico di quanto accaduto nel sobborgo di Phoenix, è colpa di Uber che ha ideato il sistema malfunzionante (o ne ha disabilitato una parte)? Del tester che era distratto e non ha supervisionato? Dello stato dell’Arizona che ha autorizzato la sperimentazione in maniera affrettata? Non vorremmo essere nei panni del procuratore di Maricopa, chiamato a sbrigliare questa matassa senza codici di riferimento né precedenti.

Cosa che potrebbe succedere anche in Europa, appena il baricentro dei test su strada delle vetture autopilotate si allargherà qui da noi, dove ancora non esiste lo straccio di una legge. Ma solo una comunicazione della Comissione europea che ne raccomanda la stesura al più presto, perché sia possibile indicare responsabilità precise in caso di incidenti. Una esortazione da seguire pure alla svelta, soprattutto perché il decreto Smart Road sulla digitalizzazione della rete stradale firmato di recente dal ministero dei Trasporti ha dato il via libera ai test su strada delle self driving car anche nel nostro Paese.

Uber, tra colpe e accuse infondate sull’incidente

La premessa del caso Uber è che se il safety driver che supervisionava il test non fosse stato distratto, come si vede nel video diffuso dalle autorità, l’impatto mortale col pedone forse si sarebbe potuto evitare o mitigare. L’autopilota, comunque, beneficia di tre sistemi di rilevamento: telecamere, radar e lidar (radar-laser). Sono gli occhi del cervello elettronico che controlla sterzo, acceleratore e freni. Dispositivi con caratteristiche tecniche e limiti diversi che però, integrati tra loro, funzionano efficientemente. Tuttavia, sembra che la notte dell’incidente uno dei suddetti congegni, il lidar, fosse stato disabilitato per testare l’efficacia dell’autopilota col solo ausilio di telecamere e radar, meno “performanti” rispetto a quello. A sostenerlo Brad Templeton, esperto di architetture software che dal 2010 al 2013 ha lavorato sulla guida autonoma studiato da Google, citando fonti sicure. Perché? Probabilmente per verificare la fattibilità tecnica di un sistema più economico da costruire (e da vendere). Un’eventualità che, se provata, farebbe emergere responsabilità di gran lunga più pesanti su Uber.

Altro dato ineluttabile è che la società americana di car sharing utilizza un solo safety driver per i suoi test, mentre le altre aziende che stanno sperimentando la guida autonoma ne utilizzano almeno due: uno osserva la strada e l’altro monitora i dati. Per Templeton “se le auto di Uber non sono in grado di individuare un pedone in circostanze come quelle dell’incidente, la società non ha il diritto di fare queste sperimentazioni, specie con safety driver disattenti”.

Guida autonoma yankee. Far west con poca sicurezza

La guida autonoma ha promesso di dare all’auto l’appeal tecnologico degli smartphone. E di farlo in fretta. Per riuscirci bisognerebbe correre, ma forse si è scelto il lasciar correre. La cronaca della morte di una donna a Tempe in Arizona è una tragedia, ma anche una crepa tra certezze che sono tali finché non si scende nei particolari. La vittima, Elaine Herzberg – che si ritrova a essere un bersaglio qualunque – ha attraversato al di fuori delle strisce spingendo la sua bicicletta ed è stata centrata da una vettura laboratorio di Uber. Così come nessuna distinzione fanno le autorità statunitensi che si occupano di autorizzare test su strade aperte alla circolazione. Se il far west della guida autonoma ha colpito, chi ha armato la pistola?

Secondo l’ente indipendente National Conference of State Legislatures, a oggi 21 Stati americani autorizzano e/o incentivano i collaudi di vetture a guida autonoma. Non una consapevolezza condivisa, ma una giungla. L’Arizona si è guadagnata una popolarità per la benevolenza nei confronti dei collaudi su strade pubbliche, con oltre 600 vetture a guida autonoma circolanti, pur nel rispetto formale della presenza di un controllore umano a bordo.

Lo stato di New York è forse il più restrittivo, con l’aggiunta di una supervisione anche delle pattuglie di polizia, ma è una eccezione in uno scenario di deregulation diffusa. In California, ma soprattutto nel Michigan, le vetture a guida autonoma possono circolare ovunque senza nessun vigilante a bordo, che per altro sarebbe inutile vista la possibilità che prevista dalla legge di privare questi mezzi di volante e pedali.

La Florida, addirittura, concede dal 2015 alle aziende una impunità di fatto: le esenta dal comunicare alle autorità di polizia qualsiasi incidente che coinvolga le proprie vetture. Un vanto per i vertici di uno Stato che si propone come il terreno ideale per la guida autonoma, il più amichevole per chi non vuole beghe, dopo la tragedia dell’Arizona. Senza distinzioni: l’asta per le autorizzazioni è, infatti, aperta a tutti. I costruttori automobilistici tradizionali ricercano elevati standard di sicurezza, costruiscono la guida autonoma partendo dai dispositivi di assistenza alla guida già esistenti, li integrano armonizzando l’elettronica preesistente nella vettura.

Ma alla corsa partecipano anche Uber, Waymo e Apple, con piattaforme da inventare e una logica di funzionamento sganciata dalle caratteristiche della singola auto, perché deve essere esportabile sui diversi modelli che comporranno le loro flotte. Chiunque si intenda di sviluppo software sa che non è possibile paragonare le due le condizioni di partenza, e dunque quelle reali di sicurezza. Tutto ovvio, a patto di non voler autorizzare la circolazione solo con una promessa, e non importa chi la faccia.

Hammond jr in memoria del gemello mai avuto

Per il suo quarto album da solista, Albert Hammond Jr, noto per essere il chitarrista degli Strokes, è stato ispirato dalla prematura morte di Francis, il suo gemello, e dall’effetto persistente che questo evento ha avuto nella sua vita. Così, riflettendo su questa triste vicenda familiare, ha immaginato un alter ego energico di Francis, che ne porta con sé lo spirito (da qui il titolo del disco Francis Trouble). Ma, parafrasando David Bowie, Albert mette in guardia critica e fan affermando: “Quello che la musica dice può essere anche serio, ma come mezzo la musica non dovrebbe essere analizzata o presa troppo seriamente. Dovrebbe essere trasformata in una parodia di se stessa. La musica è la maschera che il messaggio indossa, e io, l’artista, sono il messaggio”. Composto da 10 brani (su tutti Set to attack, DvsL e Tea for two) c’è tutto il suo background artistico: come negli Strokes, Hammond Jr dimostra uno straordinario talento nel mescolare generi (il punk, il garage alla Stooges, il jazz-funk), e nel renderli sempre attuali.

Jarrett: più che un concerto, un documento

Nonostante la produzione sterminata, un disco di Keith Jarrett non passa inosservato. Men che meno After The Fall, doppio per di più, che esce in concomitanza con l’assegnazione del Leone d’oro e che “riporta in vita” il famoso Standard Trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette. Per oltre trent’anni paradigma di questa formazione, per gli estimatori quanto per i detrattori del pianista di Allentown, e che oggi non è ancora chiaro se viva in sonno o abbia effettivamente terminato la sua esperienza nel New Jersey il 30 novembre 2014. Coincidenze? Sta di fatto che proprio in New Jersey (residenza di Jarrett) venne registrato nel 1998 il concerto ora finito su disco e fu una serata, questa sì, che riportò in vita la musica del trio dopo il biennio di sindrome da affaticamento cronico che tenne il pianista lontano dalle scene. Tutti, a partire dai protagonisti coinvolti, ci tengono a dire che After The Fall non sia un documento, in realtà per le ragioni accennate e non solo lo diventa.

Importante per di più, soprattutto alla luce del repertorio che il trio decise di affrontare. Un po’ più distante, ma non lontano, da quello abitualmente praticato: più be-bop e meno Great American Songbook, sebbene oggi buona parte del primo sia un bel compendio del secondo. Charlie Parker, Paul Desmond, Sonny Rollins, Bud Powell, John Coltrane e persino un gioiellino conosciuto da pochi come One For Majid del raffinato batterista Pete La Roca, che offre a Peacock l’occasione di un ulteriore memorabile solo, figurano in scaletta. E benché la scelta sembrò dettata per non gravare troppo sulle forze di Jarrett in una serata di rientro sulle scene, è un altro motivo per considerare After The Fall un (buon) documento. Non ci sarà la freschezza dei primissimi volumi I e II, né l’approccio rivoluzionario che portò la band a incidere Inside Out a Londra affrontando le maglie del free jazz; forse manca quella purezza del suono cui pure la Ecm ci ha sempre abituato, eppure percepire i germi gospel di Santa Claus Is Coming To Town o i richiami più veraci al blues di Doxy rendono il disco un importante documento (artistico).

Così Jack White mantiene alta la bandiera rock

Se il rock può ancora salvarsi e sopravvivere – eventualità sulla quale non punteremmo i nostri ultimi risparmi – forse può farlo solo attraverso il paradosso. Negando in qualche modo se stesso, per riaffermarsi in altre forme. In fondo è quello che ha sempre fatto. Jack White, in questo senso, sembra uno dei più attrezzati per portare avanti la bandiera gloriosa ma consunta del r’n’r. Lui un maestro del paradosso lo è fin dall’inizio della sua carriera. Lo dimostra il fatto che con i White Stripes ha avuto un successo clamoroso e trasversale suonando la stessa identica musica con cui migliaia di altre garage-band facevano la fame. Unendo alla fedeltà un po’ talebana al vangelo “vintage” – soprattutto per quel che riguarda le tecniche di registrazione – una capacità di scrittura, un gusto per il gancio indie-radiofonico e un’abilità assassina nei riff assolutamente fuori dal comune. Con Boarding House Reach, terzo album solistico dopo Lazaretto e Blunderbuss (senza contare progetti extra-White Stripes come i Raconteurs e i Dead Weather) il quarantatreenne di Detroit prova nuovamente a mescolare le carte e a spiazzare tutti quelli che da anni si aspettano un’altra Seven Nation Army. Missione compiuta, anche se con qualche eccesso di zelo che smorza quello che diversamente avrebbe potuto essere un giudizio entusiasta. C’è del coraggio, in queste nuove tredici canzoni (per due terzi delle quali il termine – “canzoni” – non è del tutto appropriato). C’è voglia di rischiare e di avventurarsi al di fuori della propria comfort-zone, assemblando un minestrone sonoro in cui le spezie r&b, hip hop, funk, electro (non a caso i musicisti di cui si è circondato in questa occasione provengono tutti, o quasi, da quegli ambiti) sovrastano decisamente il sapore tradizionale della cucina rock-blues dell’autore. I timbri, il ritmo, i suoni sono più importanti delle belle forme, la struttura dei brani è spesso al confine tra freeform e caos puro e semplice. In alcuni casi funziona, in altri meno. La voglia di sperimentare è evidente, ma il risultato qui e là appare legnoso e posticcio. Il rapping in Ice Station Zebra è francamente ridicolo, i riffacci su base funk-hip hop di Corporation non sono proprio il massimo dell’originalità (cose come questa i Primal Scream le facevano venticinque anni fa), Respect Commander sembra un esempio di crossover anni 90 neanche particolarmente memorabile. E chi ha bisogno di pezzi come Hypermisophoniac quando abbiamo i dischi vecchi di Prince e quelli nuovi di Kendrick Lamar o D’Angelo? Laddove il gioco funziona, invece, funziona alla grande: e sono proprio i brani in apparenza più “tradizionali” a svelare (eccolo qua, il paradosso definitivo) più ipotesi di futuro. Come l’iniziale, fantastica Connected by Love (la When The Levee Breaks di Jack White?) o il country su beat sintetico di What’s Done is Done.

Il buon Jack merita comunque fiducia. Quantomeno, è uno che ancora ci prova.

“Quella volta in cui lo chiamai e gli chiesi come portava lo smoking”

“Dicono che io gli abbia aperto le porte. Non è così. Io l’ho chiamato, ma se non fosse stato un grande giocatore i gol mica avrebbe potuto farli”. Il regista Michele Guardì non parla di Fabrizio Frizzi come di un “personaggio” scoperto, ma come di una “persona” rara.

Eppure fu lei a pescarlo dai programmi per ragazzi per portarlo in prima serata.

Dovevo preparare un programma nuovo su un argomento nuovo, l’Europa. Pensai che fossero necessari conduttori giovani. Guardando la tv nel pomeriggio, vidi questo ragazzo simpatico, che parlava con disinvoltura, suonava e cantava, senza vestire gli abiti ingessati del presentatore. Allora lo chiamai e gli chiesi: ‘Come porti lo smoking?’.

E lui?

Pensò a una festa. Lo incontrai e gli offrii la conduzione di una prima serata su Rai1. Anni dopo mi confessò di essersi commosso.

Che persona era?

Aveva una dote: pur essendo un personaggio, era rimasto una persona.

Un grande professionista.

Quando una cosa non gli piaceva, piuttosto che rifiutarsi di farla mostrava un imbarazzo tale da mettere in difficoltà chi gliel’aveva proposta. Era molto più autorevole di un diniego.

Aveva molto rispetto per il pubblico?

Una volta mi portò allo stadio. Finita la partita si fermò un’ora a stringere mani e a firmare autografi. Quando gli feci notare che si era fatto tardi mi rispose: ‘Loro sono così gentili da vederci ogni giorno che dobbiamo ricambiare’. Una lezione di vita.

Fabrizio Frizzi. Artigiano di una Rai che è (quasi) sparita

Se c’è qualcuno difficile da associare all’idea di scomparsa, quello è Fabrizio Frizzi che invece se n’è andato a sessant’anni, dopo quattro mesi di battaglia combattuta alla sua maniera, come se anche la malattia fosse una materia di quella vita che, notoriamente, è tutta un quiz. Poteva saltar fuori nel salotto di casa in qualsiasi fascia oraria e nemmeno ci facevi caso; Frizzi c’era sempre, da sempre, ed era sempre lui, al servizio della prima ipnosi televisiva, domani sarà anche un altro giorno ma gli oggi sono sempre gli stessi.

Aveva cominciato con la Tv dei ragazzi, e da un certo punto di vista non aveva mai smesso, mai aveva abbandonato la pimpante conduzione da capo scout, né l’aspetto del bimbo cresciuto troppo in fretta per non ridere troppo spesso. Nel 1982, ventiseienne, debutta in Rai con Il Barattolo, ma galeotto fu Pane e marmellata, in coabitazione con Rita Dalla Chiesa; con questa signora che ha dieci anni più di lui è colpo di fulmine, e da lì a poco arriverà il matrimonio. Intanto Michele Guardì cercava l’uomo giusto per la sua televisione del mattino tutta giochi, storie, sogni e gettoni d’oro. Trova il mix perfetto proprio in Frizzi, che confesserà come “Piazza Italia”, la scenografia dei Fatti vostri, sia stata costruita su misura per lui. Qui si consolida la sua personalità di conduttore di famiglia, alla Baudo e alla Corrado, senza il carisma della prima generazione ma con lo stesso senso dell’artigianato. È il ragazzo giusto al momento giusto; il tempo dei padri della telepatria era finito, cominciava quello dei fratelli maggiori.

Il debutto in prima serata arriva nel ’91 con il varietà del sabato sera Scommettiamo che…? e arriverà anche la sera del 23 maggio 1992, quando una bomba uccide Giovanni Falcone e la sua scorta ma Rai1 decide di mandare comunque in onda Scommettiamo. Una scelta vergognosa di cui Frizzi diventa il capro espiatorio, simbolo della superficialità e del cinismo: “Sono stato travolto degli eventi senza rendermene conto”, dichiarerà, ammettendo il suo errore. “Dissi che non me la sentivo, ma hanno insistito. Qualcuno disse ‘non dobbiamo dare l’impressione che il Paese si fermi’, e non ebbi il coraggio di andarmene a casa”.

L’unico, vero infortunio della sua carriera non ne interrompe il momento magico. Si specializza negli show a base di buoni sentimenti, che diventano ancora più buoni per il fatto che li presenta lui, il suo sex-appeal ignifugo convince Viale Mazzini a renderlo conduttore fisso di Miss Italia; ma è proprio la conduzione di Miss Italia 2002, giudicata “noiosa” dal neodirettore di Rai1 Fabrizio Del Noce, a fargli abbandonare temporaneamente il servizio pubblico. Dopo una breve parentesi a Mediaset, Frizzi torna da mamma Rai: l’età dell’oro è passata, resta quella dell’argento del Frizzolone tutto fare. Come pippobaudo del Terzo millennio è stato scavalcato dall’amico Carlo Conti; lui, accomodante, si accontenta di rimanere il Fabrizio Frizzi del secondo.

Lo stile è il contrario del coraggio di don Abbondio; se ce l’hai, nessuno te lo può togliere, nemmeno nei momenti peggiori; il rimanere se stesso anche dopo l’improvvisa malattia così come il riserbo dei media hanno avuto qualcosa di esemplare, su cui farebbe bene a riflettere una Tv sempre più avida della vita degli altri. Tornato al timone dell’Eredità tutto era ripreso come prima, e nulla lo era più; i visi dei concorrenti inquadrati in primo piano, il conduttore quasi sempre a figura intera, da più lontano possibile, per suggerire l’idea che aveva ripreso il suo posto e la vita pure, gli oggi erano di nuovo sempre gli stessi.

Frizzi non sapeva, o non voleva far sapere al suo pubblico? Ci sono quiz per i quali non esiste la risposta esatta.

Pugnalata, poi bruciata: l’omicidio di Mireille Knoll spaventa gli ebrei di Francia

Era sopravvissuta alla Shoah Mireille Knoll. La 85enne è stata trovata morta venerdì, il corpo pugnalato e in parte bruciato, nel suo appartamento dell’11° arrondissement di Parigi, dove viveva sola. Uccisa perché era ebrea. Ieri la procura di Parigi ha riconosciuto l’aggravante antisemita dell’omicidio che sta scuotendo la Francia e la comunità ebraica, e conferma anche le recenti statistiche del ministero dell’Interno che, pur registrando un calo degli atti-antisemiti nel 2017 (-7,2% rispetto al 2016), hanno mostrato l’aumento del carattere sempre più violento (+26%). Il crimine risale alle 19 di venerdì. Gli aggressori hanno ucciso Mireille Knoll con una dozzina di coltellate e hanno dato fuoco al corpo, forse per cancellare le tracce. I pompieri hanno trovato il corpo martoriato riverso sul letto.

La comunità ebraica era già sotto choc – e sempre più tentata di lasciare il paese nella quale risiede la seconda comunità al mondo dopo gli Usa – per un altro brutale omicidio dell’aprile 2017, ma il cui carattere antisemita è stato riconosciuto solo a inizi marzo, dopo una lunga battaglia giudiziaria. La vittima era Sarah Halimi, 65 anni, uccisa a botte e poi lanciata dalla finestra da un vicino di casa di 27 anni al grido “Allah Akbar”.

Tra venerdì e sabato, due uomini sono stati arrestati per “omicidio collegato all’appartenenza della vittima a una fede religiosa” e per “furto aggravato”. Anche in questo caso, uno di loro, di 29 anni, è un vicino, che l’anziana donna conosceva da tempo e che era da poco uscito di prigione. La Knoll aveva presentato da poco un esposto contro di lui perché minacciava di bruciarle casa. L’altro è un senzatetto di 22 anni, anche lui pregiudicato. Mireille Knoll non nascondeva di essere di confessione ebraica. Francis Kalifat, presidente del Crif, il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche, ha parlato di una donna “modesta che viveva da anni in quella casa popolare e non possedeva né soldi né gioielli”. Suo marito era stato deportato. Lei era sopravvissuta alla peggiore retata di ebrei francesi: il rastrellamento del Velodrome d’Hiver: nel luglio 1942 più di 13mila ebrei, un terzo dei quali bambini, furono instradati verso i lager. Mireille si era salvata fuggendo in Portogallo grazie al passaporto brasiliano della madre.

L’Italia si adegua senza irritare l’amico Vladimir

Sta a vedere che, per andare dietro a Trump, alla May e alle loro ubbie, ci giochiamo un ventennio di rapporti privilegiati con la Russia post-sovietica, costruiti sulle solide basi dei rapporti già buoni che avevamo con la Russia sovietica: l’Italia, il Paese del più grande Partito comunista occidentale, il Pci; della compagnia energetica che, in nome dello sviluppo – nazionale e del Terzo Mondo – rompeva le scatole alle Sette Sorelle del petrolio occidentale, l’Eni; e del grande capitalismo che investiva nel blocco comunista, a Togliattigrad, la Fiat degli Agnelli e di Vittorio Valletta.

Dopo il crollo del comunismo, fra i leader italiani è stato soprattutto Silvio Berlusconi a impegnarsi perché i rapporti con la Russia prima di Eltsin e poi di Putin fossero buoni: import di energia ed export, tra l’altro, di prodotti agro-alimentari, oltre che di macchinari e lusso – fin quando il petrolio era su e la Russia si sentiva ricca.

A Pratica di Mare, sul litorale romano, all’inizio del XXI Secolo, la Nato fece un patto con la Russia – era il 2002 e il mantra era la cooperazione anti-terrorismo – poi tradito dagli sviluppi degli eventi: vacanze d’estate a Villa Certosa in Sardegna, feste di compleanno nella dacia nei dintorni di Mosca, regali personali e favori diplomatici erano gli strumenti della diplomazia berlusconiana, che non è mai stata rinnegata dai successivi governi, tecnici o politici che fossero.

Nell’ambito dell’Ue, anche dopo i conflitti in Georgia e in Ucraina e l’annessione della Crimea, l’Italia è sempre stata prudente sulla via delle sanzioni, anche perché danneggiata più di altri Paesi dalle ritorsioni; e non ha mai condiviso – pur capendone le origini – l’allarmismo anti-russo proprio di Paesi baltici e Polonia; né è mai stata disposta a prendere in considerazione il ‘morire per Kiev’.

Al di là delle polemiche non corroborate, al momento, da prove su ingerenze russe nel voto italiano e sul finanziamento di questa o quella forza politica, alcuni dei vincitori delle elezioni del 4 marzo godono del sostegno di opinioni pubbliche pro-Putin.

Decisa nella scia di provvedimenti analoghi di tutte le cancellerie dell’Europa occidentale, e non solo, l’espulsione due diplomatici russi è stata prima condivisa dal presidente del Consiglio Gentiloni con il Quirinale e poi preannunciata a tutti i leader politici, inclusi Di Maio, Salvini, Martina. Le reazioni non sono state certo unanimi: da destra, si mette in discussione la legittimità d’una misura del genere adottata da un governo in carica per gli affari correnti.

Salvini sostiene che le espulsioni “non risolvono i problemi, ma li aggravano” e dice: “Io al governo non avrei fatto una scelta del genere”. Giorgia Meloni denuncia “gli ultimi colpi di coda di un governo asservito alla volontà di Stati esteri”.

La scelta italiana – resa nota in contemporanea con molti altri Paesi alle 15 di oggi – sarebbe stata concordata dal premier nel weekend con gli alleati atlantici, in una serie di contatti tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia. Tra giovedì e venerdì scorsi, il Consiglio europeo era stato il momento di un confronto tra i leader: in quella sede era stato deciso di richiamare l’ambasciatore dell’Ue in Russia, lasciando poi ulteriori valutazioni ai singoli Paesi.

In ambienti diplomatici e governativi, si osserva che l’Italia si mantiene nel solco della Nato, sia pur confermando, come sua cifra, una posizione più dialogante nei confronti della Russia. Inoltre, Roma ha scelto di non rompere la compattezza europea, pur restando dell’idea che con un attore chiave come Mosca il dialogo non vada chiuso: anche per questo l’Italia non ha calcato la mano, allontanando solo 2 diplomatici russi invece, ad esempio, dei 4 di Francia e Germania.