“Nome di donna”, denunciare non basta: i limiti di Giordana

Al secondo weekend in sala ha totalizzato 309 mila euro, ovvero 51 mila spettatori: non c’è bisogno di metterlo in discussione, ha già parlato il pubblico, decidendo di non vederlo. Eppure, la critica cammina con le proprie gambe, sopra tutto, lo vuole la statura del regista che, apprendiamo dalla locandina, è quello de I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage. Marco Tullio Giordana, e i film di MTG si recensiscono, anche se questo di MTG non si direbbe: Nome di donna, scritto da Cristian Mainardi col regista, interpretato da Cristian Capotondi.

Al centro i ricatti e le molestie sessuali ai danni delle donne e, ancor più, la difficoltà di averne giustizia: tema purtroppo evergreen che, sebbene anche i tempi del cinema sconfessino l’occasionalità, oggi evoca l’instant-movie. Giordana e Mainardi hanno fiutato l’aria con largo anticipo. Bravi, anche fortunati, meno provvidenziale la scelta della Capotondi: già sulla carta, per qualche contraddittorietà insita nel sostegno senza se e senza ma a Fausto Brizzi e l’adesione al manifesto Dissenso Comune. In fondo, però, così è la vita: ambigua, aporica, discordante. Viceversa, questo film pretenderebbe di no: esemplificativo più che esemplare, semplicistico anziché semplice, risolutorio senza essere risoluto. In breve, Nina (Capotondi) ha una figlia, una brutta relazione alle spalle, un nuovo ma dimezzato compagno e, come quasi tutti, la necessità di lavorare: si sposta da Milano, trova impiego nella Bassa presso una residenza per anziani facoltosi gestita da un prete, don Ferrari (Bebo Storti), e diretta dal viscido e molesto Marco Maria Torri (Valerio Binasco).

“Non è un’eroina né una fanatica né tantomeno l’attivista di una buona causa, ma solo una persona che vede minacciate le sue sicurezze e soprattutto la sua integrità”, scrive Giordana nelle note di regia, ma il problema è il film che derubrica il dramma a illustrazione, la storiaccia a raccontino, le donne a piccole donne che non crescono, e non solo drammaturgicamente. Non bastasse, questa Lombardia fa il paio con la Baviera, ed ecco svelato il senso di déjà-vu: Nome di donna per mood, luci e inquadrature rassomiglia pericolosamente a un tv-movie tedesco, quelli domenicali post-prandiali. Ma torniamo a Nina: le altre inservienti non solidarizzano, il fidanzato non capisce, i sindacati non sindacano, lei tira e molla, pugna e incassa “per far valere i suoi diritti e la sua dignità”. Dovrebbe pretenderli anche lo spettatore, al contrario, deve sorbirsi un mondo sfiatato più che fatato, con campi e canali per intermezzi, la sospensione dell’incredulità per chimera e prove d’attore a mezzo servizio: Capotondi al compitino, Binasco in un ruolo scomodo ma immoto, Adrian Asti che giganteggia ai margini, Michela Cescon e Anita Kravos con poche pose. Mai asservire il cinema alla buona causa, nel caso è raccomandabile il telegramma, e mai ricordarci il carnet del regista: la differenza può essere sensibile. Drammaticamente.

@fpontiggia1

Reddito di cittadinanza in Finlandia, tutti i limiti del progetto sperimentale

Il primo gennaio dello scorso anno partiva in Finlandia la sperimentazione di un reddito universale di base (Ubi, Universal basic income), destinato a un campione duemila disoccupati estratti a sorte, di età compresa tra 25 e 58 anni, a cui viene erogata una somma mensile di 560 euro prima delle imposte, senza obbligo di cercare o accettare un impiego durante i due anni della sperimentazione, e continuando a ricevere lo stesso importo anche in caso di occupazione.

L’esperimento, il cui costo è stimato in 20 milioni di euro, è stato lanciato da un governo di centrodestra, preoccupato di contenere la spesa sociale, ridurre un tasso di disoccupazione intorno all’8%, e innalzare un tasso di occupazione che resta tra 4 e 7 punti percentuali inferiore alla media degli altri Paesi scandinavi in un Paese che nel 2016 era al quarto posto per pressione fiscale e contributiva in area Ocse (l’Italia era sesta).

La declinazione finlandese del reddito universale di base non è esattamente universale, visto che è mirata solo ai disoccupati e non a tutta la popolazione. Ciò si comprende appieno considerando che lo strumento punta ad accrescere il tasso di occupazione, fondamentale per la crescita e la sostenibilità fiscale di lungo periodo, e rimuovere i disincentivi di welfare a cercare lavoro; molte persone scelgono infatti di stare a casa e fruire dei sussidi perché spesso accettare un lavoro si tradurrebbe in un peggioramento della loro condizione economica, a causa della elevata pressione fiscale che colpisce il passaggio dallo stato di disoccupato a quello di occupato. Anche se l’esperimento produrrà benefici aggiuntivi in termini di riduzione dei costi burocratici relativi ai sussidi da esso sostituiti, e basati sulla cosiddetta prova dei mezzi (cioè sul reddito del beneficiario), la sua introduzione ha la finalità dominante di alzare il tasso di occupazione e ridurre i disincentivi all’offerta di lavoro che ogni erogazione di welfare comporta, in varia misura. Il mese scorso, l’Ocse ha criticato l’impianto del sussidio finlandese, considerato inefficace per le finalità a cui è destinato e inefficiente sul piano dei costi. Adottato su scala nazionale, nella versione oggi sperimentata, il sussidio sarebbe infatti pari a solo il 13% del reddito mediano ed al 26% della soglia di povertà relativa. Il finanziamento di misure così modeste nel beneficio sui destinatari richiederebbe un forte aumento di tassazione, a maggior ragione se reso realmente universale e non limitato ai soggetti in età lavorativa, che vanificherebbe l’incentivo ad accrescere la partecipazione al mercato del lavoro. L’Ocse ritiene pertanto preferibile un sistema di “credito universale”, come quello presente nel Regno Unito dal 2013, che unifica i sussidi per disoccupazione, abitazione e figli, e che riduce la prestazione di 63 centesimi per ogni sterlina da reddito di lavoro guadagnata.

Il nuovo Osservatorio non basta ancora

Il nuovo Osservatorio sulle aggressioni voluto dal ministero della Salute non basta. Le dottoresse vittime di violenza durante il servizio di guardia medica (e non solo loro!) pretendono misure più urgenti. Come la ristrutturazione dei luoghi di lavoro, il controllo del territorio con le forze dell’ordine, guardie private agli ingressi e sistemi di video sorveglianza. Serafina Strano, violentata a settembre da un paziente nella sede di Trecastagni (Catania), si sente abbandonata dalle istituzioni. Dice che i servizi igienici e gli impianti non sono a norma e che ha richiesto un intervento dei Nas, che però non si sono ancora fatti vedere. Ha dovuto chiedere a suo marito di farle compagnia mentre sta al lavoro perché ha paura. E ce ne sono tante di sue colleghe che si fanno scortare dai partner o dai figli. A Nicolosi una dottoressa paga due persone per assisterla nei turni di notte. Il braccialetto con pulsante non conta nulla. La prima cosa che fa l’aggressore è tagliare i fili del telefono a cui il braccialetto è collegato. Il 28 marzo il sindacato dei Medici italiani presenterà agli ordini professionali un pacchetto di proposte per adottare al più presto provvedimenti.

Congedo di paternità, il triste confronto col resto d’Europa

In Italia le nascite sono in costante calo: nel 2017 – spiega l’Istat – hanno raggiunto il minimo storico (-183 mila, il 2% in meno rispetto al 2016), diminuendo per il nono anno consecutivo dal 2008. Il Paese, insomma, sta diventando sempre più longevo pensando sempre meno al futuro. Le problematiche sempre più pressanti di conciliazione di tempi di cura della famiglia e del lavoro spingono le donne ad avere un unico figlio (il numero medio per donna è 1,34, dato costante dal 2016, e l’età media del parto è 31,8 anni). Tutto il carico di sostegno logistico familiare ricade sulle mamme: quando nasce un figlio sono costrette a tagliare l’orario lavorativo, subendo il part time, che – ha stabilito la Corte di Giustizia europea – risulta così discriminatorio facendo diminuire le mansioni e la retribuzione. Accade, invece, l’inverso per l’uomo, che alla nascita di ogni figlio aumenta le ore lavorative.

Negli ultimi anni i governi che si sono succeduti in Italia hanno cercato di mettere una pezza a questa emorragia con incentivi che, tuttavia, sono sempre risultati scarsi. Mettere, infatti, pochi soldi in mano alle neo famiglie (si legga bonus bebè, bonus asilo, bonus baby sitter, premio alla nascita) non aiuta nel lungo termine e, nella migliore delle ipotesi, il sostegno termina al terzo anno di vita del bambino. Per sopperire a questa mancanza, che ha fatto precipitare l’Italia agli ultimi posti delle classifiche europee del welfare, da quest’anno si è pensato bene di raddoppiare almeno i giorni del congedo per i papà lavoratori dipendenti (eccetto quelli pubblici per i quali il ministero della Semplificazione e della Pubblica amministrazione deve ancora approvare una norma che individui e definisca le modalità di attuazione). Bene, ma non benissimo: chi diventa padre, infatti, ha diritto ad assentarsi dal posto di lavoro – con la retribuzione giornaliera pagata al 100% dall’Inps – non più per due giorni ma (solo) per quattro, che si possono godere anche in via non continuativa purché entro i 5 mesi di vita del bimbo. Inoltre c’è la possibilità di avere anche un quinto giorno di congedo, ma solo scambiandolo con la madre che deve, quindi, rinunciare a un giorno del suo congedo di maternità. Il papà che intende usufruire del congedo deve presentare domanda solo al datore di lavoro con un preavviso di almeno 15 giorni rispetto alla data presunta del parto. Peccato, tuttavia, che le recenti statistiche mostrino come solo un quinto dei papà usufruisce dei giorni di stop obbligatori.

Il motivo? A differenza della maternità, che prevede una sanzione penale a carico del datore di lavoro nel caso di mancata astensione obbligatoria della madre, le norme che regolano il congedo dei padri non prevedono alcuna sanzione specifica né per il lavoratore né per l’azienda. Una misura che, meglio ricordarlo, è stata introdotta nel 2012 dal governo Monti per tre anni e prevedeva un solo giorno di congedo. Poi, nel 2015, è stata prorogata per altri tre anni elevando i giorni a due con la legge di Stabilità 2017 che ha stanziato 41,2 milioni di euro per i 4 giorni previsti.

Insomma, un magro bottino che a novembre 2016 aveva spinto il presidente dell’Inps Boeri a richiedere “fino a quindici giorni di congedo obbligatorio per i papà entro il primo mese di vita del figlio”. Proposta nata e morta lì. Tanto che pesa sull’Italia la richiesta dell’Unione europea di una maggiore partecipazione dei padri nella cura dei figli. E, anche se non esiste una legislazione comune, il confronto con gli altri Paesi è impietoso. Gli occhi, e le speranze, sono puntati su Svezia, dove i neo papà ricevono 90 giorni pagati di paternità e Finlandia, dove il congedo può durare fino a 54 giorni lavorativi o circa 9 settimane.

In Slovenia, invece, il congedo può durare fino a 90 giorni, ma solo i primi 15 giorni vengono pagati al 100%; in Portogallo il congedo è consentito per 5 giorni consecutivi dopo la nascita del bambino, più altri 10 giorni entro 30 giorni dalla nascita. Dopo questo periodo, un padre ha la possibilità di prendere ulteriori 10 giorni consecutivi nel periodo in cui la madre è in congedo di maternità.

E non si pensasse che solo il Nord Europa è quello più attento alle politiche sociali. In Ungheria i padri ricevono una settimana pagata e altre 156 settimane da dividersi con la madre, dopo che lei ha preso le sue 24 settimane di congedo di maternità.

In Spagna, possono prendere un congedo di paternità di 4 settimane e un congedo di nascita di 2 giorni. Mentre in Francia, si sta portando avanti una raccolta firme per aumentare il numero dei giorni di congedo visto che gli attuali 11 sono considerati “ridicoli”.

Infine, in Germania, dove non è prevista una misura ad hoc, il congedo parentale può arrivare fino a 14 mesi con il 67% dello stipendio. E che i papà usano per stare a casa con i figli per due mesi in quattro casi su 10.

Gemelli, evita le false promesse Sagittario: fai tesoro delle maldicenze

ARIETE – Detto balcanico: “Prima di partire alla ricerca della felicità, ricordati di controllare bene, forse sei già felice”. Anche a te, per conquistare La misura eroica come Andrea Marcolongo (Mondadori), non serve salpare, piuttosto restare. Con l’attuale partner, s’intende.

TORO – Michelle S. Cook ti insegna ad allenare il Brain Power (Sperling & Kupfer): “Abbracciare la tigre e tornare alla montagna per una salute cerebrale ottimale”. Vedo difficile trovare la montagna, ma per la tigre non hai che l’imbarazzo della scelta: in ufficio.

GEMELLI – Se non vuoi figurare nell’Indice degli assenti di Paolo Scandale (SensoInverso), metti subito in chiaro che “non si pianifica un matrimonio ma solo le prossime otto ore”. Attenzione perché molte “si aspettano che tu ti trasformi nel principe azzurro”. Evita false promesse.

CANCRO – Smettila di sentirti Perduto in Paradiso come Umberto Pasti (Bompiani): “Il giardiniere, dopo anni di clima desertico, è entrato in confidenza con piante che ai suoi esordi non conosceva ancora”. Pure tu solidarizzerai presto con piante grasse e spinose: incantevoli.

LEONE – “Volevo festeggiare. Sì, ma non riattaccare con la storia dell’amore, ha detto” quello scemo del tuo fidanzato. Claudia Grendene ti ricorda che Eravamo tutti vivi (Marsilio), ma non tutti fessi, e non è detto che si debba continuare a frequentarsi.

VERGINE – Annota Alafair Burke (Piemme): La ragazza che hai sposato “iniziò a cancellare le chiamate dal registro per far spazio a quelle più vecchie, il genere di comportamento che il suo ex definiva ossessivo-compulsivo”. Ha ragione il suo ex: sveglia!

BILANCIA – “Non ti sto lasciando. Sarebbe impossibile, perché non stiamo insieme”: sappi che il cretino che pronuncia questa frase vive nella realtà parallela dei videogiochi, tipo Ready Player One di Ernest Cline (DeA Planeta). O sotterri il joystick o sotterri lui.

SCORPIONE – Se vuoi Vivere di turismo, e di rendita amorosa, ascolta Danilo Beltrante (Flaccovio Editore): “L’Hans Brinker Budget Hotel di Amsterdam si è conquistato la fama di ‘peggior albergo del mondo’. E ha fatto di questa sua identità un successo economico”. Geniale, no?

SAGITTARIO –Uno degli Arcanoidi, tipacci stralunati come te, “non aveva più amici, ma gli restavano ben due nemici!”. Per questo Maicol e Mirco (Coconino) ti suggeriscono di fare tesoro delle maldicenze in azienda, distorcendole a tuo vantaggio.

CAPRICORNO – Persino il sommo Aristotele non era immune dal Pregiudizio universale (Laterza): “Nella relazione del maschio verso la femmina l’uno è per natura superiore, l’altra è comandata”. Continuando a pensarla come lui, non diventerai filosofo, ma cornuto.

ACQUARIO – “Guai a risultare asfissiante o a elemosinare le attenzioni di qualcuno… Solo che quell’idiota era sparito”: diamo, però, qualche chance all’idiota. Magari è solo un Uomo che dorme (Rizzoli), come il protagonista di Corrado De Rosa. Ho detto magari, eh.

PESCI – “Il surriscaldamento ha forse portato Venere a trasformarsi in un mondo caldo, asciutto e senza vita”. Fai come Peter Wadhams (Bollati Boringhieri): portati avanti coi saluti finali. Addio ai ghiacci, ma pure a certa gente che vive su un altro pianeta.

Facce di casta

 

Bocciati

Avere il polso della situazioneMatteo Orfini, dalla torre eburnea in cui si sono barricati i renziani, proclama la sua totale e lungimirante contrarietà, non solo a un’eventuale alleanza di governo, ma anche all’idea di consultare la base democratica con un referendum: “Non credo onestamente ce ne sia la necessità in questo caso. Io che giro tra i circoli del nostro partito, vedo che i nostri iscritti condividono la decisione presa in direzione nazionale, anzi noi riceviamo quotidianamente mail, telefonate e richieste di tenere il punto su questo: la nostra gente non ha alcuna intenzione di vederci al governo col M5S o con la Lega”. E volete che non lo sappia Orfini cosa vogliono gli elettori? Ce l’ha talmente chiaro che il partito democratico del quale è presidente dal 2014 è riuscito a raggiungere il peggior risultato degli ultimi decenni. Mica è roba per tutti.

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Moderazione a targhe alterneUno dei commenti sull’ingiurioso radicalismo di Zucca: “Nelle tensioni di piazza quelle parole possono trasformarsi in pietre, molotov o in azioni di guerriglia urbana. Noi da un servitore di Stato ci attendiamo equilibrio, saggezza e soprattutto rispetto delle istituzioni”. Sapete chi l’ha detto? Quel celebre dosatore di sfumature lessicali che è Maurizio Gasparri. Ahahahahaha.

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Perché non ci hanno votati? Questo è il problema“Com’è possibile che un ceto incompetente come quello dei Cinque Stelle sia arrivato a metà dell’elettorato meridionale? Negli anni passati quando leggevamo il voto della Terra dei Fuochi pensavamo all’inquinamento camorristico. Non abbiamo ancora valutato a pieno quello che si è scatenato in questa campagna elettorale, le forze oscure che si sono messe in movimento, capiremo fra qualche settimana le operazioni pilotate, e da chi, in maniera consapevole”. Menomale che c’è Vincenzo De Luca a leggere i motivi della sconfitta democratica, a fornire risposte pregne di autoanalisi e riflessione. È tale la capacità di penetrazione nei dilemmi che spiace De Luca non fosse al fianco di Amleto per suggerirgli tra l’essere e il non essere.

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Promossi

Smashing pumpkinI nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”: Enrico Zucca, sostituto procuratore della corte d’appello di Genova, nonché giudice del processo per gli orrori avvenuti alla scuola Diaz durante il G8, durante un dibattito sulla morte di Giulio Regeni ha usato parole durissime nei confronti dell’apparato di polizia, che non è stato in grado di rafforzare il proprio sistema immunitario espellendo coloro che a Genova l’hanno contaminato. Questo commento è costato al pm accertamenti preliminari per l’avvio di una procedura disciplinare. La verità è che quando la carrozza si trasforma in ‘Zucca’ e la realtà appare ruvidamente in tutta la sua evidenza, le reazioni isteriche di molti non fanno che confermare che ci sono verità storiche ancora molto lontane dall’essere metabolizzate e condivise.

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La settimana incom

 

Promossi

Mi ricordo la sua meraviglia. La Fondazione Gaber promuove la rassegna Milano per Gaber, ospitata dal Piccolo Teatro, che si apre oggi. Esce anche “Le donne di ora”, l’album ideato e prodotto da Ivano Fossati che ripropone la voce e le canzoni dell’immenso signor G “in maniera leggera, quasi tascabile”. E lo fa restaurandone alcuni brani celebri “senza tradire la voce unica e meravigliosa di Gaber” e “cercando di saldare il Gaber prima maniera con quello del teatro canzone”. “Molta gente”, spiega Fossati, “è convinta che ci siano due Gaber, ma io no. Per me c’è un solo grandissimo artista”. Facciamo due (con Fossati).Balsamo di Tigre. È uscito venerdì l’ultimo album di Mina, “Maeba”. Che ci regala il duetto con Paolo Conte, una prima assoluta (“A minestrina”). Ma anche la rivisitazione di brani di Elvis Presley e George Michael o di recenti musical da premio Oscar (“Another day of sun” dalla colonna sonora di “La la land”). Sono dodici brani, più una ghost track in fondo al disco. Da oltre 40 anni non si esibisce più dal vivo, forse è questo il segreto della Tigre di Cremona. O l’elisir di giovinezza.Napoli Milionaria. Ai David di Donatello trionfano i Manetti Bros con “Ammore e malavita”, già osannato alla Mostra del cinema di Venezia. Cinque i David conquistati, tutti meritati, fra cui miglior film, attrice non protagonista, musica e canzone, costumi. Menzione d’onore a Donato Carrisi, miglior regista esordiente con “La ragazza nella nebbia”, tratto dal suo fortunato libro (e con un grande Toni Servillo).

Nc

Il silenzio è d’oro. Di solito utilizziamo questa massima per gente che dice sciocchezze e farebbe meglio a tacere. Ma Maria De Filippi come spesso accade dà nuovi significati anche ai proverbi. In prima serata, sabato scorso, è riuscita a incollare allo schermo i soliti milioni di telespettatori con otto minuti di… silenzio. Celentano in confronto è un chiacchierone.#MaratonaDurso.Torna il “Grande Fratello”, quello senza famosi, e a condurlo ci sarà Barbara D’Urso, dopo 14 anni dall’ultima edizione (aveva ereditato la conduzione da Daria Bignardi). La D’Urso per tutta la durata del reality (al via a fine aprile) sarà in onda anche con i suoi consueti Pomeriggio 5 (da lunedì a venerdì) e Domenica Live. E poi dicono Mentana!The lion spleeps tonight. È nato Leone Lucia, il baby raviolo di Fedez e Chiara Ferragni. La mamma ha dato alla luce il piccolo con qualche giorno di anticipo (proprio nel giorno della festa del papà) al Cedars-Sinai di Los Angeles, la stessa clinica dove ha partorito Beyoncé. Come lo sappiamo? Ovviamente dai social. Auguri a mamma, papà e al nuovo arrivato. Speriamo che i due neogenitori lo tengano un po’ al riparo dalle luci della ribalta (vabbè che è nativo digitale ma un po’ di misura non guasta…)

A Napoli invece il grande fetore di monnezza è sempre in salute

Caro Leonardo, giù, al Sud, precisamente a Napoli, il destino si diverte. Perché mentre a Roma Roberto Fico festeggia la sua elezione a Presidente della Camera, la città viene attraversata da un corteo contro il “biocidio”. Insomma, l’eterna emergenza rifiuti, la mai interrotta (con buona pace di Matteo Salvini) alleanza Nord-Sud sulla monnezza, quella che induce, come ha dimostrato l’inchiesta del sito d’informazione Fanpage, industriali senza scrupoli a sversare nelle campagne della Campania, grazie a politici corrotti e camorristi, tonnellate di rifiuti pericolosi. Sfilano i napoletani, le mamme della terra dei fuochi, quelle che piangono bambini ammalati di tumore, alzano al cielo i loro cartelli. E nel corteo ci sono tanti amici del neo presidente della Camera. Pure lui, non molto tempo fa, sfilava contro la monnezza.

Parli di canzoni che non si sentono più per le strade di Milano? Con me perdi tempo, perché a Napoli si canta anche per protestare. E “Jatevenne” (andatevene in italiano, ma non rende l’idea dell’invettiva) è il titolo della canzone che i “Terroni Uniti” hanno composto per l’occasione. Si tratta di una cinquantina di artisti, musicisti, parolieri, cantanti, che si sono riuniti e suonano. Perché anche la musica può esprimere la voglia di lottare. Non solo un gelato, che la ragazza di Milano si è giustamente rifiutata di servire a Salvini (che Dio la protegga e la conservi sempre in buona salute), ma anche parole e musica. In questo caso servono a dire “Jatavenne” ad un intera classe politica che in Campania non riesce ancora a risolvere la crisi della monnezza. A Vincenzo De Luca, in primo luogo. Il Governatore, che ieri aveva le lacrime agli occhi nel vedere il figlio Roberto varcare la soglia di Montecitorio per la prima volta, aveva promesso di rimuovere le ecoballe in tempi rapidissimi, invece… Invece le ecoballe sono ancora lì, montagne intere, piramidi di monnezza: sei milioni di tonnellate. Insomma, “jatevenne”.

Milano ha perso la sua musica segreta, ora è tutto felpato

Settimana da brividi. Martedì scorso, gelateria Baci Sottozero di piazzale Siena: la commessa Nadia rifiuta di dare il gelato a Salvini “perché è un razzista”. La cacciano dal lavoro. Nei nomi, il destino. Radio China fm trasmette melodie dell’Impero Celeste dalle antenne della Torre Velasca, è il segno dei tempi, e pure quello del tempo: venerdì scorso il cielo di Milano era così bello, così splendido, così… celeste da farmi pentire d’essere un gran posachiappe e da spingermi a bighellonare per Milano, attraversandola come un turista dei ricordi, in preda a un’euforia inspiegabile. L’aria profumava di primavera, dopo mesi di cupo inverno.

L’Inter celebra i 110 anni di attività con un gigantesco murale dalle parti del Centro Direzionale. Qualcuno l’ha imbrattato di strisce rosse, come sangue che cola dai volti dei giocatori. L’oltraggio con proiettili di uova e vernice. Il 4 aprile, è sera di derby col Milan…

In via Giuseppe Romiti, zona Lambrate, scritta d’antan: “A morte il fascio”. Che era un grido di battaglia, nel Sessantotto e dintorni. Mezzo secolo fa: un gran pezzo di storia, e di storie. Allora, l’Università Statale forgiava assemblee, discussioni politiche. Nell’atrio, tatze-bao, volantinaggi. Autogestione, seminari. Lotte dure e pure. Preparativi febbrili per le manifestazioni. Slogan. Fantasia al potere, anche. La cultura “della misura in cui”: arcipelago che brulicava di idee, proposte, sogni, illusioni. Che talvolta degenerava in violenza: scontri con i “neri”. Con le forze dell’ordine.

Tutto ciò aveva una peculiare colonna sonora. Pure la città. Suoni più ruvidi, rispetto al rumore felpato d’oggi. Più decisi. Più identificabili. Suoni ormai smarriti, caro Enrico. La musica (talvolta segreta) delle strade di Milano è scomparsa, e con lei rischiano di sparire le tracce delle nostre esistenze. Solo la notte, nei quartierini della movida, le voci si alzano. Ma è chiasso. Ben diverso dall’urlo della protesta. Della rivendicazione. Della voglia di cambiare e di gridarlo a tutti. Oggi Milano è muta. E sorda.

Le pecore in piazza del Popolo

“Ma lo sai che ore sono?”, mi dice Manolita. “No”. “Sono le cinque, tra poco è l’alba!”. “L’Alba? – rispondo incredula –

Abbiamo fatto così tardi a casa del Gengiva?”. “Eh sì, il tempo passa anche a casa Gengiva!”. “ Vuol dire che siamo state bene alla festa!”. “Devo confessarti che sto meglio qui, guarda quanto è bella Piazza del Popolo deserta. Che silenzio, che pace! Si sentono solo gli uccellini, è come stare in piena campagna. Sediamoci due minuti su questi scalini e godiamoci questa pace romana con concerto pennutesco, tanto ormai, tardi per tardi”. “Guarda che bello quel cane. Che ci fa a quest’ora un maremmano a Piazza del Popolo?”. “Si sarà perso, andiamo via altrimenti finisce che me lo porto a casa. E quella cos’è? Sembra una pecora. Oddio, s’è persa pure la pecora”. “Non direi, è in buona compagnia, ce ne sono altre duecento… beeh, beeh. Senti che casino fanno tra belati e campanelle!”. “Un gregge a Piazza del Popolo da non credere!”. “Sembra di stare dentro una stampa antica, mi sento come Goethe nel suo viaggio in Italia”. “Ah sei stata al concerto?”. “Quale concerto?”. “Di questo Goethe!”. “Ahahah spiritosa”.

“Dio, che voglia improvvisa di pastorizia che mi è presa! Voglio chiedere a quel pastore come si fa a diventare pastori. Senta signor pastore, come si fa a intraprendere la sua carriera?”. “Ucupru ruttu tuturu”. “Ma che lingua parla mio buon pastore?”. “La lingua della mia terra, la Barbagia. Se preferisce posso rispondere in inglese”. “Lei parla inglese, mio buon pastore?”. “Inglese, francese e tedesco, sono ingegnere elettronico”. “Ah, ci vuole la laurea per fare il pastore?”. “Ormai è indispensabile!”. “E se uno ha la terza media?”. “Fa la pecora. Queste son tutte diplomate!”.