Accusato di corruzione Morace si dimette dal Trapani Calcio

Lorem ipsum “Alla luce delle azioni promosse dalla Procura di Palermo, il presidente del Trapani Calcio Vittorio Morace ha preferito rassegnare le sue dimissioni al fine di potersi difendere dalle accuse che gli vengono mosse garantendo al contempo la massima serenità alla società”. Lo dice in una nota il Trapani Calcio. L’armatore è indagato per corruzione nell’inchiesta Mare Monstrum sulla cosiddetta “guerra dei mari” per il controllo dei collegamenti con le isole minori. Morace, è l’ex patron di Liberty Lines, la più grande compagnia di aliscafi d’Europa. Il mese scorso sono stati sequestrati a Morace 10 milioni di euro. L’assemblea dei soci del Trapani calcio ha nominato un amministratore tecnico, Paola Iracani, “che garantirà – conclude la nota – la piena e serena operatività della società per il prosieguo del campionato”. Sotto la gestione di Morace la squadra era arrivata a un passo da una storica promozione in Serie A nel 2016, poi è stata retrocessa e oggi è seconda in classifica nel girone C della Serie C, alle spalle del Lecce.

Confiscate tre ville per 17 milioni. “Appartengono a Felice Maniero”

Tre villein Toscana, per un valore totale di circa 17 milioni di euro. È questo il valore dei beni confiscati ieri e ritenuti riconducibili a Felice Maniero, l’ex capo della Mala del Brenta tornato in libertà nel 2010.

Il provvedimento di confisca era stato emesso dal Tribunale ordinario di Venezia ed è stato eseguito ieri dai finanziari del Nucleo speciale di polizia valutaria. Le ville, già sequestrate agli inizi del 2017, sono state ritenute di valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato dai soggetti che ne hanno avuto la disponibilità, ovvero un prestanome e un promotore finanziario che avrebbero gestito, negli anni 90, parte del patrimonio di Maniero. Adesso i due sono entrambi detenuti e imputati al processo in cui dovranno rispondere di riciclaggio di proventi illeciti e intestazione fittizia di beni, aggravati dalla finalità di aver agevolato Felice Maniero: operando attraverso una serie di rapporti finanziari, il denaro (circa 33 miliardi di lire) veniva trasportato all’estero e inserito in conti cifrati. Con la confisca di oggi, il Tribunale ha ritenuto sussistente il presupposto di pericolosità sociale di Maniero sulla base “dell’accertata e costante dedizione alla consumazione di reati in forma continuata ed organizzata, sia nell’ambito del settore degli stupefacenti che nel campo dei reati contro il patrimonio”.

Di ieri anche la richiesta di condanna a 24 anni di carcere per Silvano Maritan, ex braccio destro proprio di Maniero e accusato dell’omicidio di Alessandro Lovisetto, avvenuto il 13 novembre 2016 a San Donà di Piave (Venezia). Maritan si è difeso dichiarando a processo di essere stato aggredito dalla vittima e che il delitto sarebbe dunque configurabile come un atto di “legittima difesa”.

Il sindaco condannato a 5 mesi ignora la Severino e non lascia: “Manca poco, vinco in appello”

“Sindaco in carica nonostante la Severino” La condanna – in primo grado – è di appena cinque mesi e spiccioli. Ma Lorenzo Del Toso, sindaco a Castelgomberto (Vicenza) eletto con una lista civica appoggiata dalla Lega, è ancora seduto al suo posto, nonostante la legge Severino. E quel passaggio contenuto nelle ultime righe della sentenza: “È disposta la trasmissione di copia del dispositivo della sentenza al Prefetto di Vicenza per gli adempimenti derivanti dalla legge Severino”. Di che cosa si tratta? Lo spiega lo stesso sindaco: “Potrebbero chiedermi di lasciare l’incarico, ma dal prefetto non è arrivata nessuna comunicazione”.

Che cosa è successo? Come ha raccontato il sito vvox.it è il 2015 quando il sindaco Del Toso riceve un avviso di garanzia e viene poi rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e falso materiale. L’inchiesta, ricordano i giornali, riguarda presunte irregolarità nell’assunzione di una dirigente comunale. Del Toso, riportano i titoli di allora, dichiara: “Se condannato, mi dimetterò”. Il sindaco, riconoscono i magistrati, partecipa a tutte le udienze e collabora con gli inquirenti fornendo tutto il materiale richiesto. Un processo che manda quasi in tilt il Comune. Quando i dipendenti vengono chiamati in aula per testimoniare, il Municipio resta deserto e si blocca. Finché nel dicembre scorso arriva la sentenza: assolto dall’accusa di falso, condannato – in primo grado – per abuso. Pena ridotta e con attenuanti: 5 mesi e 10 giorni.

Così a Castelgomberto si alza un coro che chiede l’applicazione della Severino. E invece niente: “Ho chiarito tutto. Farò appello e ne uscirò pulito”, giura Del Toso. Va bene, ma la Severino? “Mancano pochi mesi alla fine del mio mandato”. Ma il sindacato Cub (Confederazione Unitaria di Base) non ci sta: “Stanno facendo melina per evitare una figuraccia. Ma il sindaco deve andarsene, la legge è uguale per tutti”.

Il pericoloso tunisino va in tv: “Non sono un terrorista, querelo”. C’era solo la lettera anonima

Allarme cessato. Atef Mathlouthi, il 41enne indicato dalle forze dell’ordine italiane come “presunto terrorista” e oggetto dell’allarme che si è diffuso domenica scorsa a Roma, non è in Italia ma a Tunisi e non ci sono elementi concreti per accusarlo di essere un jihadista. La Questura, infatti, spiega che “i successivi accertamenti hanno escluso ogni collegamento” tra il tunisino “e le vicende terroristiche” anche se altre fonti investigative confermano l’interesse per lui. Difficile comunque che l’uomo decida di rientrare in Italia, dove vivono la moglie Beatrice e i suoi 4 figli: deve scontare dal 2012 una pena di 5 anni e 6 mesi per ricettazione e spaccio di droga. Ma da ricettatore a terrorista, ce ne vuole. Sembra piuttosto un caso di corto circuito investigativo-mediatico. Di informative come quella che ha messo Atef sotto i riflettori, le forze dell’ordine ne ricevono a decine, sia pure non così dettagliate con il nome, i luoghi che avrebbe potuto colpire e un periodo temporale ristretto . Da gennaio a oggi, almeno 20 tunisini sono finiti sotto la lente dell’intelligence e di questi ne sono stati espulsi già 7, mentre è di ottobre 2017 una relazione dei nostri Servizi segreti che metteva segnalava pericoli connessi agli sbarchi sulla rotta tunisina. Questa volta, però, è accaduto qualcosa di irrituale. Una lettera anonima giunta all’ambasciata italiana a Tunisi è stata subito trasmessa alla Farnesina senza neppure che i Servizi verificassero che il “ricercato” se ne stava per i fatti suoi a pochi chilometri di distanza: ci è arrivata per prima la troupe di “Chi l’ha visto?”, che ieri ha mandato in onda la sua intervista. C’è poi una dettagliatissima comunicazione interna del comandante dei carabinieri di Roma, generale Antonio De Vita, datata 24 marzo, che ha subito iniziato a girare via whatsapp. E ora, se l’avvocato di Mathlouthi ha ragione, si scopre che la segnalazione è arrivata da una donna che ce l’avrebbe con lui per ragioni economiche.

“Svalutato il sostegno di Cosa Nostra a D’Alì”. Smontata l’assoluzione dell’ex senatore FI

“Illogica”. Durissima motivazione della Cassazione per spiegare l’annullamento con rinvio dell’assoluzione in appello, a Palermo, dell’ex senatore di Forza Italia ed ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La decisione è del 18 gennaio, ma in questi giorni la Cassazione ha scritto le motivazioni con considerazioni severe nei confronti dei giudici d’Appello. Secondo la Suprema Corte hanno “illogicamente e immotivatamente svalutato il sostegno elettorale di Cosa Nostra a D’Alì”. Era stato assolto per i fatti contestati successivi al 1994 e prescritto per quelli antecedenti. Protestano gli avvocati Gino Bosco e Stefano Pellegrino: “Non possiamo che prendere atto, con disappunto, delle infelici motivazioni espresse dalla Cassazione che si è spinta un po’ oltre con valutazioni di merito”.

Il collegio presieduto da Paolo Antonio Bruno ragiona così: “Rispetto alla gravità di tali condotte, non appare logico operare una cesura netta tra i due periodi e non attribuire alcun rilievo postumo alla vicinanza” di D’Alì “a personaggi (mafiosi, ndr) di primissimo piano e all’asservimento a operazioni immobiliari ed economiche funzionali agli interessi della cosca che possono dirsi accertati”. A cosa si riferisce la Cassazione? Al fatto che D’Alì ha svolto attività “a beneficio di Totò Riina”. L’ex senatore si era intestato “fittiziamente un terreno… Si era prestato prima a mantenere la titolarità formale nonostante l’avvenuto trasferimento al mafioso e l’incasso sotto banco del prezzo e, poi, alla formalizzazione della compravendita nei riguardi di un prestanome, ricevendo il pagamento ufficiale di parte del prezzo in assegni e restituendolo in contanti, con un’utilità della cosca anche in termini di riciclaggio”.

Dunque, argomenta la Suprema Corte, è “illogico” valutare che la restituzione dei soldi del terreno a Cosa Nostra nel gennaio 1994 possa essere una prova della fine dei rapporti tra D’Alì e la mafia o che la “preponderante vittoria” del centrodestra nel ‘94 “non assurge di per sé a elemento sintomatico di un patto elettorale politico-mafioso”. Spiega la Cassazione: “Si dubita della logicità del ragionamento della Corte palermitana nel momento in cui non prende una posizione netta sulla rilevanza al supporto elettorale fornito da Cosa Nostra a D’Alì non solo nel 1994, ma anche nel 2001. Non ha spiegato se e in che termini il rinnovato appoggio del 2001 sia stato ritenuto dimostrato e le ragioni per cui esso non avesse un significato contra reo sia come concretizzazione di un accordo politico mafioso, sia in termini” di utilità reciproca tra D’Alì e Cosa nostra. Quanto alla condotta dell’ex senatore, è stata “non solo incompatibile con l’osservanza dei doveri istituzionali, ma altresì sintonico con la vicinanza e il debito che gravava sull’imputato nei confronti della consorteria che l’aveva sostenuto”. Ed ecco le conclusioni della Cassazione: “Si tratta di profili che l’approccio settoriale prescelto dalla Corte d’appello non ha permesso di sceverare adeguatamente e logicamente nel suo complesso “ anche perché ha negato “la rinnovazione dell’istruttoria” necessaria per approfondire.

L’Antitrust contro i bagarini online: 1 milione di multa

Biglietti per concerti e partite di calcio rivenduti a prezzi rialzati e con metodi poco trasparenti. Per questo, a un anno dalle prime sanzioni, l’Antitrust torna a multare Viagogo, uno dei siti attivi nel cosiddetto “secondary ticketing”, la rivendita dei biglietti di seconda mano non autorizzata dai promoter ufficiali. Un milione di euro di sanzione, che si aggiungono ai 300 mila dello scorso anno. “I profili scorretti dell’anno scorso sostanzialmente permangono – fa sapere l’Antitrust – malgrado le rassicurazioni e le pratiche messe in atto da Viagogo: la mancata indicazione del valore facciale di ciascun biglietto posto in vendita, la mancata indicazione del posto e/o della fila del biglietto in vendita e l’indicazione ingannevole del prezzo complessivo del biglietto”. Su Viagogo, da tempo denunciato anche da Siae, che ha aperto uno sportello per le segnalazioni contro il bagarinaggio online, sta indagando anche la Procura di Milano: per Charles Stephen Roest, amministratore del sito, è stato chiesto il rinvio a giudizio assieme ad altre otto persone, accusate a vario titolo di truffa e aggiotaggio.

Investimenti in Iran, il blitz di Padoan da 5 miliardi di euro

Il prossimo governo rischia di partire con due alleati dell’Italia piuttosto irritati: gli Stati Uniti e, soprattutto, Israele. Colpa di un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri che è pronto per la firma del premier Paolo Gentiloni, redatto dal ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan che in queste settimane sta facendo di tutto per farlo approvare prima del cambio di esecutivo. Il decreto, che non ha bisogno di passare dal Parlamento, attua un articolo della legge di Stabilità 2018 sulla garanzia statale di 5 miliardi per le imprese che investono in Iran.

Anche se dopo l’accordo sul nucleare c’è stato un po’ di disgelo, l’Iran resta un Paese oggetto di sanzioni Onu e degli Stati Uniti (soprattutto ora con la nomina a consigliere per la sicurezza nazionale del falco anti-iraniano John Bolton), ed è uno di quei “Paesi qualificati ad alto rischio dal Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi)” verso i quali il decreto vuole “promuovere lo sviluppo delle esportazioni e dell’internazionalizzazione”. Tra 2016 e 2017 le imprese italiane hanno concluso vari accordi preliminari con il governo di Teheran o le controparti locali. Ci sono tutti i grandi gruppi dell’industria italiana che puntano al gigantesco mercato persiano da 77 milioni di persone. Durante gli anni del governo Renzi e di quello Gentiloni si sono messe in prima fila aziende che erano anche tra i finanziatori del renzismo: il gruppo di costruzioni Pessina, già azionista dell’Unità, la siderurgica Danieli, Ansaldo Energia, Gavio, e poi società a controllo pubblico come Saipem e le Ferrovie dello Stato guidate dal super-renziano Renato Mazzoncini. Il ministero del Tesoro di Padoan si è assunto l’onere di “facilitare il coinvolgimento del nostro sistema bancario” nel portare a termine il negoziato sul Master Credit Agreement, l’accordo quadro di finanziamento che deve rendere possibili queste operazioni. Tradotto: per le banche italiane operare con l’Iran è molto rischioso, a dicembre 2016 il Financial Times ha rivelato che Intesa Sanpaolo ha dovuto pagare al dipartimento di Giustizia americano una sanzione di 235 milioni di euro per non aver vigilato sulle operazioni con controparti iraniane, mancavano cioè i controlli per assicurarsi che i soldi non finissero a soggetti colpiti da sanzioni. Anche Unicredit è finita sotto la lente del governo Usa. Il Tesoro doveva quindi sbloccare 5 miliardi di finanziamenti senza esporre a rischi di sanzioni gli istituti di credito italiani. Lo schema dovrebbe funzionare così: il soggetto iraniano si impegna nell’acquisto di beni, servizi o infrastrutture dall’impresa italiana e si fa finanziare la commessa dalle banche iraniane Bank of Industry and Mine e Middle East Bank che hanno una garanzia dalla Repubblica Islamica. Ma poiché resta il rischio Paese (tradotto: il governo di Teheran cade o decide di chiudere i rubinetti o è costretto a farlo da eventuali nuove sanzioni), serve anche una garanzia dal lato italiano.

E qui arriviamo alla norma della legge di Stabilità, a suo tempo contestata dalle opposizioni, e al decreto pronto per l’approvazione, che il Fatto ha potuto leggere. Il Tesoro crea una società per azioni controllata da Invitalia, l’agenzia (pubblica) per attirare investimenti stranieri. Si chiama Invitalia Global Investment, l’ad è il dirigente di Invitalia Giuseppe Arcucci. Fin dall’articolo 1 del decreto è chiaro che il governo è consapevole che ci potranno essere problemi con le sanzioni. Viene specificato che “in considerazione dello specifico ambito in cui opera e dei diversi rischi legati all’esercizio delle funzioni a essa assegnate, Invitalia Global Investment opera quale entità indipendente e separata”. Ma non è certo separata dallo Stato, visto che è autorizzata a rilasciare garanzie che sono il sogno di ogni imprenditore. La garanzia pubblica, infatti, copre “qualsiasi inadempimento da parte del debitore principale e/o di terzi co-obbligati e/o di terzi garanti, quale ne sia la ragione o la causa”. Se qualcosa va storto in Iran, perché la politica locale, il contesto internazionale, o anche soltanto l’investimento si rivela sbagliato, a pagare ci pensa lo Stato italiano. Oggi a bilancio questo rischio non si vede, perché per il 2018 Invitalia Global Investment ha una dotazione di 120 milioni ma, “gli impegni finanziari assumibili sono pari a un massimo di 5 miliardi di euro”. Bisogna quindi sperare che questi investimenti vadano a buon fine o il conto per lo Stato rischia di essere differito ma salato.

Nell’articolo 1 del decreto preparato da Padoan per Gentiloni si intuisce la vera ragione di questa complessa macchina burocratica: mettere una società pubblica a fare da schermo alle banche italiane in modo che queste non siano esposte al rischio di sanzioni. Si legge infatti che Invitalia GI può ricevere finanziamenti “da investitori istituzionali nelle varie forme tecniche consentite dalla legge”. Visto che sembra l’attività di una banca (raccogliere fondi, investirli, incassare commissioni), il decreto precisa che “è in ogni caso precluso lo svolgimento dell’attività bancaria e creditizia”.

Il decreto è pronto, resta da capire se un governo in carica per l’ordinaria amministrazione se la sente di approvare un provvedimento così politicamente delicato. Israele e gli Usa osservano inquieti.

’Ndrangheta, l’ex senatore Caridi libero dopo 19 mesi

Torna libero l’ex senatore di Gal Antonio Caridi, ex Forza Italia, arrestato nell’agosto 2016 e imputato nel maxi-processo “Gotha” che vede alla sbarra anche l’avvocato Paolo Romeo, ritenuto una delle menti della ‘ndrangheta reggina. Un ruolo che Romeo avrebbe condiviso con l’avvocato Giorgio De Stefano, condannato con il rito abbreviato a 20 anni di reclusione

Dopo quasi due anni di carcere, in seguito a due annullamenti con rinvio della Corte di Cassazione, il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha accolto le richieste dei suoi avvocati Carlo Morace e Valerio Spigarelli. Si attendono le motivazioni.

Secondo la Procura, Antonio Caridi faceva parte della componente “riservata” della ‘ndrangheta in grado di dettare le linee strategiche dell’intera organizzazione criminale. Stando alle carte del processo “Gotha”, infatti, il senatore di Gal sarebbe stato uno dei politici al servizio di De Stefano e Romeo. Per i pm della Dda, il politico calabrese “fruiva dell’appoggio della cosca De Stefano” e operava “in modo stabile, continuativo e consapevole a favore del sistema criminale”.

B. smemorato: “Matacena? È uno sconosciuto”

Non ha voluto che le telecamere riprendessero il suo volto mentre deponeva nel processo “Breakfast”. “Preferisco di no. Faccio un mestiere che è la politica per cui preferisco non essere ripreso”. Tra problemi di udito (“si è rotta la pressione all’interno dell’aereo e ho le orecchie chiuse”) e una memoria non proprio efficiente, ieri a Reggio Calabria è stato il giorno di Silvio Berlusconi chiamato a testimoniare nel processo che vede imputato il suo ex ministro Claudio Scajola con l’accusa di aver aiutato l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena nel tentativo di trasferirsi da Dubai, dove è latitante, a Beirut in Libano.

Le sue risposte al presidente del Tribunale di Reggio Calabria Natina Pratticò e al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo sono zeppe di “non ricordo”, “non ho nessuna conoscenza”. A parte i nomi di Marcello Dell’Utri e Claudio Scajola, distante pochi metri dal banco dei testimoni, per il resto Berlusconi ha dimenticato tutto. Il suo ex sottosegretario Giuseppe Pizza? “Non lo ricordo”. Il suo senatore Vincenzo Speziali? “Non ricordo di averlo conosciuto”. Emo Danesi, iscritto con lui nell’elenco della P2? “È la prima volta che sento questo nome”.

Impensabile per il pm e per il Tribunale che Berlusconi si ricordasse di Amedeo Matacena che, dal 1994 al 2001, è stato un deputato del suo partito. “Non mi ricordo quando ebbi a conoscere Matacena – ha riferito infatti in aula – Non ho mai avuto occasione di scambi, di pensieri o opinioni con questo signore”. Anzi, “non so che lavoro fa e non ho un ricordo di come fosse stato messo in lista”.

Stesso refrain sulle ragioni per le quali a Matacena è stato impedito di candidarsi nel 2001 quando fu coinvolto nell’inchiesta “Olimpia” per concorso esterno con la ’ndrangheta: “Non ho nessuna conoscenza di fatti e di eventuali motivazioni che avessero portato Scajola a decidere un’esclusione del signor Matacena dalle liste”.

E se l’ex parlamentare ancora latitante a Dubai è uno sconosciuto, lo stesso non si può dire di Dell’Utri. Di tutti i nomi che ha sentito in aula, sembra che quello del suo ex braccio destro fosse l’unico di cui ha ancora memoria: “Non ho avuto comunicazione da Dell’Utri della sua volontà di andare a Beirut. Mi sembrava difficile attribuire a una volontà di fuga quella di andare in Libano per una persona che conosce la politica e la giustizia e che potesse non sapere dell’esistenza di un trattato di estradizione tra l’Italia e il Libano. Tra l’altro si è fatto prendere in un albergo di lusso”.

Al pm Lombardo, è stato sufficiente ripronunciare il nome di Matacena e collegarlo a Dell’Utri, per far riesplodere i vuoti di memoria: “Non sono mai stato a conoscenza dei rapporti tra i due”. D’altronde, per il presidente di Forza Italia, “Matacena non fu mai protagonista dell’attività della nostra parte politica. Il suo nome mi è praticamente sconosciuto”.

Così come quello di Vincenzo Speziali, il nipote dell’ex senatore, che nel processo “Breakfast” è stato accusato di aver fatto da tramite tra il leader delle falangi libanesi Amin Gemayel e Claudio Scajola nel tentativo di garantire a Matacena una sorta di “corridoio umanitario” da Dubai a Beirut. Poche settimane fa, Speziali ha patteggiato a un anno di carcere con pena sospesa. “È la prima volta che lo sento”.

Processo Ruby-ter: ex Cav e 4 olgettine a giudizio a maggio

Mentre cerca di rimettere insieme i cocci di una leadership politica sempre più in discussione, per Silvio Berlusconi arriva l’ennesimo rinvio a giudizio. E il reato contestato è ancora quello di corruzione in atti giudiziari, per cui l’ex Cavaliere è già a processo a Milano con l’accusa di aver pagato diversi testimoni per addomesticare i loro racconti sulle feste hot di Arcore, riducendole a semplici “serate eleganti”. A questo procedimento, chiamato Ruby ter, verrà unito con ogni probabilità il nuovo filone. Il giudice dell’udienza preliminare Maria Vicidomini ha infatti accolto le richieste dei pm milanesi Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, secondo i quali Berlusconi ha continuato a pagare quattro ragazze fino all’autunno del 2016, quando l’indagine principale era già stata chiusa.

A ricevere i soldi, per un totale di oltre 400 mila euro, questa volta sarebbero state Elisa Toti, Aris Espinosa, Miriam Loddo e Giovanna Rigato, che dovranno rispondere di falsa testimonianza, oltre che di corruzione in atti giudiziari.

La nuova indagine era nata da una denuncia dello stesso Berlusconi per una tentata estorsione da parte della Rigato, che avrebbe cercato di ottenere da lui oltre un milione di euro per non cambiare versione sul caso Ruby, vicenda per la quale Rigato è attualmente indagata. Nel corso degli approfondimenti gli inquirenti avevano ascoltato a verbale il ragionier Spinelli, da sempre addetto ai pagamenti delle ragazze, e così erano emersi i versamenti più recenti. Ieri il rinvio a giudizio, che arriva pochi giorni dopo l’elezione a presidente del Senato della super berlusconiana Elisabetta Casellati. Fu proprio lei in un’intervista del 2011 alla trasmissione Otto e mezzo a dare credito alla versione dell’ex Cavaliere su Karima el Mahroug e la sua parentela (falsa) con l’ex presidente dell’Egitto: “Quando Berlusconi ha incontrato Mubarak, pare che sia venuto fuori da alcune testimonianze che proprio nell’incontro Mubarak aveva parlato di questa sua nipote, ed era un incontro ufficiale”.

Tornando all’udienza di ieri, i pm hanno parlato di “sistematicità” dei versamenti alle quattro ragazze e hanno definito inaccettabile che un imputato paghi testimoni “con così tanti soldi”. In aula era presente l’avvocato Gabriella Vanadia, in difesa della Presidenza del Consiglio che si è costituita parte civile: i circa 10 milioni versati in totale a tutti i testi – ha sostenuto in riferimento a filone principale e secondario – era legata al danno “incalcolabile” che sarebbe derivato al leader di Forza Italia da testimonianze sfavorevoli. A chiedere risarcimenti anche tre ragazze sfuggite al bunga bunga e testimoni chiave nel processo Ruby: Ambra Battilana, Imane Fadil e Chiara Danese.

Il gup ha respinto la richiesta della Rigato di essere giudicata con rito abbreviato a condizione che venisse sentita come testimone Francesca Cipriani, anche lei imputata nel Ruby ter. La soubrette, però, in questo periodo è impegnata in Honduras come partecipante dell’Isola dei Famosi e il gup ha concordato con i pm che non si potesse tenere aperta l’udienza preliminare fino al suo rientro. Rigato andrà così a processo con Berlusconi e le altre tre ragazze. Il dibattimento inizierà il prossimo 9 maggio, ma verrà quasi certamente riunito con il filone principale in cui Berlusconi è imputato insieme ad altre 23 persone, tra cui la stessa Ruby. A lei sarebbero andati 7 milioni per negare di avere avuto rapporti sessuali con lui nel 2010, quando ancora minorenne era ospite fissa a villa San Martino. E testimoniare il falso nel processo Ruby, in cui Berlusconi è stato assolto dalle accuse di prostituzione minorile e concussione, e Ruby bis, a carico di Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede.

“Reato di generosità”. Così il difensore di Berlusconi, Federico Cecconi, aveva definito i versamenti poco più di un anno fa, in occasione del primo rinvio a giudizio. Ora il legale si dice in attesa del dibattimento che “sarà la sede opportuna per dimostrare l’estraneità alle accuse” dell’ex premier, che ha sempre giustificato i versamenti come liberalità per risarcire le ragazze “per la vita distrutta dal clamore mediatico”.

I due di Milano non sono gli unici procedimenti sui pagamenti di Berlusconi alle e agli ospiti di villa San Martino. Il filone originario, infatti, è stato spacchettato nel 2016 su più procure dal giudice dell’udienza preliminare Laura Marchiondelli. Un pezzo del Ruby ter è finito a Torino, dove a novembre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi e della modella Roberta Bonasia. A febbraio analoga richiesta dalla procura di Roma, questa volta per i bonifici al cantante Mariano Apicella. Mentre il rinvio a giudizio è già arrivato a Siena, competente sui soldi dati a Danilo Mariani, il pianista che alle feste accompagnava le canzoni di Apicella.