La corruzione di Giugurta, re della Numidia

2018 d.C. Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’arresto dell’ex presidente della Francia Nicolas Sarkozy per i presunti finanziamenti illegali alla campagna elettorale all’Eliseo del 2007. Secondo gli inquirenti, Sarkozy avrebbe ricevuto valigie cariche di milioni di euro provenienti dalla Libia e da quel governo diretto da Gheddafi che appena qualche anno dopo sarebbe diventato un pericoloso nemico da abbattere. Ricordate la sciocchezza delle primavere arabe scodellata dalla propaganda occidentale alle ‘anime belle’? Aspettiamo gli esiti dell’inchiesta francese.

118 a.C. In Numidia (territorio compreso tra Marocco e Tunisia) appare sulla scena politica Giugurta, che contende il trono ad Aderbale. Giugurta si muove con inusitata spregiudicatezza e attraverso potenti pratiche di corruttela si impossessa del regno. Diversi esponenti romani inviati dal Senato per tentare di raggiungere accordi cadono uno dopo l’altro nella rete delle tentazioni di Giugurta. Dapprima Lucio Opimo da cui ottiene la parte più ricca della Numidia. Qualche anno dopo il console Calpurnio Bestia, che inviato per far guerra a Giugurta, poi gli concede le province che il leader numidico aveva usurpate. Ancora, il tribuno della plebe Caio Bebio, autore di un veto all’interrogatorio di Giugurta per la strage di Cirta che avrebbe cagionato la paralisi il processo. Alla fine, Giugurta finisce i suoi giorni rinchiuso nel carcere Mamertino. Sallustio nella sua Guerra giugurtina racconta ogni dettaglio. Superfluo sottolineare la stretta analogia, anche geografica, tra le due vicende consumatesi tra spregiudicatezza politica e corruzione.

Molti ricordano il delitto Moro. Ma non tutti la criminalità

Il vero titolo della dettagliatissima indagine di Simona Zecchi (La criminalità servente nel Caso Moro, La Nave di Teseo Editore ) avrebbe dovuto essere “Omicidio derivativo” che, nel linguaggio dei Servizi, significa “omicidio voluto da terzi che vincola tutti”. Ho citato dall’ultima delle 287 pagine di una inchiesta sul tragico e tuttora misterioso evento che tocca e cambia profondamente la storia e la politica italiana, per tre ragioni.

La prima è il rovesciamento del metodo investigativo. Poichè tutto è dato per scontato (ovvero provato e accertato da chi di competenza), la Zecchi sceglie di non dare nulla per scontato e di rivedere ogni dettaglio. Le prove rovesciate e le contraddizioni sono infinite. Poichè i tradizionali investigatori (siano enti o commissioni parlamentari) scelgono di partire dai fatti, considerando i fatti “acquisiti”, la Zecchi dimostra che niente è acquisito e che niente è più incerto e discutibile dei fatti, a cominciare dalla disputa giornalistica della mattina dopo il delitto: quanti morti?E poichè, per quanto diverso e motivato sia l’investigatore (ci sono state enne inchieste sul rapimento e l’uccisione di Moro, oltre alla montagne di contraddizioni dei suoi rapitori e dei suoi esecutori), il percorso si aggancia sempre a sequenze logiche tradizionali (prima e dopo, causa ed effetto, a monte e a valle, ordine ed esecuzione), Simona Zecchi sceglie di saltare il binario e spostarsi su strade non tentate prima. Una ha a che fare con il “chi è chi” se si parla di preparazione e organizzazione. L’altra è lo spostamento del delitto dal campo di coltivazione dell’odio politico tipico delle Br a un campo esterno (l’omicidio derivativo) in cui devi cercare non chi esegue, ma da dove viene l’ordine. Questo è il vero senso del lavoro svolto in questo libro, nuovo per tanti versi, il cui senso (oltre ai veri mandanti e ai veri autori ) è rimasto ignoto. Tra le nozioni più importanti introdotte dall’autrice c’è la individuazione e definizione della “criminalità servente”, ovvero la disponibilità e l’interesse del crimine organizzato a entrare e uscire (alle giuste condizioni) in un delitto con strage che cambia la storia.

Poichè tutto è narrato con un linguaggio di giornalismo colloquiale, privo di enfasi e deliberatamente lontano da ogni compiacimento per la novità profonda della narrazione, il libro è un documento dalla parte del lettore: diminuisce di molto la distanza dal grande e terribile enigma.

Il ring del Vaticano: i Due Papi agli angoli della Teologia

La pubblicazione di scritti teologici rischia di provocare uno scisma all’interno della Chiesa Cattolica. Non finisce qui, ahinoi, la storia dei Due Papi. La coabitazione, sebbene su due piani diversi – uno è in romitaggio di rinunzia, l’altro è visibile sul Trono – s’incrina adesso nella dottrina. La vicenda è nota ed è sufficiente un rigo e mezzo per riassumerla: Benedetto XVI è invitato a redigere una prefazione alla collana La teologia di Papa Francesco, cortesemente dice no per lettera e però lo motiva il suo no.

Poco importa che questo secondo passaggio – il perché no – sia stato messo tra parentesi, non divulgato, per poi riemergere scandalosamente (con tanto di dimissioni di monsignor Viganò), ancora più interessante – ai fini della sorpresa epocale – è il dettaglio. E non per il fumus diabolicus proprio di ogni dettaglio quanto per l’ambito della disfida: la teologia, ovvero – letteralmente – lo studio intorno al Divino, la scienza di Dio. Va da sé che il signor Diavolo – è la terza volta che torna in questa rubrica – è un raffinatissimo teologo e dice sempre sì per arrivare al no (tra tutte le creature, ’o Malamente può far vanto di “diretta conoscenza” di Issa, la teologia, per negare Isso, l’Iddio Onnipotente).

Il Grande Inquisitore che inchioda per la seconda volta Cristo, quello di Fedor Dostoevskij, è profondamente abile nella dottrina – e riconosce, infatti, Gesù – e così tutta la fabbrica del nichilismo che s’adopera nel capovolgere le fondamenta di Luce della Rivelazione – senza riuscirci, va da sé – sussurra, nel compimento della coscienza borghese, il cupo buio di un transito fatto di ciacole vacue, ma correttissime. Ecco, senza incorrere in anatemi, può ben dirsi che – in tema di sacro – tanti sono i testi intinti nell’inchiostro della gramigna di Satana. Dalla cancellazione della Religio di Roma Antica presso i popoli del Mediterraneo ne derivò un gran danno; una tragedia mai sanata è quella della damnatio della Sacrissima impronta di Iside, talvolta recuperata nel Sud del Sud dei Santi grazie ai paesani in processione dietro ai fercoli delle Sante, trasfigurate in quell’aura egizia, e amate con la devozione propria dell’amor panico.

Va da sé che tutto, nell’eterno circolo dell’eguale, torni ma che nell’anno di Grazia 2018, la disputa teologica, bussi al cospetto dell’opinione pubblica, fa specie. E non può che far bene se si pensa a quanto sia sempre più cheap la produzione intellettuale intorno al Credo, ormai ridotto al rango di calepino etico. La filosofia, ancella della teologia, impegna le giornate di Benedetto XVI. Era stato chiamato a scrivere. E non ha scritto, anzi, meglio. Una cosa ha scritto. Ha scritto un no. Per custodire il sì? No, non finisce qui.

Sono orfana di mia madre E anche di mio padre che 21 anni fa l’ha uccisa

Cara Selvaggia,ho perso entrambi i genitori tanti anni fa, o meglio, la mia mamma è morta ma ad ucciderla è stato mio padre e quindi quel freddo giorno del 1997 ho perso entrambi.

Avevo 20 anni. Già grande, ma dopo la morte di mamma e il modo tragico e assurdo con cui è avvenuta, ancora più grande.

A volte penso che almeno, in quegli anni non esisteva “Quarto grado” o Chi l’ha visto o la D’Urso… così mi sono risparmiata fortunatamente questo accanimento, questa morbosità, questa invadenza nel dolore altrui.

Perché fa tutto così male, e in quei momenti la tua vita sputtanata in tv deve essere un’altra tragedia nella tragedia. Sì, almeno questo mi è stato risparmiato.

Però so di non essere una donna normale. Sono un’orfana dei papà che uccidono le mamme dei propri figli, in famiglie normali, contesti normali, figlia unica. Di papà che vedi come un riferimento. Di una mamma amorevole che vive per te.

E tutto è stato spazzato via per sempre dalla cattiveria e dalla malvagità dell’essere umano. Di mio padre.

Mia madre non voleva essere lasciata, non voleva lasciarlo, come nei numerosi casi che ormai si sentono ogni giorno. Era mio padre che voleva farlo, ma non aveva il coraggio, così ha pensato bene di eliminare il problema alla radice, uccidendola. Le “motivazioni” nei femminicidi sono diverse , non sempre seguono il copione del compagno che non accetta la separazione. Alle volte è l’omicida che non sa affrontarla e uccide pur di non farlo. Sembra impossibile ma è così, come il caso Parolisi.

Ma il finale è purtroppo lo stesso. E non passa. Anche se passano gli anni.

Per noi orfani di un genitore morto e l’altro in carcere è un dolore senza fine.

Forse un giorno avrò la forza per superare tutto questo questo, ma per ora sono ancora inchiodata lì, a quella fredda mattina del 1997.

Lucia

 

Cara Lucia, Non so come si elaborano certi lutti, ma di sicuro deve essere più complicato farlo quando il morto non è morto davvero, quando è sopravvissuto al dolore che ha provocato, quando è ancora lì in un carcere senza possibilità di perdono e spiegazioni. Spero tu possa trovare la pace nel ricordo di tua mamma e della donna che sei diventata, nonostante tutto. Non era scontato, così come non è scontato avere un padre degno di chiamarsi così.

 

Per lei le ex mogli sono sempre vittime: ora ascolti la mia storia

Signora Lucarelli, me la spiega una cosa? Perché non scrive mai di padri separati e di quanto sia difficile mantenere un figlio con stipendi da fame e mogli arpie che piuttosto che andare a lavorare si farebbero tagliare le mani? Le racconto la mia storia. Io faccio l’impiegato in una stamperia. Mia moglie è figlia di genitori benestanti, non ha mai fatto nulla a parte fare la piega dal parrucchiere e i massaggi per mantenersi snella e soda, così da trovarsi compagnia durante le sue giornate annoiate senza di me e col figlio all’asilo. Di compagnie se ne è trovate parecchie. Ne ho scoperta una sola perché la scema ha lasciato fb aperto prima di uscire e io che sospettavo da tempo mi sono imbattuto nella chat in cui gli dava appuntamento poco

dopo. Per giunta appuntamento nell’hotel in cui trascorremmo la prima notte di nozze. Non ho avuto la prontezza di salvare la chat, lei poi è tornata a casa, ha cancellato tutto, non ho potuto neppure dimostrare nulla

di quel che avevo letto e in tribunale sono passato per il pazzo con manie di persecuzione, geloso patologico. Devo girare più di metà dello stipendio a moglie e figlia, ho lasciato loro la casa, sono tornato a 46 anni suonati a vivere con i miei molto anziani. Ho conosciuto una donna che mi piace da qualche mese ma non ho neppure una casa in cui invitarla. Lei vive col figlio (è vedova) e non può invitarmi a casa sua, per cui facciamo le cose in macchina come gli adolescenti, rendendoci conto che non può durare, che io dovrei andare a stare da lei, ma è presto, non si può sconvolgere la vita di un bambino senza certezze. Insomma, la mia vita fa schifo. Basterebbe che mia moglie si alzasse la mattina per andare a lavorare e io tornerei ad avere una vita decente. Parli di questo. Di come la vostra non emancipazione passi ancheå attraverso storie di donne che amano la vita comoda, a spese dei maschi che magari le hanno pure amate.

Davide

Caro Davide, a me, in fase di separazione, fu chiesto il mantenimento. Come la mettiamo? Non parlerei di uomini e donne, ma di coniugi realmente in difficoltà che spesso finiscono nel calderone con quelli paraculi, sfaticati o opportunisti. Per esperienza, ti dico che dovrei ascoltare la versione della tua ex moglie. Magari geloso patologico lo eri davvero e lei faceva qualcosa in più di una piega e due massaggi durante il giorno, chi me lo dice? Tra ex moglie e ex marito, ho imparato, non bisogna mettere un dito, ma un bel registratore e ascoltare con calma le due versioni. Si scopre quasi sempre una verità nuova. Buona fortuna.

 

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Icardi e Dybala, due “giovani” solo da noi

L’ufficialità l’avremo solo il 4 giugno, termine ultimo fissato dalla Fifa per la presentazione delle liste dei 23 giocatori convocati per il mondiale di Russia 2018 (32 nazioni partecipanti, l’Italia com’è noto non ci sarà). Quel che è certo, però, dopo le inequivocabili dichiarazioni del c.t. Sampaoli rese alla vigilia dell’amichevole Italia-Argentina di venerdì scorso, è che nelle file di una delle nazionali più attese, l’Argentina due volte campione del mondo, non ci sarà spazio al 99% per due calciatori che nella serie A italiana sono considerati stelle di prima grandezza: lo juventino Dybala (24 anni e mezzo) e l’interista Icardi (25).

Detto che il c.t. argentino ha parlato di loro senza peli sulla lingua (su Dybala: “Pensavamo fosse un top, invece non si è saputo adattare alla nostra idea di calcio; forse a causa della sua anarchia fatica ad integrarsi”; e su Icardi: “Col passare del tempo abbiamo capito che c’è molta differenza tra ciò che ha dato all’Inter e quel che stava succedendo qui; l’adattamento dev’essere rapido, relazionarsi con i compagni di squadra è fondamentale”), il discorso sui primi trombati eccellenti, dopo italiani e olandesi, del mondiale 2018 un minimo di approfondimento lo merita. Di Dybala e Icardi abbiamo ricordato subito, volutamente, l’età (che ribadiamo; 24 anni e mezzo lo juventino, 25 l’interista) perché è un’usanza tutta italiana, non si sa se più stucchevole o insensata, considerare “giovani”, e quindi vezzeggiarli e coccolarli oltre ogni logica, calciatori che sono invece nel pieno della loro maturità tecnica, fisica e agonistica.

Sarà perché Dybala presenta davvero i tratti e le fattezze del fanciullino, sarà perché Icardi sconta il ruolo di toy-boy nelle grinfie della milf Wanda Nara, sta di fatto che i media di casa nostra trattano ancora i due alla stregua di illustri debuttanti. E invece sarà bene ricordare che Cabrini e Rossi, tanto per non far nomi, giocarono un gigantesco mondiale in Argentina (4° posto finale), nel 1978, all’età di 20 e 21 anni, e divennero campioni del mondo in Spagna, nell’82, a 24 e 25 anni, giocando semifinale e finale a fianco di Beppe Bergomi, che alzò al cielo la Coppa del Mondo all’età di anni 18 (avete letto bene: diciotto); e vi risparmiamo gli accenni a un certo Messi, che a 25 anni aveva già sistemato tre Palloni d’Oro in bacheca, o a un certo Cristiano Ronaldo, che a 25 aveva già iniziato la sua collezione sia di Champions sia di Palloni d’Oro.

Dybala che guarda i Mondiali in televisione (e Icardi sul divano con lui) come un Sorin, un Esnaider o un Almiron qualsiasi, è in realtà una lezione tremenda, prim’ancora che per il giocatore, per tutto il movimento calcistico italiano. Talmente povero di campioni veri, e con i media così asserviti, da ridursi a idolatrare, venerandolo come un Messia, un calciatore dalla classe indubbia ma che in attesa di appuntarsi sul petto le prime medaglie vere primeggia oggi nel mondo come il principe dei simulatori; e se giocasse in Inghilterra, dove per un grottesco tuffo in area (Arsenal-Milan 3-1, dieci giorni fa) il povero Welbeck è stato massacrato in prima pagina da tutti i giornali inglesi, dato che le furberie là non hanno bandiera, avrebbe problemi non solo a entrare in campo, ma anche a uscire di casa.

Mattarella e Casellati, due modi opposti di vivere la fede in politica

Due cattolici per le prime due cariche dello Stato. Uno laico, al Quirinale. L’altra clericale di destra, a Palazzo Madama. Due modi opposti di vivere la fede religiosa. Sergio Mattarella e Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Il capo dello Stato si è forgiato alla scuola del cattolicesimo adulto, tipico della sinistra democristiana, in cui i dubbi interiori non diventano linea politica ma libertà di coscienza perché lo Stato non è confessionale. Per la neopresidente del Senato, invece, è proprio il credo religioso a imporsi su tutto il resto, come se in una società libera e democratica dovesse prevalere la dottrina cattolica. Primo esempio, le unioni civili. Mattarella, per inciso, fu già favorevole ai Dico prodiani, in una fase politica dominata dallo schema ruiniano della Chiesa italiana, cioè di massima ingerenza nella sfera partitica, con un particolare riguardo verso il centrodestra.

Così quando nel maggio di due anni fa è arrivata al Quirinale la legge approvata in Parlamento sulle unioni civili, il presidente della Repubblica ha svolto il suo ruolo di arbitro e ha firmato. Nonostante alcuni settori del Family Day gli avessero rivolto questo appello: “Presidente faccia come Re Baldovino in Belgio (che nel 1990 si autosospese dalle proprie funzioni per non firmare la legge sull’aborto nel suo Paese, ndr)”.

E due anni fa, al Senato, fu Alberti Casellati una delle donne di destra a contrastare maggiormente il testo della democratica Monica Cirinnà. Questo il suo pensiero in materia: “La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono”.

Un’altra crociata della nuova presidente del Senato risale a tre lustri fa. Era il dicembre del 2003 e il centrodestra regolò a modo suo il “far west” della fecondazione assistita negando l’eterologa. A Palazzo Madama, l’intervento più contestato fu quello di Alberti Casellati, che disse: “L’Italia è piena di figli dell’eterologa perché frutto del rapporto di una donna con il lattaio di turno”. Meglio il lattaio della scienza. Fede e natura.

La startup Made in Puglia che ha rivoluzionato il 3D

Diceva Cesare Pavese che “il sogno è una costruzione dell’intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire”. Quando Alessio Lorusso, 27enne barese, ha progettato e costruito la sua prima stampante 3D stava ancora finendo le scuole superiori e davvero non sapeva come sarebbe andata a finire. Oggi ha un’azienda, Roboze, con una sede a Bari, una a New York e una a Chicago. Presto ci sarà anche una quarta nella Silicon Valley, in California. Fatturato annuo pari a circa un milione di euro e un gruppo di lavoro che, si fa per dire, ha persino qualche anno in più del suo fondatore: età media 29 anni. La rivista Forbes, a gennaio, ha citato Alessio Lorusso tra i 100 italiani under 30 in grado di decidere lo sviluppo dell’economia e della scienza del futuro. Ma com’è cominciata questa avventura?

“Frequentavo l’istituto tecnico commerciale. Ogni estate – racconta Lorusso – andavo a lavorare nell’officina di mio padre che fa il meccanico e dopo la maturità il mio destino era segnato, avrei lavorato con lui. Ma avevo visto su internet delle stampanti 3D ed ero andato fuori di testa. Volevo capire come funzionassero, ma non avevo i soldi per comprarne. E 10 anni fa nessuno sapeva cosa fossero. Così ogni sera dopo il lavoro e nel tempo libero mi dedicavo alla costruzione di quella che poi sarebbe stata la mia prima stampante 3D”. Alessio impiega due anni per la realizzazione della sua prima macchina, non senza disavventure: “Una notte, per la stanchezza, dimenticai il saldatore acceso e la scrivania stava per prendere fuoco. Ricordo ancora le urla di mia madre”. Una volta pronta la prima stampante, però, andava perfezionata e poi bisognava pensare al business. “Vidi in questa macchina una grande opportunità per le piccole medie imprese. Così mi misi a studiare un’enorme quantità di nozioni di ingegneria informatica, elettronica, chimica. E nel 2013 affittai un garage, il mio primo laboratorio. All’inizio mi feci aiutare da un professore di ingegneria del politecnico di Tirana che stava svolgendo il dottorato a Bari e da una ragazza esperta in marketing. Pagavo i loro stipendi con i risparmi e con i soldi che avevo messo da parte negli anni di lavoro con mio padre”. E così, dopo due anni, a marzo 2015, viene presentato il primo modello di stampante 3D della Roboze ed è subito un grande successo.

“Le prime 10 stampanti le assemblai io quasi in toto – prosegue Lorusso – vendendole a piccole aziende locali. Oggi, grazie al lavoro del mio team, siamo riusciti a creare la stampante 3D più precisa al mondo, con un brevetto registrato in 148 Paesi e riconosciuto dall’Ufficio brevetti italiano. E i prodotti “stampati” vengono impiegati in settori come la Formula1 e l’ingegneria aerospaziale. All’inizio, però, credevano che fossi matto. Un ragazzo così giovane e senza laurea, cosa avrebbe potuto fare? Ho chiesto anche finanziamenti pubblici, ma non li ho ottenuti. Così sono andato avanti con la sola forza della mia testardaggine. E forse – Conclude – ho fatto bene”.

“Mi hanno cacciata da ‘Altroconsumo’ come fossi una ladra”

Questa non è per ora una storia a lieto fine, anche se mi piacerebbe in futuro averne uno da raccontare. La sua protagonista è una direttrice di giornale innamorata di quello che fa, anzi che faceva. Si chiama Rosanna Massarenti. Era fino a pochi giorni fa la direttrice di Altroconsumo, prestigioso mensile nato negli Anni Settanta per promuovere nella società italiana, schiacciata tra esplosione dei consumi e semianalfabetismo civile, una nuova cultura di consapevolezze. Che cosa si mangia, che cosa si beve, che medicinali si usano, che sostanze tocchiamo, le truffe che ci fanno, che cosa c’è scritto sulle etichette e che cosa c’è davvero nei prodotti. Insomma, doveva tenere a battesimo i diritti fino allora negletti dei consumatori.

La settimana scorsa la direttrice è stata sollevata dal suo incarico. Non è compatibile con il nuovo progetto di accorpare la redazione cartacea alla redazione online. Meglio: non ha “oggettivamente le capacità di farlo”. In realtà di “oggettivo” c’è il fatto che Massarenti ha diretto tutti i giornali del gruppo, che Altroconsumo ha mantenuto nel tempo un elevato gradimento in ogni sondaggio sui 380 mila soci dell’associazione ai quali è destinato (il mensile non va infatti in edicola). Un fulmine a ciel sereno? “Avevo colto la tendenza a escludermi da certi ruoli, recentemente. All’ultimo festival di Ferrara, il festival che io stessa avevo creato senza sponsor, non ero stata invitata; nemmeno chiamata una volta a fare da moderatrice. E mi era stata contestata una copertina sulle cinque sorelle dei big data: Facebook, Google, Apple, Amazon e Microsoft. Il titolo era Suadenti ricchi e potenti grazie ai tuoi dati”.

E poi? “E poi io che non ho quasi mai fatto un giorno di malattia sono dovuta restare a casa per un braccio ingessato, continuando a lavorare dal mio computer. C’era da chiudere il giornale. Così sono andata in ufficio a fare le ultime verifiche e a scrivere l’editoriale. E ho trovato che era in corso un consiglio di amministrazione. Dopo il quale la segretaria dell’amministratore delegato Crescenzo Passaro mi ha detto che l’amministratore voleva vedermi. Ho esitato, tra braccio rotto ed editoriale da scrivere. Lei ha insistito: ‘La vuole subito’. Così sono andata. E davanti a un testimone mi è stata letta ad alta voce una comunicazione di licenziamento. Mi sembrava incredibile. Mi ha chiesto di firmare una lettera e mi sono rifiutata. Ho contestato modo e ragioni. Allora lui ha fatto chiamare un dipendente delle risorse umane e gli ha detto di accompagnare fuori la signora Massarenti. Sono stata scortata in ufficio, mi è stato impedito di prendere qualsiasi cosa tranne gli effetti personali. Non ho potuto prendere nulla dal mio computer. Anzi, mi è stato bloccato l’account. E, infine, sono stata portata sulla strada, lasciata fisicamente sul marciapiedi. Mi sembrava di essere in un film. Tanto che mi sono detta ‘qui qualcuno deve avere visto qualche film trumpiano su come si licenziano le persone’. Certo che i direttori si possono licenziare. Ma intanto io avevo il contratto da caporedattore, e quindi c’erano delle procedure da rispettare. Ma soprattutto esiste la civiltà dei modi. O no?”.

Guardo questa signora e mi viene in mente un’altra atmosfera. Lei in un’aula universitaria. L’avevo invitata un paio di volte a lezione, in un corso di gestione e comunicazione d’impresa. Per spiegare come Altroconsumo comunicava il suo marchio. E la rivedo mentre narrava appassionata agli studenti, quel progetto complesso: il giornale, e poi l’associazione formata da centinaia di migliaia di cittadini, e le politiche commerciali. Bisognava vedere l’orgoglio con cui raccontava che “noi di Altroconsumo facciamo le analisi di laboratorio sui prodotti”, con cui giurava che nessuno li poteva addomesticare. Nemmeno i colossi del mercato. Brava, piena di ideali, ai vertici di un’organizzazione. Nessuno pensava che non fosse “oggettivamente capace”.

E pare non lo pensino nemmeno l’ordine professionale e la federazione della stampa. E nemmeno la sua redazione, che ha scioperato per lei. Così va il mondo. Per Rosanna Massarenti. Ma non solo per lei. Perché puoi avere una fiducia cieca in un mensile e poi ti si sfarina come per incanto. Per una questione di signorilità, che ha a che fare con i diritti. In fondo, avrebbe detto mio nonno, “non ci si comporta così con una signora”.

Milano 1848, la rivoluzione degli uguali che fece l’Italia

Dal 18 al 22 marzo 1848 nasce a Milano l’Italia che verrà. È il frutto dell’unica rivolta, in cui popolo, borghesia e nobiltà combattono assieme, benché sia il primo a pagare il prezzo più alto. Naturalmente tra invidie, compromessi, voltafaccia. Eppure quel sentimento di Nazione alla fine si rivela più forte di qualsiasi interesse di bottega, di qualsiasi egoismo personale, di qualsiasi gelosia di classe sociale. Quelle che sono passate alla Storia come le 5 giornate rappresentano il massimo esempio di rivoluzione nel segno dell’egalitarismo: non ci sono capi preordinati, ognuno conquista i galloni sul campo, ogni quartiere, ogni barricata decide al proprio interno qual è la risoluzione migliore da prendere. L’unico paragone possibile è con le 4 giornate di Napoli. Il tutto sintetizzato nel vecchio austero dalla barba bianca, rimasto senza nome, che guida per 5 giorni la barricata di Porta Nuova.

La ribellione viene preparata per un anno nell’abitazione del giovane economista Cesare Correnti in via Spiga. È la sede del Comitato Segreto, sul quale da centosettant’anni ci si dibatte e che oggi tanti indizi inducono a ritenere il motore della rivolta. L’hanno intuito il capo della polizia asburgica, il barone trentino Carlo Giusto Torresani, e il suo malefico braccio destro, Luigi Bolza. Per impedire la rivolta basterebbe l’irruzione, che però mai viene ordinata. Che cosa avviene in quelle stanze lo racconta un altro dei giovanissimi protagonisti, Giovani Visconti Venosta, fratello minore di Emilio, nel giudizio di molti il miglior ministro degli Esteri italiano: “Tra gli amici più intimi ce n’erano di ogni rango. C’erano dei preti come il Lega, il Mongeri, il Vignait; c’erano dei giovani del patriziato come il Porro, Cesare Giulini, Guerrieri, Giovanni e Carlo D’Adda, Giulio Carcano; c’erano degli artisti, dei giovani ingegneri, medici, professionisti e anche dei buontemponi, compagni di università, cacciatori e bevitori, ma pieni di buona volontà, che venivano a prendere gli ordini e s’incaricavano del contrabbando patriottico dei libri e dei giornali e, alla fine, dei fucili”.

In quella Milano rigurgitante di rabbia antiaustriaca e di passione per un’Italia ancora indistinta e dai contorni alquanto confusi altri luoghi assurgono a simbolo del dilagante patriottismo. Ecco le sale della Società dell’Unione, sopra le vetrine del caffè Cova, dove agisce una sorta di associazione clandestina, di cui l’intera città parla e favoleggia, il Club dei lions. Così vengono indicati i giovani cospiratori aristocratici, che vi si radunano nel cuore della notte illuminata dalle prime lampade a gas.

Il ritrovo più ambito è il salotto della contessa Clara Maffei nella centralissima corsia dei Giardini (l’attuale via Manzoni). C’è la ressa per essere accolti, per sedere sui divani in mezzo a tanti giovani ansiosi di emergere, magari nella sera in cui vi fanno capolino Verdi e Manzoni. Lì s’incontrano e si legano per la vita e per la morte i fratelli Dandolo, Morosini, Correnti, D’Adda, Luciano Manara, incaricato da Verdi di aggiornarlo per lettera sugli accadimenti cittadini, mentre egli è in tournèe con le sue acclamate opere. E il cappello adoperato nell’Ernani diventa un simbolo dell’agognata italianità assieme al bianco e al giallo indicante i colori dello stato pontificio, cioè Pio IX al culmine dell’immeritata popolarità.

Il 2 gennaio lo sciopero del fumo lanciato dal professore di fisica Giovanni Cantoni, di famiglia ebraica e di simpatie mazziniane, ottiene un strepitoso successo, malgrado le ricorrenti provocazioni dei gendarmi di Torresani e dei militari di Radetzky. A esso si associa l’astensione dal gioco del lotto.

Per Vienna rappresentano un segnale allarmante: dal monopolio del tabacco l’erario imperiale ricava 4.300.000 lire (oltre 15 milioni di euro), dall’altro circa 750 mila lire (2 milioni e mezzo di euro). Il 6 gennaio platea e palchi deserti alla Scala, che inaugura l’anno con la Norma di Bellini: nove biglietti venduti, soltanto quattro palchi occupati, in tutto trenta spettatori, per la gran parte funzionari e ufficiali austriaci. Che la situazione precipiti lo dimostra la fuga delle regine del pettegolezzo: la prima ballerina viennese Fanny Elssler, cui un ammiratore compra il pitale per una cifra astronomica, la contessa russa Giulia Samoylova, ex favorita dello zar, i cui capricci hanno segnato l’epoca e dettato le mode.

E quando il Comitato Segreto decide di lanciare la sfida, malgrado la penuria di fucili e munizioni, Milano risponde con commovente dedizione. Incomincia da subito l’epopea delle barricate, dei mobili tirati dai balconi, dei professori che guidano l’assalto dei propri studenti, delle alabarde della Scala trasformate in armi. Il nemico spietato ha le sembianze da Babbo Natale del feldmaresciallo Radetzky, comprensivo finché niente e nessuno disturba il suo ordine, ma pronto a spianare ogni quartiere di fronte alla ribellione. Sulle barricate si esalta la chiacchieratissima relazione tra Manara e la bella delle belle, Fanny Bonacina, entrambi sposatissimi e con figli. Purtroppo pesano da subito le indecisioni del “re tentenna” Carlo Alberto preoccupato per le spinte un po’ autonomiste, un po’ repubblicane di Milano. Il suo mancato intervento obbliga i milanesi a liberarsi da sola. La solerzia di Carlo Cattaneo, l’intelligenza più lucida e più critica delle cinque Giornate, ci consente di sapere che fra le 335 vittime 160 erano artigiani e operai, 25 domestici, 14 contadini, 29 commercianti, 16 borghesi. Più quattro bambine. E 38 donne, quasi tutte operaie.

La ritirata austriaca dà la spinta alle speranze ai pochi interessati alle sorti della Penisola, annuncia per la prima volta che l’Italia può esistere. Poi verranno le delusioni della prima guerra d’indipendenza, delle promesse tradite di Carlo Alberto, del ritorno degli imperiali, della caduta della repubblica romana. Alla fine, come scriverà Manara alla Bonacina, “dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto”. Lui e gli altri andranno a immolarsi a Roma l’anno seguente.

Clamoroso su internet: il giornalismo è buono

Apple ha fieramente siglato un accordo per l’acquisizione di Texture, una piattaforma che garantisce accesso a oltre 200 riviste previo abbonamento. Google ha appena annunciato un rinforzo delle proprie iniziative contro le fake news in supporto al “giornalismo”, mentre Facebook – prima di trovarsi al centro del ciclone Cambridge Analytica m– già spaziava tra un progetto e l’altro dedicato all’informazione. Stai a vedere che alla fine, il tanto vituperato giornalismo, a qualcosa serviva.

Nell’aprile del 2017, la squadra di sicurezza di Facebook rilasciava un rapporto nel quale avvisava, senza giri di parole, che la politica stesse sfruttando la piattaforma per operazioni mirate alla distorsione del sentimento politico, locale e non, a scopi strategici. Leggere alla voce: propaganda. Il rapporto non fece alcun clamore, eppure, c’era già tutto. La propaganda non è niente di nuovo, ma occhio perché, si leggeva “leader e pensatori, per la prima volta nella storia, possono raggiungere (e potenzialmente influenzare) un pubblico globale attraverso i nuovi media”.

Venne il Russiagate e il mondo si svegliò: molteplici attori vicini al Cremlino avevano mosso una macchina da guerra dell’informazione che sarebbe stata capace (o quanto meno aveva le potenzialità) di influenzare le ultime presidenziali americane e altre elezioni altrove. La già iniziata mobilitazione anti-fake news, da quel momento, non è stata più solo un’opzione. Preso il toro per le corna, le piattaforme sono partite fornendo strumenti di controllo più adeguati, cambiando persino gli algoritmi. Anche il recente scandalo di Cambridge Analytica, società che avrebbe sfruttato i dati sottratti agli utenti di Facebook grazie a un’applicazione apparentemente innocua, oltre il limite che gli sarebbe stato consentito, ha a che fare con la disinformazione. Quei dati sarebbero stati sfruttati per una profilazione al dettaglio da usare, guarda un po’, per indirizzare della propaganda.

A giorni dallo scoppio della bomba, il Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, ha ipotizzato che forse, per quanto riguarda il rapporto pubblicità e politica, le piattaforme dovrebbero avere più regolamentazione, come quella a cui già devono rispondere sia la stampa, che la televisione.

Sembra proprio che le più grandi potenze tecnologiche, neanche troppo timidamente, stiano volteggiando intorno al giornalismo professionale in una danza di corteggiamento.

Eddy Cue, senior VP di Apple, commentando l’acquisizione del “Netflix delle riviste”, Texture, ha parlato di “impegno per un giornalismo di qualità e fonti affidabili”. E l’ultimo aggiornamento dell’App Store stesso, il negozio delle applicazioni della mela, è pieno di schede editoriali, come un magazine.

Facebook ha da tempo attivo un progetto dedicato al giornalismo, uno spazio di collaborazione tra l’azienda e gli editori, dal quale è emerso anche un investimento da 3 milioni di dollari per incentivare gli abbonamenti digitali delle testate locali. Negli Stati Uniti una sperimentazione è dedicata a una sezione per le notizie locali, che gli utenti chiedevano con forza: il giornalismo locale, l’avamposto storico dell’informazione.

La ricerca dell’informazione professionale in contrapposizione a quella cialtrona, e peggio, contro quella strategica (di organizzazioni e politica), non passa inosservata.

E infatti, ha pensato Rupert Murdoch, sai che c’è? Che ce le pagassero loro (le piattaforme) le notizie di qualità. Secondo quanto riportato dalla BBC, per il magnate gli editori non vengono ricompensati adeguatamente perché non esiste “nessun modello di abbonamento che riconosca veramente l’investimento e il valore sociale del giornalismo professionale”.

Una provocazione, ma mica poi tanto. L’investimento è quel pezzo d’ingranaggio fondamentale che viene sottovalutato. Come trovarsi con due viti in più in mano, una volta finito di montare l’armadio, e scoprire che alla lunga, quelle due viti servivano a non far crollare l’anta, anche se sembrava reggere.

“Il giornale è sicuramente una struttura antiquata, ma in quella gerarchia, c’era qualcosa da salvare. C’erano soldi investisti in persone che potevano fare inchiesta, spostandosi o meno, impiegando del tempo – commenta Paolo Mieli, giornalista e saggista – C’era il momento fondamentale in cui si crede in qualcuno, che viene infatti pagato e assunto”. Quello snodo in cui “qualcuno investe nel lavoro di una persona sapendo che ci guadagnerà. Se ho potuto fare il giornalista è perché esistevano dei signori ricchi che investivano – continua Mieli, già direttore de La Stampa e de Il Corriere della Sera – A chi fa i conti nell’editoria, non viene ancora oggi riconosciuto un ruolo fondamentale”. E su questo, è stata la categoria stessa, a inciampare: “Per lungo tempo abbiamo rappresentato l’imprenditore che pagava come un ‘purtroppo’”. Certo, sempre sperando che l’editore “non usi il proprio mestiere per fare ricatti”.

Il giornalismo, d’inciampi, ne ha fatti parecchi: come quando, invece di capire quali equilibri la rete stesse cambiando davvero, era lì a guardarsi l’ombelico, dedicando energie a quello che, pensava, gli avrebbe sottratto il ruolo sociale, il citizen journalism. E invece, è successo che in rete sono arrivati i professionisti dell’informazione, a far quello che già facevano prima, ma con più mezzi, cioè la propaganda. Mentre i cittadini non hanno rubato il posto proprio a nessuno (anzi, hanno fornito ancora più fonti da verificare).

“Nel film di Spielberg The Post, quello che emerge, oltre al valore dei giornalisti, è soprattutto il ruolo della proprietà. Katharine Graham, signora dell’alta società, rischia tutto, perché sa che il suo prodotto, il giornale, diventerà un atto di eccellenza – ribadisce Mieli – Il dramma di internet è che non ha selezionato figure del genere e che anche quando l’ha fatto, come nel caso di Zuckerberg, le ha selezionate in base a criteri che non afferivano al mondo dell’informazione, ma della tecnologia”.

Quel grande impero, ora, sta facendo con il giornalismo quello che l’industria musicale ha fatto con l’online, ma a parti invertite: ha cercato di sottovalutarlo, per poi chiedergli una mano. Ché la rottamazione, a tutti i livelli, difficilmente premia, a differenza dell’integrazione. Se anche il giornalismo lo capisse, sarebbe fatta.