Per fortuna esistono anche professori che ringraziano

Quello del professore è un mestiere unico. Sembra sceso dal paradiso. Mestiere colto, delicato, avventuroso, creativo. Dolce e guerriero. Scrigno di memorie senza fine e annuncio senza fine di futuro. Che indica le notti e le aurore dei tempi. Che chiede incessantemente di camminare, talora di volare. Ma consapevole pure che difendere la tradizione può essere sfida intellettuale d’avanguardia, e rincorrere l’innovazione può essere cialtroneria sciagurata. Fare il professore è accoglienza, esercizio senza fine di responsabilità, orgoglio di libertà personale ma anche immersione incondizionata nella vita sociale.

Nando Dalla Chiesa, “Per fortuna faccio il prof”
(Bompiani)

Io sono un giornalista fortunato. Nei giornali ho vissuto molte vite e in quelle redazioni ho conosciuto i migliori, e dai migliori ho cercato sempre di prendere qualcosa che non avevo. Sono un ladro di giornalismo. Quando nacque il “Fatto” mi sentivo un cleptomane in una gioielleria. I nomi li conoscete, arricchiscono questo giornale da nove anni. Nando Dalla Chiesa è stato uno di noi prima ancora che ci riunissimo nelle “due camere e cucina” di via Orazio. Nella nostra “Unità” Furio Colombo lo aveva voluto nella squadra dei commentatori, che poi era uno squadrone: Antonio Tabucchi, Paolo Sylos Labini, Oliviero Beha, Gian Carlo Caselli, Corrado Stajano, Maurizio Chierici, Marco Travaglio e tante altre grandi firme. Il “Fatto” fu per noi, per loro, la continuazione di un discorso pubblico che non si è mai interrotto. Con Nando concordammo una rubrica: “Storie Italiane”. L’idea fu sua: raccontare ogni settimana le vite, i drammi, i sacrifici, le vittorie di persone, conosciute o sconosciute, che non hanno mai smesso di portare la loro pietra, piccola o grande, alla costruzione di quell’edificio collettivo che chiamiamo società civile. Con ottimismo e con fiducia. “Per fortuna faccio il prof” racconta l’edificazione, giorno dopo giorno, di un luogo di cultura che rappresenta una sfida: la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano. Al centro di questa straordinaria storia italiana c’è il professor Dalla Chiesa, che come la folla di personaggi che ha narrato su queste pagine non denuncia, non accusa, non deplora, non si accascia a descriverci gli eterni “mali” dell’Università italiana. Ma ringrazia. Sentite questo passaggio: “Sgabuzzini adibiti a stanze di professori? Corridoi addobbati a luoghi di studio? Spazi comuni da grande depressione? Non importa. Il dipartimento, dicono le valutazioni dell’apposita Agenzia nazionale, è il primo d’Italia”. Parole da incorniciare in questa Italia del rancore dove si passa il tempo a vomitare rabbia contro tutto e tutti. Non potrò invece aggiungere una sola parola sui protagonisti del sentimento profondo, avvolgente, toccante che attraversa il libro: i giovani. Perché questo diario appassionato, partecipe va letto nella sua interezza. Perché le storie delle ragazze e dei ragazzi che sono cresciuti in quelle aule acquisendo cultura e consapevolezza – imparando che la lotta contro le mafie è prima di tutto culturale – in fondo è anche la storia dei loro docenti. “Ecco, voglio dire che non si può insegnare, non si può entrare in relazione con la vita altrui se non si è saputo entrare in relazione con la propria. Perché è nella propria vita che vanno trovati i segreti dell’insegnamento”. Sì, anche Nando è decisamente un uomo fortunato.

Vincere le elezioni non è abbastanza

Il risultato delle elezioni ha sconvolto i principali commentatori italiani. Sono sorpreso che si siano sorpresi. Da Washington a Varsavia, da Atene a Berlino, i politici anti-establishment sono in ascesa a spese di quelli di centro-destra e di centro-sinistra. Questa è la nuova normalità.

I politici anti-establishment rappresentano un insieme eterogeneo, per personalità e perché il contesto culturale, economico e geopolitico varia da Paese a Paese. Matteo Salvini non è così divertente come Beppe Grillo, uno va meglio al Nord, l’altro al Sud. Confrontare il leader del PiS (Diritto e sviluppo) in Polonia, Jaroslaw Kaczynski a quello di Syriza in Grecia, Alexis Tsipras, è come comparare mele con pere. Lo stesso vale per il finlandese Timo Soini e lo spagnolo Pablo Iglesias. Alcuni che protestano contro l’establishment sono neo-fascisti, altri neo-comunisti, alcuni se la prendono con l’austerità, altri con i musulmani, alcuni sono moderati, altri intransigenti, alcuni secessionisti, altri nazionalisti. Ma hanno qualcosa in comune: sono contro l’ordine liberale e i suoi progetti principali, l’integrazione europea, il liberalismo costituzionale e l’economia neoliberista. I migranti sono stati al centro delle campagne elettorali perché rappresentano la quintessenza delle politiche liberali di apertura dei confini, di protezione delle minoranze e di interdipendenza economica.

I nuovi protagonisti hanno sollevato molte critiche fondate all’establishment liberal. Sotto il comando dei liberal le disuguaglianze sono aumentate e la democrazia ha preso una deriva oligarchica. Tuttavia distruggere l’ordine costituito richiede competenze diverse da quelle che servono per costruirne un altro. Il vero test non è formare un governo, ma applicare il programma radicale che è stato promesso a un elettorato frustrato.

Negli ultimi anni le forze anti-establishment hanno formato governi in Paesi molto diversi tra loro come Grecia e Polonia. L’Italia può imparare qualcosa da quelle esperienze? Sia la sinistra di Syriza in Grecia che la destra PiS in Polonia hanno vinto le elezioni sotto le bandiere della giustizia sociale, la restituzione di potere ai cittadini e la libertà dalla interferenze esterne, rispettivamente nei campi dell’economia e dei migranti. Questi nobili slogan sono stati condivisi dai Cinque Stelle e della Lega alle elezioni. Si possono mantenere queste promesse?

La prima lezione offerta da Polonia e Grecia è economica. Politiche sociali ambiziose sono possibili soltanto se l’economia è in buone condizioni altrimenti vengono osteggiate dai creditori dello Stato, dalle imprese, dall’Ue. L’economia della Polonia è cresciuta più del 20 per cento nell’ultimo decennio e questo ha consentito al governo del PiS di rispettare gli impegni presi in campagna elettorale sui temi sociali. Inoltre, la Polonia non è soggetta ai vincoli dell’Eurozona e quindi è più libera dell’Italia e della Grecia di aiutare chi è in difficoltà. L’economia greca invece si è ristretta del 20 per cento negli ultimi 10 anni e i creditori hanno messo il veto sul tentativo di Syriza di fare ciò che il PiS in Polonia ha invece portato a termine.

Gli italiani tendono a pensare che la loro situazione economia sia molto migliore di quella della Grecia. Il ministro Pier Carlo Padoan ripete che il debito italiano è elevato ma sostenibile. I ministri dell’Eurozona e i fondi speculativi potrebbero avere un’opinione diversa se il governo di Roma iniziasse a staccare assegni per tutti i poveri e i disoccupati. Questo non significa che il prossimo governo italiano debba rinunciare a pretendere giustizia sociale, ma è bene che sia consapevole della sfida.

La seconda lezione offerta da Polonia e Grecia è democratica. Sia Syriza che il PiS hanno promesso di restituire potere al popolo togliendolo a giudici non eletti, ai banchieri, ai burocrati europei. Più facile a dirsi che a farsi. Il PiS in Polonia ha attaccato la Corte costituzionale piena di oppositori politici e ha sostituiro alcuni giudici con altri più fedeli. Ma questo ha innescato una reazione a catena. Nel giro di pochi mesi, il Pis si è trovato in guerra con l’intero sistema giudiziario. I salotti del leader PiS, Jaroslaw Kaczynski, guidano ora il Paese senza più vincoli, approvando una legge disastrosa dopo l’altra. Pesi e contrappesi possono rendere il processo decisionale farraginoso ma impediscono ai governanti di prendere decisioni troppo stupide e li costringono a cercare compromessi. Il popolo non ha certo la percezione di aver ritrovato alcun potere in questa atmosfera di caos e conflitti.

Syriza in Grecia ha messo subito nel mirino i banchieri e i burocrati di Bruxelles. Ha convocato un referendum sulle condizioni degli aiuti europei ma banchieri e burocrati comunitari hanno poi deciso di ignorare quel voto e Tsipras ha dovuto accettare condizioni peggiori di quelle iniziali. Lui rivendica almeno una vittoria morale, ma non ha certo ridato potere al suo popolo. La Grecia è tuttora un protettorato governato dall’Ue per conto dei creditori dello Stato greco.

Sia in Polonia che in Grecia (come in Italia), la maggior parte delle persone è a favore dell’integrazione europea. Ma sia Polonia che Grecia si stanno ora scontrando con l’Ue. La Grecia ha perso sovranità perché Tsipras non aveva un piano B nel caso il referendum avesse prodotto un risultato sgradito a Berlino e Bruxelles. Se non accetti le regole dell’Eurozona, devi essere pronto a combattere o a uscirne. L’uscita potrebbe non essere la fine del mondo ma, come stanno imparando gli inglesi ogni giorno, la sovranità ha un prezzo. Il governo del PiS in Polonia sembra determinato a difendere la sua ritrovata sovranità contro l’influenza “esterna” dell’Ue: respinge la richiesta di ospitare rifugiati, di cessare il condizionamento politico dei media, e di ripristinare l’indipendenza della magistratura. Non è però chiaro se i polacchi siano pronti per una vera guerra all’Ue, soprattutto se questo scontro dovesse fermare il generoso afflusso di fondi europei verso la Polonia. Se la situazione precipitasse, i polacchi potrebbero scaricare Kaczynski a favore di Donald Tusk, l’attuale presidente del Consiglio europeo ed ex premier della Polonia.

L’Italia non è la Grecia e neppure la Polonia, ma le esperienze di questi due Paesi sono utili agli italiani. I media italiani si stanno concentrando troppo sulle personalità dei leader e troppo poco sui dilemmi che il nuovo governo dovrà affrontare se vuole applicare un programma di cambiamento radicale. Un’alleanza con il Pd rappresenterebbe per i Cinque Stelle un’iniezione di rispettabilità internazionale di esperienza di governo. Se la Lega riuscisse a recuperare abbastanza parlamentari per un governo di centrodestra allargato potrebbe mandare un segnale di moderazione. Nel lungo periodo, però, la politica non dipende da simboli e segnali, ma dalla capacità di rispondere alle attese dell’elettorato. Se non fosse così, Renzi o Berlusconi sarebbero ancora al potere.

G8, Zucca parlante e mele zitte: ora basta con lo “Stato mostro”

Zucca parlante. Mele sempre in silenzio. Non solo quelle marce, poche per fortuna. Ma anche le altre quelle buone. Che c’entri anche la cassetta o l’albero, il coltivatore o addirittura la terra? Da tempo mi chiedevo in molti incontri, come sperare da un paese come l’Egitto (e ad altri Stati non ultimo la Libia) di aver conto o chiarezza rispetto ai diritti e alla tortura diretta o indiretta. Sarebbe insensato paragonare la democrazia del nostro Stato a quelle di certi Paesi dove si tratta di tabula rasa su ogni fronte. Ma non per questo ci si può astenere, anzi, si deve proprio per questo trasalire e reagire veementemente: il nostro Stato in certi casi è stato il “mostro Stato”.
E non solo non basta arrivare ad ammetterlo stentatamente e contro voglia, ma necessita e urge una piena e forte ammissione di colpa e di connivenze, comunque e senza timore di offendere il corpo della Polizia, dei Carabinieri, degli Assistenti carcerari che anche attraverso questi semisilenzi o incerte ammissioni è offeso da se stesso, ha come martoriato il corpo altrui e quindi il suo, e alla fine il nostro. Possiamo riuscire a difendere proprio tutti questi corpi, contemporaneamente, indissolubilmente, indifferentemente? Sarebbe un capolavoro, artistico antropologico, di democrazia e di politica che nessun distorto antico e illegale senso di corporativismo dovrebbe impedire, una volta per tutte. Non possono più chiederlo solo le famose donne e famiglie dei tanti noti casi (e tutte le storie sepolte e sconosciute…) in cui mele newtoniane sono cadute pesantemente sulla testa di rei e non, comunque sotto la tutela di un corpo di stato, democratico, libero e giusto. Prima ancora che Strasburgo e la sua corte, prima ancora che si capisca se è lecito, umano o morale che un Pm del G8 si esprima in questa o quella maniera, prima ancora che il capo di una polizia decida o sappia cosa è davvero infamante. Cosa c’entrano in questo discorso i tanti eroi delle forze dell’ordine caduti per noi sul campo tutti i giorni, se quelli che hanno violato o ferito sul campo cittadini spesso inermi, sono considerati ancora facenti parte di quel corpo, di quel frutto, di quell’albero e della nostra terra? Ditelo voi allora integerrimi e veri rappresentati dello Stato, che non fate parte di quella raccolta. E se davvero non di dittatura in Italia si tratta, non di ingiustizia, non di inciviltà, dovrebbe esserci un piacere, un dovere quasi in natura per la verità d’ogni corpo in causa. Non dovrebbe ogni rappresentante delle Istituzioni togliersi la rabbia, la paura, l’orgoglio che contageranno l’idea che si farà l’opinione pubblica di tutto questo? Cosa fa più terrore? Ammettere e mai più ripetere o mischiare un po’ di carte per poter permettere ai bari di continuare a invischiare e suicidare? Se fosse arrivato il momento di scoprire e non di coprire il grande incarico universale, di certe forze, non solo dell’ordine ma d’animo? Lo chiede un nuovo apparato ultra statale, esistenziale: il CTAU (Corpo di Tutti Anima Unica). Entraci anche tu!

Ingroia: “Io vittima del dossieraggio di una lobby d’affari”

“Da alcune deposizioni-chiave al processo per calunnia nei confronti dei giornalisti collaboratori de L’Espresso responsabili della pubblicazione della falsa telefonata Tutino-Crocetta contro Lucia Borsellino si definisce finalmente il contesto in cui è stato prima avviato il linciaggio mediatico contro di me e poi è stata aperta la paradossale indagine della procura di Palermo sui miei compensi e rimborsi a Sicilia e-Servizi”. Lo dice l’ex pm Antonio Ingroia in una nota dopo l’udienza del processo per calunnia e diffusione di notizie false ai giornalisti Piero Messina e Maurizio Zoppi, autori dell’articolo sulla presunta intercettazione tra Crocetta e il suo medico, Matteo Tutino. “È emerso – aggiunge l’ex pm – che era stata commissionata da lobby politico-affaristiche una mirata attività criminale di dossieraggio su di me, con il coinvolgimento anche dei servizi segreti, per sporcare la mia immagine e farmi fuori da Sicilia e-Servizi, come poi è effettivamente accaduto. Si tratta di fatti gravissimi, che sospettavo e ho denunciato più volte senza che gli organi inquirenti, a cominciare dalla Procura di Palermo, abbiano mai indagato, tanto che non ne sono mai stato informato da chi avrebbe dovuto farlo”.

Il pm Minisci neo presidente del sindacato dei magistrati

Cambio ai vertici dell’Anm. Come previsto dalla rotazione per garantire la Giunta unitaria (da luglio è fuori solo AeI di Davigo) al posto del presidente Eugenio Albamonte (Area, sinistra) è stato eletto Francesco Minisci (di Unicost, centrista), pm a Roma. Il neo segretario è Alcide Maritati (Area), gip a Lecce. Il “parlamentino” dell’Anm ha anche approvato un documento sul nodo irrisolto delle modalità di rientro dei magistrati fuori ruolo. Il momento non è casuale: ci sono state forti polemiche nella magistratura per la decisione del Csm (con il solo no di Morgigni, l’astensione di Aschettino e Zaccaria, assente Morosini) di ricollocare in Cassazione Donatella Ferranti, ex presidente della Commissione Giustizia della Camera, Pd. “L’imparzialità e la terzietà della magistratura – si legge – possono essere garantite solo attraverso il collocamento” in posti “con funzioni amministrative non dirigenziali, di magistrato addetto, con esclusione” della Cassazione o “dell’ufficio di provenienza”. Ma in attesa di una legge, l’Anm chiede che “i colleghi interessati si ispirino nelle loro aspettative a misura e spirito di servizio”.

Un concetto ribadito da Minisci nel discorso di insediamento durante il quale ha auspicato modifiche della legge sulle intercettazioni: “Ci impegneremo affinché vi possa essere un necessario e opportuno ripensamento”. L’attività dell’Anm “proseguirà nel dialogo con i soggetti istituzionali senza pregiudizi nei confronti di nessuno ma senza collateralismi”. Alla nuova classe politica il neo presidente dice che “l’Anm non ha nemici e non è di parte”, che non spetta alla magistratura “la funzione moralizzatrice delle categorie sociali”, ma ciascuna si dia “dei codici deontologici”. Nel discorso di commiato Albamonte ha parlato di “momento politico preoccupante” per cui la strada da seguire “è la forte unità della magistratura”.

Appello no-ippica a Villa Borghese. Replica del Coni: “Nessuno sfregio”

Tra le proteste dei comitati e le ambizioni degli organizzatori, la grande ippica galoppa a Villa Borghese. Coni e Roma Capitale tirano dritto: anche quest’anno il parco ospiterà “Piazza di Siena”, tradizionale rassegna che va in scena dal 1922. Con qualche polemica in più rispetto al passato, perché i piani degli organizzatori hanno trovato la sponda del Campidoglio ma spaventano gli abitanti, con tanto di appello di 100 intellettuali contro l’uso della villa.

La prossima (dal 24 al 27 maggio) sarà la seconda edizione targata Coni. La prima non è stata un affare: ha chiuso in perdita per 800 mila euro, buco coperto in parte con soldi pubblici. Al Foro Italico sono convinti di poterci guadagnare, ma è chiaro che per farlo è fondamentale restare a Villa Borghese, luogo iconico e valore aggiunto (specie per gli sponsor): non a caso la partnership con la Federazione sport equestri è di 8 anni, e pure il bando per gli allestimenti è pluriennale. Le associazioni, che auspicavano un trasferimento, ora temono che l’area storica si trasformi in un maneggio permanente. Così la conferenza di presentazione è servita soprattutto a provare a rispondere ai loro dubbi.

La novità del 2018 è la restituzione del prato a Piazza di Siena, dove da anni c’era solo sabbia. Questa è l’unica autorizzazione concessa finora dal Comune: Coni e Fise cureranno per 12 mesi la manutenzione dei gradoni e del verde (che sarà riaperto al pubblico dopo l’evento). E poi gli organizzatori hanno messo gli occhi sul Galoppatoio, in concessione in parte al Circolo Ippico, in parte alla società Saba che gestisce il parcheggio: soggetto a meno vincoli, il terreno potrebbe essere sfruttato meglio. Il bando parla della possibilità di un ulteriore “campo permanente”: altro segnale che ha messo in allarme gli attivisti, per il timore che la stradina che collega i due spazi sia invasa da strutture varie. Gli stand dell’edizione ultramondana del 2017, in effetti, non erano proprio discreti. “Ma noi per il futuro vogliamo togliere, e non aggiungere: puntiamo a valorizzare la bellezza naturale di Piazza di Siena”, assicura Diego Nepi Molineris, direttore dell’evento.

Da una parte c’è la riqualificazione di aree degradate, che il Comune fatica a curare: infatti in Campidoglio sono entusiasti di aver trovato qualcuno che ci metta un po’ di soldi (tra servizi e investimenti il contributo è di circa 300 mila euro). Dall’altra c’è il rischio che i privati (Coni, Fise e sponsor vari) dal dito si prendano tutto il braccio. Almeno su due punti cruciali, però, gli organizzatori sembrano aver fatto chiarezza: non ci saranno altri eventi nel corso dell’anno (“Piazza di Siena è unica”), e contrariamente a quanto ventilato la storica Casina dell’Orologio non verrà toccata. “Prendiamo atto di queste rassicurazioni. Ci vuole un piano straordinario di recupero della villa e sovraccaricare la parte equestre non è la soluzione. Vigileremo con attenzione”, commentano Osservatorio Roma e Comitato per la Bellezza, contrari all’allargamento della rassegna. Per capire se le promesse saranno mantenute basterà aspettare un paio di mesi.

Ora Mannino si tradisce: “Sì, parlammo di De Mita”

L’incontro al bar Giolitti del 21 dicembre 2011? “Con Gargani ci scambiammo le informazioni che quella mattina erano sui giornali, che De Mita sarebbe stato sentito dai pm di Palermo, e gli dissi: ricorda a De Mita il congresso di Agrigento, quello in cui isolai Ciancimino”. Lo aveva definito “il delirio di una mitomane”, ma giovedì scorso, nel processo di appello per lo stralcio della Trattativa in cui è imputato dopo l’assoluzione in primo grado, Calogero Mannino ha ammesso che l’incontro narrato in aula dalla giornalista del Fatto Sandra Amurri, nel quale, allarmato e preoccupato, avrebbe detto a Giuseppe Gargani “questa volta questi qui (i pm di Palermo, ndr) ci fottono”, c’è stato e che i due parlarono proprio della convocazione di De Mita come teste sulla trattativa Stato-mafia.

Mannino per la prima volta ammette l’incontro, continua a negare che l’oggetto fosse la sostituzione di Scotti con Mancino al Viminale nella stagione delle stragi, ma inciampa in un ricordo sbagliato: la notizia della convocazione di De Mita, che dice di avere appreso dai giornali di quella mattina, in realtà non era stata pubblicata, come ha ricordato il pm Nino Di Matteo nella requisitoria dell’11 gennaio 2018: “Il colloquio al bar Giolitti avviene il 21 dicembre – ha detto nell’aula bunker – era stato notificato un decreto di citazione a comparire a De Mita il 18 dicembre. Il 21 Mannino sa della citazione, che non era comparsa su nessun giornale, e si preoccupa di mandare l’avellinese Gargani dall’avellinese De Mita per dare la stessa versione che conviene a noi: cioè che Scotti fu sostituito per l’incompatibilità, altrimenti i pm di Palermo ci fottono’’.

L’ex ministro chiede la parola negli 11 minuti finali dell’udienza, e dopo avere rivendicato “la scelta di campo” democristiana nella lotta alla mafia (e negato di avere fatto pressioni sul vice direttore del Dap Francesco Di Maggio “che neanche conoscevo” per attenuare il 41 bis), ammette che l’incontro al bar Giolitti di Roma era finalizzato a “ricordare” a De Mita, convocato tre giorni prima dai pm di Palermo, un pezzo di storia della Dc in Sicilia. Non la sostituzione di Scotti con Mancino dell’estate delle stragi, nel ’92, come sostengono i pm, ma il congresso di Agrigento di nove anni prima, quello in cui su iniziativa dello stesso Mannino la Dc isolò per la prima volta Vito Ciancimino, divenuto troppo ingombrante e imbarazzante

Le ammissioni di Mannino, sia pure parziali, si interrompono qui. Il resto, per lui, è riportato in modo “farneticante” dalla Amurri, compreso l’accenno a Ciancimino (“Massimo dice un sacco di bugie, ma su di noi ha detto la verità”), che Mannino continua a negare perché il figlio di don Vito “non ha mai parlato di me nei suoi verbali”. E però Ciancimino jr è stato citato dal pm come teste (e ammesso) proprio per il ruolo centrale attribuito dall’accusa all’accertamento del “nesso di causalità” su cui si regge buona parte dell’accusa, e cioè il collegamento tra l’iniziativa del Ros di interloquire con Vito Ciancimino e il presunto accordo tra Mannino e Cosa nostra, “per salvarsi e attuare un programma politico favorevole ad una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stragista della mafia, le scelte del governo”.

L’inedita ammissione di Mannino servirà anche alla difesa della collega Amurri, già condannata dal tribunale a pagare 15 mila euro di spese e ora impegnata nell’appello del processo in cui aveva querelato Mannino per averla definita tra l’altro “agente volontaria della Stasi o del Kgb” e “mitomane”, espressioni che il giudice di primo grado ha ritenuto “riconducibili all’esercizio del diritto di critica… proporzionate e strettamente collegate alle accuse mossegli nell’articolo”. Ritenendo quell’ascolto casuale, seduta a un bar una fredda mattina di dicembre, un’ “indebita interferenza in una conversazione privata”. Come se denunciando un fatto processualmente rilevante, ascoltato fortuitamente, la giornalista avesse invaso la privacy di Mannino e Gargani.

Il social brucia 60 miliardi in Borsa e Zuckerberg dieci

Una settimana in Borsa decisamente da cancellare per Facebook. Il social media più popolare al mondo ha perso 58 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato in seguito allo scandalo di Cambridge Analytica. Le azioni sono crollate da 176 dollari di lunedì a 159 di venerdì alla chiusura di Wall Street. Il fondatore Mark Zuckerberg si è scusato per la violazione della privacy di 50 milioni di utenti, cercando di arginare la più grave crisi che il colosso si trova ad affrontare dalla sua nascita, ma le scuse non sono bastate a fermare l’ondata di vendite da parte degli investitori ed ora nubi si addensano sullo stesso futuro di Facebook. E col crollo della sua creatura, la ricchezza personale di Zuckerberg è scesa a 66 miliardi di dollari da 75 miliardi. Il danno economico per Zuckerberg sarebbe potuto essere più doloroso se da inizio anno non avesse incominciato a vendere milioni di azioni in suo possesso. Solo nelle due settimane prima dello scandalo del datagate, il numero uno di Facebook aveva venduto 1,14 milioni di azioni ad un prezzo medio di 183,81 dollari, incassando circa 210 milioni di dollari, secondo i calcoli di Vickers Stock Research.

“Per Facebook sono opinioni”. E gli haters restano impuniti

Cacciatori di haters, se le cose non cambieranno, potete stare tranquilli. Difficilmente conoscerete chi vi insulta su Facebook, qualora si tratti di anonimi. E, anche se denunciate, le cose potrebbero non andare meglio. Nel caso dei reati di diffamazione, per sapere infatti chi si nasconde dietro pseudonimo, celando la propria identità, i magistrati italiani sono costretti a fare rogatorie, chiedendo i dati alle autorità americane. Che, come pure il social network, non rispondono quasi mai. A danno delle indagini e dei diffamati. Ed è questo un tema particolarmente importante oggi, nel momento in cui si scopre che la società Cambridge Analityca ha avuto accesso ai dati di 50 milioni di utenti Facebook, violando le regole sulla privacy.

Per quanto riguarda la capitale, il diniego a fornire informazioni ai pubblici ministeri è scritto in una nota inviata dal Dipartimento giustizia americana, tramite il magistrato di collegamento Usa, a dicembre 2016 alla Procura di Roma. “Le cose da allora non sono cambiate”, dice un investigatore. In due pagine, si spiega, che in molti Stati americani la diffamazione non è reato. Le affermazioni scritte sul social network, viene sottolineato, per quanto diffamanti, sono coperte dal principio di libertà di opinione. Per di più, nel caso dei personaggi pubblici, questi devono avere maggiore sopportazione in virtù della loro posizione. Insomma, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, per anni bersaglio di insulti e minacce, dovrebbe, in base a questo principio, rinunciare ad avere giustizia. Nella nota inviata ai pm di Roma si invitano i magistrati anche ad evitare future rogatorie per conoscere l’identità di profili fake: è scritto che richieste di questo genere vengono regolarmente respinte dal dipartimento di giustizia Usa ed è altrettanto inutile rivolgersi direttamente a Facebook – con sede a Menlo Park, nello Stato della California – perchè neanche loro, per quanto riguarda la diffamazione, sono soliti rispondere.

Per altri reati è diverso: nel caso di terrorismo o reati informatici, per fare qualche esempio, i magistrati collaborano con i responsabili del social network, che in questi casi rispondono, spesso dando loro stessi il via alle indagini.

A Roma, il procuratore aggiunto che coordina i reati informatici è Angelantonio Racanelli, il quale con il suo pool di pm si ritrova sulla scrivania parecchie denunce per diffamazione aggravata: come stabilito in molte sentenze della Cassazione, infatti, nel caso di insulti su Facebook, si contesta l’aggravante connessa al mezzo che può raggiungere un’ampia platea di persone. Così si è costretti a chiudere questi fascicoli con l’archiviazione proprio perchè le rogatorie restano senza risposta e non si riesce ad identificare gli haters con altri mezzi. Ci sono anche altri casi in cui le indagini finiscono in un nulla di fatto. Come l’inchiesta sui vigili romani assenti a Capodanno del 2015. Ben 767 agenti quell’anno sparirono dai turni, con svariate giustificazioni: per esempio, in 63 dovevano andare a donare il sangue, 571 caddero malati. Per una ventina di vigili, i pm capitolini Stefano Rocco Fava e Nicola Maiorano sospettavano che si fossero organizzati su un gruppo Facebook chiuso. Ma è rimasta inevasa la rogatoria in cui si chiedeva di avere accesso ai messaggi: l’inchiesta è stata archiviata. Ma torniamo alla diffamazione. Oltre ai volti noti di tv e spettacolo (uno degli ultimi casi riguarda Mikaela Neaze Silva, velina di “Striscia la notizia” insultata sul web dopo che le è stato attribuito un volgare audio da lei mai registrato), è la politica spesso a raccogliere odio, volgarità e minacce.

L’azienda D-Link, attraverso la campagna #ConnettitiResponsabilmente, fornisce alcuni dati, analizzando quasi 2 milioni di contenuti raccolti dall’inizio dell’anno fra tweet e commenti legati alle elezioni. “Il 38% dei messaggi (circa 750 mila) – è scritto sul sito – è connotato da negatività e 135 mila contengono volgarità o insulti”. In 15 mila casi si augura la morte. Infine, “solo l’11% dei contenuti è positivo”. Il leader di partito maggiormente preso di mira sul web, secondo la ricerca, è Silvio Berlusconi “destinatario del 23% degli insulti personali online”, seguito da Matteo Salvini e Matteo Renzi, entrambi al 21%. Analizzando l’astio verso i partiti, invece, la prospettiva cambia: “L’accanimento – dice D-Link – è indirizzato al Pd (39%) e al M5s (34%). Poi Lega (12%), Casapound (5%) e Forza Italia 4%”. Gli haters poco coraggiosi, che restano anonimi, se in futuro non ci saranno cambiamenti, non hanno nulla da temere. È il web, bellezza!

 

Sturpatore seriale vestito da monaco arrestato a Bologna

Travestito da monaco medievale ad una festa di carnevale ha scelto la sua vittima, l’ha fatta bere fino a stordirla e poi l’ha portata in un albergo vicino per stuprarla incosciente. Di tutta la notte infatti la ragazza non ricorda nulla. L’indomani mattina però si è svegliata nuda, dolorante e piena di lividi, senza 80 euro rubatele dalla borsa. Mentre aspettava un taxi un addetto dell’hotel le ha consegnato la tunica scura da monaco abbandonata dal suo stupratore in camera. In ospedale poco dopo la conferma della violenza e la successiva denuncia ai militari di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, che hanno arrestato un 23enne casertano. Lui nega sostenendo che fosse consenziente ma i carabinieri hanno rintracciato nel registro della struttura altre due ragazze “ospiti” insieme al casertano: sempre a febbraio scorso e nell’estate del 2017 a luglio. Anche loro confermerebbero la versione della 29enne. Il gip che ne ha ordinato l’arresto lo descrive come “connotato da inquietanti tratti di serialità”.