Grillo: “Il mio blog è nato prima M5S non lucra con Casaleggio”

Nell’udienza di ottobre Davide Casaleggio spiegò che il blog di Grillo era gestito dalla Casaleggio Associati “per fini commerciali” e la società cura anche i controlli interni delle votazioni online. Ieri Beppe Grillo, distinguendo tra il suo blog, quello delle Stelle e il M5S, ha precisato: “Il mio blog è nato prima del Movimento” a sua volta “nato per cambiare e migliorare il Paese, non per lucrare, e non ha mai avuto rapporti economici con la Casaleggio Associati. E io e Casaleggio (padre, ndr), due persone di successo, ci abbiamo rimesso ma ne siamo felici”. Così a Napoli Nord un processo per diffamazione a un ex attivista grillino, Angelo Ferrillo, si è definitivamente trasformato in un processo sul funzionamento del M5S: chi decide le liste, quali sono i rapporti (economici e non) tra il blog, la piattaforma delle selezioni – all’epoca Rousseau non esisteva – e la Casaleggio Associati. Il 18 giugno è atteso in aula Luigi Di Maio.

“Al governo con B.? Mai. Nel Lazio a noi la vicepresidenza”

Mette un paletto: “Non andremo mai al governo con Berlusconi, non abbiamo nulla in comune”. Ma non vuole scegliere tra Pd e M5S: “Si lavorerà sulle proposte, e vedremo chi ci sta”. Però ammette che votare Casellati come presidente del Senato è stato amaro: “Abbiamo dovuto votarla perché quello era il nome del centrodestra: è una colonnella di Berlusconi, ma era il dazio imposto dai numeri parlamentari per avere alla Camera un uomo del valore di Roberto Fico”. Roberta Lombardi, capogruppo dei 5Stelle in Regione Lazio, guarda da fuori il debutto del nuovo Parlamento. “Da prima capogruppo del M5S alla Camera, certe scene mi trasmettono un senso di deja vu”.

Dicono tutti che ormai è quasi fatta per un governo tra voi e la Lega. Lei è favorevole?

Il M5S sta procedendo passo dopo passo. Dopo aver nominato i presidenti delle Camere in tempi anche ristretti, facendo risparmiare i cittadini, ora si tratterà di trovare figure adeguate per le vicepresidenze e gli altri ruoli. Poi ci potremo confrontare con tutte le altre forze sui programmi, per un governo.

Matteo Salvini spinge per un accordo tra M5S e tutto il centrodestra: Berlusconi compreso.

Berlusconi mai. Non è possibile interloquire con lui, e infatti non lo abbiamo fatto. C’è un leader del centrodestra, Salvini, e parliamo con lui.

Intanto però Casellati è presidente del Senato. Non è un po’ amareggiata?

È una berlusconiana di ferro, che ha condiviso tutte le sue posizioni sulla giustizia, a cominciare dal lodo Alfano. Però è difficile trovare uno di Forza Italia che non le abbia condivise. Tra i berlusconiani le storie personale sono quelle. Ma siamo riusciti a evitare che la presidenza andasse a un condannato. E l’elezione di Roberto è una grande vittoria politica.

Nelle ultime dichiarazioni di Di Maio sui punti di programma è scomparso il reddito di cittadinanza. Lo state sacrificando per l’alleanza con la Lega?

Assolutamente no. Il reddito lo faremo, perché lo dobbiamo fare. È l’unica manovra economica con cui rilanciare davvero i consumi e i servizi. E ormai ne parlano tutti, perché l’abbiamo imposto come tema nell’agenda politica.

Salvini ha invocato più poteri per la città di Roma, e la sindaca Raggi ha definito le sue parole “condivisibili”. Siamo ai segnali incrociati?

Il significato delle frasi di Salvini va chiesto a lui. Però sono lieta che si sia reso conto della specificità di Roma.

E lei in Regione che risultati intende ottenere?

Zingaretti è uscito dal voto senza una maggioranza (lui e gli alleati hanno 25 seggi, l’opposizione 26, ndr). Noi siamo 10 in Consiglio, e abbiamo una straordinaria possibilità di spingere il governatore e i suoi a lavorare su temi condivisi.

Quali? In campagna elettorale lei è stata durissima con Zingaretti.

Si può lavorare in modo asettico sui temi. Se si confrontano i programmi punti in comune se ne trovano. Il problema è realizzarli: lui non lo ha mai fatto.

Vi accusano di inciucio, ossia di volerlo tenere in piedi in cambio di posti. Per esempio, di una vicepresidenza.

In tutte le istituzioni europee gli organi delle assemblee legislative vengono attribuiti alle forze politiche in base al consenso elettorale di ognuna. Mi aspetto una vicepresidenza in Consiglio per il M5S, perché non hanno i numeri per spadroneggiare. Se vogliono sopravvivere, ci devono ascoltare.

La vuole per sé?

Per quel ruolo abbiamo designato Devid Porrello.

Zingaretti ventila di candidarsi come segretario dem. Il Lazio potrebbe diventare il laboratorio di un’intesa tra voi e Pd a livello nazionale.

Non è un laboratorio, ma un luogo dove discutere di cose da fare, come dovrebbe avvenire anche nella democrazia parlamentare. Per esempio, di un piano per i rifiuti zero. Su questo punto Zingaretti ha aperto davanti ai giornalisti. Lo faccia anche in Consiglio.

“I 5Stelle guardino oltre Salvini, chi ci sta batta un colpo”

Più che a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, lui pensa ai Lehman Brothers. Pare complicato, ma un filo che lega i non-vincitori delle elezioni agli squali della finanza falliti 10 anni fa, esiste. Tutto sta a volerlo vedere. Luca Bergamo, vicesindaco di Roma, dice che bisogna farlo. E da uomo di sinistra che è finito a dividere la poltrona con la Cinque Stelle Virginia Raggi, lancia un messaggio al Movimento. Bergamo, cosa c’entrano i Lehman Brothers?

Quella che abbiamo attraversato è la più grande crisi economica dal ’29. Solo che allora finì con la Seconda guerra mondiale, una guerra nata in seno all’Europa per contendere il dominio del mondo che era in mani occidentali. Oggi l’asse del mondo si è spostato a Est. Eppure dal 2007 continuiamo a sentire da chi ha governato sempre lo stesso racconto, la stessa filosofia, le stesse ricette economiche. Una favola che non tiene conto dei cambiamenti geopolitici, sovranazionali, demografici.

Dovrebbero pensarci Salvini e Di Maio?

Chiunque voglia governare deve affrontare questi temi e la sfida globale dell’impatto umano sul pianeta.

Potrebbero anche avere traguardi meno ambiziosi.

Se si vuole far avanzare la causa dei diritti umani bisogna ragionare su una scala che guarda ai prossimi 50 anni.

Facciamo un esempio.

La demografia: per la prima volta la popolazione non attiva supera quella attiva. Che valore dai, che ruolo assegni a chi non produce? Serve una riforma del welfare, una redistribuzione dei diritti che, per me, passa anche dalla tassazione dei patrimoni.

La patrimoniale non la nomina più nessuno.

La curva delle diseguaglianze è in risalita. Io faccio appello alla discussione pubblica: bisogna fare scelte che guardino allo sviluppo dell’economia circolare, all’uso di indicatori che non siano solo il prodotto interno lordo…

Non vola troppo alto?

Non è un vezzo: è un tema di primaria importanza per la politica. E credo che quando si comincia a parlare di formazione di un governo si parli anche di questo.

Non è indifferente con chi lo si fa, il governo. Per le Camere si è guardato a destra.

Sono elezioni che rispondono a logiche parlamentari, ai numeri. Sul governo troverei confortante e necessario allargare lo sguardo.

Non si può fare con la Lega?

Io credo che bisogna andare a cercare chi nel Parlamento e nella società è disposto a fare quel tipo di ragionamenti che ho provato a spiegare.

Non mi pare siano le parole d’ordine di Salvini.

Io sono di sinistra, ma questo non significa aderire a partiti storicamente di sinistra. Il punto è fare politica con chi crede che ogni essere umano debba avere pari opportunità e pari diritto alla dignità.

Ripeto: non mi pare siano le parole d’ordine di Salvini. Lei parla alla sinistra?

C’è un evidente problema di ciò che si è autodichiarato “sinistra” di dare risposte a domande che sono di sinistra.

Le possono dare i Cinque Stelle quelle risposte?

Dove sto io queste domande se le fanno.

Ieri però la sindaca Raggi ha detto di apprezzare le parole di Salvini su Roma.

Raggi ha apprezzato che si riconosca la necessità di poteri speciali per la Capitale. Se matura una consapevolezza generale di questa necessità è un bene per tutti. Che questo costituisca un’apertura politica alla Lega mi pare “farina dal sacco” dei commenti.

Lei si offre come mediatore tra Cinque Stelle, Pd e LeU?

No, Di Maio ha l’autorevolezza per farlo.

Crede che si possa aprire un canale di comunicazione?

Una quota consistente di elettorato l’ha già aperto.

L’elezione di Roberto Fico va in quella direzione?

Apprezzo molto il discorso di insediamento che ha fatto.

Ora però M5S dovrebbe dire con chi vuole parlare.

Bisogna giocare a carte scoperte: io credo che le carte di Di Maio lo siano. Poi, certo, chi è interessato gli può chiedere di approfondire. Ma ho sentito poche voci aprire al dialogo.

Al via le Commissioni speciali: il Def primo banco di prova

Il nuovo Parlamentopotrebbe istituire già questa settimana le due Commissioni speciali, una per ciascuna Camera, che in attesa del nuovo governo dovranno esaminare gli atti dell’attuale esecutivo. Il primo banco di prova sarà l’esame del Def atteso a Bruxelles, con le indicazioni sulla sterlizzazione degli aumenti dell’Iva già programmati per il 2019. Un passaggio che potrebbe delineare già dai prossimi giorni gli orientamenti e le geometrie di future, possibili maggioranze di governo. Nella passata legislatura a presiedere la Commissione alla Camera era stato il presidente uscente della Bilancio, Giancarlo Giorgetti (Lega) e al Senato Filippo Bubbico (Pd). Questa volta per le presidenze si fa di nuovo il nome del leghista Giorgetti, bilanciato però a Palazzo Madama da un esponente del Movimento. Le Commissioni vanno deliberate dalla conferenza dei capigruppo, dopo che i partiti ne avranno indicato i componenti (se ne prevedono 40 alla Camera e 25 al Senato) rispettando la proporzionalità dei voti ottenuti dai rispettivi gruppi.

Camera, primo atto di Fico: “Rinuncio all’indennità”

Tre giorni dopo essere stato eletto presidente della Camera, Roberto Fico ha parlato ancora di tagli ai costi della politica, dichiarandosi pronto a rinunciare all’indennità da presidente. “L’epoca dei privilegi è finita – ha detto ieri l’ esponente del Movimento 5 Stelle in un’intervista al Tg1 – dobbiamo tagliare i costi della politica e io voglio dare il buon esempio, rinunciando alla mia indennità di funzione da presidente della Camera”. Oltre alle indennità e ai rimborsi previsti per tutti i parlamentari, i presidenti delle Camere hanno diritto a una maggiorazione sullo stipendio dovuta alla loro funzione. Nel caso di Fico, questo supplemento sarebbe di circa 4.000 euro al mese. “Il contrasto alla povertà è una priorità del nostro Paese”, ha detto ancora Fico, “così come dare sostegno a chi è in difficoltà”. Le parole rilasciate al Tg1 riprendono quelle pronunciate sabato a Montecitorio nel suo primo discorso da presidente, quando aveva indicato nella lotta agli sprechi della politica uno degli obiettivi della legislatura appena avviata.

L’antifascista scrittore Pahor a 104 anni si candida in Friuli

“Sì. Mi presento alle elezioni. A 104 anni”. La voce del grande scrittore sloveno-triestino Boris Pahor arriva energica come sempre. Allora è vero: sarà candidato alle Regionali del Friuli-Venezia Giulia. Forse un record mondiale: se fosse eletto, finirebbe il mandato a 109 anni. A Trieste deve esserci un elisir di lunga vita, perché qui era nato anche l’ultracentenario Gillo Dorfles. Ma non è soltanto l’anagrafe: Pahor, nato quando qui c’erano ancora gli Asburgo, è l’uomo che, per le sue idee antifasciste, fu deportato nei campi nazisti.

Pahor sopravvisse ai nazisti. E al ritorno scrisse libri straordinari come Necropoli. Con quei passaggi folgoranti: “Della morte e dell’amore si può parlare soltanto con se stessi o con la persona amata, con la quale formiamo una cosa sola. Né la morte, né l’amore tollerano la presenza di estranei”.

Ecco Pahor. Oggi corre per le elezioni regionali: “Mi candido per l’Unione Slovena del Friuli Venezia Giulia. Non ho potuto dire di no, mi sono sempre battuto per i diritti delle minoranze. È più di mezzo secolo che mi batto per questo. L’Italia riconosce dodici lingue, ma oggi sembra che manchino i soldi per pagare i professori che le insegnino ai bambini. Forse il mio nome sulla scheda serve a questo, a riportare un po’ di attenzione su chi non ha voce”. Ma se vincesse? Pahor sorride. “Se si desse il caso che… tanta gente scegliesse il mio nome sulla scheda… bè, lascerei subito il posto a chi viene dopo di me. Non voglio fare politica adesso”. Ma dalla sua villetta a Barcola, a Trieste, Pahor continua a guardare al mondo: “L’Europa sta schiacciando i catalani”. E l’Italia? “Mi viene in mente Carlo Cattaneo, gli Stati Uniti d’Italia. Forse quella sarebbe stata la soluzione giusta”.

Sempre Pahor che come ricetta per la vita parla di una colazione a base di caffelatte, pane, burro e marmellata. Che dice di non pensare mai alla vecchiaia e raccomanda “di coltivare sempre i propri interessi”.

Pahor che ha sofferto e vissuto tanto: “L’ultima donna a 85 anni”, ha raccontato poco tempo fa al Corriere della Sera. E l’ultima – chissà – candidatura a 104. E non ha nessuna intenzione di ritirarsi: “Ho qualche ora al giorno in cui lavoro. Se mi chiamate, se mi venite a prendere vengo dovunque a parlare… sono stato centinaia di volte in giro a parlare di quello che ho vissuto. Sono un missionario… della memoria”.

Prossimo round, le vicepresidenze: Casini già sgomita

Pier Ferdinando Casini in questi ultimi giorni è stato attivissimo. Aveva un obiettivo: la vice presidenza del Senato, in quota Pd. Forte dei rapporti impostati come presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche: un posto dal quale avrebbe dovuto garantire Matteo Renzi. Non c’è riuscito, ma prova ugualmente a riscuotere crediti. Però la strada al momento pare sbarrata. Perché Renzi ha bisogno di quel posto per contrattare con le minoranze due capigruppo “fedelissimi”.

Le votazioni si terranno domani a Palazzo Madama e giovedì a Montecitorio, saranno a scrutinio segreto e caratterizzate dal meccanismo del cosiddetto “voto limitato” volto a tutelare le opposizioni: ciascun parlamentare può votare per un numero di candidati inferiore a quelli da eleggere. Sono otto poltrone da vicepresidente, a cui si aggiungono quelle di questori e segretari. Secondo gli accordi di massima già presi, al Pd dovrebbero andare 2 vicepresidenti (1 per la Camera e 1 per il Senato). I dem hanno chiesto anche due questori, forse saranno costretti ad accontentarsi di uno.

Nell’attesa, oggi sia Pd che Forza Italia eleggeranno i capigruppo. In casa dem, Renzi non demorde, nonostante le obiezioni della minoranza: vuole Lorenzo Guerini alla Camera e Andrea Marcucci in Senato, per continuare a dettare legge nella dinamica parlamentare. Ma ieri il segretario-reggente, Maurizio Martina invocava: “Abbiamo bisogno di proposte unitarie, e inizieremo dai capigruppo”. Si vedrà se i big non renziani andranno alla conta: ma per ora non pare che ci siano alternative. L’ex premier spera di disinnescare lo scontro, offrendo una vice presidenza alla orlandiana Anna Rossomando in Senato. Mentre Franceschini pretende uno dei suoi: Roberta Pinotti o Franco Mirabelli. Per la Camera, la compensazione potrebbe arrivare a far eleggere Barbara Pollastrini, in cambio di quella che sarebbe invece toccata ad Ettore Rosato. In questo scenario, le ambizioni di Casini sono destinate a rimanere frustrate.

Gli strascichi dell’elezione di Maria Elisabetta Casellati alla presidenza di Palazzo Madama sono ovviamente evidenti dentro Forza Italia. Alla fine in Senato dovrebbe spuntarla proprio Anna Maria Bernini, “bruciata” venerdì per la presidenza. Come vice capogruppo di garanzia per gli indipendenti si fa il nome di Gaetano Quagliariello. Alla Camera, la capogruppo dovrebbe essere Mariastella Gelmini. Mentre per le vicepresidenze il quadro va definito. Forza Italia al massimo può aspirare a una, a Montecitorio. L’alternativa è tra Mara Carfagna e l’uscente Simone Baldelli (qualcuno cita Elio Vito). Ma lo scenario è molto articolato anche dentro i 5Stelle, che hanno appena incassato l’elezione di Roberto Fico come presidente di Montecitorio, e ora puntano a un vicepresidente e un questore per ciascuna Camera. Fino alle 8 di oggi tutti i parlamentari potranno candidarsi riempiendo un apposito form su Internet, poi le assemblee di Camera e Senato voteranno delle rose di nomi, ampie (si parla di sei candidati per ogni vicepresidenza). Però ad avere l’ultima parola sui candidati saranno i direttivi: ed è la conferma del cambio di pelle del Movimento, molto più gerarchico. E saluti alla democrazia orizzontale. Intanto il totonomi dà come favoritissima per la vicepresidenza del Senato Paola Taverna, che l’ha chiesta già diversi mesi fa (“Non voglio incarichi di governo, mi basta quel ruolo” spiegò ai vertici). Mentre come questore dovrebbe essere confermata Laura Bottici, molto stimata dai colleghi, e per il ruolo di segretario d’Aula potrebbe correre anche Nicola Morra. Per la vicepresidenza di Montecitorio invece circolano i nomi di Fabiana Dadone e dell’ortodossa Dalila Nesci, mentre Carlo Sibilia potrebbe proporsi come segretario d’Aula.

Poi c’è il possibile alleato, ovvero la Lega, dove Gianmarco Centinaio e Giancarlo Giorgetti sono già stati eletti capogruppo. Per il Senato, il vice presidente dovrebbe essere Roberto Calderoli. È il veterano esperto di tattiche parlamentari, l’uomo su cui Salvini potrà contare se andasse al governo. Mentre per la Camera le decisioni ancora non sono definitive. A tenere le fila sono lo stesso Giorgetti e Massimiliano Fedriga, candidato in Friuli Venezia Giulia. Sta a loro individuare il candidato giusto. Infine, Fratelli d’Italia. che vorrebbe una vicepresidenza per ciascuna Camera. E a Montecitorio dovrebbero giocarsela Fabio Rampelli, Guido Crosetto e l’ex 5Stelle Walter Rizzetto.

Forza Italia spappolata: i filo-leghisti tramano e le donne comandano

Nordisti contro sudisti, filo-leghisti contro fan delle larghe intese, riformisti contro conservatori, centralisti contro territoriali. Bande, fazioni, correnti e cani sciolti. L’uno contro l’altro armati. Così si presenta il quadro all’interno di Forza Italia dopo la drammatica partita dei presidenti delle Camere. Passaggio che, nonostante alla seconda carica dello Stato sia assurta l’azzurra Elisabetta Alberti Casellati, ha lasciato veleni e macerie nel partito berlusconiano. A partire dall’acredine e dal risentimento di Paolo Romani e Renato Brunetta, con il primo che si vedeva già seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama e il secondo che, fiutata l’aria di rivolta dei deputati nei suoi confronti, per evitare una possibile sfiducia ha preferito sfilarsi per tempo.

Così oggi i parlamentari forzisti eleggeranno Mariastella Gelmini capogruppo alla Camera e Anna Maria Bernini al Senato, ricompensata dopo lo psicodramma della presidenza del Senato. Mentre Mara Carfagna dovrebbe ricoprire la carica di vicepresidente di Montecitorio. Proprio queste nomine, insieme a quella di Casellati, dimostrano la nascita di un partito nel partito: quello delle donne. Mai, infatti, il gentil sesso ha avuto tanto potere tra i berluscones. Nonostante tra alcune di loro non corra buon sangue, in questo complicato passaggio le amazzoni berlusconiane sono riuscite a fare asse sotto l’abile coordinamento della Gelmini, che ha buoni rapporti con tutte. E il poker parlamentare Casellati-Bernini-Gelmini-Carfagna, sostenuto dalle altre, è lì a dimostrarlo.

Sotto accusa, intanto, è finito il partito del Nord, ovvero i forzisti che spingono per il partito unico con la Lega di Salvini, come Giovanni Toti, e quelli sospettati di aver favorito la Lega nella compilazione delle liste, assegnando al Carroccio troppi collegi uninominali sopra il Po. Su tutti Niccolò Ghedini e Licia Ronzulli. Fronte che continua a essere molto potente: Ghedini, per esempio, è stato il primo a virare su Casellati per chiudere l’accordo con Lega e 5Stelle. Dell’asse del Nord fanno parte anche Romani e Brunetta, ora in secondo piano. Ieri Toti è tornato alla carica. “FI si è scolorita, a destra ci vuole il partito unico con la Lega”, ha ribadito il governatore ligure, principale supporter di “Lega Italia”. “Forza Italia sembra l’An di metà anni Duemila, quando i colonnelli di Gianfranco Fini stavano già tutti con Berlusconi e facevano il suo gioco dentro Alleanza nazionale”, fa notare un autorevole esponente azzurro. Mentre sulla testa di Berlusconi sono ricomparsi i processi: ieri è stato rinviato a giudizio nel Ruby ter e ha deposto come testimone in quello contro Claudio Scajola. Al partito del Nord si contrappone quello del Sud. Carfagna in primis. “Toti è condizionato dalla sua esperienza di governo in Liguria. Forza Italia non solo non deve fondersi con la Lega, ma deve recuperare la sua identità”, ha detto ieri in un’intervista al Mattino.

Sullo stesso fronte, e nonostante i recenti scontri con Carfagna, c’è Nunzia De Girolamo, rimasta fuori dal Parlamento, che sul QN mette in guardia dal fatto che “non solo al Nord, ma anche nel Mezzogiorno ci sono tanti amministratori locali pronti a spostarsi sul progetto Lega”. Sul piede di guerra anche Prestigiacomo, Jole Santelli, Roberto Occhiuto e Gianfranco Miccichè. Il malcontento verso i vertici nordisti al Sud è notevole, a partire dai consiglieri regionali di Puglia, Campania, Sicilia. Le regioni meridionali, infatti, sono sempre state un serbatoio di voti: qui FI andava bene anche quando perdeva. Aver snobbato il Sud in campagna elettorale viene considerato un errore imperdonabile.

Nel mezzo, a fare da cuscinetto, ci sono i cosiddetti “centristi”. Fedelissimi di Berlusconi ma distanti da Salvini. Esclusi dalla compilazione delle liste (a parte Tajani), spingono per una sterzata in senso anti-leghista, nel segno del rinnovamento del partito. È tutto quel mondo che ruota intorno a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, ma che vede in campo anche Tajani, Andrea Ruggeri, Annagrazia Calabria, Deborah Bergamini, l’ex sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni. Esponenti che, in asse col fronte sudista, non escludono dal loro orizzonte governativo il Pd, ovvero le larghe intese, se l’asse Salvini-Di Maio dovesse fallire.

All’orizzonte, intanto, s’intravede il prossimo scontro: la nomina di un coordinatore unico che possa riprendere le redini del partito come un tempo fecero Scajola e Verdini. Un nome che gira è quello di Maurizio Gasparri, slegato dalle varie correnti. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo l’asse di ferro Ghedini-Toti-Ronzulli.

Salvini si spalanca a Di Maio “L’accordo? Mi auguro di sì”

Matteo Salvini gioca allo scoperto. Il leader della Lega non nasconde affatto la volontà di lavorare a un accordo di governo con il Movimento 5 Stelle. E sul piatto della trattativa cala la carta più pesante: il reddito di cittadinanza. Sulla misura simbolo della campagna elettorale dei 5Stelle, da parte del leghista non ci sono barricate. “Se significasse pagare la gente per stare a casa sarei contrario – ha detto Salvini a margine del consiglio comunale di Milano – ma se fosse uno strumento per reintrodurre nel mondo del lavoro chi oggi ne è uscito allora direi di sì”. Per i Cinque Stelle dal capo della Lega arrivano solo parole di apprezzamento: “Per ora si sono dimostrati affidabili. Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole” (dichiarazione speculare a quella di Beppe Grillo, la sera prima: “Salvini è uno che quando dice una cosa poi la mantiene e questa è una cosa rara”).

L’altra apertura di Salvini è sul nome del prossimo presidente del Consiglio: se serve, è disposto a fare un passo indietro. Fino a domenica sia lui che Di Maio sembravano bloccati sulla richiesta di avere l’incarico dal presidente della Repubblica Mattarella. Ieri il capo della Lega, di fatto, ha tolto anche questo impaccio dal tavolo. L’ha fatto in un’intervista a Tele Lombardia: “Io sono pronto per fare il premier. A me interessa che l’Italia cambi: sono pronto a metterci la faccia ma non è che è ‘O Salvini o morte’, Salvini è a disposizione, ma se c’è una squadra possiamo ragionare con la squadra”. E più tardi a Sky Tg24, ancora più esplicito: “Chi fa il premier è l’ultimo dei miei problemi”. Insomma, il successo elettorale ha reso il leader leghista responsabile e incline al compromesso: “Un punto d’incontro con il Movimento 5 Stelle – dice – può esserci o non esserci e io mi auguro che ci sia”, ma in caso contrario “io non tiro a campare sicuramente”. Il problema è ancora Silvio Berlusconi. Ha definito l’accordo Salvini-Di Maio “un ircocervo”. Il leghista ironizza: “Ircocervo? Devo studiare, è una parola molto dotta”. Poi un messaggio distensivo anche all’“alleato”: “O ci muoviamo come centrodestra o nessuno si muove da solo”.

Il popolo puzza

Oddio, ci sono i barbari e non so cosa mettermi. A furia di ripetere per tutta la campagna elettorale che tanto non sarebbe cambiato nulla, che sarebbe tornato il governo Gentiloni, anzi non se ne sarebbe mai andato di qui all’eternità, perché il redivivo Berlusconi (“in grandissima forma”, veniva descritto, anche se tutti lo vedevano rincoglionito) avrebbe colmato il piccolo vuoto lasciato nel fronte “europeista e moderato” (le pazze risate) dalla “flessione” del Pd, garantendo all’Italia e all’Europa la tanto agognata “stabilità”; a furia di fare e disfare governi e partiti a prescindere dagli elettori, spostando leader e ministri come i carrarmatini del Risiko, un Calenda un po’ più in qua, un Renzi un po’ più in là, un Maroni di sotto e una Bonino di sopra; a furia di chiudere porte e finestre per non vedere fuori, il Commentatore Unico del Giornalone Unico scopre che tutto è cambiato e si sente un tantino spiazzato. Gli mancano le parole per raccontare la novità. E si arrangia come può, oscillando fra il servo encomio e il codardo oltraggio, con l’aggiunta di una categoria che nemmeno il Manzoni poteva prevedere: il bilioso rosicamento. Unico criterio sconosciuto: l’equilibrio critico.

Servo encomio. Sabato Roberto Fico era stato appena eletto presidente del Senato e già il Tg1 aveva la lingua di fuori, pronta alla leccata: “Napoletano, classe ’74, laurea con lode in Scienza della comunicazione”. Anzi, cum laude: fino al giorno prima era un buzzurro populista arruffapopolo incompetente, ora è già uno scienziato. Uno che “rinuncia subito all’indennità di funzione e all’auto blu” e “non manca di mettere in guardia dagli eccessi di personalismo ed egocentrismo”. Come San Francesco. Uno che “in campagna elettorale sceglie di andare casa per casa”. Come Gesù. “Ora per lui inizia quella che ha definito ‘un’avventura meravigliosa’…”. È un bel Presidente! Un apostolo! Un santo! Il Tg2 è il secondo, ma solo in ordine numerico, non certo affettivo: “Da presidente della Vigilanza Rai, Fico è apprezzato in modo bipartisan per il suo equilibrio e il suo rigore professionale”. Però lo diciamo solo ora, prima del 4 marzo era meglio di no. E poi, udite udite, “risulta il più votato del Movimento nella sua Campania”. Non è vero, i 5Stelle più votati in Campania sono Di Maio, De Lorenzo e Spadafora, ma fa niente: i voti mancanti glieli regala il Tg2, alla carriera, perché “a lui è riconosciuta quell’esperienza di gestione dell’aula che era stata richiesta dal centrodestra come qualità prioritaria del candidato a Montecitorio”.

Per la verità era Di Maio, come vicepresidente della Camera, che dirigeva l’aula, ma fa lo stesso. Uno vale uno, anzi uno vale l’altro. E attenzione: il Corriere.it svela che “Fico non lascia le vecchie abitudini: va alla Camera prendendo l’autobus. Ha preso la metropolitana fino alla Stazione di Napoli e poi il treno fino a Roma. Poi l’autobus fino a via del Corso” (Corriere.it). Roba forte. Segue un imperdibile reportage “Nel bar dove Fico prende il caffè”. Pare, per bocca.
Codardo oltraggio. Era già toccato a Renzi dopo la sconfitta al referendum, spiegata da tutti i giornaloni schierati per il Sì alla sua riforma costituzionale come la giusta punizione per quell’orrenda riforma costituzionale e per una lunga serie di altri errori marchiani che curiosamente nessuno gli aveva mai rinfacciato mentre li commetteva e quando ancora poteva correggerli. Ora il codardo oltraggio si posa pure su B., dipinto come un vecchio rincitrullito da chi fino al 4 marzo lo trovava molto tonico e in palla, artefice di una campagna elettorale geniale e magistrale, in grande ascesa nei sondaggi, ben sopra quel cavernicolo di Salvini, anche quando ricordava di aver “alzato le pensioni a mille lire” e raccontava degli immigrati clandestini che “entrano nelle nostre case e si fiondano subito al frigo per bere l’olio dalla bottiglia”. Alla vigilia del voto, Libero titolava: “Silvio non si ferma più” (26.2). “Sul web Berlusconi ha già vinto: Internet parla solo di lui” (1.3). Ora Vittorio Feltri dice: “È già tanto che sia vivo. Uno che candida Tajani e pensa di vincere le elezioni è pronto per l’ospizio”. Amen.

Bilioso rosicamento. Francesco Merlo è inconsolabile. Ancora una volta gli elettori non hanno seguito gli amorevoli consigli di Repubblica (anche perché non li hanno capiti). E lui se lo spiega con argomenti a metà fra il colonnello in pensione e la beghina anni 50: i vertici delle due Camere sono finiti in mano “agli “estremisti, agli squinternati d’assalto, ai campioni delle insolenze, dello sberleffo e dello sbeffeggiamento”, insomma alla “diarchia del populismo che governerà l’Italia”. Già grande fan dei governi Monti e Letta, nati dal patto fra B. e il Pd, Merlo si riscopre improvvisamente antiberlusconiano e lacrima come una vite tagliata per l’elezione della Casellati, “la più berlusconiana dei presidenti che abbia mai avuto il Senato” (invece Schifani, eletto nel 2008 con l’astensione del Pd, era un noto nemico del Caimano, infatti Repubblica lo difese amorevolmente dal sottoscritto).
Ma soprattutto il Merlo è affranto per “il fallimento di quell’Italia che aveva sognato le mediazioni culturali e i libri, quell’Italia di sinistra che si era illusa di tirarsi fuori dal pantano attraverso i grandi riferimenti internazionali, da Camus all’America di Obama, da Tocqueville a Marx a Bobbio ad Habermas. E invece – unico Paese dell’Europa avanzata – qui il Castello è stato espugnato dai populismi senza incontrare resistenza”. D’ora in poi, niente più libri: li stanno bruciando tutti i 5Stelle, che vincono per “i rutti e i vaffa insieme con le scie chimiche, i microchip sotto la pelle, la guerra ai ‘vaccini inutili’, le ignorantissime lezioni sul tumore da curare ‘con il limone e la cacca di capra’ e su “l’Aids che è la più grande bufala del secolo”; e i leghisti, cioè “la destra dei forconi e delle ruspe, della castrazione chimica, dello sparare a vista, di Salvini che indossava la cravatta solo da nudo”.
Ecco: diamo l’addio ai libri, e pure alle cravatte: “Torna al potere la vecchissima provincia italiana”. Dove andremo a finire, signora mia: ma l’ha visto quel terrone di Di Maio, “che fu commesso allo stadio di Napoli” anziché starsene comodamente a Parigi (che è sempre Parigi) con un mega-contratto con Repubblica e poi, una volta in pensione, tornare nell’attico a Roma a sudare come consulente Rai su non si sa bene cosa per la miseria di 240 mila euro l’anno? Pensi, signora mia, che quel cafone di Pomigliano d’Arco osa persino vincere le elezioni senza chiedere il permesso alla sinistra e al suo Merlo, che lo schifano perché fino a 25 anni aveva un lavoro precario.

E niente, povera Italia, è tutto finito. Addio Renzi e Boschi, ultimi baluardi della civiltà urbana di Rignano sull’Arno e Laterina contro la maleodorante provincia; addio Alfano e Castiglione, con le loro leggendarie mediazioni culturali; addio Lorenzin, purissima liberale di scuola tocquevilliana; addio Madia, che stava ad Habermas come Ciaone Carbone stava a Camus; addio Verdini, marxiano della prima ora; addio Lotti, Poletti, Pinotti e Galletti, ultimi epigoni del pensiero bobbiano. Ora ci toccano quei tamarri di Di Maio e Salvini, che “governeranno senza dover fare i conti con niente, né con Lenin né con Moro”, diversamente da Gennaro Migliore e Mario Lavia, “né con Gramsci né con Gentile”, diversamente da Alessia Rotta e Alessia Morani, “né con la grammatica né con l’italiano”, diversamente dalla Fedeli e da Faraone, perché “sono l’espressione asintattica del profondo Nord e del profondo Sud” (che, fra l’altro, non si capisce bene che ci facciano ancora in Italia), “della provincia che è all’arrabbiata, come le penne” e puzza terribilmente di sugo.
O la sinistra si decide a ritrovare le sue radici e ad abolire il suffragio universale, o la schiuma di questa plebaglia incolta screanzata mi arriva fin sulla terrazza ai Parioli.