Tre reati per i leader catalani processabili anche in Europa

L’ordine d’arresto internazionale riattivata dalla Cassazione spagnola è racchiusa in una settantina di pagine scritte fitte. E i reati che stila per i leader catalani a processo sono tre in tutto, che dovranno vedersela con il codice europeo di arresto che ne include 32: da quello di terrorismo al narcotraffico alla tratta di essere umani.

Nello specifico i tre reati sono: ribellione, malversazione e disobbedienza, variamente accoppiati. Le motivazioni del dispositivo a carico di Puidgemont (ex presidente del Governo catalano, Junqueras (ex vicepresidente) e Forn (ex consigliere dell’Interno) sono: aver partecipato alla riunione di coordinamento della polizia del 28 settembre per discutere dei possibili disordini durante il voto del referendum. Erano al corrente della difficile situazione che avrebbe provocato la protesta del 20 settembre e continuarono sulla strada del voto chiamando la popolazione alla mobilitazione e spinsero la polizia locale ad auto-organizzarsi, sapendo che questo avrebbe provocato scontri con la polizia di Stato. Sánchez e Cuixart invece vengono accusati per aver utilizzato la propria posizione all’interno dell’Assemblea Nazionale Catalana e in Òmnium per mobilitare centinaia di persone a fare massa critica contro l’obbligo della polizia di impedire il referendum illegale.

Marta Rovira, l’ex deputata del Parlamento catalano è accusata di essere l’ideatrice amministrativa e giuridica della consultazione referendaria, mentre Jordi Turrul, l’ex portavoce della Generalitat è imputato per aver ideato la campagna comunicativa del voto incostituzionale.

Così come l’ex consigliere Raul Romeva avrebbe creato strutture statali atte al riconoscimento della Repubblica catalana anche all’estero. Carme Forcadell, ex presidente della regione dal suo canto, avrebbe invece retto tutta l’impalcatura legislativa per legittimare il processo d’indipendenza. Clara Ponsatí, ex consiglierea all’educazione, ora in Scozia è accusata di aver preso il controllo di tutti i centri educativi per rendere possibile lo svolgimento del referendum.

Puidgemont fermato in Germania vuole asilo

Domenica 25 marzo. Sono quasi le undici del mattino quando l’auto di Carles Puigdemont, con a bordo il suo avvocato Jaume Alonso Cuevillas, supera il confine tra la Danimarca e la Germania. La trappola sta per scattare. Ignaro, l’ex presidente catalano continua il suo lungo viaggio di ritorno diretto a Waterloo, in Belgio, dove si era rifugiato alla fine di ottobre del 2017. Venerdì aveva lasciato la Finlandia dove era andato per un convegno. Ad un ex consigliere, suo amico, aveva confidato via chat che “il piano della Moncloa trionfa, i nostri ci hanno scaricato. Stiamo vivendo gli ultimi giorni della Catalogna repubblicana”. Il testo del messaggio è pubblico. La violazione della sua privacy lo indigna. Ha un sussulto d’orgoglio: “Ma io non mollo”. Però sa che quello è un segnale. La conferma che ormai la resa dei conti è vicina. Non immagina quanto.

Infatti, quello stesso venerdì, a Madrid, il giudice Pablo Llarena del Tribunale Supremo, ha riattivato l’Oede, ossia il mandato di cattura europeo (era stato revocato a dicembre): contro di lui, quattro consiglieri della Generalitat e Marta Rovira, segretaria generale dell’Erc (Esquerra Republicana de Catalunya). Né lo consola il fatto che Felipe Gonzalez, ex premier socialista – non un amico, anzi, assai critico nei confronti degli indipendentisti – abbia condannato la “politicizzazione della Giustizia”. Si riferiva all’arresto di Jordi Turull, che stava tentando di presiedere la Generalitat ed è invece finito venerdì in carcere alle porte di Madrid.

Insomma, brutti segnali. La svolta giudiziaria è una nuova miccia. Madrid rischia il tutto per tutto, conscia che potrebbe innescare una nuova bomba secessionista. Il governo spagnolo autorizza l’operazione per fermare Puigdemont. Che si articola in tre momenti: un inseguimento a distanza della vettura di Puigdemont da parte di auto civetta della Policia Nacional spagnola; l’accordo con l’Ufficio Federale di Investigazione Criminale tedesco (BKA), grazie alla riattivazione dell’Oede; la scelta del luogo per intercettare Puigdemont e arrestarlo: appena dopo la frontiera con la Danimarca, ma in pieno territorio tedesco. Perché il sistema penale della Germania è molto simile a quello della Spagna, per quanto riguarda i reati contestati all’ex presidente della Generalitat.

E così alle 11 e 19 di ieri mattina, l’auto dell’indipendentista catalano viene bloccata all’altezza di Schuby, lungo l’autostrada nazionale numero 7, nello Schlleswig-Holstein. L’avvocato Cuevillas confermerà più tardi che tutto è avvenuto nel pieno rispetto delle regole e della dignità di Puigdemont che non ha opposto alcuna reazione. L’ex capo della Catalogna viene portato in un commissariato, e poi, a bordo di un furgone Mercedes, trasferito nella prigione di Neumünster, non lontano da Amburgo. Oggi Puigdemont dovrà presenziare all’udienza di un giudice dello Schleswig-Holstein per confermare l’identità, giacché il magistrato tedesco dovrà aprire un procedimento giudiziario basato sul mandato d’arresto europeo. In breve: se Puigdemont dovesse accettare l’estradizione in Spagna, questa potrebbe essere concessa nel giro di una decina di giorni. In caso contrario, i giudici tedeschi avrebbero a disposizione un massimo di 60 giorni (prorogabili a 90, in casi eccezionali) per decidere l’eventuale estradizione. Il problema è che Puigdemont chiederà asilo politico: “Più che perseguito, sono perseguitato dalle autorità politiche del mio Paese, in preda ad un’involuzione democratica senza precedenti”. Come ha detto anche il presidente indipendentista del Parlament, Roger Torrent: “Spero in un fronte internazionale per fermare la repressione”.

La notizia del clamoroso arresto piomba su Barcellona, scatena l’ira degli indipendentisti e resuscita la rivolta. Ora dopo ora, ricorda quella dei giorni furenti di ottobre. Si dimentica quanto sia stato salato il conto del separatismo, un sogno reso impossibile dall’intransigenza del governo Rajoy che si è duramente opposto alla “secessione” catalana accusata di voler distruggere l’ordine costituzionale della Spagna democratica. Il primo a mobilitarsi è il gruppo separatista radicale “Comitati per la Difesa della Repubblica”: invita la popolazione a scendere in piazza contro gli “arresti politici”, e riaffermare a furor di popolo “Puigdemont nostro presidente”. Le Ramblas di Barcellona si riempiono di migliaia di manifestanti al grido “libertà per i prigionieri politici”. Centinaia di militanti si precipitano davanti agli uffici della delegazione che rappresenta in Catalogna la Commissione Europea, urlano “questa Europa è una vergogna!”. Scoppiano tafferugli davanti alla sede del governo centrale, presidiata dai Mossos, la polizia antisommossa: scontri, gas lacrimogeni. Il primo bilancio è di tre fermi, 17 feriti, decine di contusi. È rissa politica, anche. Il presidente dell’Aragona polemizza: “Puigdemont non è esiliato per le sue idee politiche, ma un cittadino processato per il crimine di ribellione e secessione”. Sulla facciata della casa del giudice Llarena qualcuno scrive: “Fascista”. Un gruppo interrompe la C-154 a Puigcerdà, una delle strade che portano in Francia. In Scozia, dove lavora all’università di St. Andrews, l’economista Clara Ponsati, leader indipendentista inseguita da un mandato di cattura europeo come Puigdemont, decide di consegnarsi alla polizia: “Non mi faccio illusioni”. E i catalani?

Gran Bretagna, l’eccellenza universitaria va alla rivolta

L’accademia britannica è malata. Non si direbbe: le classifiche internazionali mostrano un sistema ricco e dinamico. Ora il sistema è bloccato da scioperi a tappeto – i primi quattordici giorni si sono appena conclusi, e si parla di scioperi ulteriori nel periodo degli esami. Classi vuote, corsi sospesi, lauree a rischio, occupazioni, a migliaia nei picchetti, sotto neve e pioggia.

L’occasione è un attacco ferale alle pensioni amministrate dallo USS, il fondo che copre i docenti (e parte degli amministrativi) delle principali università – il più grande del Regno Unito, con un capitale da sessanta miliardi. L’attacco dura da anni, con una prima riduzione del 13% del totale dei compensi percepiti nel 2011, e ancora un aumento dei contributi richiesti a fronte di una riduzione ulteriore delle pensioni nel 2015. Entrambe le riforme furono puntellate da scioperi (limitati), chiusi da accordi negoziati dalla UCU (il sindacato) spacciati per vittorie, in realtà rese incondizionate. Lo stesso meccanismo negoziale si replica ad anni alterni nelle dispute salariali: anni di aumenti inferiori all’inflazione hanno significato un calo nei salari reali, dal 2009, del 16%.

Ma il contesto non è una crisi del settore, anzi. Le università sono ricche, per studenti paganti (oltre £ 9.000 l’anno), per fondi di ricerca, per donazioni. Il fatturato del settore è intorno ai 28 miliardi di sterline, con profitti intorno al 7% (senza contare l’indotto).

Ci sono avanzi di bilancio imbarazzanti, che si riversano però nella marketizzazione e finanziarizzazione del settore. Nella remunerazione di una classe manageriale di CEO più che rettori, con il record di Glynis Breakwell (Bath) di £ 468.000 l’anno. E in progetti edilizi faraonici a loro maggior gloria – università come capitalisti fondiari. Gli studenti pagano sempre di più, i docenti guadagnano sempre meno e un mondo parassitario meta-universitario, tra finanza, speculazione, edilizia, management e burocrazia ingrassa.

Ora l’ultimo attacco: il fondo, dice una valutazione, ha un deficit insostenibile. Soluzione: eliminare ogni garanzia pensionistica. I membri contribuiscono, ma la pensione è determinata dal mercato – dal ritorno sugli investimenti dello USS. Il risultato: tagli alle pensioni, in media, di £10.000 l’anno. Ma il deficit è fittizio – le entrate sono in realtà ben superiori alle uscite.

È una proiezione basata su scenari futuri apocalittici di crisi estrema del settore, di collasso dei ritorni sugli investimenti, applicando tassi di sconto bassissimi. Tutto questo è emerso non dagli oscuri comunicati dello USS e delle università, dal gergo finanziario che nasconde piuttosto che spiegare. È emerso perché con le competenze di decine di migliaia di accademici ci si riesce, a penetrare l’arcano.

Operazioni analoghe – i diritti dei lavoratori abbattuti sulla base di calcoli fantasiosi spacciati per fatti, di pretesti su cui costruire la narrativa ideologica del “non c’è alternativa” – avvengono quotidianamente, in genere alle spese di categorie più deboli, sprovviste degli strumenti per penetrare l’inganno.

E così è iniziato il più grande sciopero nella storia dell’accademia britannica, che parte dalle pensioni ma contesta l’intero sistema, la nuova università-corporation di manager e speculatori, consumatori paganti e impiegati della scienza sempre meno remunerati, liberi e autonomi. Migliaia di docenti nei picchetti, migliaia di nuovi iscritti al sindacato e, fianco a fianco, migliaia di studenti che hanno compreso la portata della battaglia. Dall’altra parte delle barricate l’establishment accademico e finanziario (con un governo ostile che sta a guardare) si è dapprima rifiutato di trattare. Poi, sotto pressione anche da alcuni rettori illuminati, preoccupati per la competitività di un settore le cui le condizioni lavorative sono sempre meno attraenti, si è tornati al tavolo dei negoziati. Dopo due settimane di scioperi la leadership sindacale è giunta a un accordo derisorio, sulla falsariga di quelli degli anni passati, spacciato per una vittoria e già annunciato dai TG come finale e risolutivo.

Ma questa volta è diverso – il 12 marzo, all’annuncio dell’accordo, è scoppiata una tempesta sui social media e nei picchetti. Il giorno dopo i rappresentanti delle sezioni, all’unanimità, in rappresentanza di assemblee di base anch’esse unanimi o quasi, hanno chiesto di rifiutare l’accordo. Contro le sue aspettative, e malgrado gli annunci dei TG e la sicumera delle élite, la leadership sindacale ha dovuto cedere alla pressione: l’accordo è rifiutato e la battaglia continua. Si è entrati in territori inesplorati – un’azione sindacale di maniera, un balletto di scioperi e negoziati al ribasso, si è autonomamente radicalizzata, dal basso, prendendo in contropiede l’establishment accademico, finanziario e sindacale.

È di venerdì la notizia di una nuova proposta: una nuova valutazione del fondo, a sconfessare le proiezioni precedenti, che coinvolga sindacati e accademici, e la riforma congelata almeno fino ad Aprile 2019. Una vittoria inattesa, per quanto imperfetta e provvisoria. La vicenda è d’interesse non solo per gli accademici britannici. È d’interesse per tutti. Può davvero un’azione radicale mettere in discussione lo status quo? Si può effettivamente cambiare direzione di marcia? Davvero non c’è alternativa?

Sangue infetto, nuova beffa. Slittano ancora i risarcimenti

Ci sono migliaia di vittime da sangue infetto che da 40 anni aspettano di ottenere giustizia. La rabbia è diventata rassegnazione. Ancora più atroce la sorte di chi, nel frattempo, è deceduto lasciando agli eredi l’incombenza di un’azione legale. L’ultimo capitolo che si aggiunge a uno degli scandali italiani più ingarbugliati è racchiuso in un comma della legge di Stabilità che ha prorogato al 31 dicembre 2018 il termine di conclusione della procedura per indennizzare i soggetti danneggiati da trasfusione con sangue infetto, da somministrazione di emoderivati infetti o da vaccinazioni obbligatorie “dato l’elevato numero dei soggetti interessati”. Si tratta della norma che prevede un risarcimento di 100 mila euro per i danni da trasfusione e di 20 mila per quelli da vaccinazione per quanti hanno deciso di accettare la transazione e non portare avanti una causa penale.

“Una sorta di mancia per i morti e per chi deve morire”, commenta Andrea Spinetti, cofondatore del Comitato Vittime Sangue Infetto. Nella relazione tecnica si legge, infatti, che “delle circa 7 mila domande di adesione alla procedura transattiva pervenute entro il 19 gennaio 2010, a partire da settembre 2014 si è provveduto a inviare ai soggetti interessati le note informative relative a 6.385 posizioni e sono pervenute 4 mila accettazioni”. Tradotto dal burocratese significa che un migliaio di malati, presi per sfinimento dallo Stato, non riceveranno neanche quest’anno il risarcimento previsto dalla legge 114 del 2014 approvata in gran fretta per mettere una pezza alle centinaia di condanne che sono fioccate negli scorsi anni dai tribunali in “una situazione che si è spinta oltre i limiti del grottesco e che vede ancora una volta lo Stato sfuggire alle proprie responsabilità”, spiega Michele De Lucia, autore di Sangue infetto (Mimesis), un libro-inchiesta che, attraverso documenti e testimonianze, ripercorre la catastrofe sanitaria.

È la fine degli Anni 80 quando scoppia lo scandalo del sangue contagiato dai virus dell’Hiv e dell’epatite non A non B (solo molti anni dopo individuata come epatite C). Sono gli anni in cui l’Italia acquista sangue dall’estero, per il 95% dagli Stati Uniti, ma ancora non si è a conoscenza dei virus incriminati e non sono disponibili i test per verificarli, tanto che solo nel 1985 per l’Hiv e il 1989 per l’epatite C si è arrivati a test diagnostici rivelatori. E, così, farmaci e plasma che avrebbero dovuto salvare la vita a milioni di persone, hanno finito per distruggerla. “Per le vittime del sangue infetto il capitolo degli indennizzi e dei risarcimenti è uno dei più dolorosi, perché – aggiunge De Lucia – al danno si aggiunge la beffa di uno Stato che pur di non pagare fa di tutto per sottrarsi ai suoi doveri. Come è scandalosa l’assenza della politica che ha permesso che la colpa si scaricasse sulle case farmaceutiche che erano inconsapevoli e sull’allora ministro della Salute Francesco De Lorenzo che, anche se condannato nell’ambito delle inchieste sulla tangentopoli della sanità, non può essere responsabile di qualcosa che allora si ignorava”.

È con la legge 210 del 1992 che si riconosce l’indennizzo a favore delle vittime, ma la trafila burocratica è lunga e, anche quando i tribunali condannano il ministero della Salute a risarcire persone infettate a causa degli omessi controlli, i pagamenti non arrivano perché il ministero si appella. Così, lì dove lo Stato pecca l’Unione Europea interviene. Ed è quello che è accaduto nel settembre 2013, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo condanna l’Italia a risarcire con 10 milioni di euro 350 malati “per la lentezza, oltre ogni tollerabilità della giustizia”.

Un provvedimento che, tuttavia, è stato in parte disatteso e che ha spinto il Parlamento a posticipare di un altro anno il pagamento del risarcimento. Mesi durante i quali le vittime del sangue infetto continueranno a morire con buona pace dello Stato, che otterrà altro tempo prima di pagare indennizzi e risarcimenti. “Facendo i conti della serva, mancano 300 milioni di euro relativi agli accantonamenti 2017 che arriveranno a marzo 2018, mentre quelli del 2018 arriveranno a marzo 2019. Sempre che il ministero, sotto organico, riesca a rispettare la tabella di marcia, portando a 12 gli anni della durata di questa ennesima beffa”, conclude Spinetti.

Altra morte in campo: addio a un giocatore della terza divisione

Ancora una morte in campo, stavolta in Croazia. Bruno Boban, 25enne attaccante del Marsonia, è crollato in campo durante la partita di ieri contro il Pozega Slavonja, nella terza categoria croata. Secondo alcune testimonianze, il giocatore avrebbe ricevuto una forte pallonata in pieno petto e si sarebbe poi accasciato a terra, con le mani sulla testa, per poi crollare esanime sul terreno di gioco. L’arbitro ha immediatamente richiamato i soccorsi medici, mentre compagni e avversari avevano già intuito la gravità della situazione; a Boban è stato praticato subito un massaggio cardiaco a mano, poi è intervenuta un’ambulanza. Secondo i media croati, i soccorsi sono durati 45 minuti, ma non c’è stato nulla da fare. “Riposa in pace, Bruno”, sono le condoglianze del Marsonia e della Federcalcio croata.

La nuova tragedia arriva a tre settimane dalla morte di Davide Astori, ma la dinamica dell’accaduto ha ricordato quella di Piermario Morosini, scomparso il 14 aprile 2012 dopo essere stato colto da malore durante Pescara-Livorno.

Bancomat clonati, fossanesi nel panico

Risvegliarsi all’alba per andare al lavoro e scoprire che con il proprio bancomat sono stati prelevati 146 euro e 36 centesimi. Quando sul conto se ne hanno appena 300. Scoprire poi, pochi minuti dopo, che la stessa sventura è toccata al proprio marito, dal cui conto sono stati fatti due prelievi: il primo della stessa, identica cifra, il secondo di 90 euro. È accaduto sabato mattina a una signora di Fossano, nel cuneese. E fin qui sarebbe cronaca locale. Il problema è che, oltre alla signora in questione e a suo marito, il brutto risveglio è toccato anche ad altri duecento abitanti, tutti correntisti della Cassa di Risparmio di Fossano. Operazioni tra i cento e i duecento euro eseguite da sportelli bancomat in Medio Oriente. Inutile dire che le filiali della banca sono state quasi prese d’assalto dai correntisti spaventati. “Sabato mattina, alle 8,30, sono riuscita a telefonare – racconta al Fatto la signora –. Mi hanno risposto che erano stati violati i bancomat. Ma io, avendo così poco denaro sul conto, non uso il bancomat. Ho pensato allora che potessero essere stati violati direttamente i conti correnti. In banca mi hanno risposto che bisognerà attendere qualche giorno per sapere realmente cosa sia accaduto”.

In realtà i vertici della Cassa di Risparmio di Fossano hanno fornito una prima spiegazione: “Escludiamo che siano stati compromessi tutti i nostri bancomat, tutti di ultima generazione e con sofisticati sistemi anticlonazione e non abbiamo subito un attacco informatico. Il cosiddetto punto di compromissione potrebbe essere un Pos di un punto di grande passaggio o uno sportello di vecchia generazione”. La clonazione potrebbe essere avvenuta un paio di settimane prima dell’utilizzo. La banca ha anche fatto sapere che, come sempre accade in questi casi, le somme sottratte saranno restituite.

Allerta terrorismo, Roma sorvegliata speciale

L’allerta terrorismo in Italia resta alta, con o senza attentati negli altri Paesi (nell’ultimo caso, a Carcassonne). Lo dimostrano i due allarmi scattati nella giornata di ieri. Il primo, seguito a una lettera anonima fatta recapitare all’ambasciata italiana a Tunisi: nella missiva, si dà notizia dell’intenzione di compiere un attentato da parte dei Atef Mathlouthi, un tunisino di 41 anni più volte arrestato dalla polizia di Palermo per spaccio di droga. Gli obiettivi di un eventuale attacco jihadista sarebbero bar, siti turistici, centri commerciali, bus e linee della metropolitana della Capitale. Dopo l’allerta, è scattato immediatamente il dispositivo di sicurezza e tutte le forze dell’ordine sono impegnate nelle operazioni di prevenzione antiterrorismo. La foto segnaletica del tunisino, sospettato di essere un islamista radicale, è stata diramata a tutti gli uffici investigativi e anche alle pattuglie sul territorio. Non solo: le ricerche dell’uomo sono scattate anche in altre città italiane. Non è ancora chiaro, comunque, se Mathlouthi si sia realmente radicalizzato, quali siano i suoi contatti e quale moschea frequenti. La lettera anonima, ora al vaglio dei carabinieri, potrebbe essere falsa, come più volte accaduto in passato: segnalazioni come queste sono abbastanza abituali e negli ultimi mesi sono stati svolti molti accertamenti su persone ritenute più o meno sospette. In caso l’allerta si riveli fondata, poi, scatta il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale.

Di certo non ha contribuito a rasserenare il clima romano la telefonata, anche questa anonima, arrivata intorno alle 13 al quotidiano Il Messaggero: “Bomba alla Rinascente alle 15 Allahu Akbar, bomba alla Rinascente”. Immediate sono scattate le misure di prevenzione: sono state fatte evacuare le due Rinascente romane, quella di via del Tritone – a pochi passi dalla sede del Messaggero – e quella di piazza Fiume. Da entrambe sono stati fatti allontanare sia i clienti – numerosissimi, soprattutto in centro – sia i dipendenti. La situazione è tornata alla normalità soltanto intorno alle 16, dopo che i sopralluoghi effettuati dalle forze dell’ordine hanno dato esito negativo.

Si è saputo, poi, che negli ultimi giorni sempre a Roma è scattata la caccia a tre tir rubati in un deposito per il timore che possano servire per compiere attentati. Tempo fa era successo con due taxi e prima ancora con auto di aziende private. Questo a dimostrazione del fatto che la guardia non è mai stata abbassata.

“Festini di Siena: politici banchieri e magistrati”

Magistrati, imprenditori, prelati, manager, giornalisti, massoni, uomini delle forze dell’ordine, politici, tra cui un ex ministro: sono numerosi i soggetti riconosciuti da un gigolò come partecipanti ad alcune cene e festini consumati nelle ville attorno a Siena, in particolare in una a Monteriggioni. Tutti collegati a Mps. L’ultimo tassello del mosaico sulla morte di David Rossi, il manager di Monte dei Paschi trovato morto la sera del 6 marzo 2013, lo rivela le Iene in un servizio mandato in onda ieri sera e che ora passerà al vaglio dei magistrati di Genova, competente sull’operato dei pm senesi. Un tassello che sarebbe dovuto essere individuato e approfondito già nel 2013 dagli inquirenti toscani e invece portato alla luce – come molto altro in questa vicenda – da inchieste giornalistiche. In particolare un libro pubblicato a ottobre da Chiarelettere e le Iene hanno denunciato le lacune delle indagini spingendo la procura di Genova ad aprire un fascicolo a carico dei colleghi di Siena per individuare possibili negligenze nelle indagini sulla morte di Rossi.

Troppe infatti sono le carenze – per incapacità o dolo – registrate nella prima fase dell’inchiesta sulla scomparsa del manager di Mps. In particolare alcune prove fondamentali distrutte dal pm Aldo Natalini, come sette fazzoletti sporchi di sangue trovati nell’ufficio di Rossi e mandate al macero nell’agosto 2013 con indagini ancora in corso, prima ancora che il giudice per le indagini preliminari disponesse l’archiviazione o un supplemento di indagini e senza avvisare neanche i legali dei familiari di David. Non solo. I fazzoletti sono stati distrutti senza neanche essere prima analizzati. Con loro molte altre prove che sarebbe state fondamentali a ricostruire l’accaduto. I video delle 12 telecamere, le celle dei telefonini presenti nella zona, l’elenco dei possibili testimoni, l’esame dei presenti nell’area di Mps: giusto per citare alcune delle ormai evidenti lacune investigative.

Lo scorso novembre l’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, ha rivelato a Le Iene l’esistenza di alcuni festini nelle colline senesi ai quali avrebbero partecipato anche i magistrati. Secondo il racconto fatto alla trasmissione televisiva, le indagini sulla scomparsa di Rossi non sono state compiute e il caso rapidamente liquidato come suicidio proprio perché alcuni magistrati avrebbero avuto dei rapporti diretti con altri personaggi di spicco della banca e della città interessati a non approfondire la verità. Questa versione trova ora un riscontro concreto nella testimonianza del gigolò raccolta e trasmessa ieri dalle Iene e che ora passerà al vaglio dei magistrati di Genova. Il ragazzo, di appena 26 anni, racconta con dettagli le serate, riconosce i partecipanti sia come suoi clienti sia come commensali o clienti di suoi altri colleghi. Inoltre garantisce di avere le prove di quanto afferma: numeri di telefono, pagamenti, mail e altro. “Sono persone pericolose, con le quali bisogna stare attenti”, dice tra l’altro. Una testimonianza molto importante che offre agli inquirenti una strada precisa da seguire per accertare almeno una parte di verità. Ci sono nomi e cognomi di almeno dieci partecipanti alle serate. Ci sono i reclutatori del ragazzo, gli organizzatori di questi particolari eventi che possono essere facilmente rintracciati e riscontri individuabili.

Il ragazzo parla anche di rapporti sessuali di gruppo, di cocaina, droghe. Ma al netto della prostituzione maschile e dell’uso di stupefacenti, ciò che colpisce e sembra ormai evidente è l’esistenza di una sorta di “cupola” che univa i controllori di Siena con i controllati. Se quanto raccontato da questo testimone dovesse rivelarsi anche solo in parte dimostrabile, l’intera vicenda Mps dovrebbe essere letta sotto un nuovo punto di vista. Perché due magistrati della procura di Siena partecipavano a feste e cene insieme a personaggi sui quali negli anni avrebbero dovuto indagare? E che tipo di rapporti avevano? Sicuramente di amicizia e amicali. Inoltre il giovane parla anche dell’esistenza di video delle serate. Quindi i partecipanti a quelle sere erano e sono ricattati o comunque ricattabili? Da chi? Sarà Genova ora a rispondere.

d.vecchi@ilfattoquotidiano.it

Volevano essere rivoluzionari. Furono soltanto parassitari

Una cosa che ci riporta altro che alle caverne… Fare la vittima è diventato un mestiere… La vittima è una figura stramba”. Parole vergognose e senza senso, pronunciate da una pluriassassina come la brigatista Barbara Balzerani. Roba che – trasferita in una cartella clinica – si tradurrebbe in frustrazione, impotenza, rancore e rabbia per il fallimento della “lotta armata”. Un cervello imprigionato nel fanatismo del passato, alimentato dall’odio e dal proposito di distruggere in un quadro che è stato di sostanziale “subalternità politica”.

La storia delle Br è contrassegnata da attacchi al “cuore dello Stato” di crescente ferocia, sempre compiuti quando il nostro Paese cercava – per un verso o per l’altro – di cambiare. Il primo di questi attacchi (sequestro Sossi, 1974) irrompe nel pieno della campagna referendaria per il divorzio, una novità dirompente rispetto alla nostra vecchia cultura. Il secondo (strage Coco-Saponara-Dejana, Genova 1976) avviene nel bel mezzo di consultazioni elettorali amministrative che fanno registrare spostamenti percentuali in doppia cifra con una notevole avanzata dei partiti di sinistra, chiamati a governare alcune grandi città. Il terzo (sterminio della scorta, sequestro e uccisione di Moro, Roma 1978) coincide con la formazione di un governo nazionale che per la prima volta – esclusa una breve esperienza subito dopo la fine della guerra – vede collaborare insieme maggioranza e opposizione.

Tutto ciò significa che le Br, a dispetto delle pallosissime “risoluzioni strategiche”, sono state incapaci di una autonoma linea politica. Erano piuttosto parassiti di quella nazionale, a rimorchio delle scelte altrui indirizzate (utilizzando gli strumenti della democrazia) a cambiamenti di forte impatto. Non ci sono elementi sufficienti per dire che le Br fossero “eterodirette”, ma è evidente come fossero politicamente “subalterne”. Nemiche di ogni cambiamento, non riescono ad impedirlo nel 1974 e nel 1976. Ci riescono nel 1978 con Moro, provocando nel sistema uno sconquasso profondo dal quale neppure oggi, forse, ci siamo pienamente ripresi. La riprova che in democrazia il terrorismo non ha mai risolto alcun problema. Semmai ha aggravato quelli esistenti o ne ha ostacolato/impedito la soluzione.

E tuttavia, si diffonde il malvezzo di chiamare in cattedra proprio i protagonisti negativi della stagione del terrorismo. Così, gli anni che essi hanno violentato e insanguinato vengono rievocati trasformando esperienze scellerate in modelli positivi. Una perdita della memoria che occulta il passato, sottovalutando profondamente il pericolo che esso ritorni.

Non esistono, come vorrebbero far credere la Balzerani e i suoi epigoni, verità delle Br da contrapporre alle vittime. Confondere vittime e assassini può soltanto provocare incertezza e confusione su temi che esigono invece serietà e chiarezza. Se poi a pontificare sono terroristi usciti dal carcere, vien da aggiungere che la pena espiata non è certo servita alla “rieducazione” voluta dalla Costituzione. E comunque non sta scritto – in nessun comma della Carta – che i condannati per fatti di terrorismo debbano tendere…. alla rieducazione dei cittadini.

Br, (breve) storia delle pene inflitte

Racconta che non riuscì a dormire, Mario Moretti, la notte prima del 16 marzo 1978. Il giorno lo trovò sveglio nell’appartamento di via Gradoli, a Roma, insieme a Barbara Balzerani. I due fecero colazione e uscirono di casa. Moretti passò davanti all’abitazione dove viveva Aldo Moro, per controllare che i programmi della giornata fossero rispettati. Poi si diresse in via Fani. Questa è la storia criminale e giudiziaria del pugno di uomini e donne che entrarono in azione quel giovedì di quarant’anni fa, sterminando la scorta di Moro e sequestrando il presidente della Dc, che al termine dei 55 giorni di prigionia, “eseguendo la sentenza”, fu ucciso. È stata ricostruita anche sulla base di un libro di cui sta per uscire una nuova edizione, Gli anni della lotta armata, di Davide Steccanella, edito da Bietti. Barbara Balzerani, nei giorni dell’anniversario, se l’era presa con le vittime: “C’è una figura, la vittima, che è diventata un mestiere. Questa figura stramba, per cui la vittima ha il monopolio della parola. Non è che se vai a finire sotto un’auto sei una vittima della strada per tutta la vita, lo sei nel tempo che ti aggiustano il femore…”. Nessuno dei brigatisti coinvolti in via Fani è oggi in cella.

1) Mario Moretti. A 31 anni è il più anziano. Mario Moretti, di origini marchigiane, ex operaio a Milano della Sit-Siemens, è clandestino e ricercato da anni perché considerato uno dei fondatori delle Br, alla fine del 1970. Nel frattempo, tutti gli altri del gruppo originario sono stati arrestati o uccisi. È il regista di via Fani. Guida la Fiat 128 bianca che alle 9.02 blocca la strada alla Fiat 130 nera di Moro e all’Alfetta chiara della sua scorta. Gestirà anche la prigionia, gli interrogatori, la soluzione finale. Poi scomparirà fino al 4 aprile 1981, quando viene arrestato dopo dieci anni di latitanza. Condannato a più ergastoli. Nel 1990 rilascia una intervista a Sergio Zavoli per il programma Rai La notte della Repubblica e nel 1993 a Rossana Rossanda e Carla Mosca (Una storia italiana, Anabasi, poi Mondadori). Non ha mai chiesto la liberazione condizionale. Ottiene il suo primo permesso nel 1993 e la semilibertà dal 1997. Oggi è semidetenuto nel cercere milanese di Opera, in cui rientra tutte le sere.

2) Prospero Gallinari. Ha 26 anni, era già stato arrestato quattro anni prima, a Torino, il 30 ottobre 1974 e processato con i componenti del gruppo storico delle Brigate rosse. Evaso dal carcere di Treviso il 1 gennaio del 1977 e si era unito alla colonna romana delle Br. In via Fani è (con Morucci, Bonisoli e Fiore) uno dei quattro del gruppo di fuoco che, vestiti da piloti dell’Alitalia, eliminano la scorta di Moro. Viene arrestato il 24 settembre 1979, dopo uno scontro a fuoco in cui viene inizialmente dato per morto. Condannato a più ergastoli, non si è mai dissociato dalla lotta armata. Pena sospesa nel 1996 per ragioni di salute. Nel 2006 subisce un trapianto di cuore e ottiene la detenzione domiciliare. Muore a Reggio Emilia il 14 gennaio del 2013, a 61 anni.

3) Valerio Morucci. È l’unico romano del gruppo di fuoco. A 29 anni, Valerio Morucci, detto “Pecos”, ha alle spalle un decennio di militanza e ripetuti contatti con i Gap di Giangiacomo Feltrinelli. Arrestato il 29 maggio 1979 insieme alla sua compagna, Adriana Faranda. Con lei ha già abbandonato le Br in disaccordo con la gestione Moro. Partecipa alla rivolta dell’ottobre 1980 nel carcere di Nuoro. Si “dissocia” dal terrorismo, senza fare i nomi di suoi complici, prima che sia approvata nel 1987 la “legge sulla dissociazione”. Nel 1994 ottiene la liberazione condizionale.

4) Franco Bonisoli. Arriva la sera prima con il treno da Milano, per far parte del gruppo di fuoco di via Fani. Ha 22 anni, è clandestino da quando ne ha 19 ed è già membro dell’esecutivo Br. È il primo a essere arrestato: il 1 ottobre 1978, nella base milanese di Via Monte Nevoso. Condannato a più ergastoli, sconta alcuni anni nelle carceri speciali. Si “dissocia” dalle Br dopo l’approvazione della legge del 1987 che concede benefici a chi lascia le organizzazioni armate. Dal 2001 è libero. Nel 2015 prende parte, insieme ad Agnese Moro, una delle figlie dello statista rapito e ucciso, al progetto Il libro dell’incontro.

5) Raffaele Fiore. Arriva anch’egli in treno a Roma, la sera prima, ma da Torino. Ha 22 anni ed è emigrato al Nord dalla Puglia. Ha lavorato come operaio alla Breda di Sesto San Giovanni. È il secondo dei brigatisti di via Fani a essere arrestato: meno di un anno dopo, il 19 marzo 1979. Mai dissociato, in semilibertà nel 1997. Nel 2006 ha rilasciato una intervista ad Aldo Grandi (L’ultimo brigatista, Rizzoli). Oggi lavora in una cooperativa.

6) Bruno Seghetti. A 27 anni, Bruno Seghetti è l’autista della Fiat 132 su cui viene caricato Moro subito dopo la strage e il sequestro. Arrestato a Napoli due anni dopo, il 19 maggio 1980, al termine di un rocambolesco inseguimento dopo l’omicidio dell’assessore dc Pino Amato. Mai dissociato. Viene ammesso al lavoro esterno al carcere nel 1995 e nel 1999 ottiene la semilibertà, revocata nel 2001 per avere partecipato ai funerali di Germano Maccari, ma in seguito ripristinata e poi trasformata in liberazione condizionale.

7) Alvaro Loiacono. A “copertura” del gruppo di fuoco, in via Fani ci sono due uomini e due donne. Tra questi, Alvaro Loiacono. Nel 1980 scappa in Algeria, nel 1986 ottiene la cittadinanza svizzera usando il cognome della madre (Baragiola), cittadina elvetica, ma viene arrestato a Lugano l’8 giugno 1988. Condannato dal Tribunale elvetico per l’omicidio del magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale degli Affari penali, ucciso il 10 ottobre 1978: ergastolo, poi commutato in 17 anni di carcere. È ammesso alla semilibertà nel 1997 e nel 1999 la sua pena è estinta. Nel giugno del 2009 è di nuovo arrestato in Corsica su richiesta dell’Italia, ma dopo quattro mesi di carcere la Francia non concede l’estradizione (come in seguito anche la Svizzera).

8) Alessio Casimirri. L’altro uomo di “copertura” è Alessio Casimirri, 27 anni. Scappato in Nicaragua, non ha fatto neppure un giorno di carcere. Fino al 2012 postava dal Sudamerica foto di pesca.

9) Barbara Balzerani. Le due donne presenti in via Fani sono Barbara Balzerani e Rita Algranati. La prima, 28 anni, armata di mitraglietta e paletta, presidia la testa del convoglio di auto che si trasforma in mattanza. Viene arrestata sette anni dopo, il 19 giugno 1985, a Ostia. Non si è mai dissociata. Nel 1998 ha pubblicato Compagna luna (Feltrinelli) e altri cinque romanzi. Nel 2011 ha ottenuto la liberazione condizionale e nel 2013 ha finito di scontare la pena.

10) Rita Algranati. Vent’anni, romana, Rita Algranati è l’ultima a essere arrestata, il 14 gennaio 2014 all’aeroporto del Cairo. Era fuggita in Nicaragua insieme al marito (poi ex) Casimirri, si era trasferita in Angola e poi in Algeria. Estradata in Italia, sta scontando la pena nel carcere di Rebibbia, ma in regime di semilibertà.

11) Adriana Faranda. Adriana Faranda, 26 anni, resta ad attendere la fine dell’azione nell’“ufficio” di via Chiabrera, che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle Br. È lei che compra le divise Alitalia indossate dal gruppo di fuoco. Viene arrestata nel 1979. Dissociata, ha ottenuto nel 1993 la liberazione condizionale.

12) Anna Laura Braghetti.Ventiquattro anni, è colei che un anno prima di via Fani acquista, insieme all’“ingegner Altobelli”, l’appartamento in via Montalcini dove sarà tenuto prigioniero Moro. Entra in clandestinità dopo il sequestro. Partecipa ad azioni della colonna romana tra cui l’omicidio di Vittorio Bachelet. Viene arrestata il 27 maggio 1980. Nel 1998 pubblica Il prigioniero (Feltrinelli) dal quale viene tratto il film di Bellocchio Buongiorno notte. È in permesso lavoro esterno dal 1994 e in liberazione condizionale dal 2002.

13) Germano Maccari. Gestisce l’appartamento in via Montalcini: Germano Maccari, 27 anni, dopo via Fani lascia le Br. Viene arrestato il 13 ottobre 1993. Dopo averlo negato per tre anni, nel 1996 ammette di essere “il quarto uomo” del covo. Condannato all’ergastolo, la pena gli viene poi ridotta a 26 anni. Muore il 25 agosto 2001 nel carcere di Rebibbia per un aneurisma.

14) Raimondo Etro.Vent’anni, viene arrestato nel 1994 e condannato nel 1996 a 24 anni e 6 mesi, ridotti a 20 anni e 6 mesi in appello. Oggi è libero. È stato l’unico a reagire alle parole di Barbara Balzerani che chiedeva di “essere ospitata oltre confine per i fasti del quarantennale”. Etro ha risposto così: “Avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse… provo vergogna verso me stesso… e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice”.