I dati sui tamponi giornalieri erano gonfiati, mentre quelli sui positivi e ricoveri in terapie ridotti. Durante la pandemia, dagli uffici dell’assessorato alla salute della Regione Siciliana sarebbero stati comunicati dati falsati sul monitoraggio dell’emergenza. La Procura di Palermo ha chiuso l’inchiesta sull’assessore Ruggero Razza, dimessosi nel marzo 2021 proprio a seguito dell’indagine e reintegrato a giugno dal governatore Nello Musumeci. È accusato di falsità materiale e ideologica perché avrebbe trasmesso dati non corretti nella piattaforma “sorveglianza integrata Covid-19 dell’Istituto Superiore di Sanità e del ministero della Salute”. Con lui sono finiti sotto accusa Maria Letizia Di Liberti (ex dirigente generale dipartimento per le attività sanitarie), Mario Palermo (referente unico per i dati Covid-19 Sicilia), il dipendente regionale Salvatore Cusimano, ed Emilio Madonia (dipendente di una società che fa consulenze per la Regione).
L’inchiesta è partita a marzo 2021 dalla Procura di Trapani, passando per competenza territoriale a Palermo. Nel capoluogo regionale sembrava che l’indagine fosse stata ridimensionata, visto che i capi di imputazione erano passati da 35 a 7, e solo in due casi riguardavano l’assessore. Il periodo delle contestazioni andava dal 20 novembre 2020 e il 19 marzo 2021, mentre erano state escluse le accuse sulle presunte falsificazioni sui decessi, con le intercettazioni telefoniche in cui l’assessore e la dirigente dicevano di “spalmare” i dati dei defunti accertati. Ma dagli sviluppi investigativi dei Nas di Palermo, sono aumentati gli episodi contestati a Razza, 10 sui 20 totali, e si è allungato anche il periodo attenzionato dal 5 novembre 2020 al 23 marzo 2021. Nei 5 mesi, l’assessore e i suoi dirigenti avrebbero compilato in modo non corretto i “form della sezione dati aggregati della piattaforma web della sorveglianza integrata Covid-19”, ovvero la tabella in cui venivano comunicati i numeri sui tamponi, positivi e terapie intensive. Si scopre così che quotidianamente sarebbero stati comunicati da un minimo di 500 ad un massimo di 2 mila tamponi in più, rispetto a quelli effettuati. Centinaia di nuovi positivi sarebbero stati celati, come a Trapani dove furono ridotti del 50%. Tagli, invece, sarebbero stati effettuati sui dati dei ricoveri nelle malattie infettive o nelle terapie intensive.
Ieri Razza ha imbastito così la propria difesa mediatica: “Da una prima lettura delle contestazioni sembrerebbe che le indagini abbiano consentito di accertare che non c’è mai stata una valutazione erronea sulla fascia di collocazione della nostra Regione da parte del Ministero, come originariamente ipotizzato, che nessuna ‘zona rossa’ è stata rinviata e occultata”, ha detto l’assessore. In realtà, il pool di magistrati guidati dal procuratore aggiunto Sergio Demontis ritiene che i dirigenti Di Liberti e Madonia tra il 14 e 20 dicembre 2020, avrebbero trasmesso ai vertici nazionali un dato di positivi in diminuzione, mentre il “trend reale era in rialzo”, “inducendo così in errore gli organi del Ministero della salute e dell’Istituto Superiore di Sanità”, che avrebbero a loro volta attestato falsamente “per la Regione Sicilia una valutazione della probabilità bassa invece che moderata”. Dati che vennero richiamati, scrivono i pm, “nel verbale della riunione del 23 dicembre 2020 dalla cabina di regia”.