Al secondo weekend in sala ha totalizzato 309 mila euro, ovvero 51 mila spettatori: non c’è bisogno di metterlo in discussione, ha già parlato il pubblico, decidendo di non vederlo. Eppure, la critica cammina con le proprie gambe, sopra tutto, lo vuole la statura del regista che, apprendiamo dalla locandina, è quello de I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage. Marco Tullio Giordana, e i film di MTG si recensiscono, anche se questo di MTG non si direbbe: Nome di donna, scritto da Cristian Mainardi col regista, interpretato da Cristian Capotondi.
Al centro i ricatti e le molestie sessuali ai danni delle donne e, ancor più, la difficoltà di averne giustizia: tema purtroppo evergreen che, sebbene anche i tempi del cinema sconfessino l’occasionalità, oggi evoca l’instant-movie. Giordana e Mainardi hanno fiutato l’aria con largo anticipo. Bravi, anche fortunati, meno provvidenziale la scelta della Capotondi: già sulla carta, per qualche contraddittorietà insita nel sostegno senza se e senza ma a Fausto Brizzi e l’adesione al manifesto Dissenso Comune. In fondo, però, così è la vita: ambigua, aporica, discordante. Viceversa, questo film pretenderebbe di no: esemplificativo più che esemplare, semplicistico anziché semplice, risolutorio senza essere risoluto. In breve, Nina (Capotondi) ha una figlia, una brutta relazione alle spalle, un nuovo ma dimezzato compagno e, come quasi tutti, la necessità di lavorare: si sposta da Milano, trova impiego nella Bassa presso una residenza per anziani facoltosi gestita da un prete, don Ferrari (Bebo Storti), e diretta dal viscido e molesto Marco Maria Torri (Valerio Binasco).
“Non è un’eroina né una fanatica né tantomeno l’attivista di una buona causa, ma solo una persona che vede minacciate le sue sicurezze e soprattutto la sua integrità”, scrive Giordana nelle note di regia, ma il problema è il film che derubrica il dramma a illustrazione, la storiaccia a raccontino, le donne a piccole donne che non crescono, e non solo drammaturgicamente. Non bastasse, questa Lombardia fa il paio con la Baviera, ed ecco svelato il senso di déjà-vu: Nome di donna per mood, luci e inquadrature rassomiglia pericolosamente a un tv-movie tedesco, quelli domenicali post-prandiali. Ma torniamo a Nina: le altre inservienti non solidarizzano, il fidanzato non capisce, i sindacati non sindacano, lei tira e molla, pugna e incassa “per far valere i suoi diritti e la sua dignità”. Dovrebbe pretenderli anche lo spettatore, al contrario, deve sorbirsi un mondo sfiatato più che fatato, con campi e canali per intermezzi, la sospensione dell’incredulità per chimera e prove d’attore a mezzo servizio: Capotondi al compitino, Binasco in un ruolo scomodo ma immoto, Adrian Asti che giganteggia ai margini, Michela Cescon e Anita Kravos con poche pose. Mai asservire il cinema alla buona causa, nel caso è raccomandabile il telegramma, e mai ricordarci il carnet del regista: la differenza può essere sensibile. Drammaticamente.
@fpontiggia1