Pasqua di passione tedesca per Puigdemont

L’autoproclamato esilio di Carles Puigdemont, il 55enne ex presidente della Catalogna, continua provvisoriamente in un penitenziario tedesco dello Schlweswig Holstein, a Neumünster. Almeno fino a dopo Pasqua, cioè fino a quando sul caso si pronuncerà la Corte d’Appello del Land, chiamato a decidere sull’estradizione. La polizia ha arrestato Puigdemont domenica al confine con la Danimarca, su segnalazione dei servizi segreti di Madrid (che hanno collocato un chip geo-rivelatore nell’auto usata da Puigdemont per rientrare dalla Finlandia in Belgio, ndr). Il fermo è l’esecuzione di un mandato di cattura europeo spiccato il 3 novembre, revocato ai primi di dicembre e riattivato venerdì, proprio mentre Puigdemont si trovava fuori del Belgio. Malgrado una condanna importante (6 anni e 3 mesi per aver stornato milioni di euro di danaro pubblico, scandalo “Noos”), il cognato del re di Spagna Inaki Urdangarin, potrà invece continuare a vivere da uomo libero in Svizzera dopo aver già evitato la carcerazione preventiva, come stabilito dal tribunale della Baleari. Assieme a Podemos, i rappresentanti delle regioni basca e catalana hanno evidenziato il diverso uso della custodia cautelare rispetto agli indipendentisti finiti dietro le sbarre.

Secondo Nikolaos Gazeas, avvocato e docente presso l’Istituto di Diritto Penale dell’Università di Colonia, la Germania “affiderà” Puigdemont alla Spagna. Il giurista ha ipotizzato che verrà avallata la richiesta basata dell’accusa di danno patrimoniale e non quella di ribellione, che secondo le norme tedesche deve essere accompagnata dalla violenza o dalla minaccia del ricorso alla violenza. Significherebbe che l’ex presidente non potrebbe venire processato per l’illecito più grave, che prevede fino a 30anni di galera. La Corte d’Appello dello Schleswig Holstein potrebbe anche optare per il rilascio. La stessa Germania era intervenuta con veemenza lo scorso agosto quando, su richiesta delle autorità turche, la polizia spagnola aveva arrestato lo scrittore Dogan Akhanli, origini turche, ma cittadinanza tedesca. Akhanli era stato poi rilasciato: per la Germania si era trattato di una “provocazione”.

Il partito di sinistra Linke non vede alcuna ragione perché il leader catalano debba venire trattenuto e pure i Verdi non vedono di buon occhio l’arresto in territorio tedesco. L’esponente socialdemocratico Ralf Stegner sostiene che “così difficilmente si risolvono in modo permanente i problemi delle minoranze. Una politica progressista nei confronti delle minoranze è diversa”. La Germania, che da anni ha un ministro degli esteri socialdemocratico (prima Steinmeier, adesso presidente della Repubblica, poi Gabriel, adesso semplice deputato, e ora Maas), ha sempre sostenuto che le rivendicazioni secessioniste catalane fossero una vicenda di politica interna alla Spagna. Una posizione con la quale ha puntellato l’esecutivo di minoranza del conservatore Mariano Rajoy.

Raffica di espulsioni: non è un Paese per “diplomatici”

Donald Trump spalanca le chiuse delle reazioni a catena nella guerra delle spie dichiarata da Londra a Mosca: il magnate presidente ordina di espellere 60 diplomatici russi e chiudere il consolato russo di Seattle.

Le espulsioni decise da Trump sono motivate dall’avvelenamento dell’ex spia russa Serghiej Skripal e di sua figlia Yulia nel Regno Unito: è la misura più dura presa finora dal presidente nei confronti del Cremlino; innesca un domino di adesioni da parte europea, convinte da parte ucraina e baltica, più o meno riluttanti da parte dei maggiori Paesi Ue.

Anche l’Italia deroga dalla sua linea di maggiore apertura alla Russia rispetto a molti partner e decide due espulsioni, che suscitano levate di scudi nel centro-destra. “Io al governo non avrei mai deciso le espulsioni – dice Matteo Salvini – che aggravano i problemi invece di risolverli”.

Le mosse americane ed europee scateneranno, inevitabilmente, una reazione a catena di ritorsioni da parte del presidente russo Vladimir Putin, con espulsioni, della serie ‘occhio per occhio, dente per dente’, di altrettanti diplomatici occidentali da Mosca e un inevitabile inasprimento dei rapporti Est-Ovest, in un clima da nuova Guerra fredda.

Le decisioni di Washington e delle capitali dell’Ue sono accolte con grande favore dalla premier britannica Theresa May. Germania, Francia e Polonia decidono di allontanare quattro persone; la Lituania espelle tre “funzionari dell’intelligence russa che lavorano sotto copertura diplomatica” e vara altre misure; l’Estonia caccia l’attaché militare; la Lettonia dispone un allontanamento, la Rep. Ceca tre, Danimarca, Olanda e Italia due ciascuno; Finlandia, Svezia, Croazia e Romania uno ciascuno. Anche la Norvegia prende provvedimenti, L’Ucraina, che è fuori dall’Ue, ne manda via 13 (ma Kiev cerca solo pretesti anti-russi).

Tra i 60 funzionari russi espulsi dagli Stati Uniti ve ne sono anche 12 identificati come “funzionari dell’intelligence” che hanno prestato servizio presso l’Onu a New York. Le persone toccate dal decreto di espulsione hanno tempo una settimana per lasciare l’Unione.

Non è chiaro se la mossa di Trump sia, in qualche modo, effetto del rinnovo in senso muscolare della sua squadra di esteri e sicurezza, con l’arrivo di Mike Pompeo e di John Bolton. “La decisione del presidente dimostra che le azioni della Russia comportano conseguenze”, dice l’ambasciatrice all’Onu,Nikki Haley, commentando la notizia. “Al di là dei comportamento destabilizzanti russi in tutto il mondo, come la partecipazione alle atrocità in Siria e le azioni illegali in Ucraina – prosegue la Haley – ha pure usato un’arma chimica entro i confini di uno dei nostri più stretti alleati”. Per la Haley, Mosca usa l’Onu come un rifugio sicuro per attività pericolose negli Stati Uniti. “Oggi, noi e molti dei nostri amici stiamo inviando un messaggio chiaro: non tollereremo la loro cattiva condotta”. In questi match, in realtà chi spara per primo e più alto dichiara la propria impotenza: se la May o Trump privano, da un giorno all’altro, di una ventina o addirittura di una sessantina di diplomatici lo staff russo a Londra o a Washington, vuol dire che sono disposti a privarsi di altrettanti elementi nei loro staff a Mosca. Il che equivale ad ammettere che i rispettivi apparati diplomatici sono ipertrofici.

Le guerre delle spie sono come le guerre dei dazi; non le vince mai nessuno e, a conti fatti, ci perdono sempre un po’ tutti. Di questa, poi, è particolarmente difficile comprendere le reali motivazioni, che si nascondono dietro il paravento delle vicissitudini drammatiche di Serghej Skripal e di sua figlia Yulia.

Il Sole 24 Ore accetta il risarcimento per le copie fasulle

Il Sole 24 Ore “ha accettato dalla società Di Source l’offerta risarcitoria di euro 2.961.079,90″, una cifra “esattamente corrispondente all’importo del danno patrimoniale come ipotizzato nell’ambito del procedimento penale pendente presso la Procura della Repubblica di Milano”. È la società inglese su cui, a inizio 2017, la Procura di Milano ha acceso un faro per presunte false vendite di copie digitali avviando l’inchiesta che vede indagati per falso in bilancio gli ex vertici e diversi manager del quotidiano della Confindustria, compreso l’ex direttore. L’ipotesi è che siano stati gonfiati i dati sulle vendite digitali. Il risarcimento conferma il danno subito dalla società, che nel frattempo è stata costretta a varare un aumento di capitale da 50 milioni di euro per evitare una situazione complicata sul piano patrimoniale.

Resta “impregiudicata – indica il gruppo editoriale in una nota – ogni ragione e azione che Il Sole 24 Ore espressamente si riserva di esperire, in ogni sede competente, nei confronti di altri soggetti, siano essi già individuati ovvero ancora da individuare in relazione all’intero credito risarcitorio”.

Facebook accede al registro di sms e chiamate

Potreste non saperlo o esservene dimenticati: Facebook raccoglie anche i registri delle telefonate e degli sms del vostro smartphone Android se in qualche modo gli avete dato il permesso o se avete una particolare versione dell’applicazione. A sottolinearlo prima di tutti è Arstechnica, un sito che si occupa di tecnologia e di cui si è tornato a parlare ieri, proprio mentre Facebook arrivava a perdere anche il 6% in Borsa e mentre l’avvio di un’indagine dell’antitrust americana rischia di far pagare a Zuckerberg fino a 40 mila dollari per ogni utente la cui privacy è stata violata dal datagate che ha coinvolto Cambridge Analytica.

Il racconto di Arstechnica parte dalla Nuova Zelanda. Un utente, Dylan McKay, decide di scaricare da Facebook l’archivio di tutti i suoi dati presenti sul social network e quindi conservati nei server della piattaforma. Possono farlo tutti: basta accedere alla sezione Impostazioni del proprio profilo e selezionare la voce “Scarica una copia dei tuoi dati di Facebook”.

Dentro c’è tutta la propria vita social, dalle foto ai video, i commenti, le preferenze e gli inserzionisti con cui abbiamo interagito. McKay si accorge (e lo pubblica su Twitter) che tra i documenti ci sono anche tabulati delle sue telefonate e dei suoi sms. Destinatario, mittente, orario, durata. Tutto schedato. Sono i cosiddetti metadati (non c’è quindi il contenuto). Il sito riceve altre segnalazioni simili e il giornalista Sean Gallagher effettua una verifica anche sui suoi dati d’archivio. Contatta un portavoce di Facebook: spiega che il caricamento dei contatti è facoltativo e richiede esplicitamente l’autorizzazione. E che gli utenti possono eliminarli utilizzando uno strumento accessibile tramite browser web (quindi non tramite la app). Ma perché Facebook ha preso questi numeri? La spiegazione del social è che servono a suggerire meglio gli amici con cui connettersi. “La registrazione della cronologia delle chiamate e dei testi è una funzione di attivazione per le persone che utilizzano Messenger o Facebook Lite su Android. Le persone hanno espressamente accettato di usare questa funzione. Può essere disattivato nelle impostazioni per Facebook”. Viene definita “opt -in”, termine usato per indicare le funzioni che si possono attivare e disattivare. Oggi, quando un utente Android (il problema non c’è per il sistema Ios della Apple) scarica l’ultima versione di Messenger oppure Facebook Lite, la versione più leggera del social, gli viene chiesto di poter accedere ai registri. Si può accettare o rifiutare.

Il problema, racconta Gallagher, sarebbe che per un periodo la funzione sarebbe stata implicitamente attiva già solo all’atto dell’installazione, pur potendola disattivare in seguito. “Mentre la raccolta dei dati era tecnicamente opt-in – spiega il giornalista di Ars Technica – in entrambi i casi (quelli relativi alla sua esperienza, ndr) l’opt-in era la modalità di installazione per l’applicazione, non una notifica separata dalla raccolta dei dati. Facebook ha iniziato esplicitamente a chiedere agli utenti di poter accedere agli sms dopo essere stato pubblicamente svergognato nel 2016 per il modo in cui gestiva l’opt-in per i servizi sms. Quel messaggio non menzionava nulla sul mantenimento di sms e dati di chiamata, ma invece offriva un pulsante Ok per autorizzare la raccolta di ‘tutti i tuoi messaggi sms in un unico posto”. Facebook afferma che l’azienda mantiene i dati protetti e non li vende a terzi. Ma il post non affronta il motivo per cui sarebbe necessario non solo il numero di contatti da telefonate e messaggi, ma la data, l’ora e la durata di tali chiamate per anni.

Festini a luci rosse: politici, preti e toghe presto dai pm

Saranno convocati e interrogati in procura a Genova. Politici, manager, sacerdoti, imprenditori, persino i magistrati di Siena: i soggetti indicati come partecipanti ai festini sfileranno davanti al procuratore aggiunto del capoluogo ligure, Vittorio Ranieri Miniati. Quanto raccontato dal gigolò Stefano in un’intervista trasmessa domenica da Le Iene non poteva che finire al vaglio degli inquirenti. Il ragazzo ha dichiarato di aver partecipato per soldi ad alcune cene e festini in diverse ville senesi – in particolare una a Monteriggioni – e ha riconosciuto come partecipanti a quelle serate almeno dieci persone, tra cui due magistrati di Siena, un manager già al vertice di Mps e un importante ex ministro.

Le immagini mostrate al ragazzo dal giornalista Antonino Monteleone sono state nascoste da Le Iene per non rendere riconoscibili a tutti i volti dei soggetti indicati. Così ieri il procuratore genovese Miniati ha disposto il sequestro del video integrale del servizio e sentirà i giornalisti della trasmissione per poter individuare Stefano e avere un elenco completo delle persone riconosciute dal 26enne che poi saranno convocate.

Tutto nasce dalle indagini giornalistiche svolte negli ultimi mesi su David Rossi, il manager di Mps trovato morto la sera del 6 marzo 2013. Indagini che hanno evidenziato le lacune delle inchieste condotte dai magistrati senesi sulla morte di Rossi frettolosamente liquidata per ben due volte con l’archiviazione per suicidio. Sulla vicenda sono emerse molte incongruenze. Gli stessi periti nominati dalla procura hanno certificato come prima di morire David avesse subito delle percosse. Il medico legale ha evidenziato come tutte le ferite e gli ematomi presenti sulla parte anteriore del corpo di Rossi non fossero compatibili con la caduta nel vuoto. Inoltre è emerso che i pm titolari del fascicolo hanno disposto la distruzione di reperti fondamentali, come i sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio del manager, mandati al macero prima ancora che il gip potesse pronunciarsi a favore dell’archiviazione o di un supplemento di indagini. Elementi rivelati da articoli del Fatto e lo scorso ottobre dalla pubblicazione di un libro di Chiarelettere dedicato al caso. A ottobre Le Iene hanno iniziato a occuparsi della vicenda trasmettendo, tra l’altro, le dichiarazioni dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, secondo il quale in città si svolgevano dei festini cui partecipavano anche alcuni magistrati. Per questo, dunque, le indagini su Rossi sarebbero state blande.

Accuse pesanti. Che hanno portato la Procura di Genova – competente su Siena – ad aprire due fascicoli. Uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione. In quest’ultimo proprio ieri è stato iscritto come indagato Piccini. I giornalisti de Le Iene sono invece stati denunciati da alcuni magistrati senesi. L’aggiunto di Genova Miniati e il sostituto Cristina Camaiori stanno portando avanti entrambi i fascicoli.

Il servizio trasmesso domenica sera potrebbe aprire uno scenario quanto mai preoccupante per la procura senese. Se quanto dichiarato dal gigolò Stefano dovesse trovare riscontri effettivi (il ragazzo garantisce di essere in possesso di prove documentali e parla dell’esistenza di alcuni video delle serate) le ombre che aleggiano sulle indagini relative a David Rossi si estenderebbero a molti altri fascicoli dei magistrati toscani inerenti il Monte dei Paschi di Siena e quel “groviglio armonioso” coniato dal giornalista Stefano Bisi – oggi grande maestro del Goi – per definire il sistema di rapporti e potere che ha gestito Mps e la città per decenni e che ruotava attorno a Giuseppe Mussari. Un groviglio che ora potrebbe sciogliere la Procura di Genova.

 

Gennaro Migliore: tutto (il Pd) crolla ma lui non se ne va

C’è una pagina Wikipedia che si è fermata nel tempo. Fino a ieri, infatti, cominciava così: “Gennaro Migliore (Napoli 21 giugno 1968) è un politico italiano, dal 29 gennaio 2016 ricopre l’incarico di Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia nel Governo Renzi”. Coerentemente col personaggio, anche la sua descrizione è piena di errori: il reputarlo “politico”, per esempio. E poi quel credere che il governo Renzi ci sia ancora. Più che un errore, forse è uno stato mentale: per un ex massimalista che ha fatto di tutto pur di salire sul carro del vincitore, fino a tradire (come quasi tutti i massimalisti) quasi tutto ciò in cui credeva a vent’anni, scoprirsi perdente anche da trasformista dev’essere frustrante. Al tema della sconfitta Genny dedicò un libro nel 2009: “È facile smettere perdere di perdere se sai come farlo. Idee di sinistra per la nostra sinistra, subito”. Era più lungo il titolo del libro, scritto a quattro mani con Michele Dalai, che Genny – durante la lavorazione – rimproverava d’esser troppo riformista, laddove invece Migliore era la reincarnazione campana del Che Guevara. E infatti poi si è visto. Genny si è laureato in Fisica: “Distribuzioni partoniche nella diffusione profondamente inelastica” (come fosse Antani). Una vita in politica, giocando a quello che era sempre più duro degli altri. Uno di quelli che, se lo incontri al liceo o all’università, ti fa diventare bimbominkia di Fedriga. Giornalista pubblicista, si iscrive a 25 anni a Rifondazione comunista. Eletto deputato per la prima volta nel 2006. Due anni dopo Genny si candida con la Sinistra Arcobaleno, però va malissimo. Desideroso di distruggere qualcos’altro, fonda gruppetti a caso (Associazioni per la Sinistra, Movimento per la Sinistra) per poi contribuire in prima persona alla nascita di Sel, che di fatto nasce quindi morta in partenza.

Deputato nel 2013, è scelto da Sel come capogruppo alla Camera. Ma Genny non è felice: lo capisci anche solo guardandolo. A 45 anni non ha più voglia di perdere. Cerca quindi un pretesto. Lo trova a giugno 2014: gli 80 euro del governo Renzi. Sel vota contro, lui e altri a favore. E’ la svolta: prima forma l’ennesimo pulviscolo pleonastico (Libertà e Diritti-Socialisti europei), quindi entra nel renzianissimo Pd. Il Despotuccio di Rignano cerca di sfruttare la sua esperienza (va be’) e lo spedisce in tivù a ogni ora del giorno, per convincere la plebe di quanto il Pd sia il bene e tutto il resto il male. L’effetto è ovviamente opposto: più lo ascolti e più voti chiunque tranne lui. Il Pd crolla dai fasti del 2014 ai disastri a raffica degli anni successivi, fino alle Waterloo del 4 dicembre 2016 e 4 marzo 2018, ma i turbo-renziani non cambiano. Non imparano nulla, non fanno autocritica. Niente di niente: se ne stanno lì, a demolire quel che resta del partito, e basta. Nel frattempo Genny è rieletto una terza volta e non molla certo lo scranno televisivo. Pochi giorni fa l’attore Ivano Marescotti lo ha demolito a L’aria che tira: “Migliore dice che il Pd non cambia opinione su un accordo col M5S. Detto da lui, mi scappa un po’ da ridere (..) Migliore anni fa attaccava violentemente il Pd quando era ancora di Sel e poi è diventato un renziano di ferro (..) Migliore è uso a cambiare idea abbastanza di frequente (..) Non vogliamo più vedere queste facce che ci governano da 20 anni. Andate via, per favore. Lasciate il campo”. Ovviamente Genny non lascerà il campo e mai se ne andrà: al suo ruolo di perdente di insuccesso, sfollatore di elettori e consensi, ci tiene troppo. Forse perché non ha altro.

Ma la consulta non può farsi le leggi da sola

La Procura di Roma ha chiesto al gip di archiviare l’inchiesta che vede indagato il giudice della Consulta Nicolò Zanon per peculato d’uso per l’utilizzo improprio dell’auto di servizio: il veicolo, con l’autista e i relativi buoni benzina a lui destinati, sarebbero stati usati per finalità non di servizio. Zanon avrebbe messo a disposizione della moglie, l’auto in questione da lei utilizzata per lunghi periodi, per trasferte a Forte dei Marmi, Siena e trasferimenti in città, quando il marito era assente.

La decisione dei pm è legata all’approvazione, il 21 marzo scorso, di un nuovo regolamento della Consulta che all’art. 5 prevede che l’uso delle autovetture assegnate ai giudici è “esclusivo e personale” sicché – questo è il ragionamento dei pm – “deve ritenersi introduca un limite fino a quel momento inesistente”.

Si tratta di una motivazione opinabile in quanto finisce con il riconoscere che un nuovo regolamento, successivo al fatto addebitato a Zanon, legittimi una interpretazione “estensiva” della precedente norma regolamentare al punto che essa attribuirebbe al giudice costituzionale un (inammissibile) possesso uti dominus del veicolo di Stato tanto da disporne a piacimento anche consentendone, in sua assenza, l’utilizzo, con autista e a spese dello Stato, a un proprio familiare. Nessuna norma regolamentare può mai prevedere (e comprendere) una situazione del genere in cui si sostanzia un abuso e, ove statuisse in tal senso, sarebbe in contrasto con una norma penale (nella specie: l’art. 314 c.p.), come tale, disapplicabile dal giudice ai fini dell’accertamento del reato.

A nulla vale invocare, come fa la Corte, che i regolamenti interni hanno “valenza di normazione primaria” perché la questione è tutt’altro che pacifica. Di certo c’è che solo i regolamenti parlamentari sono previsti dalla Costituzione (artt. 64 e 72) e assurgono, quindi, a norme di rango primario, sottratti a qualsiasi giurisdizione del giudice comune, mentre i regolamenti relativi alla organizzazione interna e al funzionamento degli altri organi costituzionali non sono previsti dalla Carta e sono adottati con leggi ordinarie. Pertanto, i regolamenti della Corte costituzionale non trovano il loro fondamento nella Costituzione bensì in una legge ordinaria: la n. 87/1953 (artt. 14 e 22). Tali atti devono essere classificati, a rigor di logica e di diritto, come fonti secondarie, gerarchicamente subordinate alla legge. Se questo è il quadro normativo – e, premesso che la legge n. 87/’53 non solo non ha valore costituzionale ma neanche “carattere rinforzato rispetto ad altre leggi” (come affermato dalla stessa Consulta) – è davvero arduo – come sostiene parte della dottrina che fa leva sulla posizione istituzionale della Corte e su un (generico) principio di autonomia in ordine alla organizzazione della stessa – attribuire alla potestà regolamentare concessa alla Corte da una legge ordinaria un fondamento costituzionale e ricollegare i regolamenti “implicitamente” alla Costituzione, attribuendo, così, alla Corte un potere normativo primario, a competenza riservata, e, quindi, con la impossibilità per leggi successive di modificare la disciplina regolamentare.

La realtà è che i “regolamenti” istituiti per legge ordinaria rimangono sempre e solo “regolamenti” in senso tecnico e, quindi, subordinati alle norme legislative che essi non possano derogare e, ove ciò avvenga, ben può il giudice penale sindacarli e disapplicarli ai fini dell’accertamento di un reato.

Queste sono le questioni che il gip dovrebbe porsi nell’esaminare la richiesta di archiviazione. Comunque, in uno Stato democratico, sarebbe auspicabile che sia un (pubblico) dibattimento ad accertare se un giudice costituzionale (ex Csm e nominato “saggio” dal capo dello Stato) abbia o meno commesso un reato contro la Pubblica amministrazione.

I sepolcri imbiancati su B. e la Casellati

Caro direttore, fossi stato un senatore non avrei mai avuto lo stomaco di votare per portare ai vertici dello Stato una protagonista del cerchio magico dei legulei di Berlusconi. Ma mentre capisco e condivido lo spaesamento e anche la delusione e lo sdegno di non pochi militanti 5Stelle e dei non molti che non hanno mai provato alcuna indulgenza verso il Caimano e la sua corte, trovo intollerabilmente ipocrita la fiammata di antiberlusconismo dei sepolcri imbiancati che in questi anni hanno sostenuto, giustificato e spesso perfino cantato la politica del Pd di Matteo Renzi.

Posto che nessuno può rimproverare al Movimento 5 Stelle la determinazione a prendersi la presidenza di una Camera, e posto che questo significava accettare l’elezione di un presidente indicato o dalla reggenza del Pd o da Silvio Berlusconi, ciò che si dovrebbe allora disapprovare è l’aver messo queste due eventualità sullo stesso piano. Il che, a rigor di cronaca, non è neanche vero: perché se Martina avesse accettato di votare per Roberto Fico alla Camera, oggi il Senato avrebbe un presidente Pd.

Ma tralasciamo questa circostanza e andiamo al nocciolo: davvero possiamo condannare qualcuno che oggi dica di non riuscire a distinguere, sul piano morale prima ancora che politico, tra Forza Italia e Pd? Io non lo credo. È stato il Pd ad annullare, con forsennata pervicacia, le enormi differenze che c’erano: dalla Bicamerale di D’Alema al Patto del Nazareno di Renzi c’è stato un crescendo spaventoso, culminato nella riscrittura comune della Costituzione, che poi Berlusconi ha rinnegato solo all’ultimo e non certo per una qualche difformità di pensiero. Per non parlare del fatto che il Pd ha garantito con devoto rispetto il permanere del conflitto d’interessi televisivo.

Con l’avvento di Matteo Renzi, poi, non si è trattato più di alleanze di fatto: ma della conclamata egemonia (culturale, morale e direi antropologica) di Berlusconi sul Pd. Il ruolo di Denis Verdini ha reso plasticamente evidente che non si poteva più distinguere: c’era un solo modo di fare politica. Anzi, di vedere il mondo. I frutti di questa orrenda mutazione sono notori e innumerevoli: ma qua basterà rammentarne uno, strettamente pertinente. Quando, il 15 settembre 2014, Maria Elisabetta Casellati Alberti viene eletta dal Parlamento a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura (!!), ciò avviene con i voti determinanti del Partito democratico guidato da Matteo Renzi.

E dunque: come si fa a sdegnarsi se oggi i Cinque Stelle non riescono a distinguere tra quelli che Beppe Grillo ha chiamato, non a torto, il Pdl e il Pdmenoelle? Dirò di peggio. E cioè che scorrendo i nomi dei senatori del Pd, tutti selezionati dagli ormai trapassati pretoriani di Renzi, non riesco a trovarne nemmeno uno che, all’atto pratico, non avrebbe concesso a Berlusconi le stesse cose che, senza fallo, gli concederà la Casellati. Davvero avremmo dovuto preferire l’elezione di Luigi Zanda, cioè del segretario di Cossiga ai tempi del caso Moro, poi presidente del venefico Consorzio Nuova Venezia e protagonista intramontabile di un sistema di potere da abbattere? Io non riesco a vedere un peggio e un meglio: sono peggio tutti e due.

Dunque tutto bene così? No. Se il Movimento avesse voluto fare davvero politica e volare alto avrebbe avuto qualche altra scelta, almeno sul piano (cruciale) dei simboli e dei messaggi: avrebbe, per esempio, potuto votare fin dall’inizio Elena Cattaneo, mettendo il Pd nella condizione di perdere la faccia se avesse rifiutato di convergere su un nome di quel profilo, e su una senatrice a vita nominata da Napolitano.

Si è scelta, purtroppo, un’altra strada. Ma ora è vitale che venga dissipato ogni dubbio: chiarendo che davvero la partita delle presidenze non annuncia le fattezze del futuro governo. Nonostante le martellanti prediche dei nuovi irresponsabili apostoli del ‘tanto peggio tanto meglio’, la storia del Movimento 5 Stelle non c’entra nulla con quella di un partito xenofobo, razzista e ora pericolosamente prossimo al nuovo fascismo. Credo che dentro il Movimento la maggioranza la veda così: e così la vede certamente il nuovo presidente della Camera.

In molti ripetono, a ragione, che andare al governo con la Lega sarebbe un suicidio, per i 5Stelle. Ma non è questo il punto. Il punto è che al Senato i 5Stelle hanno fatto il proprio interesse. Ora devono dimostrare di esser capaci di decidere “nell’interesse esclusivo della Nazione”. Se lo faranno, saranno davvero diversi da tutti gli altri.

Sono di sinistra e ho votato M5S: dopo l’ok al Senato, temo di avere sbagliato

Sono un’elettrice di sinistra(anzi, sinistra sinistra); una delle molte persone che, non trovando più appigli in una anche semi-sinistra credibile, con non pochi tormenti ha votato M5S. Li ho votati per certe loro parole d’ordine (reddito di cittadinanza, lotta agli sprechi, posizione decisamente contraria alle grandi opere inutili e a certe spese militari, riforma della Rai, moralità nell’assegnazione delle cariche pubbliche, ecc.), anche se molti di questi temi non sono apparsi con il dovuto rilievo nella campagna elettorale. Dissento decisamente da loro (e, in particolare, da Di Maio) sui temi dell’immigrazione, a metà fra la decisa discriminazione di Salvini e l’impostazione securitaria di Minniti (che, infatti, è apprezzato da entrambi). Questo tema l’ho volutamente dimenticato mentre mettevo la croce sul loro simbolo. Ho apprezzato, negli ultimi due giorni, la resistenza opposta all’elezione di Romani, ma il voto a Casellati (“l’avvocato Ghedini con parrucca e gonna”, come dice Travaglio) mi è parso una vera e propria capitolazione e un’inquietante prefigurazione di altre possibili (probabili?) rinunce in nome di un incarico di governo. Dov’è finita la strenua opposizione a Berlusconi e alle sue leggi ad personam, di cui Casellati era fra i più ostinati e scandalosi difensori? Il mio voto è andato a loro soprattutto perché mi faceva paura la prospettiva di un patto Renzi-Berlusconi; ma un patto fra M5S, Salvini e Berlusconi non sarebbe ancora più sciagurato? Comincio a chiedermi se i molti amici che hanno vivacemente censurato il mio voto (e che, tuttavia, votando il Pd a Bologna, hanno ingoiato la candidatura di Casini) non avessero un po’ ragione.

Paola P

Cara Paola, quel che penso della Casellati gliel’ho detto in faccia in due puntate di “Otto e mezzo” ampiamente rilanciate in questi giorni da tv e social. E ovviamente non ho cambiato idea. Per fortuna faccio il giornalista e non il parlamentare, perché non riuscirei mai, nemmeno per obbedienza di partito o responsabilità istituzionale, a piegarmi ai compromessi che i politici, anche i migliori o i meno peggiori, sono costretti ad accettare. Purtroppo l’elezione dei presidenti delle due Camere è stata condizionata da tre dati di fatto. Uno numerico: la coalizione di centrodestra è arrivata prima alle elezioni e ha dunque la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, dunque è difficile fare a meno di essa. Uno regolamentare: il presidente del Senato, dopo la terza votazione con fumata nera, viene eletto con il ballottaggio fra i due candidati più votati, il che vuol dire che il centrodestra avrebbe potuto eleggersi da solo non soltanto un Romani o una Casellati, ma anche un Giggino ‘a Purpetta. Uno politico: l’indisponibilità del Pd, cioè del secondo partito italiano, a trattare col centrodestra e/o col M5S. A quel punto i vincitori delle elezioni – Lega e 5Stelle – hanno preso l’iniziativa per trovare un’intesa tra i due blocchi disponibili, stante l’indisponibilità del terzo. E correttamente si sono divisi le due presidenze, nel rispetto della volontà della maggioranza degli elettori. Ovviamente, accettando quello schema, i 5Stelle non potevano pretendere di scegliere, oltre a quello della Camera, anche quello del Senato. Si sono giustamente opposti al pregiudicato Romani, ma non potevano fare altrettanto con la Casellati per ragioni di opportunità etico-politica che a quel punto sarebbero valse non solo per lei, ma per tutti gli altri candidato di centrodestra che in questi vent’anni hanno avallato e votato le leggi vergogna e difeso l’indifendibile B.. O meglio: avrebbero potuto farlo, ma in quel caso il centrodestra avrebbe eletto ugualmente il proprio presidente del Senato, e magari si sarebbe accordato con Renzi per eleggere un renzusconiano alla Camera. Così il primo partito sarebbe rimasto a bocca asciutta e Roberto Fico non sarebbe al vertice di Montecitorio. Se poi, come lei paventa e io ritengo ancora improbabile, il M5S dovesse trasformare la maggioranza tecnico-istituzionale nata sulle presidenze delle due Camere in una maggioranza di governo, il finale della sua lettera sarebbe perfettamente giustificato. Anzi, forse un po’ minimalista.

Marco Travaglio

La legge che rende inutile insegnare

“Perché mai rispettare / dei beni che non danno utilità? / Non ha senso! Mio caro, in verità, / vi ritenete un grande: ma, alla prova, / a quanta gente date da mangiare? / A che vi serve leggere? A chi giova?… Lo Stato non sa proprio cosa farsene / di gente che non spende”

Così, in una fortunata favola di La Fontaine (I vantaggi del sapere), un ricco decantava il lavoro utile facendosi beffe della dottrina di un suo concittadino sapiente – salvo poi, dinanzi a un imprevisto rivolgimento della storia, essere spazzato via per mancanza dei minimi strumenti culturali.

Non ha tratto insegnamenti da questo apologo il legislatore che ha obbligato tutti gli studenti d’Italia a devolvere un numero assai elevato di ore (200 nei licei, 400 negli istituti secondari d’altro tipo) ad attività professionali non retribuite: attività che in molti casi non solo distraggono energie e concentrazione, ma, svolgendosi durante l’orario di lezione, portano i giovani a perdere ore d’insegnamento, configurando classi “à la carte” in cui di giorno in giorno si vede chi c’è (il lunedì 3 studenti sono dal tornitore, il martedì tornano quelli ma mancano i 5 che sono in biblioteca, e il mercoledì invece altri 2 che vanno in aeroporto). Con quale profitto per l’insegnamento frontale (ormai ritenuto un optional, non teso alla formazione di cittadini consapevoli, ma giustificabile solo in quanto propedeutico a un – peraltro fantomatico – lavoro specializzato), è facile immaginare.

Questo è il sistema che la “Buona scuola” renziana (legge 107/2015) ha introdotto sotto il nome altisonante di “Alternanza scuola-lavoro”, provando goffamente a mettere a sistema alcune splendide esperienze che non avevano alcun bisogno di diventare obbligatorie per tutti: se un istituto elettrotecnico toscano o un avanzato convitto del Friuli avevano avviato da anni benemerite collaborazioni con imprese interessate a formare da subito i propri futuri lavoratori, bastava tutelare quelle esperienze e promuoverle nei giusti limiti, non imporre a un liceo classico campano o a uno scientifico del trevigiano d’inventare improbabili convenzioni con aziende che finiscono per “fare un favore” alle scuole prendendo dei giovani a fare, gratis, lavori di contorno. Il tutto – lo ha denunciato abilmente Christian Raimo – senza che sia chiaro a nessuno il disegno pedagogico sotteso, sepolto in formule burocratiche del peggior gergo, e in griglie in cui si valuta l’ “imparare a imparare”, l’assimilazione della “cultura d’azienda” e simili amenità.

Dopo aver sancito ufficialmente la svalutazione dell’apprendimento tramite lo studio (ove mai, in una società come la nostra, qualche giovane ancora vi credesse), e aver indotto l’illusione di un contatto con il mondo del lavoro laddove in realtà inculca da subito il principio del lavoretto a gratis, l’Alternanza scuola-lavoro non ha finito di far danni: in queste settimane, infatti, in previsione della chiusura dell’anno scolastico e con particolare riferimento alle classi terminali, i Consigli di classe devono stabilire le modalità della valutazione di questa attività “on the job” (sic), che non ha una casella a sé stante (non è, per intenderci, una “materia” in più), ma deve rifluire e influire sulla valutazione disciplinare complessiva dello studente.

La Guida operativa del ministero in materia è, come spesso, poco chiara: prevede in sostanza che si acquisiscano le valutazioni in itinere dei tutor esterni (di norma, ovviamente, assai benevole: in molti casi tutti gli allievi hanno il massimo, così non si creano problemi), le autovalutazioni degli studenti (ovviamente positive, anche se poi, in via confidenziale, molti confessano di non aver fatto assolutamente nulla in quelle ore), e che poi il Consiglio di classe metta in opera strumenti di verifica (una presentazione di 10 minuti? una relazioncina di due pagine?) per giudicare e certificare un’attività che si è svolta per intero fuori dalle mura della scuola.

Accade così che alcune scuole decidano di formulare un voto (di norma alto) che andrà a far media con quelli della disciplina o delle discipline più “affini” al tema dell’attività lavorativa; altre, di spalmare il voto addirittura su tutte le discipline curricolari (non senza motivo: in molte griglie si prevedono voti su “competenze sociali e civiche”, “economia”, “lingua italiana”, “lingua straniera”, “scienza e tecnologia”, anche se – per dire – uno fa fotocopie o frigge patatine da McDonald’s); e in percentuali – per quanto riguarda il “far media” con i voti sudati nei compiti in classe o nelle interrogazioni – che ogni scuola decide a suo modo (50 e 50? 60 e 40?).

Anche per quanto riguarda l’esame di Stato, la valutazione delle esperienze di Alternanza scuola-lavoro finisce per innalzare la media con cui gli studenti vengono ammessi alla maturità, anzi il loro “credito scolastico”, come si dice oggi.

In una scuola in cui– come sa chiunque abbia insegnato un solo giorno – studenti e genitori spesso si alleano contro i docenti per rivendicare voti alti anche a fronte di uno scarso impegno, l’Alternanza scuola-lavoro rappresenta una svolta ideologica che mina alle fondamenta, anche in sede di valutazione dello studente, la credibilità di un sistema di trasmissione del sapere serio e non (posticciamente) orientato sulla sua presunta caratura professionalizzante.

Che qualche docente di italiano, di greco o di matematica, già sballottato fra mille moduli, registri elettronici e vessazioni burocratiche, continui a insegnare con passione in un contesto del genere, è ormai un vero miracolo.

José Saramago, figlio del popolo, diceva sempre di dovere la sua vena di scrittore al fatto di aver trovato nell’istituto tecnico che frequentava, in un angolo remoto del Portogallo, un professore di lettere serio, severo e preparato. Chissà se oggi gli avrebbe prestato altrettanto credito.