I giovani sono a 5 Stelle, invece Salvini non sfonda

Votano in percentuale decisamente più alta rispetto al totale, puniscono ancora di più i partiti “tradizionali”, sono più preoccupati ma meno sfiduciati dopo il voto, persino ottimisti, addirittura meno disgustati e – quanto alle priorità – a volte clamorosamente in disaccordo con quelle enunciate dalle forze politiche che hanno scelto.

È questa, in sintesi, la radiografia del voto “giovane” del 4 marzo che emerge dall’indagine dell’Osservatorio Giovani e Politica di Viacom e Mtv condotta su un campione di 1.173 ragazzi dai 18 ai 34 anni.

Percezione della politica nel post elezioni

L’emozione più forte associata alla politica in questo momento è la preoccupazione (45%), in aumento di sei punti rispetto al periodo pre-elettorale. Sembrano però attenuarsi altri temi negativi come preoccupazione (35%, meno 18 punti percentuali in poche settimane), rabbia (meno 13 punti) e disgusto (-9). Stabile il pessimismo (sceso dal 29% al 27%), mentre sale (si fa per dire) l’ottimismo, che passa dal 7% al 12%.

Per chi hanno votato gli under 35

Il 90% del campione dichiara di essere andato alle urne. Quanto alle preferenze accordate, vince ancora di più il Movimento 5 Stelle, perdono ancora di più Pd e Forza Italia e la Lega sfonda meno che tra i “grandi”.

M5S raccoglie il 36% dei consensi (contro il 32,7% totale) con nessuna differenza di genere o di età. Secondo il Pd, scelto dal 14% del campione (contro il 18,7%), terza la Lega, il cui dato “giovanile” (13,5%) è piuttosto al di sotto del 17,4% nazionale. Crolla Forza Italia, scelta dal 6,91%, meno della metà del 14,01% totale. Qualcosina in più per LeU (3,79% contro il 3,38%) e in meno per Fratelli d’Italia (3,6% contro 4,35).

Quale governo vorrebbero i ragazzi

Quanto alle prospettive di legislatura, un quarto del campione (28%) tra gli uomini si dice favorevole a un governo M5S-Lega. Staccata di un solo punto (24%) la quota di chi dichiara di voler tornare al voto senza prediligere alcuna alleanza. Una coalizione M5S-Pd incontra il favore di uno sparuto 14,49%, l’11% si augura un governo di larghe intese (molto meno popolare tra i diciottenni che tra gli ultratrentenni).

Le ragioni di una scelta politica “di rottura”

Per il 68% del campione il risultato delle elezioni politiche rispecchia “la voglia di cambiamento del Paese” e per il 59% le forze politiche tradizionali che hanno perso consensi “proveranno a frenare il cambiamento” (affermazione diffusa soprattutto tra la fetta più “anziana” del campione), Il 57% degli intervistati ritiene che si debba dare al Movimento 5 Stelle la possibilità di mettersi alla prova e governare.

Quanto alle priorità per un ipotetico nuovo governo, al primo posto “misure per ridurre la disoccupazione giovanile”, mentre il 28% indica la riduzione dei costi della politica e degli sprechi amministrativi. terzo posto (25%) alla riduzione delle tasse.

Interessante anche il dato delle cose meno prioritarie: l’urgenza di misure per regolare i flussi migratori è considerata emergenza solo dal 17,5% degli intervistati. Importa meno soltanto la riforma del sistema scolastico e universitario (13%).

Cosa vogliono gli elettori di Di Maio

Tra i ragazzi che hanno scelto Movimento 5 Stelle la priorità (messa al primo posto dal 38% del campione) ci sono il taglio agli sprechi della politica e la lotta alla corruzione, seguita dagli investimenti strategici per favore nuova occupazione, per esempio investimenti in nuove tecnologie ed energie rinnovabili (tema al primo posto per il 24% degli intervistati).

Tra le cose meno prioritarie, a sorpresa, il cavallo di battaglia del M5S: del reddito di cittadinanza importa soltanto al 15% dei ragazzi. Ha meno appeal soltanto il tema del superamento dei vincoli economici imposti dall’Unione Europea (6,6%).

Cosa chiedono quelli che hanno votato Salvini

In linea con i “grandi”, la massima priorità indicata dai giovani elettori della Lega (al primo posto per il 34%) c’è l’irrigidimento delle norme sui flussi migratori, seguito dalla riduzione dei livelli di tassazione, per esempio la flat tax, prioritaria per il 28% del campione.

Scarsa popolarità, anche qui, per il superamento dei vincoli economici imposti dall’Unione Europea (al primo posto nel 9% dei casi) e – un po’ a sorpresa – la lotta ai privilegi della classe politica e agli sprechi (indicata come emergenza soltanto dal 10% degli intervistati.

Zappia va all’Onu, si dimette il direttore degli affari politici

Terremoto alla Farnesina. Luca Giansanti, direttore generale per gli Affari politici del ministero degli Esteri, già ambasciatore a Teheran, si è dimesso dalla carriera a partire dal primo giugno. La sua decisione arriva dopo la nomina a rappresentante italiano alle Nazioni Unite di Mariangela Zappia, attuale consigliere diplomatico del premier dimissionario Paolo Gentiloni. Una nomina alla quale puntava da tempo Giansanti. Già un annetto fa, infatti, dopo che gli avevano garantito e poi tolto l’ambasciata a Parigi (andata all’ultimo momento a Teresa Castaldo, all’epoca a Buenos Aires, sponsorizzata dal duo Renzi/Boschi), gli avevano per l’appunto promesso la rappresentanza all’ONU, sfumata ieri.

Quella del direttore dimissionario “è una reazione esagerata”, commentano fonti diplomatiche, sottolineando come “si sia voluto far apparire la nomina della Zappia, che ha tutti i requisiti richiesti per quell’incarico, come frutto di una raccomandazione”. Zappia, ricordano le medesime fonti, “è stata rappresentante italiano all’Onu a Ginevra, ambasciatore alla Nato, consigliere diplomatico a Palazzo Chigi, gestendo il G7, ed è una donna”.

Vitalizi, acqua, luce e gas: qui si può tagliare

Tagliare i costi dei Palazzi, per tenere alto il consenso. E cautelarsi, perché il voto anticipato e la campagna elettorale sono una carta che potrebbero giocarsi da qui a un pugno di settimane se non si accorderanno. Schivando quel matrimonio di interessi per cui tifa il Pd ma di cui i vincitori del 4 marzo vedono tutti i rischi. Eccola, la valvola di sicurezza di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i capi politici di M5S e Lega che hanno vinto al tavolo delle presidenze delle Camere. E che ora partiranno dallo scranno più alto di Montecitorio, “consegnato” al grillino di sinistra Roberto Fico, per iniziare una campagna elettorale permanente. Nel segno del taglio definitivo dei vitalizi e di altri “privilegi”, veri o presunti. Un tema che sabato è stato il cuore del discorso di insedimento di Fico: “Adesso è prioritario andare verso il superamento definitivo dei privilegi, il taglio dei costi della politica deve essere uno dei principali obiettivi di questa legislatura. Si debbono e si possono razionalizzare i costi della Camera, senza per questo tagliare i costi della democrazia”. Sillabe che si sposano con quelle di Salvini, sempre di due giorni fa: “Mi auguro che i due presidenti comincino a lavorare presto, ci saranno tante spese da tagliare e servizi da migliorare”. E il senso politico è ovviamente lo stesso, dare già il segno di una legislatura diversa, quella degli anti-casta. Perché il segretario della Lega e Di Maio sanno perfettamente che dall’intesa sulle presidenze a quella per un esecutivo c’è un oceano di problemi e controindicazioni. A cominciare da un accordo sul nome del premier, perché Salvini ora reclama quel ruolo. Per magari domani proporre una terza scelta, con cui chiudere un accordo con i 5Stelle. Ma il Movimento invece su quella poltrona vede solo Di Maio, e poi vuole ancora provarci con la sinistra, dove tra le macerie pare muoversi qualcosa. Nell’attesa, tanto vale agitare le forbici, per restare alti nei sondaggi. Partendo da Montecitorio, perché a Palazzo Madama siede una berlusconiana doc come Maria Alberti Casellati, non proprio il prototipo della tagliatrice di poltrone. E M5S e Lega da soli non avrebbero i numeri per forzare. Alla Camera invece hanno abbastanza truppe, e soprattutto un presidente come Fico: un movimentista della prima ora, che potrebbe calendarizzare in tempi brevi in ufficio di presidenza una delibera per l’abolizione delle pensioni privilegiate dei deputati (i vitalizi veri e propri sono stati aboliti nel 2011). Quel testo di cui i 5Stelle hanno invocato l’approvazione per anni, “per abolire subito con venti righe, senza passare dall’Aula” l’attuale normativa, che prevede una pensione in media sui mille euro per ogni ex deputato a partire dai 65 anni (60, se si sono fatte due legislature). Un testo contro cui il Pd fece muro, ma chissà un domani. Ma vorrebbero andare oltre i 5Stelle di Fico, che sabato è andato a piedi da Montecitorio al Quirinale per mostrare sui tg della sera la sua linea pauperista. Perché la convinzione è che ci sia molto da tagliare nel bilancio della Camera. “Però dipende dalle voci, alcune si possono tagliare direttamente con delibere, per altre bisogna passare dall’Aula” ricordano. Un piano organico ancora non c’è. Ma si partirà dai testi elaborati da Riccardo Fraccaro, segretario nel passato ufficio di presidenza, per qualche ora il candidato del Movimento come presidente di Montecitorio. A consigliare cosa e come tagliare sarà ancora lui, che ha proposto un piano per ridurre le spese della Camera per luce, acqua e gas, oltre 6 milioni di euro all’anno come spiegò lui stesso a Presadiretta lo scorso ottobre. “Con la volontà politica si può risparmiare almeno mezzo milione all’anno” giurava. Ora starà a M5S e Lega. Molto attenti, causa voti.

Il Colle dà 2 mesi di tempo. Il primo giro è per Salvini

Dieci giorni esatti per elaborare, decantare, metabolizzare l’esito delle elezioni dei presidenti delle Camere di sabato scorso. Con Pasqua in mezzo, le attese e difficilissime consultazioni del capo dello Stato cominceranno martedì 3 aprile.

Al Quirinale, la realtà consegna due schemi politici complicati ma in ogni caso la cornice temporale è stata già tracciata. La gestazione per un possibile governo, con il sostegno di una maggioranza certa, non potrà durare all’infinito. E di fronte a scenari anche autorevoli di una proroga autunnale dell’esecutivo dimissionario di Paolo Gentiloni, la strada maestra del Colle dovrebbe andare in senso opposto. Non superare, cioè, l’estate. Senza la possibilità di formare un governo, non resta che sciogliere. Lo dice la Costituzione. E Mattarella, da docente di Diritto parlamentare nonché ex giudice della Consulta, non ama le soluzioni extra ordinem talvolta studiate e adottate dal suo predecessore.

Sessanta giorni dunque, sino alla fine di maggio. Questa la cornice. Ma se la direzione è quella impressa dagli accordi sulle presidenze di Camera e Senato, allora forse i tempi saranno più brevi. Il realismo del Colle non può che muovere dalle forze che si sono accordate per eleggere Casellati a Palazzo Madama e Fico a Montecitorio. Certo, entrambi i leader vincitori e vincenti, Di Maio e Salvini, precisano che è stato un accordo “slegato da tutto il resto”, ossia da un’eventuale maggioranza. Allo stesso tempo però non mancano continua segnali di stima tra Lega e Cinquestelle.

Sia Grillo, sia Di Maio hanno detto che Salvini è “uno che mantiene la parola data”. È la prima volta che dal mondo pentastellato arriva un’attestazione di stima per un leader di partito. Non solo. Nella sua lunga intervista di ieri al Corriere della Sera, il candidato premier del M5s non ha specificato tra le cose da fare il reddito di cittadinanza.

Contemporaneamente, su Facebook, Salvini ha risposto omettendo nel suo programma da premier la flat tax. Il primo, Di Maio, ha optato per un più generico “aiuti alla disoccupazione”. E anche il secondo, Salvini, si è mantenuto sul vago, con “tasse giù”. Tentativi per costruire un terreno comune, seppure “parzialmente”, come ammesso dal numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti? Queste le parole di Giorgetti: “Esecutivo con i Cinquestelle? Sì, ma parzialmente”.

Rispetto però ai titoloni e ai metri quadri dedicati dalla stampa a un esecutivo Lega-Cinquestelle, lo schema è cambiato. Se Salvini riuscirà a mantenere la bandiera del Carroccio issata sabato su Palazzo Grazioli, per dirla con Denis Verdini ieri sul Tempo, la formula di partenza varia. Non più Lega-Cinquestelle ma centrodestra-M5s.

Ed è per questo che Salvini diventa favorito per il primo giro da pre-incaricato. Da leader di una coalizione che venerdì scorso è morta salvo risuscitare sabato mattina, tocca a lui. Ovviamente c’è l’incognita Berlusconi. Per Di Maio e i grillini è un’opzione (quasi) impossibile l’accordo organico con il centrodestra. Anche perché stavolta l’ex Cavaliere difficilmente rinuncerà alla sua condizione di incontrare il capo politico del Movimento.

Esaurito il primo giro di Salvini, il pre-incarico dovrebbe andare a Di Maio. E questa volta si potrebbe tornare allo schema originario Lega-Cinquestelle, dove però il Carroccio da solo sarebbe la metà del M5s, invertendo i rapporti di forza. Insomma, Salvini ha due abiti a disposizione per la trattativa: uno maggioritario, a capo del centrodestra; l’altro minoritario, da leader leghista. Senza dimenticare, comunque, che sia i grillini sia i leghisti prevedono un esodo forzista verso la Lega, formato da una folta truppa di azzurri che considera il berlusconismo finito.

Due schemi, due tentativi. Dopo si entra davvero in una terra incognita, dove serviranno altri esploratori e altre formule. E in cui sia Casellati sia Fico sarebbero fuorigioco per un eventuale incarico istituzionale. La prima ché troppo caratterizzata dal suo berlusconismo ad personam. Il secondo perché si tratterebbe di un doppione di Di Maio.

Martina: “Ascoltiamo Mattarella, i giochi mi sembrano fatti”

“Ascolteremo le indicazioni del presidente Mattarella, senza strattonarlo”. Così il segretario reggente del Pd Maurizio Martina a “In mezz’ora in più” su Rai3 sull’impegno del partito in un possibile governo. “Nessuna logica dell’Aventino, non è nella nostra storia – ha ribadito –. Dobbiamo avere l’umiltà di dire che non siamo più il centro del mondo e lo si è visto anche sabato”. Eppure, secondo Martina, bisogna prendere atto che nella strategia del Movimento qualcosa è cambiato: “Credo che i Cinquestelle abbiano fatto le loro scelte anche in prospettiva di un’alleanza politica futura. Il fatto politico di sabato non può essere sottovalutato. Nell’intervista di questa mattina (ieri al Corriere della Sera, ndr) Luigi Di Maio non cita una volta il reddito di cittadinanza, vorrà pur dire qualcosa. Ora ci dicano come intendono governare”. Nel frattempo, il segretario reggente ha indicato la linea da seguire per ricostruire il partito, “all’opposizione”, e ha chiesto unità per la scelta dei capigruppo: “Mi sento responsabile di una proposta unitaria, che chieda al mio partito di non dividersi”.

Lega con M5S e tutte le altre combinazioni (per farsi del male)

Davanti al Movimento 5 Stelle ci sono varie strade. L’elezione della Casellati alla Presidenza del Senato dice poco o nulla in ottica di governo: i 5 Stelle stanno giocando su due fronti e continuano il loro “tango” (cit. Grillo). Analizziamo i vari scenari con la lucidità di un Genny Migliore zimbellato con agio dal Subcomandante Marescotti.

Opzione Giornaloni. È il governo M5S-Lega, che a molti di Repubblica (non tutti) e ai renziani (tutti) piacerebbe da pazzi, ancor più dopo il caso Casellati, così poi potrebbero dire: “Visto? Di Maio è Hitler e la Taverna Eva Braun. Aveva ragione quel satanasso di Cappellini!”. Ciao core. M5S e Lega hanno 2 cose in comune e 98 in antitesi, passerebbero tutto il tempo a litigare e nel frattempo il loro consenso si eroderebbe. Gli elettori leghisti direbbero a Salvini: “Perché governi con quelli lì?”. Gli elettori grillini (e tanti son di sinistra) direbbero a Di Maio: “Tutto ‘sto casino per poi farsi le pippe con Calderoli & Borghezio?”. Se davvero si accorderanno per un governo politico, e cioè non legato unicamente a legge elettorale nuova, abolizione dei vitalizi (ulteriore boom di consensi) e poco altro, saranno i più grandi deficienti della galassia. E nel frattempo resusciteranno financo il bollitissimo Renzi.

Opzione Grillusconi. Probabile come un pensiero intelligente di Gasparri. Se i 5 Stelle vanno con Berlusconi, possono sputarsi in faccia da soli e suicidarsi. Al momento, quando Renzi andò a Palazzo Chigi per prima cosa baciò la pantofola del maestro Silvio, mentre Di Maio ha risposto “suka” alla richiesta di Berlusconi di incontrarsi.

Opzione Cacciari. È l’appoggio esterno del Pd a un governo monocolore M5S. Anche Bersani chiese lo stesso al M5S nel 2013 e il M5S fece benissimo a non starci, solo che lo disse e spiegò malissimo. Se Di Maio ci casca, il Pd lo disarciona dopo pochi mesi per poi dire: “Visto? Quelli lì sono inaffidabili”. A quel punto, nelle urne, potrebbe succedere di tutto. Al Pd tale strada conviene e basta, mentre il M5S ha solo da rimetterci.

Opzione Flores D’Arcais. Non un accordo di governo, ma un’azione autonoma del M5S rivolta al Pd. Tipo Rodotà nel 2013. I 5 Stelle dovrebbero ribadire i loro punti qualificanti e proporre un Premier à la Zagrebelsky o Montanari, con governo fatto da “tecnici buoni” graditi a Mattarella. Secondo Flores D’Arcais, il Pd “non potrebbe dire di no”. Invece secondo me lo direbbe eccome. Come lo disse nel 2013 (vergogna imperdonabile). L’errore di Paolo è quello di immaginare – o sperare – un Pd già derenzizzato, quando invece sono ancora quasi tutti renziani e pur di non appoggiare i 5 Stelle preferirebbero pure la morte. Quindi pure Berlusconi. O Renzi, che è poi la stessa cosa, però con molto meno talento.

Opzione Travaglio. Un governo che contempli un vero accordo politico tra M5S e Pd. Premier Di Maio, vicepresidenti due del centrosinistra (tipo Grasso e Minniti). I ministri, anche qui, sarebbero “tecnici buoni” un po’ quota 5 Stelle e un po’ quota Pd, per dimostrare che non tutti i tecnici sono efferati come Monti. Ci si arriverebbe tramite un lavorio di mesi tra M5S e Pd, che dovrebbero cercare un punto d’incontro su reddito di cittadinanza, legge anticorruzione, legge Fornero, evasione, Rai, eccetera. Poi, come in Germania, andrebbe chiesto ai rispettivi elettorati se sono d’accordo con un governo così. Nel frattempo i mesi passerebbero, ma la gestione potrebbe essere data a Gozi, che tanto non è stato eletto e quindi ha molto tempo libero. Tutto ciò presuppone da un lato l’elasticità di tanti talebani grillini e dall’altro la derenzizzazione fulminea del Pd. Opzione bella sulla carta, ma altamente improbabile.

Opzione Gomez. Il Pd prima o poi cederà, per paura delle elezioni, istinto di sopravvivenza (conservarsi la poltrona) e per i poteri taumaturgici di Mattarella. Può essere, ma anche qui i 5 Stelle avrebbero tutto da perdere. E forse pure il paese: sarebbe un governo forzato, nato stanco e prossimo alla morte.

Opzione Nardella. Si va tutti sotto casa di Nardella a mezzanotte, gli si suona il campanello e poi si grida al citofono: “Orfini è più figo di te, bischero!”. È un gesto che non aiuterà forse il Paese, ma che ci farà stare meglio. Io, per dire, lo faccio ogni venerdì con Padellaro e la Truzzi. Ci divertiamo sempre una cifra.

Opzione Cinica. I 5 Stelle aspettano che padre e figlio si uniscano, ovvero Berlusconi e Renzi, e che Salvini si riveli così gonzo da starci dentro. A quel punto, cinicamente, vedono nascere un empio Renzusconi in salsa salviniana. E poi incassano un 43% al prossimo giro.

Anche se, nel frattempo, il paese sarebbe in macerie o giù di lì.

Opzione Tav (Torniamo A Votare). È l’opzione che da sempre reputo più praticabile. Per questo volevo chiamarla “Opzione Scanzi”, ma mi piaceva fingermi umile. Funziona così. I 5 Stelle provano, sul serio, a fare un governo bello: quindi Opzione Flores o Travaglio (le altre le buttiamo nel cesso di Sgarbi, tanto ci è abituato). Poi, dopo la gragnuola di “no” ricevuti e forti dei sondaggi che danno in crescita tanto loro quanto (più ancora) la Lega, dicono a Salvini: “Ehi hombre, mettiamo le palle sul tavolo. Accordiamoci sulla nuova legge elettorale, stavolta degna, e andiamo al voto quanto prima. Così distruggiamo una volta per tutte Renzi e Berlusconi. E capiamo una volta per tutte se il paese preferisce noi o voi”.

L’ora dei saluti

1)È giusto che il partito e la coalizione che hanno vinto le elezioni, cioè i 5Stelle e il centrodestra, si dividano le presidenze delle due Camere? Sì, lo è: sbagliò di grosso il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S, a prendersi tutto, cioè le presidenze della Camera, del Senato, della Repubblica e del Consiglio, e alla lunga finì per pagare la ubris.

2) Si poteva adottare uno schema diverso, premiando ai vertici del Parlamento i primi due partiti, cioè i 5Stelle e il Pd? Certo che si poteva, anche se si sarebbe regalato al centrodestra escluso un formidabile argomento in più per pretendere Palazzo Chigi: ma il Pd, ancora in mezzo al guado fra il renzismo sconfitto e il futuro ignoto, ha deciso di non giocare proprio la partita, riducendosi a un patetico inseguimento notturno di Di Maio fuori tempo massimo, quando i giochi erano fatti.

3) Era possibile avere un presidente del Senato più presentabile o meno impresentabile della Casellati? No: nelle condizioni date, col Pd nel freezer dell’Aventino e la Lega misteriosamente rinunciataria a vantaggio di Forza Italia, è già un miracolo se Di Maio – con la sponda di Salvini – è riuscito a silurare il pregiudicato Romani, a costringere B. (senza mai parlarci) a cambiare cavallo a favore di una chiacchieratissima incensurata e contemporaneamente a far eleggere alla Camera il più movimentista, progressista e antileghista dei deputati 5Stelle (Roberto Fico). Sarebbe stata meglio Anna Maria Bernini, la berlusconiana dal volto umano proposta da Salvini e Di Maio, senza conflitti d’interessi e soprattutto senza figli da piazzare. Mai però B. avrebbe accettato di farsi scegliere da altri il suo candidato: dunque sarebbe saltato tutto, il centrodestra avrebbe tirato diritto da solo e, visto che lì il più pulito ha la rogna, oggi magari ci ritroveremmo Giggino ‘a Purpetta sullo scranno più alto di Palazzo Madama e un renzusconiano a Montecitorio. Con gli sconfitti Renzi&B. resuscitati e i vincitori tagliati fuori.

4) Hanno ragione quelli del Pd, o quel che ne resta, e i loro giornaloni a strillare all’inciucio e alla “perdita della verginità” dei 5Stelle per il voto alla Casellati? Sull’inciucio avrebbero ragione se l’accordo istituzionale Di Maio-Salvini nascondesse contropartite occulte in vista di un governo insieme; invece avrebbero torto se l’asse fra i due vincitori finisse qui e ora ciascuno andasse per la sua strada. Quanto alla verginità, fa un po’ ridere sentirla evocare da queste vecchie maitresse che nel 2008 si astennero su Schifani (amico di vari mafiosi) presidente del Senato e poi lo applaudirono entusiasti.

Che con B.&C. (Casellati inclusa) hanno fatto due governi (Monti e Letta, più altri due con Alfano & C.), un presidente della Repubblica (Napolitano), un Patto del Nazareno, due leggi elettorali incostituzionali (Italicum e Rosatellum), una “riforma” costituzionale. Che nel 2014 han votato la Casellati al Csm, a vigilare sui magistrati. E che non han mosso un dito quando Barbara Degani, sottosegretaria all’Ambiente di Renzi e Gentiloni, ha nominato portavoce la figlia della Casellati.

5) Dopo aver eletto insieme i presidenti delle Camere, Di Maio e Salvini faranno insieme anche il governo? Tutto può essere, anche perchè i numeri ci sono (salvo compravendite berlusconiane nel gruppo leghista). Ma – fermo restando che non c’è alcun nesso fra una convergenza istituzionale per le cariche di garanzia (Quirinale, Camere, Consulta, Csm, Rai…) e un’alleanza per Palazzo Chigi- è piuttosto improbabile. Anzitutto, ve lo vedete Salvini in un governo Di Maio, o viceversa? E poi perchè Salvini, che aspira a succhiarsi la leadership di tutto il centrodestra, dovrebbe rompere il suo fronte, tradire il popolo di FI e regalarlo ad altri? E perchè Di Maio dovrebbe far incazzare gran parte dei suoi elettori (9 su 10 di centrosinistra e 3 su 4 del Centro-Sud) e pure dei suoi eletti? E come farebbero a varare insieme i rispettivi capisaldi programmatici, cioè il reddito di cittadinanza e la flat tax, quando già è un’impresa trovare le risorse per coprirne uno? Finora sono stati abili, ma chi fa troppo il furbo alla fine è fesso (Renzi docet).

Molto meglio per loro (e per l’Italia) che Matteo e Giggino si salutino, accontentandosi di aver tumulato B.&Renzi e di aver fatto capire chi ha vinto. Per quanto complicata e numericamente pericolante, la via più praticabile resta l’intesa fra le forze meno incompatibili: M5S e centrosinistra. Oggi nel Pd non si sa con chi parlare perchè il reggente Martina ha le mani legate da Renzi e dagli altri capiclan. Ma dopo la cura Mattarella – una mantecatura a base di due giri di consultazioni, con minaccia di elezioni senza un governo entro giugno – qualcosa potrebbe cambiare. Purchè Di Maio faccia ai centrosinistri cui già guardava in campagna elettorale (con una squadra di ministri tutti di quell’area) una proposta che non possano rifiutare. Se poi quelli la rifiuteranno, non potranno lamentarsi se il M5S guarderà altrove. O se si tornerà a votare e si estingueranno per sempre.

Dissenso Comune contro Time’s Up: noi ci mettiamo i principi, loro i soldi

“Dear Sisters.” Era il 1° gennaio 2018, a caratteri cubitali sul sito timesupnow.com compaiono queste due parole. Più che il “care sorelle” in sé colpisce il corpo gigantesco scelto per scriverle, quasi a significare che al centro c’è proprio “il corpo”, oggetto e soggetto del dibattere. Tutt’attorno una lettera d’intenti, in fondo alla quale un’altra espressione chiave “In solidarity”. L’iniziativa Time’sUp ha fatto il giro del pianeta vestita di nero, dai Golden Globe agli Oscar ma “in quanto” americana, non poteva rimanere teorica. La sua concretezza è tutta nero su bianco e, a quanto pare, cerca di scardinare il sistema dal suo interno utilizzando per il momento quanto di più concreto sia stato concepito dalla società capitalista: denaro. Nella sezione gofundme.com/timesup si legge in tempo reale a quanto ammonti il noto fondo per il sostegno legale delle vittime di abusi sessuali, oggi arrivato a 21.289.600 dollari. Ma la concretezza delle “women in black” non si ferma qui. Ci sono dati, indirizzi a cui appellarsi, e soprattutto materiale informativo sul significato vero di “sexual harassment” segnalato con tre sotto sezioni: Che cos’è – Come individuarlo – Cosa fare.

Perché ciò che conta per Time’sUp è l’esigenza che le donne conoscano i propri diritti. Uno degli elementi più interessanti dell’iniziativa è l’essere “in rete” con altre associazioni o addirittura istituzioni che già si occupano di violazioni di diritti, perché “inclusion” era la parola chiave, Frances McDormand docet agli Oscar. Fra le principali delle 9 che compaiono nel sito anche la governativa EEOC (Equal Employment Opportunity Commission) e la più “specifica” e recentissima WIF (Women in Film). Nota a margine non marginale: per Time’sUp tutti i mezzi sono leciti, specie fare i nomi, anzi soprattutto.

Attraversare l’Atlantico per atterrare sul sito di Dissenso Comune (dissensocomune.it) è come lasciare un palazzo per una stanzetta. Firmato esattamente un mese dopo Time’sUp, il manifesto delle “operatrici dello spettacolo” nostrane è un work in progress ancora embrionale ma il suo primo “gesto” istituzionale l’ha fatto, o almeno ci sta provando, benché continui a perpetrare lo sguardo sul sistema disdegnando la denuncia pubblica dei nomi dei molestatori. Nella lettera al Presidente Mattarella redatta in occasione dei David di Donatello compaiono delle richieste elaborate in 6 punti: un Codice etico che metta a norma i comportamenti negli spazi di lavoro; parità di salario e di incarico per tutte le lavoratrici; educazione al rispetto di genere e delle diversità sin dalle scuole dell’infanzia; uguaglianza di rappresentanza fra uomini e donne entro il 2020 in ogni “istituzione” di ordine culturale; un cambiamento e una valorizzazione nella rappresentazione del femminile verso una profonda trasformazione dell’immaginario; la proroga del termine di sei mesi per presentare querela in caso di violenze (che si riduce a tre mesi in caso di molestie) dal momento in cui si verifica il fatto. Per quanto giuste, le richieste suonano ancora troppo teoriche e di “principio”: molto poco “americane”.

Monicelli e poi il diluvio: le famiglie sono in ritardo pure sugli schermi

“Non c’è altro di cui scrivere” aveva sentenziato lo scrittore Richard Yates, di fronte ai dubbi sollevati da una giovane autrice alle prese col suo primo romanzo dal titolo “Familiar Ground”. “Non scrivo altro che della famiglia…” aveva detto lei, come per giustificarsi. E forse aveva ragione Yates. Per quanto ci si sforzi di parlare d’altro, si finisce sempre lì, perché è da lì che tutto comincia. La famiglia è il fulcro dell’esistenza e dunque chi scrive, chi racconta, più semplicemente chi vive, non può evitare di farci i conti. Da un punto di vista narrativo inoltre, la famiglia offre infiniti spunti adattabili a ogni genere: comico, drammatico, tragico, religioso (la Sacra Famiglia…). Se si vuole avere un’idea della società, basta ficcare il naso fra le mura di casa.

La società di oggi, soprattutto al cinema o nelle serie tv, è rappresentata dalla cosiddetta “famiglia disfunzionale” (termine orribile più che mai in voga) i cui membri più sono borderline e meglio è, più assumono e infliggono comportamenti dannosi, manipolatori, coercitivi e irragionevoli e più riscuotono successo poiché assolvono un doppio ruolo presso gli spettatori: i disfunzionali medesimi possono rispecchiarsi nei loro alter ego e ridendo, o piangendo di fronte alle loro imprese si sentono meno soli: la mise en scène quasi li nobilita dando loro diritto di cittadinanza. Gli altri, i “funzionali”, si sentono al riparo, e magari, tornando a casa, comodamente seduti sui loro divani si guarderanno intorno e, posando lo sguardo su rassicuranti ambienti casalinghi profumati di arrosto e schiuma da barba, almeno per qualche ora, saranno disposti a rivalutare il diagramma piatto delle loro esistenze. Le famiglie felici (non abbiate paura, non citerò il famoso e abusato incipit) esistono soltanto nella pubblicità che per definizione (e deformazione) rappresenta il falso per vendere il vero. Mi chiedo quando arriverà il giorno in cui per pubblicizzare un biscotto si avrà l’onestà di mostrare ragazzini assonnati, padri incazzati e madri distratte che trangugeranno in fretta e furia la loro prima colazione maledicendo i rumori infernali della città, i gabbiani e il meteo. Giorni fa sono capitata su una nuova serie tv americana, “Here and now”, in cui il racconto (o la vivisezione?) familiare aggiunge elementi fin qui inesplorati. Questa volta, a essere rappresentata e conseguentemente demolita, è la famiglia progressista benestante e multietnica. Tim Robbins e Holly Hunter sono genitori di quattro figli, di cui tre adottivi che arrivano dall’Africa, dal Sudamerica e dal Vietnam, e una biologica. Si intuisce sin dalla prima puntata che il “progetto” familiare, costruito su un’idea di perfezione sociale esemplare, è opera della madre, una donna nevrotica ciecamente convinta di tenere ogni cosa sotto controllo. Non sarà così, ovviamente. È interessante notare come, ancora una volta, gli autori americani abbiano intuito quanto l’immarcescibile soggetto più volte esplorato e sempre vincente avesse bisogno di nuovi punti di vista e che l’asticella della provocazione andasse ulteriormente alzata. È inevitabile chiedersi come mai in Italia si arrivi sempre con qualche anno di ritardo non soltanto rispetto agli Stati Uniti ma anche rispetto ad altri paesi europei, penso alla Francia ma soprattutto alla Danimarca o alla Svezia. Festen è un film del ’98, Le Dieu du carnage, da cui Polanski ha tratto una versione per il cinema, è una commedia scritta nel 2006. Cito questi due titoli perché sono stati portatori di un genere più volte saccheggiato che si può riassumere brevemente così: i componenti di un nucleo familiare si riuniscono in un ambiente per celebrare una qualsiasi ricorrenza e finiranno per scannarsi. Si può obiettare che Monicelli, con il suo Parenti Serpenti del ’92, fosse arrivato prima di tutti, ma la differenza è che il suo film non creò un genere, non produsse epigoni (salvo Paolo Virzì con Ferie d’agosto e Muccino molti anni dopo).

Noi abbiamo bisogno di riprodurre (con ritardo) ciò che arriva da lontano, subordinandoci a gusti altrui che facciamo nostri con il rischio di creare ibridi o déjà vu. Il linguaggio proposto dalla serialità americana viene accolto all’unanimità come esempio da seguire eppure ci ostiniamo a replicare all’infinito cliché televisivi di rassicuranti famiglie italiane adatte alla prima serata senza avere il coraggio di mirare più in alto. Ecco, forse è il coraggio ciò che manca. L’azzardo di affrontare temi nuovi e nuovi linguaggi spogliandoli da rassicuranti colonne sonore in cui prevale il pianoforte, rinunciando a una fotografia piatta e senza sfumature, scommettendo su attori mai visti e autori fuori dal coro. La letteratura per fortuna è meno vincolata e vincolante e consente una maggiore libertà di espressione. Chi scrive ha il potere impareggiabile di decidere il proprio cast e le proprie scenografie, può spaziare nel tempo e nello spazio senza preoccuparsi del budget a disposizione, può cambiare idea in corso d’opera, fermarsi e poi riprendere e può tentare, se ne ha desiderio, di raccontare l’irraccontabile.