“Rapporti con i clan e appalti truccati”: imprenditori arrestati

Milioni di euro di lavori pubblici mai eseguiti, riciclati in imprese toscane e campane al servizio dei clan della Camorra. È quanto emerge dall’inchiesta “Ghost tender” della Guardia di finanza di Lucca, che ha portato a cinque arresti, 50 perquisizioni e a sequestri per circa 6 milioni di euro nei confronti di 30 aziende e di imprenditori contigui al clan dei casalesi. Fulcro del gruppo erano tre imprenditori edili residenti tra Lucca a Caserta. Secondo l’accusa, attraverso turbative d’asta attuate con “accordi di cartello”, le imprese si sono aggiudicate oltre 50 commesse per lavori “di somma urgenza”, banditi per importi al di sotto di valori soglia oltre i quali sarebbe stato necessario imbastire gara di appalto. In questo modo l’invito a partecipare veniva effettuato a imprese riconducibili al gruppo criminale, che a turno si aggiudicavano i lavori. Lavori che, pur risultando attestati come avvenuti, in gran parte non venivano eseguiti e i soldi erano così riciclati in attività immobiliari. Ad alcuni tra gli arrestati è stata contestata l’aggravante di aver agevolato la cosca mafiosa dei casalesi di Michele Zagaria: i tre imprenditori, secondo gli inquirenti, si potevano considerare “a disposizione del clan”.

A giudizio Moretti, il renziano alla guida delle palestre Klab

Giorgio Moretti,l’imprenditore e finanziatore di Matteo Renzi dalla primissima ora, fondatore della rete di palestre Klab, è stato rinviato a giudizio dal gup di Firenze Mario Profeta con l’accusa di bancarotta, maturata nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte mazzette intercorse tra il 2011 e il 2012 per l’aggiustamento di pratiche fiscali a vantaggio della Klab gestioni operative, società finita in concordato preventivo nel 2016. Oggi le palestre Klab sono riconducibili alla Cki srl, il cui 9% è detenuto da Marco Carrai e il restante 91% da Moretti, con la sua Kontact srl. La prima udienza è fissata per il 5 febbraio 2019. Il gup ha inoltre dichiarato con sentenza, accogliendo un’eccezione sollevata dalle difese, di non essere competente per il reato di corruzione, che vede indagati oltre a Moretti anche Paolo Fantacci, Luca Cioni, Riccardo Donati e il commercialista Lamberto Mattei, inviando gli atti a Roma. Stralciata la posizione dell’ex direttore all’Agenzia delle Entrate Nunzio Garagozzo, accusato di corruzione, che ha chiesto di patteggiare: sulla richiesta il giudice si pronuncerà nel corso di un’udienza fissata per l’11 aprile prossimo, dopo un rinvio avvenuto ieri per questioni tecniche.

Lotti, nuovo round dai pm: confronto con l’accusatore

Oggi il ministro Luca Lotti dovrà affrontare il suo accusatore. Indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento, è stato convocato dai pm romani per un confronto con l’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, il manager pubblico che nel dicembre del 2016 accusò Lotti di essere uno dei protagonisti della soffiata che arrivò alle sue orecchie. Circostanza smentita dall’ex ministro. Chi dei due mente? Quale versione è vera? Per capirlo i pm romani hanno fissato per oggi un confronto.

La prima volta che Marroni formalizza le sue accuse contro Lotti è il 20 dicembre 2016, quando gli investigatori napoletani entrano negli uffici Consip. All’allora Ad chiedono perché abbia fatto togliere le cimici dal proprio ufficio: “Ho appreso in quattro differenti occasioni – dichiara Marroni – da Filippo Vannoni (presidente della fiorentina Publiacqua, ndr), dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara a detta di Marroni, gli disse di averlo saputo dall’ex Comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Versione che Ferrara, sentito dai pm capitolini, però non conferma e viene indagato per false informazioni ai pm.

Sull’ex ministro, a dicembre 2016, Marroni punta dritto: “Sempre a luglio 2016 – dice agli investigatori napoletani – durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore”. Queste parole creano un terremoto: il giorno dopo i pm napoletani Henry John Woodcock e Celeste Carrano indagano per rivelazione di segreto e favoreggiamento Lotti e i generali Del Sette e Saltalamacchia.

Quando Il Fatto rivela l’iscrizione nel registro degli indagati di Lotti, questi si precipita in Procura a Roma per rendere spontanee dichiarazioni. È il 27 dicembre 2016 e l’ex ministro smentisce Marroni: dice di non sapere dell’inchiesta e quindi non ha potuto rivelare alcunché.

Ma Marroni non è stato l’unico che, in questa indagine, ha fatto il nome di Lotti. Dopo le dichiarazioni dell’ex Ad di Consip, viene sentito a Napoli anche il presidente della fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni. Inizialmente dice di non ricordare bene come aveva saputo dell’inchiesta. Poi si convince: “Fu Luca Lotti a dirmi che c’era una indagine su Consip, dicendomi di stare attento”. Non basta. Vannoni va oltre e mette a verbale anche il nome di Matteo Renzi (mai sfiorato dalle indagini), in quel momento premier in carica: “Ricordo – dice tenendosi sul vago – che il presidente Renzi mi diceva solo di ‘stare attento’ a Consip”.

A differenza di Marroni, però, Vannoni ai magistrati romani non conferma la precedente versione, ritira le accuse contro Luca Lotti. A Roma, anche lui verrà iscritto per favoreggiamento. Su di lui, durante le spontanee dichiarazioni del 27 dicembre, Lotti dice che il pomeriggio del 21, mentre “stavo rientrando in ufficio, ho trovato Vannoni, voleva parlarmi”. Vannoni, continua il ministro, “imbarazzato e con modi concitati, mi ha informato di essere stato sentito da Woodcock a Napoli e di avergli riferito di aver ricevuto da me informazioni riguardo l’esistenza di indagini su Consip; alle mie rimostranze circa la falsità di quanto affermato, lui ha ammesso di aver mentito e quando ho chiesto il perché si è scusato in modo imbarazzato, ottenendo una mia reazione stizzita, tanto da avergli detto ‘non ti do una testata per il rispetto del luogo nel quale siamo’, congedandolo”.

Il comportamento tenuto da Marroni e Vannoni è molto diverso: il primo ha tirato dritto, anche se ha fatto alcune precisazioni che hanno alleggerito in particolare la posizione del generale Saltalamacchia. Il secondo ha fatto un passo indietro. Con relative conseguenze penali e politiche: Vannoni è stato indagato ma è rimasto alla guida della società mista fiorentina Publiacqua. Marroni, invece, ha continuato ad essere la spina nel fianco dell’ex ministro Lotti ed è stato silurato dal Pd. Dopo il caso Consip Marroni ha perso il posto e lo stipendio. Il confronto di oggi si prospetta molto duro.

Consip, l’incontro tra babbo Renzi e Romeo a Firenze

Tiziano Renzi e Alfredo Romeo – secondo gli investigatori romani – potrebbero essersi incontrati nell’estate del 2015. L’incontro sarebbe avvenuto a Firenze in un bar di giorno e non a Roma a cena, come si era finora detto. Però ci sarebbe stato. Questa è la novità più importante che i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi potrebbero contestare a Tiziano Renzi in un futuro interrogatorio, qualora decidesse di rispondere alle loro domande.

Il padre dell’ex premier, già sentito dai pm romani il 3 marzo 2017, ha detto di non aver mai incontrato Romeo a Roma con l’imprenditore Carlo Russo, come riferito ai magistrati dall’ex tesoriere del Pd Campania Alfredo Mazzei, che riportava le confidenze dell’amico Romeo in merito. I carabinieri del Reparto operativo di Roma hanno valorizzato un’intercettazione del novembre 2016, per poi cercare riscontri che portano a localizzare l’incontro a Firenze nell’estate del 2015.

L’intercettazione ambientale in questione è stata fatta dal Noe quando l’inchiesta era ancora a Napoli sotto l’egida di Henry John Woodcock e Celeste Carrano ed è stata riascoltata dai carabinieri di Roma, dopo che la Procura capitolina ha tolto la delega al Noe.

L’8 novembre del 2016 alle otto di sera negli uffici della Romeo Gestioni a Roma una cimice registra Alfredo Romeo e il suo consulente Italo Bocchino mentre si interrogano su come sia nata l’inchiesta di Woodcock. In quel momento ufficialmente l’indagine ha messo nel mirino solo i rapporti di Romeo con il dirigente del Comune di Napoli, Giovanni Annunziata. L’inchiesta sulla Consip e le intercettazioni con il nome di Tiziano Renzi sono ancora segrete. Woodcock, solitamente attratto da grandi storie e da grandi nomi, però sta svolgendo intercettazioni e sequestri. Troppo per un obiettivo minimo, come il dirigente comunale Annunziata.

Romeo fiuta che il pm sta puntando in alto, a Matteo Renzi, da lui soprannominato ‘il principino’: “Il principino? (…) ma perché che cazzo c’entra? (…) loro hanno sentito, e chill’ s’è arrapato e ha mis…”. Romeo teme che il pm ascoltando le sue conversazioni abbia imboccato la pista giusta. Da mesi Romeo parla con Carlo Russo e tramite lui cerca di agganciare Tiziano Renzi e si chiede: “Salvo che noi abbiamo fatto nome e cognome…”. Sul punto però Bocchino lo tranquillizza: “Non amm fatt nome e cognome mai!”.

Secondo Bocchino, la tecnica di Woodcock sarebbe indiretta: “Vuole fare innervosire Annunziata. Questo è un personaggio sopra le righe e vuoi vedere che (avrà detto Woodcock, Ndr) lo spaventiamo che lo arrestiamo e questo ci dice qualcosa? E si è arrapato. Magari gli ha raccontato che sei andato a Firenze e ti ha lasciato dietro al bar (…) Se tu ricostruisci il giorno che sei andato lo sappiamo se c’era o no”.

Sembra di capire che Bocchino e Romeo temano che Annunziata o magari il suo amico di Firenze che lavora per Romeo, Carlo Vadorini, si sia lasciato andare a una confidenza su un incontro a Firenze, in un bar, del quale ha saputo casualmente.

Bocchino ipotizza: “Secondo me lui ha raccontato la questione di Firenze”. Poi prosegue il suo ragionamento mettendosi nei panni del pm: “Si è posto il problema: ‘Chi è questo interlocutore che parla del papà di quello con Romeo?’”. Bocchino non fa il nome ma l’identikit dell’interlocutore ignoto somiglia a quello di Russo. Effettivamente Romeo e Bocchino non chiamano mai per nome Carlo Russo. Per loro è “il ragazzo”.

Gli investigatori hanno riletto anche altri colloqui (che Il Fatto ha già pubblicato) dell’agosto e dell’ottobre del 2016 tra Romeo e Russo. Anche quei colloqui fanno pensare che l’imprenditore campano abbia incontrato almeno una volta Tiziano. Il 5 ottobre Romeo e Russo, dopo avere detto che Tiziano è seguito dai servizi segreti, accennano a un incontro in un barettino. E si rinfrancano reciprocamente sostenendo che comunque anche se lui era seguito loro non avrebbero mai capito chi fosse perché sembrava un “salumiere”. In due conversazioni, del 3 e 31 agosto 2016, Romeo parla del comportamento di un padre che ha gli stessi atteggiamenti del figlio, che però è più moderato del genitore. Gli investigatori, partendo da questi elementi, hanno fatto i loro accertamenti e ora sembrano convinti che nel colloquio del novembre 2016 Bocchino e Romeo alludessero a un incontro avvenuto già da più di un anno: a Firenze, estate 2015. Questo non vorrebbe dire automaticamente che i due siano colpevoli di traffico di influenze. Però, se l’incontro ci fosse stato, sarebbe un bel problema per Matteo Renzi. Quando abbiamo pubblicato nel libro “Di padre in figlio” l’intercettazione del colloquio di Matteo e Tiziano del 2 marzo 2017, l’ex premier era andato su tutte le furie. Nella telefonata, intercettata dai pm di Napoli, il padre negava a Matteo di avere mai fatto una cena con Romeo ma aggiungeva di non ricordare i bar. Dopo la pubblicazione, ci eravamo permessi di sollevare qualche dubbio sulla versione di Tiziano davanti ai pm. Il 16 maggio 2017 Matteo Renzi in diretta Facebook attaccò l’autore del libro Di padre in figlio e Il Fatto, sostenendo che, con i soldi delle cause civili, la famiglia Renzi avrebbe ripagato i suoi mutui. Matteo arrivò anche a dire che aveva fatto male a dubitare del padre e i giornali avrebbero un giorno “dovuto chiedere scusa di questa vergognosa bugia”.

Se l’incontro tra il babbo e Romeo ci fosse stato davvero, sarebbe lui a dover chiedere scusa. A meno di non pensare che l’incontro sia sano e bello se fatto a Firenze davanti a un bar e sia invece disdicevole solo se fatto in una “bettola” a Roma.

MediaPro inizia a pagare e ora prepara il duello con Sky & C.

MediaPro ha pagato: l’anticipo di 64 milioni di euro (Iva compresa) scaccia i dubbi dell’ultima settimana, addirittura un giorno prima della scadenza e dell’assemblea di Lega, che il commissario Malagò ha convocato per oggi in casa sua al Coni, proprio in concomitanza col termine di pagamento. Qualcuno forse si aspettava un ribaltone, invece il bonifico è arrivato: per chiudere il contratto, però, manca ancora la fideiussione per il resto dell’importo (1,05 miliardi a stagione; ma potrebbe addirittura non servire se i nuovi proprietari cinesi hanno portato il capitale sociale al di sopra della soglia prevista dal bando). Ora inizia lo scontro fra titani, visto che l’Antitrust ha vietato il canale della Lega e i diritti vanno rivenduti: da una parte MediaPro (che già venerdì potrebbe presentare i suoi pacchetti) punta sul fatto che Sky non può permettersi di perdere la Serie A; dall’altra Sky sa di essere l’unico interlocutore, e che senza i suoi soldi gli spagnoli rischiano di fallire. Milioni di tifosi aspettano di sapere dove vedere le partite della Serie A: all’inizio della prossima stagione manca poco.

L’intesa non conviene a nessuno e non piace al ‘pilota automatico’

Anche se il Movimento e la Lega hanno in comune il fatto di opporsi all’establishment, credo che un accordo di governo non convenga a nessuno dei due. Alla Lega non conviene uscire dall’alleanza di centrodestra, perché senza i numeri di Forza Italia non potrebbe tenere testa ai 5Stelle, che hanno preso il doppio dei voti. Dall’altra parte, se il centrodestra rimanesse compatto, il Movimento non potrebbe mai accettare di stare con Berlusconi. L’accordo sulle presidenze delle Camere ha consentito a Salvini e Di Maio di mettere ai margini Berlusconi e Renzi, dimostrando capacità che forse in pochi gli attribuivano. Non credo che l’elettorato dei 5Stelle abbia intolleranze a priori sugli accordi politici, ma ci sono dei sentimenti di fondo che fanno parte della base e che determinano alcune incompatibilità: un conto sono le negoziazioni, un conto un patto di governo con Berlusconi.

Non dimentichiamoci poi il famoso “pilota automatico” di cui parlava Mario Draghi qualche anno fa, riferendosi all’influenza delle istituzioni internazionali sulla politica italiana. Quel “pilota” non è stato disattivato e anzi, ostacolerebbe un’intesa di governo tra queste due forze politiche.

Se il centrodestra non avrà i numeri, Salvini vorrà votare

Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno convenienza a fare un governo assieme. Il no dei 5Stelle a Silvio Berlusconi e a Forza Italia è di fatto insuperabile e quindi la Lega per mettere in piedi un esecutivo con i pentastellati dovrebbe rompere la coalizione di centrodestra. Perché debba farlo un leader di 45 anni che col tempo si fagociterà gli alleati e i loro voti è un mistero.

Se decide di muoversi da solo Salvini sarà considerato da molti elettori di destra un traditore e, quel che è peggio, si troverà pure a far parte di una maggioranza che avrà contro buona parte della finanza internazionale con il rischio di varare un governo subito in affanno per il rialzo dei tassi. Meglio per lui lasciare che Forza Italia continui a corteggiare i tanti renziani del Partito democratico nella speranza che arrivi da loro (bastano 50 voti) il via libera per l’esecutivo di centrodestra.

Se non arriva, in assenza di altre maggioranze, Salvini dovrebbe spingere per il voto a ottobre che si trasformerà in ballottaggio col M5S. Solo dopo le nuove urne, se ancora non ci saranno i numeri per un esecutivo, sia lui sia Di Maio potranno pensare a soluzioni alternative.

Lega-5Stelle trovino un accordo, altrimenti si torna a Renzi e B.

Èuna presa d’atto della realtà: la somma di Lega e Cinque Stelle va oltre il 55 per cento (e anche i quattro punti di FdI andranno a finire lì, pur con Forza Italia fuori dal calcolo). E non è vero che i seguaci di Beppe Grillo protestano se Luigi Di Maio va con Matteo Salvini; protestano – al contrario – se i Cinque Stelle non fanno almeno un paio di cose che hanno promesso di fare.

O il reddito di cittadinanza, o la flat tax, a una delle due chimere si dovrà pur mettere mano. E tra i punti del programma elettorale – molti dei quali in comune tra leghisti e pentastellati – qualcuno a segno ci dovrà pur arrivare: l’abolizione della Fornero, il riposizionamento dell’Italia in Europa, l’abrogazione delle sanzioni alla Russia e perfino l’attesa cancellazione dei vitalizi voluta anche dagli elettori di Salvini: il famoso popolo della partita Iva.

Salvini, anche a tenere unito il centrodestra, con un personale politico già collaudato – con moltissimi amministratori, di successo perfino, come Luca Zaia – non potrà che essere l’interlocutore politico-parlamentare dell’entusiasmo grillino. Altrimenti, a sinistra, resta solo Renzi. E con lui Maria Elena. E i parlamentari a loro fedelissimi. Con tutto quel che segue: perfino il ritorno di Berlusconi.

La rivoluzione anagrafica di una generazione esclusa

Sabato mattina il giovane sta per salire in macchina, il vecchio lo raggiunge, quasi gli si aggrappa al braccio, gli sussurra qualcosa all’orecchio, il giovane fa un cenno con la testa come per dire: dai, ho capito, ora fammi andare, e rapidamente chiude lo sportello. È la clip televisiva che fissa l’istante di un’abdicazione, forse l’attimo di una resa. Il quarantenne Matteo Salvini con un colpo secco, improvviso, volutamente sgarbato ha imposto all’ultraottantenne Silvio Berlusconi il suo personale candidato di Forza Italia per la presidenza del Senato. E ha spazzato via il nome indicato dall’altro. Il giovane è andato a comandare in casa del vecchio, che prima si è atteggiato a furibondo e convesso (come si permette?, ora lo distruggo) per poi farsi concavo, piegato dalla dura realtà dei fatti. Buon viso a pessimo gioco.

È anche (soprattutto?) una sfida anagrafica quella vinta dal giovane Salvini e dal trentenne Luigi Di Maio contro la coppia Nazareno, logorata dalla sconfitta, sfiancata dall’esercizio del potere per il potere, sfibrata dal perpetuarsi delle stesse facce, delle stesse parole, delle stesse bugie. Quella composta dall’anziano miliardario (cinque anni in più dell’età complessiva dei due giovanotti) e da Matteo Renzi: un Dorian Gray che a furia di rimirarsi nello specchio giovane e figo è incanutito precocemente.

Dopo aver sentito l’odore del sangue non sarà facile frenare la vitalità arrembante (e vendicativa) dei Cinque Stelle. Che hanno portato in Parlamento la generazione dei “senza” (senza lavoro, senza futuro, senza voce) per dare l’assalto al palazzo d’Inverno (a Pietrogrado, cento anni fa, non fu contro lo zar ma per abbattere il governo di liberali e moderati). Diversa invece la composizione sociale dei leghisti (un ceto medio di occupati e di lavoro autonomo in rivolta contro tasse e immigrati) ma identica la fame di rivalsa. Pur governando già Lombardia, Veneto e Liguria, le tre regioni più ricche del ricco Nord, e probabilmente tra poco anche la quarta: il Friuli. Li unisce la contestazione che sale dal basso e l’interesse a dare subito segnali di cambiamento. Per esempio, un vigoroso taglio ai costi della casta (vedi il discorso d’insediamento del presidente della Camera Roberto Fico) e altri provvedimenti simbolici (o demagogici) utili a tenere in caldo i rispettivi elettorati, nel caso si dovesse tornare presto alle urne.

Iniziative che il Parlamento può, nel frattempo, adottare nella sua piena sovranità. Volendo, a maggioranza Lega-M5S. Insomma, prove tecniche per il nuovo governo. Più che contrastare lo sfondamento degli homines novi la politica di ieri sembra impegnata a salvare il salvabile. All’ex caimano basta essere trattato “con rispetto” (Alessandro Sallusti) e non venire estromesso dal tavolo delle decisioni che contano. Mentre il Pd sceglie di stare fermo per non farsi dell’altro male. Auguri. Entrambi cullano un sogno. Che a un certo momento a far perdere i due vincitori sarà la brama di potere. Che alla fine li distruggerà a vicenda. Sembra un film. I popcorn chi li porta?

Basilicata, numero 2 del consiglio regionale arrestato per stalking

Il vicepresidente del Consiglio regionale della Basilicata Paolo Castelluccio è stato arrestato con l’accusa di stalking nei confronti di una donna e ora si trova in carcere. Oggi è prevista l’udienza di convalida dell’arresto eseguito ieri dalla Polizia. Castelluccio, eletto nel 2013 con la lista del Pdl, risulta iscritto al gruppo consiliare di Forza Italia ma durante la campagna elettorale per le recenti elezioni politiche ha annunciato di aderire a “Noi con l’Italia”. Cinque anni fa, quando era in carica il precedente Consiglio regionale della Basilicata, eletto nel 2010, Paolo Castelluccio fu coinvolto nella “Rimborsopoli” lucana: il 24 aprile 2013 gli fu notificato un divieto di dimora con l’impossibilità di soggiornare nella città di Potenza. A Castelluccio, 59 anni, imprenditore agricolo di Policoro (Matera), il divieto di dimora – riferito a rimborsi indebitamente percepiti tra il 2010 e il 2011 – fu revocato il 17 maggio del 2013, ma in seguito gli fu notificata dalla Digos la sospensione dall’attività consiliare per il periodo compreso tra il 24 aprile e il 17 maggio 2013. Il dibattimento in primo grado sulla Rimborsopoli lucana è in corso presso il Tribunale di Potenza.