“Mamma mi voleva col posto fisso. E sul set con Depardieu e Scola… ”

Sabrina Impacciatore ha una rara verginità emotiva, il tempo non ha corrotto, alterato o viziato il piacere e il rischio di sentire sulla pelle i sussurri del mondo affettivo e sociale; quindi non c’è troppo da stupirsi se il racconto del suo Sanremo insieme all’amico di sempre, Pierfrancesco Favino, viene arricchito da una lacrima; o se rischia di causare un malore alla sua addetta stampa quando candidamente racconta l’invito ricevuto da Gérard Depardieu a masturbarsi. È senza filtri.

E la sua favola inizia più o meno così: c’era una volta un locale piccolo, stretto e lungo al centro di Roma, tra piazza Navona e Campo de’ Fiori; primissimi anni Novanta, fine dell’edonismo degli Ottanta, ancora vergini del tracollo successivo. Qui dentro un gruppo di ragazzi si ritrovava ogni sera, nottate lunghe, infinite, tra una birra e una jam session; una sigaretta (magari uno spinello) e i sogni di successo. Nel Locale (“L” maiuscola, era il suo nome) l’alfabeto dei clienti comuni recitava: Daniele Silvestri, Max Gazzè, Rocco Papaleo, Alex Britti, Niccolò Fabi, Sergio Cammariere, Pierfrancesco “Picchio” Favino e Sabrina Impacciatore: “Sono cresciuta lì, tutto è partito e nato dentro a quei metri quadri; lì ci nutrivamo e condividevamo”.

Però lei era già conosciuta grazie a Boncompagni…

Un po’. Ma ho iniziato a studiare recitazione quando avevo sedici anni, e la strada era chiara. Almeno per me. Poi per soddisfare le richieste dei miei genitori ho conseguito una laurea parauniversitaria in comunicazione di massa.

I suoi non la sostenevano nel sogno d’attrice?

Zero. Di nascosto prendevo lezioni da uno statunitense poi diventato un guru, una sorta di filosofo pazzo, mentre mamma era disperata, desiderava un “lavoro serio”, e lo ripeteva ogni mattina dopo avermi svegliata con il giornale sul letto, aperto sulla pagina degli annunci economici.

A scuola studiava?

Andavo molto bene.

Secchiona.

No, mai! Direi: furba.

Copiava o passava?

Passavo. Copiare non mi era possibile, sono troppo orgogliosa.

Occupava?

Ero la regina dell’occupazione, e manifestavo pure, però non sono mai stata una giovane impegnata, l’impegno vero, la presa di coscienza è arrivato qualche anno fa; era solo una scusa per organizzare un po’ di casino…

E rimorchiare…

Mai avuto problemi da quel punto di vista (arriva il thè).

Vuole dei pasticcini?

No, grazie, ho da poco finito di mangiare un piatto di rigatoni con la pajata e un altro con la coda alla vaccinara.

Degli assaggi.

Porzioni intere, non sapevo quale scegliere, quindi li ho spolverati entrambi.

Cucina?

Poco, ma come una che vuole godere: mangio quello che desidero, sempre, senza limiti.

Brucia tutto.

Forse grazie all’ansia da palcoscenico e in questo periodo arrivo da tre anni di tournée con La Venere in pelliccia e non c’è stata una sera nella quale non ho maledetto il giorno in cui ho deciso di lavorare in teatro.

Una volta aperto il sipario, arriva la gioia.

La felicità la sento nell’interpretare, nell’entrare dentro al personaggio, e non uso il termine recitare perché recitare sottintende un principio di finzione, mentre la questione è differente, è più seria.

Fino che punto?

Quando vado in scena non penso al delirio del palco, ma alla bellezza di entrare nei panni di un personaggio ed evadere da me per una sera in più.

Poi ne esce facilmente?

No, lo porto a casa e spesso ne pago le conseguenze: quando lo vivi veramente non te ne puoi liberare, si impossessa dei tuoi pensieri, degli impulsi, dei tuoi modi di reagire.

Un esempio?

Per il monologo di Natalia Ginzburg, dedicato a una donna che da sana di mente diventa pazza e uccide il suo uomo, sono diventata folle.

Metaforicamente?

Magari! Mi sono isolata da tutti, astratta dalla vita privata: ho vissuto solo per il personaggio, ho perso sei chili e un giorno davanti allo specchio del camerino ho scoperto un ciuffo di capelli bianchi. Gli unici della mia vita.

E lì…

Una sera mi bussa al camerino una psicoterapeuta, e mi dice: “Quello che ho visto non lo dimenticherò mai, è stata di una potenza assoluta, ma si deve proteggere perché lei è a rischio, sta oltrepassando i limiti”. Mi sono spaventata.

Finita la tournée?

Mi hanno chiesto di continuare, ho rifiutato. Forse non è chiaro: il mio era un monologo di 55 minuti e ogni sera piangevo per 55 minuti, perdevo liquidi, mi consumavo.

Come ne è uscita?

Salvata dal film Amiche da morire, un ruolo iper leggero, e ho scacciato l’esaurimento.

Durante “Venere in pelliccia” desiderava rapporti sessuali?

Per fortuna ero sola, niente fidanzato.

Lei è da poco reduce dagli applausi di Sanremo.

E in questo periodo di grande successo, mi sono sorpresa: più era forte il clamore e più mi sentivo vulnerabile, come se fossi senza pelle; sono stata ferita da situazioni che normalmente non mi avrebbero sfiorato.

Cosa, in particolare?

Comprendere un dato: chi ti vuole veramente bene non si appalesa nel momento del bisogno, ma in quello del successo. Dove non c’è invidia. Ma felicità.

Ha letto le critiche e i complimenti durante Sanremo?

Impossibile, ero troppo agitata, andavo a letto alle sette del mattino, mi svegliavo alle due del pomeriggio e rimbambita, poi alle sette arrivava una telefonata dall’organizzazione che mi comunicava il mio intervento all’Ariston; arrivavo al Festival senza sapere il ruolo. Improvvisavo.

Si è divertita?

Sì, però me ne sono accorta solo in questi giorni, avevo troppa paura.

Il terribile Sanremo.

È un frullatore di umani, dove sei dentro a una giostra importantissima, esaltante, ma deve restare un’esperienza di una settimana, altrimenti non si sopravvive.

Favino le ha dato sicurezza?

Avere Picchio sul palco mi scaldava metà del cuore, all’altra metà ci ha pensato Baglioni, una rivelazione al di sopra di ogni aspettativa.

Non delusa…

Ho passato infanzia e adolescenza a cantare le sue canzoni, e temevo di incontrare il mito e restarci male; invece ha superato ogni idea, ogni possibilità di calore: mi ha fatto sentire accolta e capita, e non mi capita quasi mai.

Favino era agitato?

La prima sera stava come un pazzo, poi ho percepito il momento esatto nel quale è scattato il click, si è lasciato andare e ha iniziato a volare. Per me… (si commuove) è stata una gioia incredibile.

Lui è un suo punto di riferimento?

Lo conosco da decenni e lo considero vicino a me come approccio alla vita, anche se lui è più cerebrale, io istintiva; però quando gli hanno proposto Sanremo, sono stata una delle primissime alle quali ha chiesto un consiglio: era dilaniato dal dubbio. Così gli ho detto: fidati, devi andare.

Non parliamo di uno sconosciuto…

Certo, ma lui ha sempre avuto il bisogno di affermare la sua parte da attore impegnato, mentre conosco il suo aspetto giocoso, per questo gli dicevo: “Hai un dono e lo devi condividere”. E giù a insistere.

Se ripensa a voi due giovani, dentro al Locale?

All’epoca avevo una cotta occulta per lui.

Ecco il motivo delle lacrime…

Macché! Sono proprio così: l’altra sera mi sono commossa davanti alla televisione dopo aver visto Claudia (Gerini) ricevere il David di Donatello; partecipo alla felicità delle persone che amo.

Insomma, se ripensa a voi due da ragazzi…

Sento la tenerezza, lo guardavo e vedevo il successo, lo percepivo come un attore famoso.

Mentre gli altri del gruppo?

Alex Britti passava le nottate a suonare pezzi blues, e il suo virtuosismo si avvertiva in maniera netta.

Sergio Cammariere?

All’epoca si chiamava Stress, il gruppo la Stress band e lo seguivo ovunque.

Gli altri?

Con Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Rolando Ravello abbiamo realizzato uno dei primi spettacoli della nostra vita, prodotto da Maurizio Costanzo: Forever Blues; noi pieni di sogni, la pizza dopo lo rappresentazione, palchi piccoli e un pubblico ristretto.

Di quel gruppo, chi l’ha stupita maggiormente?

Edoardo Leo, perché ci ha messo più tempo degli altri ed era quello che lavorava più nell’ombra, era chiuso in una sorta di bozzolo.

Anche lui era a Sanremo…

Infatti sono stata travolta dall’aver condiviso un momento fondamentale insieme ai miei compagni di giochi; e poi a Rolando Ravello dovrò sempre dire grazie per avermi presentato Ettore Scola il quale mi ha adottata all’istante e prodotto due spettacoli teatrali scritti dalla figlia.

Con Scola ha girato “Concorrenza sleale”…

Ed è stato il più grande signore del cinema italiano, arrivava sul set in giacca e cravatta, un lord; l’atmosfera era magica, rigorosa, silenziosa, e lui sempre di buon umore.

Il primo giorno di set…

Dovevo girare con Gérard Depardieu, dall’agitazione la sera prima mi imbottisco di Lexotan (ansiolitico); arrivo sul set completamente rallentata, ne parlo con Gérard, e lui si mostra docile e accogliente.

Dépardieu dolce e accogliente?

All’inizio, poi con una flemma incredibile mi fissa negli occhi e aggiunge: “Sabrinà, perché hai preso la pillola per dormire? La prossima volta sdraiati, apri le cosce, pensa a me e toccati: del Lexotan non avrai più bisogno”.

E lei?

Divento viola e corro da Ettore: da quel momento in poi Scola ha passato il tempo del set a proteggermi, anche perché Depardieu si era preso una cotta e mi tormentava.

Perseverante.

Devo ammettere che non ero insensibile di fronte a quel fascino animalesco e la notte me lo sognavo pure (Interviene la sua addetta stampa: “Lei è così, non ha freni”).

Non ha realmente freni?

Una volta (sempre l’addetta stampa) ha bloccato una mia intervista: “Tu ora stai un momento zitta”, e rivolta al giornalista: “Non è in sè, sta parlando così perché è posseduta dal personaggio de La Venere in pelliccia.

Era ancora sul “palco”…

Come ho detto, i personaggi non me li scrollo: in quell’occasione rispondevo da Venere. Guardi (mostra le unghie lunghe), non sono mie, ma non voglio toglierle, sono parte di Venere: l’addio deve avvenire con modi graduali.

Lei è un sogno erotico…

La prima volta che me l’hanno detto sono rimasta sconvolta.

Chi è stato?

Avevo 18 anni e Gianni Boncompagni sentenziò: “Hai una qualità molto rara ed eterna: sei comica e charmant, con un sex appeal forte, mentre di solito le comiche sono asessuate. Sarà la tua fortuna”.

Come ha vissuto i primi accenni di fama?

Con Claudia ai tempi di Domenica in eravamo obbligate ad andare in giro con le guardie del corpo; poi al Palatino (studi di Non è la Rai) ogni giorno trovavamo un migliaio di ragazzi che ci saltavano addosso.

Cosa la fa soffrire della popolarità?

I selfie: li detesto. Preferisco un abbraccio. Le foto mi fanno sentire stupida, il dover essere sempre in ordine, poi ho la sensazione che ogni scatto mi rubi un pezzo di anima.

Renato Zero afferma un concetto simile…

Infatti sono una sorcina… Vivo i selfie come un trofeo e io un animale da zoo: non c’è amore, ma voglia di esibire.

I suoi genitori come hanno vissuto quegli anni?

Terrorizzati.

E con Boncompagni?

Mia madre era talmente preoccupata che ci provasse da non volermi mandare a casa sua per lavoro.

E poi?

Ha ceduto, a un patto: dovevo chiamarla ogni quindici minuti, e così è andata, fino a quando Gianni, stupito, le ha detto: “Signora, questo è il mio numero, telefoni quando vuole”.

Tra pochi giorni è il suo compleanno.

Non so come affrontarlo con questa sindrome da Peter Pan che mi ritrovo.

Non è contenta?

Non so cosa provo, in questi giorni mi interrogo, cerco di capire. Per me i compleanni dovrebbero arrivare ogni dieci-quindici anni: uno si deve preparare; è come attraversare un’altra porta quando senti di non aver ancora completato la strada di quella precedente…

 

L’accademia militare sessista: girone infernale per le cadette

Due anni di molestie psicologiche l’hanno convinta a rinunciare al suo sogno: diventare ufficiale dell’esercito francese. La giovane donna è allieva al secondo anno del prestigioso liceo militare di Saint-Cyr, un’accademia fondata da Napoleone I nel 1802, quando si decide a scrivere a Emmanuel Macron: “Mi vergogno di aver voluto far parte di un esercito che non è pronto ad accogliere le donne”. Era il dicembre 2017.

La lettera è stata ora pubblicata da Libération che ha portato avanti la sua inchiesta. Come Mathilde (è il nome di fantasia scelto dal giornale), che si dice “perseguitata” sin dal suo arrivo alla scuola, nel settembre 2016, anche altre allieve hanno accettato di testimoniare. L’accademia è al centro di uno scandalo per gli abusi che regolarmente subiscono le studentesse, vittime di un gruppetto ultraconservatore di allievi detti tradis. Tutto è fatto “per estromettere le compagne e distruggere le loro ambizioni”, scrive Libération che aggiunge: “Il sessismo è stato eretto a sistema”. I tradis (una sessantina di studenti su 230) sono “cattolici reazionari, misogeni e omofobi”. Sventolano la bandiera confederata “diventata simbolo di razzismo” e difendono le idee dell’estrema destra. Non rivolgono la parola alle ragazze (ammesse alla scuola dal 1986) e le umiliano davanti a tutti. Il tutto nella più totale indifferenza: “Si lasciano opprimere le ragazze ma non si sanzionano mai i boia”, testimonia Aurore, 20 anni. Le ragazze sono le grosses, ovvero le “gravide”: “Per loro le donne meglio se stanno a casa a fare figli”, sostiene un ex professore.

L’inchiesta ha smosso qualcosa: “È inaccettabile che nel XXI secolo delle giovani donne siano oggetto di tali discriminazioni”, ha affermato la ministra della Difesa, Florence Parly, promettendo “tolleranza zero” e “sanzioni” anche per il corpo insegnante.

Gli studenti: “Fiori nei vostri cannoni”

Da Washington a New York, migliaia di persone – nella Grande Mela anche l’ex Beatles Paul McCartney che ha ricordato l’uccisione a colpi di pistola di John Lennon – nelle strade per chiedere controlli severi che limitino le armi in circolazione. La “Marcia per le nostre vite” è stata organizzata dopo la strage nella scuola di Parkland, in Florida (17 morti). Alcuni dei sopravvissuti hanno preso parte al corteo di Washington che ieri si è fermato a poca distanza dal Campidoglio per sollecitare il Congresso ad approvare leggi più restrittive.

Non è l’unica stoccata al presidente Trump, acceso sostenitore della Nra, l’associazione che rappresenta la lobby delle armi. The Donald a lezione di vero patriottismo anche da un soldato transgender della Guerra Civile. The Guardian proprio nel giorno in cui il presidente ci riprova – lui i transgender in armi non li vuole proprio vedere, anche se sia le Forze Armate che la magistratura gli hanno già risposto picche – emanando un ordine esecutivo per espellerli dall’esercito fatte salve “limitate eccezioni”, gli ricorda la storia di Albert Cashier; nata Jennie Hodgers, in Irlanda, nel 1843, e protagonista d’una saga personale che il gusto romanzesco di Margaret Mitchell avrebbe forse trasformato in un Via col Vento nordista dal finale amaro. Il 6 agosto 1862, Albert, 19 anni, si arruolò nelle Giubbe Blu, l’esercito dell’Unione, a Belvidere, nell’Illinois, Piccolo di statura – non arrivava a un metro e 60 – con la divisa sempre abbottonata fino al collo, Albert dormiva appartato. Ma sui campi di battaglia, nei ranghi del 95° fanteria Illinois si fece valere. Quello che nessuno sapeva, e nessuno seppe per quasi 50 anni, dopo la fine della guerra, è che Albert, all’anagrafe, era una donna. Costretto ad abbandonare, sul limitare della vita, ormai malato, il sesso che sentiva suo, Albert fu riscattato in morte dai suoi commilitoni e sepolto come un soldato e un eroe,

Adesso la sua vicenda è divenuta un musical, in scena a Chicago, la città simbolo dell’Illinois. La storia di Cashier non è rimasta isolata: oggi, ci sono almeno 6.630 militari Usa transgender in servizio permanente effettivo e 4.160 nella riserva. Libri e studi documentano come, per patriottismo o per necessità, numerose donne si siano arruolate nella Guerra Civile e non solo, celando il loro sesso. La tesi della Casa Bianca è che avere in servizio soldati che richiedono pratiche mediche complesse “comporta un handicap considerevole per l’efficienza” delle forze armate. L’anno scorso il presidente aveva colto di sorpresa il Pentagono annunciando di volere bloccare l’arruolamento di transgender autorizzato dal suo predecessore Barack Obama. I tribunali federali hanno espresso parere contrario al ‘diktat’ presidenziale, mentre il Pentagono traccheggiava: chi è in servizio resta, i nuovi arruolamenti erano sospesi o rinviati. Adesso, ci sarà, forse, un giro di vite.

Pochi soldi e mezzi scarsi: la polizia in crisi di nervi

Il poliziotto Arnaud Beltrame è morto. Il tenente colonnello di 45 anni aveva tenuto testa al terrorista Redouane Lakdim asserragliato venerdì mattina nel supermercato Super U di Trèbes, offrendosi come ostaggio: “Prendi me e lascia andare gli altri”. Il “soldato di Daesh” aveva accettato. Poche ore prima, Lakdim aveva già ucciso il passeggero di una Opel Corsa e ne aveva ferito il conducente per rubare l’auto. Aveva sparato contro quattro gendarmi di Carcassonne, ferendo uno di loro.

Nell’attacco al supermercato aveva aperto il fuoco e colpito a morte uno dei dipendenti e un cliente. Dentro c’era il panico. L’ufficiale delle forze speciali del GIGN, che da due ore tentavano invano di dialogare con il jihadista, un franco-marocchino di 25 anni, ha patteggiato la sua vita in cambio di quella degli altri. Il gesto eroico non ha stupito i familiari: “Mi avrebbe detto: Ho fatto solo il mio lavoro, mamma”, ha confidato la madre mentre lui lottava contro la morte nell’ospedale di Carcassanne. Beltrame è deceduto nella notte. Quando erano rimasti soli nel supermercato, il terrorista lo aveva aggredito col coltello e sparato diverse volte contro di lui. Sentendo i colpi i colleghi del GIGN avevano dato l’assalto. Beltrame era stato ricoverato con tre pallottole nel corpo: “È morto da eroe, sapeva che non aveva possibilità di scampo”, ha detto suo fratello, Cédric. Le bandiere di tutte le caserme del paese sono messe a mezz’asta. “È caduto da eroe. Merita il rispetto e l’ammirazione di tutta la nazione”, ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron. Ironia del caso, a dicembre, Beltrame, che si sarebbe dovuto sposare in chiesa a giugno, aveva diretto un’esercitazione che simulava un attacco terrorista dentro un supermercato.

Nel 2005 aveva combattuto in Iraq e ricevuto la a medaglia al valore militare nel 2007. È anche l’ennesimo poliziotto a morire per mano di un terrorista in Francia. Le forze di polizia e i militari dell’operazione Sentinelle (7.000 uomini dispiegati in tutta la Francia dai primi attentati del gennaio 2015) sono stati tra i principali bersagli degli attacchi degli ultimi anni.

Solo nel 2017, sei soldati Sentinelle erano rimasti feriti in un attacco a Levallois-Perret il 9 agosto. Il 20 aprile un uomo radicalizzato aveva mitragliato un furgone della polizia sugli Champs-Elysées, a Parigi, uccidendo l’agente Xavier Jugelé. Erano soldati i bersagli dei terroristi all’aeroporto di Orly (marzo 2017) e nel centro commerciale del Louvre (febbraio 2017). Da mesi i poliziotti francesi accumulano stanchezza fisica e psicologica.

Denunciano il materiale vetusto dei loro equipaggiamenti e la mancanza di mezzi. I casi di suicidio, anche se non esistono statistiche in merito, non sono rari. L’inchiesta: due persone si trovano in stato di fermo, un amico di Lakdim, di 17 anni, e la ragazza del terrorista, di 18. Restano gravi le condizioni dell’automobilista dell’auto contro il quale il killer ha sparato per prenderne possesso. Nel supermercato gli inquirenti hanno trovato tre bombe artigianali, una pistola e un coltello, oltre alle armi che il terrorista portava addosso. Nella sua casa, nella cité popolare Ozanam di Carcassonne, è stata trovata una “lettera testamento” in cui Lakdim, che era schedato per radicalizzazione dal 2014, faceva riferimento all’Isis. Ieri la situazione nel quartiere era tesa. I giornalisti sono stati presi di mira. Un servizio di France 3 mostrava un ragazzo che intimava al cronista della tv pubblica: “Vattene o ti spacco”.

Skripal, il Novichok russo e il nervino “in offerta”

Nella guerra di spie e dichiarazioni sul caso Skripal – l’ex colonnello dei servizi segreti militari russi avvelenato assieme alla figlia nel suo ritiro inglese – Mosca si difende con decisione; la portavoce del ministero degli esteri Maria Zakharova, ha ribadito: “Né in Russia né in Unione sovietica ci sono mai stati programmi di ricerca per lo sviluppo di un gas chiamato Novichok”.

Eppure, qualcuno che conosceva bene quel tipo di nervino c’era: si chiamava Anatoly Kuntsevich ed era un generale assegnato nel 1990 al programma di abolizione dell’arsenale batteriologico in mano al Cremlino; ma l’alto ufficiale invece di smantellare i depositi, lavorava per preservarli e il presidente Boris Eltsin nel 1994 lo allontanò per “numerose e gravi violazioni”. Eltsin aveva puntato sull’uomo sbagliato; Kuntsevich era uno scienziato, ma soprattutto un soldato e a lui erano state affidate decine di migliaia di tonnellate di gas nervino e gas mostarda, conservate in sette siti sparsi in Russia e guardati a vista da esercito e blindati. La distruzione di quei veleni era obbligata per Mosca in base all’accordo firmato nel 1990 con Washington, per fermare la produzione di quel tipo di armi e stabilizzare i rispettivi arsenali a 5.000 tonnellate entro il 2002.

Il sospetto degli americani era che i russi avessero messo a disposizione solo una parte delle proprie riserve di armi chimiche. Fra queste, secondo Will Englund – un veterano del Washington Post, vincitore di un Pulitzer – c’era anche il Novichok: Englund proprio sul WP qualche giorno fa ha ricordato di aver parlato con alcuni scienziati coinvolti nella sperimentazione, che gli raccontarono come il lavoro sul Novichok era iniziato in Russia nel 1987; uno degli esperti morì per aver maneggiato in modo incauto il veleno, altri furono processati per aver rivelato il segreto al cronista.

Successivamente la Russia concordò con gli Stati Uniti e 155 altre nazioni una ulteriore firma su un trattato, che stabiliva la distruzione di tutti i veleni e gas velenosi entro il 2005.

Una soluzione che a Kuntsevich non era gradita; gli israeliani lo sapevano perché sin dal 1990 tenevano d’occhio lo sviluppo delle armi chimiche nell’Unione Sovietica ed erano convinti che i generali russi volessero qualcosa di più potente rispetto al nervino e a gas mostarda, che già possedeva. I servizi di sicurezza di Tel Aviv temevano che il generale Kuntsevich volesse fare affari con la Siria, una di quelle nazioni che sognava di radere al suolo lo Stato ebraico.

L’iniziativa dell’esperto di armi chimiche non era sponsorizzata dal Cremlino: un particolare che non contribuiva a rendere più sereni gli agenti del Mossad. Il 29 aprile 2002, in circostanze poco chiare, Kuntsevich morì durante un volo di rientro nella madre patria fra Aleppo e Mosca. I siriani pensarono che il loro alleato fosse stato avvelenato dagli 007 israeliani.

Un documento della CIA classificato top secret – riporta il sito Ynetnews che ha ricordato la vicenda – affermava che la Siria era comunque riuscita, al momento della morte del generale russo, a produrre una grande riserva di armi chimiche particolarmente letali. Secondo alcune fonti americane, nella sua ultima visita a Damasco, Kuntsevich aveva portato i progetti per lo sviluppo del Novichok.

È stata usata questa sostanza per avvelenare l’ex colonnello Skripal e la figlia Yulia? Non è ancora certo. Ma più la storia prosegue, più emergono altri particolari che sembrano usciti direttamente da un romanzo di John Le Carré: l’ufficiale non voleva morire nel suo ritiro dorato inglese ed avrebbe scritto al Cremlino una lettera (Mosca nega di averla mai ricevuta), chiedendo il permesso di rientrare a casa. L’ufficiale del Gru – ha sostenuto Vladimir Timoshkov, un suo amico alla Bbc – non riteneva di essere un traditore: il suo giuramento di fedeltà riguardava l’ex Unione Sovietica, non la Russia moderna. In preda alla nostalgia, dunque, Skripal sperava nel perdono del presidente Putin, e questo potrebbe spiegare perché la figlia era rimasta a vivere a Mosca: il padre agognava di raggiungerla. Qualcuno, invece, aveva un’altra soluzione per lui; non prevedeva un biglietto aereo per la capitale russa ma una corsa di sola andata all’obitorio di Londra.

Madrid e il “governo dei giudici”

Sentendo tintinnio di manette l’ex presidente catalano, Carles Puigdemont, ieri ha lasciato la Finlandia per tornare in Belgio. Lo ha confermato il ministro Mikko Karna: la polizia finlandese infatti aveva fatto sapere che avrebbe arrestato Puigdemont, in relazione al mandato d’arresto europeo emesso dalla Spagna. Il politico catalano era in Finlandia da giovedì per colloqui con personaggi politici; per evitare l’arresto, è tornato all’esilio dorato alle porte di Bruxelles, dove vive in una villa affittata da 4.400 euro al mese con uno spazio di 550 metri quadrati.

Certamente più strette sono le celle dove sono rinchiusi molti dei suoi colleghi catalani, arrestati da Madrid per aver dato corso al referendum sulla Catalogna indipendente (le accuse: ribellione e malversazione di denaro pubblico). L’ex premier del Psoe, Felipe Gonzalez ha denunciato il rischio di un “governo dei giudici”: insomma per Gonzalez Madrid sta perdendo il controllo della situazione lasciando mano libera alla magistratura.

La lista dei “soliti sospetti” – siamo a 25 nomi, compreso Puigdemont – si è arricchita due giorni fa con l’arresto del candidato presidente Jordi Turull e di altri leader. Secondo il portavoce del gruppo indipendentista JxCat, Quim Torra, Turull sarebbe stato eletto presidente della Catalogna ieri al secondo turno se non fosse stato arrestato. Torra ha denunciato “l’involuzione democratica e l’autoritarismo dello stato spagnolo”. Nella notte fra venerdì e sabato, i nuovi arresti hanno causato scontri davanti alla sede della delegazione del governo spagnolo in calle Mallorca a Barcellona, con 35 feriti, per fortuna nella maggior parte dei casi non gravi. Gli indipendentisti accusano il gip del tribunale supremo Pablo Llarena di guidare una offensiva politica di eliminazione della dissidenza catalana. Il braccio di ferro fra Madrid e Barcellona continua.

Ubi, Visco si sente

Lo spettacolare ma inutile talk show chiamato “Commissione parlamentare d’inchiesta” è ormai dimenticato e il piccolo mondo antico del credito è tornato serenamente al suo osceno declino. Vi ricordate Consob e Banca d’Italia che si battevano il petto e promettevano maggiore efficacia e coordinamento? Loro hanno già dimenticato tutto e ripreso a esercitare il potere non in difesa di legge e mercato ma delle loro opache logiche burocratiche.

A Bergamo è in corso l’udienza preliminare sul rinvio a giudizio chiesto dal procuratore capo Walter Mapelli e dal pm Fabio Pelosi per 31 (trentuno) pezzi grossi di Ubi Banca: in testa alla lista l’amministratore delegato Victor Massiah, il presidente Andrea Moltrasio, il vicepresidente Mario Cera e il presidente onorario di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli insieme a sua figlia Francesca, consigliere Ubi. Manca solo l’unicorno. Rischiano fino a otto anni di carcere per aver dato vita (per stabilizzare l’assetto di comando di Ubi) a un patto parasociale “tra le Associazioni Ablp e Amici di Ubi Banca (direttamente e di fatto riconducibili a Giovanni Bazoli e Emilio Zanetti)” e per averlo tenuto nascosto alla vigilanza, cioè a Consob e Bankitalia, indicate dall’accusa come persone offese. Domanda: perché la Consob si è costituita parte civile e la Banca d’Italia no? La risposta dei portavoce del governatore Ignazio Visco è stupefacente: “La Banca d’Italia si è sempre costituita parte civile laddove dall’impianto accusatorio sono emersi con evidenza i presupposti di cui all’articolo 2638 codice civile (ostacolo alla vigilanza, ndr). Nel caso del processo Ubi tali presupposti, allo stadio attuale del procedimento, non emergono con evidenza”. Bankitalia ama ergersi a giudice supremo. È Visco, non la magistratura, a decidere se Bazoli e soci sono colpevoli. E lui ha deciso che “i presupposti non emergono con evidenza”. Quindi l’impianto accusatorio, a giudizio insindacabile della persona offesa, è infondato.

Visco può avere ragione, anche se, con buona pace del governatore, spetta alla magistratura stabilirlo. Ma la Banca d’Italia non è la sua bottega privata, è un’istituzione pubblica che esercita i suoi poteri in nome del popolo italiano e quindi qualche spiegazione deve darla. Quante altre volte Palazzo Koch non si è costituito parte civile in processi per ostacolo alla vigilanza e perché? Risposta: “Ogni processo rappresenta un caso a sé, per cui operare confronti non avrebbe senso, e ogni autorità effettua sue autonome valutazioni sulla posizione processuale da assumere”. Tradotto: qui vuolsi così e più non dimandare. Però se Visco fa come gli pare senza dare spiegazioni i cittadini hanno diritto a pensar male. Il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo, interrogato a Bergamo, ha detto tempo fa: “Laddove le decisioni della banca risultassero prese all’esterno dei suoi organi sarebbe un fatto estremamente grave”. Più veloce della magistratura ordinaria, quella parallela di Palazzo Koch ha già accertato che Mapelli e Pelosi stanno solo perdendo tempo. Ma a pensar male si potrebbe ricordare che nelle more dell’imbarazzante processo il Fondo di risoluzione (cioè la Banca d’Italia) ha venduto a Ubi Banca Marche, Etruria e Carichieti, tre delle quattro banche “risolte” il 22 novembre 2015. Il giudice (autonominato) ha venduto tre banche all’imputato e poi ne ha apprezzato l’innocenza.

L’intreccio di relazioni tra Bankitalia e Ubi è solo il sintomo più eclatante di un bubbone che il nuovo Parlamento ha ereditato dal vecchio, il groviglio di conflitti d’interesse che si riassumono nella figura a molte teste del governatore: vigilante, arbitro, giocatore e regista del sistema bancario.

 

Domenica delle Palme: la gloria di Gesù si mostra nella sua umiltà

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: “Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?’, rispondete: ‘Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito’”. Andarono e trovarono un puledro e lo slegarono… “Perché slegate questo puledro?”. Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù… Portarono il puledro da Gesù … ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde… Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!” (Marco 11,1-10)…. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” ( 14,39).

Con la domenica delle Palme si conclude la Quaresima e si entra nella Settimana Santa che culmina con la solennità di Pasqua. Oggi, il lungo racconto della Passione è preceduto dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Emergerà, gradualmente, la scena della croce, spettacolo che attira a sé quanti riconoscono, su quel patibolo, il folle amore di Dio in Gesù Cristo. Siamo messi di fronte alla salvezza che Gesù propone e al rifiuto che gli viene riservato come salvatore che patisce il dolore dell’uomo e la nostra paura di morire.

Durante il pellegrinaggio pasquale, tra i numerosi devoti che salgono alla Città santa, i Vangeli sinottici narrano la gioiosa entrata di Gesù. Tutta la Sua vita, predicazione e gesti stanno per arrivare ad un atto finale, voluto “a muso duro” dal Maestro stesso: “Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51b). È un momento di trionfo, anche se di breve durata. I rimandi precisi e festosi all’antica storia d’Israele rendono solenne e carico di aspettativa l’entusiasmo per Gesù. Un puledro mai cavalcato, i mantelli stesi per terra, fronde d’ulivo o di palma, la piccola folla che fa da corteo e inneggia: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” danno alla manifestazione un significato preciso. L’evangelista ci invita a non equivocare sul senso messianico di Gesù: umile e pacifico, regale ma non dominante. La passione alla quale sta per offrirsi è la manifestazione dell’amore di Dio verso di noi e il compimento della sua promessa. L’osanna (hôshî’ana = salvaci) con cui viene acclamato da discepoli e pellegrini dà fiato alla speranza messianica.

I due discepoli mandati a prelevare la cavalcatura debbono rispondere: “Il Signore (Kyrios) ne ha bisogno”. Gesù si attribuisce una Signorìa che si compirà con la consegna nelle mani degli avversari. Infatti, la sua gloria si manifesta nell’umiltà fallimentare, la sua potenza è l’amore che incendia il mondo, il suo dominio si chiama servizio. Finire in croce, d’ora in poi, è la maniera unica e vera per liberarci da ogni falsa rappresentazione di Dio, compagno di viaggio che condivide, fino alla morte, ogni nostra croce mortale.

È proprio un ufficiale romano, certamente abituato alle esecuzioni capitali, ad esclamare: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”. Che cosa può aver toccato così nel profondo un pagano da trasformarlo da esperto uomo d’ordine a testimone partecipe e conquistato da quel crocifisso morente? L’averlo visto spirare in quel modo gli ha permesso di comprendere che Gesù si fida più di Dio, che non lo distacca dalla croce, che di ogni altra proposta di liberazione! La croce nasconde e rivela il mistero dell’amore di un Dio che è come noi e con noi e ci porta ad essere come Lui e in Lui. Il centurione coglie nel perdono di Gesù l’assoluta novità: il potere di dare la vita anche a chi dà la morte.

 

Il Paese che uccide ma non esiste: la Libia

Continuano a farci credere che la Libia, vasta regione sconnessa fra le due barriere del deserto e del mare, sia tuttora uno Stato, con un governo, un Parlamento, un esercito, una marina e un sistema giudiziario. Non è vero. Esiste un governo di Tripoli di un tale Al Serraj, senza ministri che si conoscano, senza parlamento, che estende la sua autorità al solo quartiere del porto di Tripoli. Lui sta su una nave. Esiste un esercito con un suo capo (il generale Haftar) in un’altra regione, ostile al “governo” di Al Serraj, dove c’è anche un parlamento locale che non riconosce Tripoli.

Bengasi è divisa da Misurata che non risponde ad alcuna delle altre autorità più o meno legittime, salvo gli accordi per l’attività petrolifera (dal pompaggio alla distribuzione internazionale del grezzo) che funziona bene e ha sempre funzionato bene, a cura di aziende italiane, al prezzo giusto e non si sa con quali criteri di distribuzione dei ricavi immensi. Oltre al petrolio, c’è una efficiente istituzione che resta attiva e affollata in varie parti di ciò che un tempo era la Repubblica Libica detta Jamaria. Sono i luoghi di detenzione, in parte vasti edifici che il passato regime usava come prigioni, in condizioni di criminale crudeltà note nel mondo, in parte lager costruiti alla svelta da bande locali perchè rendono molto (pagano gli italiani) se catturi e mantieni esseri umani senza garanzie e senza limiti coloro che tentano di attraversare la ex Libia verso il mare. Dunque “la Guardia Costiera libica” non è libica, perchè non c’è uno Stato con questo nome, c’è solo una piccola area (meno di San Marino) a cui inutilmente l’Italia ha tentato di fare grandi onori. È un vuoto riconosciuto dalle Nazioni Unite su richiesta di imprese europee del ramo energetico, che rimane un vuoto e che, infatti, tutte le altre parti della ex repubblica libica ignorano, e con cui non vogliono avere alcun legame politico o giuridico. Se questo è lo stato delle cose (ed è difficile negarlo) chi erano i miliziani armati che si sono dichiarati “Guardia costiera libica” e hanno minacciato di sparare su personale volontario (membri dell’equipaggio della nave Ong “Open Arm”) intento al salvataggio di fuggiaschi che non volevano lasciarsi catturare dai miliziani? In termini di storia e di tradizione marinara, la risposta è inequivocabile. Se non esiste uno Stato Libico, e non può esistere una guardia costiera di uno Stato che non c’è, uomini armati in mare, pronti a sparare pur di impossessarsi di profughi da trasformare in prigionieri, in cambio di un certo compenso, possono essere soltanto pirati. Io penso che debba essere questo l’impianto della inchiesta sulla nave di soccorso volontario (Ong) sequestrata in Sicilia. Quella nave non può essere stata sequestrata per aver resistito ai pirati, che evidentemente non agiscono più al largo delle coste somale, ma hanno trovato un mercato sicuro di fronte alle coste della ex Libia. L’equivoco è evidente, come quando si arresta un omonimo del criminale cercato. Qui l’equivoco è: quale delle due parti risulta fuori legge? La doverosa inchiesta giudiziaria dovrà accertare prima di tutto chi sono e chi paga questi uomini armati che affermano di essere soldati di un ente statuale che non esiste, e pretendono di agire con l’autorità di uno Stato che non c’è e di un governo di cui non si vede o si sente né volto né voce. Dovrebbe essere prestata attenzione anche alla vistosa differenza di intenti delle due parti. I pirati hanno agito con l’evidente intenzione di destinare tutti coloro che fossero riusciti a catturare nelle spaventose prigioni note ormai nel mondo, dove, come è accaduto a un giovane liberato troppo tardi e deceduto in Italia appena libero, si muore letteralmente di fame, come a Dachau. La nave Ong ha dimostrato e realizzato l’intenzione di salvare la vita di 218 persone in mare. Si tratta di un soccorso giunto appena in tempo e a rischio della vita per tutta la durata dell’operazione. Occorreva impedire la cattura e la detenzione di persone innocenti (fra cui una giovane madre incinta in condizioni gravi) in un caso pericoloso, anche come precedente, di pirateria in mare.

La nave Ong ha osservato la Carta dei Diritti dell’Uomo, i trattati umanitari di cui l’Italia è firmataria e partecipe, ed è riuscita a sottrarre 218 esseri umani dalla cattura di un potere che non riconosce diritti e, per questa sola ragione, espone i propri detenuti alla pena di morte, che la legge italiana non consente. Ben venga l’inchiesta, per sapere chi voleva catturare famiglie in fuga, nel mezzo del Mediterraneo, a 70 miglia dalla ex Libia, dunque fuori da acque territoriali libiche (se ci fosse uno Stato libico) minacciando chi voleva soccorrere e chi cercava soccorso, con le armi puntate sulle vittime designate, colpevoli di nulla. Ci dica l’inchiesta se è accettabile per l’Italia l’umiliazione di subire un’azione di guerra che assomiglia davvero alla pirateria, nel centro del Mediterraneo, e davanti alle coste italiane.

Mail box

 

Si può resistere a B. opponendo la moralità alla sua immoralità

Le vicende politiche di questi ultimi due giorni hanno dimostrato che la Bicamerale di D’Alema non era necessaria, come non lo era il patto del Nazareno. Si può resistere agli attacchi di Berlusconi così come ai suoi ricatti opponendo la moralità alla immoralità; gli inquisiti di cui è zeppa Fi al “no” chiaro e forte agli stessi nei ruoli di comando. Il M5S ha posto il problema morale che era stato di Berlinguer e, grazie al voto di tanti italiani onesti, lo ha rimesso al centro della scena. Aveva ragione Grillo: è tornata di moda l’onestà e si ricomincia a indignarsi contro chi ha rubato agli italiani. Anche Salvini ha saputo dire il suo “no” a Berlusconi, se pur per motivi meno nobili: la scalata nel centrodestra! Gli ha mostrato, comunque, che se vuole è più caimano di lui. Chi è l’unico partito che si è sempre sottomesso al diktat del fondatore di FI? Il Pd! Una sottomissione giustificata dalla necessità di “governare” l’Italia (ne abbiamo visto gli esiti!), dal dover fare riforme che “tutti gli italiani ci chiedono” (infatti, il 4 marzo gli italiani hanno dimostrato cosa ne pensassero di quelle riforme). Così, anche sul fronte morale, il Pd è stato scavalcato: si è dimostrato che agli inquisiti e condannati si può dire “no”.

Barbara Cinel

 

Spero proprio che Di Maio non si faccia persuadere da FI

Ho votato M5S non per il loro programma alquanto confuso, ma modificabile in corso d’opera come tutti i programmi elettorali, ma per il loro dichiarato antiberlusconismo: ritengo infatti B. quanto di peggio potesse capitare a un Paese insofferente delle regole ed eticamente fragile come il nostro, per non parlare poi di quanto ci è costato sul piano economico, basti pensare al G8 spostato all’Aquila e ai debiti di Alitalia accollati a Pantalone. B. dice di essere la vittima di non so quanti colpi di Stato, in realtà un colpo di Stato lo ha fatto lui, dimostrando come ci si possa impadronire di una nazione intera senza bisogno di carri armati agli angoli delle strade ma con tre stazioni televisive, un paio di giornali e una squadra di calcio. Spero che Di Maio, nell’ansia di andare al governo, non si faccia intrappolare da B., farebbe la fine di D’Alema ai tempi della “bicamerale”.

Vincenzo Bruno

 

Questo teatro politico sembra quello della vecchia Dc

A vedere come si stanno muovendo i nuovi vincitori in parlamento, sembra di assistere al ballo dei debuttanti, ma questo valzer ha un sapore retroattivo di déjà vu, simile a quello della vecchia politica democristiana. M5S e Lega, uniti avrebbero i numeri per poter governare, anche senza Berlusconi, ma come? Ambedue le formazioni hanno fatto promesse che non potranno mai mantenere per mille ragioni, una di queste è l’enorme debito sulle spalle che non ci permette tanti voli pindarici. Non si possono tagliare le pensioni d’oro perchè è un diritto acquisito e per abolirle ci vuole un referendum o l’autorizzazione della cassazione, figurati, sono proprio loro che percepiscono simili mostruosi introiti, si possono eliminare i vitalizi, questo sì che si può fare, ma cosa ce ne facciamo di un recupero massimo di 300/400 milioni contro i miliardi che ci occorrerebbero? Il finale già scritto sarà che l’Europa ci dirà prima di abbassare il debito, tagliando pensioni e stipendi degli statali e venendo a più miti consigli, oi vedremo come si comporteranno quei cittadini che hanno creduto alle promesse fatte in campagna elettorale, lo sapevate che il 55% dei parlamentari pentastellati provengono solo da due regioni, la Sicilia e la Campania, dove la legge la fa la mafia e la camorra, regioni dove la gente è pronta a votarti e la volta dopo a voltarti le spalle.

Carlo Giglioli

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo pubblicato ieri “Cumulo pensioni, per il ministero l’Inps sbaglia: firmi subito”, è doveroso precisare che – a differenza di quanto dichiarato nella nota dell’Adepp – la risposta del 14 marzo del capo di Gabinetto Luigi Caso al direttore generale dell’Inps Gabriella Di Michele, in relazione al pagamento degli oneri amministrativi diretti e delle commissioni bancarie, evidenzia che spetta all’Inps “congiuntamente con le Casse professionali, valutare l’opportunità di sottoscrivere la medesima convenzione”, in quanto la questione attiene “esclusivamente alle attività di natura amministrativo-gestionale“ dell’Istituto.

Secondo la posizione ufficiale del ministero, pertanto, l’Istituto e le Casse possono concludere accordi diretti a regolare i loro rapporti, anche economici, nel rispetto delle regole di contabilità e dell’obbligo di equilibrio delle gestioni e sotto la ordinaria vigilanza ministeriale.

Inps – Ufficio relazioni con i media

 

I NOSTRI ERRORI

Abbiamo potuto constatare, essendoci recati di persona nel suo ufficio, che il grande quadro blu acquistato ai tempi di Marcello Pera per il Transatlantico del Senato non impreziosisce la stanza del democratico Luigi Zanda come avevamo erroneamente scritto ieri in un box a pagina 6. Se i grillini dovessero quindi riuscire a strappargliela, cosa che fortemente si ripromettono, dovranno accontentarsi di una carta geografica (se gliela lascia).

Fq