In bici ad Anguilla, in liana in Oriente e fritti alle Cook

Ok, a dire il vero non è che siamo ancora usciti dalla pandemia. Certo, siamo stati confinati per un tempo infinito e indefinito in casa, a vagheggiare un ritorno alla normalità fatto di baci e abbracci, treni e aerei, crociere e code ai caselli autostradali. Ci siamo spostati sulle ali dell’immaginazione, con i siti e le app dedicate; abbiamo risparmiato soldi e infranto sogni. Ma finalmente l’attesa è finita, ripartite in pace.

Segnatevi questa data per la rinascita del vorticoso turismo di massa internazionale: l’anno che verrà. Parola di Lonely Planet, che ha appena dato alle stampe il suo Best in Travel 2022. L’ottimismo della volontà che soppianta ogni pessimismo della ragione. Alla faccia delle varianti: come se viaggiare fosse una variabile indipendente dell’animo e della razza umana. Scrive Tom Hall nell’introduzione: “Che desideriate una semplice pausa di un weekend o quel viaggio speciale che vi eravate ripromessi di fare in un momento particolarmente difficile del lockdown, potreste vivere un anno d’oro. Potrebbe essere il momento ideale per vedere le piramidi d’Egitto, fare trekking nell’Himalaya in Nepal o immergersi nel paesaggio urbano di Taipe”. Per avvistare (se siete tipi da giungla facile) i giaguari nel Belize, misconosciuto “gioiello dell’America centrale” oppure, perché no, per andarsene a contemplare da vicino e non più in full-hd la potenza maestosa della cascata di Dynjandi, nei fiordi occidentali d’Islanda. Un safari africano in Malawi o lo spettacolo dell’aurora boreale (e una corsa su una slitta trainata da cani oltre il Circolo polare artico) in Norvegia, visto e considerato che “i luoghi selvaggi e le meraviglie naturali saranno mete molto ambite nel 2022”.

Fino a qualche mese fa ci era interdetta una corsetta dietro l’angolo, ma adesso sbrighiamoci a prenotare un volo per le Isole Cook – volo Ita permettendo –, in vetta alla nuova “top 10 Paesi: fieramente indipendenti, fondono autentiche tradizioni polinesiane con un approccio audace e innovativo alle sfide che attendono le nazioni del Pacifico meridionale. Paesaggi variegati incorniciati dall’oceano più grande del mondo promettono attività avventurose, interazioni culturali e delizie culinarie”. Consigliatissime per un bel coast-to-coast “attraverso l’accidentato entroterra boscoso di Rarotonga”, uno snorkelling e un birdwatching o un tour de force d’ordinanza in kayak in zona Aitutaki Lagoon. In alternativa, tutti a Mauritius, dove per inciso e per misteriose proprietà omeopatiche “l’isolamento è sempre stato facile”. Mark Twain definì quest’isola dell’oceano Indiano un paradiso, e “in un momento in cui essere lontani da tutto è diventato più invitante che mai” assurge così al rango di posto congeniale “per una splendida e remota fuga dal mondo”.

C’è tanta fregola di clausure auto-inflitta in giro. Monta la brama di scappare ad Anguilla (numero 6 tra i “best Paesi”), “sopra lo scintillante mar dei Caraibi”, nonostante il pesante retaggio dell’uragano Irma, che nel 2017 si è abbattuto come un flagello danneggiando il 90 per cento delle case. Gli abitanti si sono profusi in una virtuosa ricostruzione sostenibile e antisismica: poi è arrivato il Coronavirus. A ogni modo, “lunga solo 25 km e praticamente piatta, Anguilla è ideale per spostarsi pedalando” su una bicicletta alla buona. Tornando alle furie ingovernabili della natura, meglio non recarvisi da settembre a novembre, che rappresentano sì “un periodo più economico” ma troppo “rischioso, è la stagione degli uragani”.

Se cercate invece una città “one shot”, per l’anno venturo Lonely Planet caldeggia fortemente Auckland, nella comodamente raggiungibile Nuova Zelanda, i cui “confini includono 53 vulcani” e, tra le altre, Lagos, patria di Nollywood, la terza industria cinematografica del globo. La capitale della Nigeria conta ben 22 milioni di abitanti. Lì non vi sentirete di certo soli. L’unica tappa italiana menzionata è Firenze, pronta a ricongestionarsi di gitanti mordi-e-fuggi. E chi è a caccia di selfie e souvenir difficilmente salterà file e pagine per un intrepido attraversamento di “ponti di liane oscillanti nell’isolamento della valle di Iya”, nella regione giapponese dello Shikoku. Sempre per la serie “non disperdiamo il senso di solitudine sconfinata ed eterna maturato nel 2020”: ecco, nella top 10 Regioni, il deserto di Atacama, 1.600 km dalla costa cilena del Pacifico ai piedi delle Ande. “Il più antico, elevato e arido del sud America”, che “con i suoi paesaggi lunari, le strane forme di vita e i colori extraterrestri è quanto ci sia di più simile a mettere piede su un altro pianeta”. Una finestra perfetta per osservare, rapiti, il limpido firmamento. E da quelle parti il distanziamento sociale è un destino. Il Covid intorno a noi, il cielo stellato sopra di noi.

Ok fecondazione assistita a single, lesbiche e trans

La ministra spagnola della Salute, Carolina Darias, ha firmato l’ordinanza per prevedere che donne single, lesbiche, persone bisessuali e transgender possano accedere alla riproduzione medicalmente assistita nel sistema di salute pubblico, dove il servizio è gratuito. La misura è richiesta da tempo dai gruppi per i diritti delle persone Lgbtiaq+ e rientra nella spinta per l’uguaglianza del governo socialista, che conta al suo interno un numero record di donne. I trattamenti sulla fertilità sono gratuiti in Spagna, ma 6 anni fa il governo guidato dal Partito popolare aveva limitato l’accesso alle sole donne cisgender che avessero un partner, costringendo così tutte le altre persone a pagare per un servizio privato. Molti governi regionali, tuttavia, rifiutarono di applicare tale politica.

Dmitrij Muratov, giornalista libero nel regno di Putin

Il 15 ottobre 2006 la giornalista e attivista per i diritti umani Anna Politkovskaja fu uccisa nell’ascensore della sua casa nel centro di Mosca: aveva 48 anni, e gli autori di questo omicidio non sono stati ancora trovati. Esattamente 15 anni dopo, il direttore del giornale dove lavorava Anna, Dmitrij Muratov, assieme alla giornalista filippina Maria Ressa, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace. (…) Muratov è la terza persona in Russia a ricevere il premio Nobel, dopo due noti personaggi come Andrej Dmitrievič Sakharov (1975) e Michail Gorbaciov (1990), ma il primo nella Federazione russa di recente indipendenza. Egli ora è accostato a due persone che hanno dato un contributo decisivo alla caduta della dittatura comunista nell’Urss, e in generale nell’Europa dell’Est. Al caos degli anni Novanta, che per il giornalismo indipendente non è stato meno letale della stessa dittatura, è seguita la “stabilità” di Putin, che, se forse ha portato un miglioramento economico per la maggioranza dei cittadini, non ha risolto i problemi per le persone che considerano la libertà di espressione un valore imprescindibile.

Nella redazione del quotidiano Novaja Gazeta c’è una parete cui sono appese le foto dei colleghi uccisi mentre svolgevano il loro lavoro di giornalisti. (…) Muratov ha dedicato a essi il premio: “Il Nobel per la Pace non viene assegnato ai morti, ma ai vivi. Ovviamente hanno deciso di darlo a me, che sono vivo, ma in realtà intendevano darlo a Jurij Šekoichin, Igor Domnikov, Anna Politkovskaja, Anastasija Barburova, Stanislav Markelov e Natalja Estemirova”.

Nella dichiarazione della Nobel Prize Foundation si legge: “Da decenni, Dmitrij Andreevič Muratov difende la libertà di espressione in Russia, in un contesto sempre più difficile. Nel 1993, è stato uno dei fondatori della testata indipendente Novaja Gazeta. Dal 1995 ne è direttore, per un totale di 24 anni. Novaja Gazeta è la testata più indipendente in Russia oggi, con un atteggiamento fondamentalmente critico verso il potere”. (…)

Chi è Dmitrij Muratov? Il lavoro giornalistico di Muratov unisce tre epoche: gli ultimi giorni dell’Urss, il periodo post-sovietico e l’era di Putin.

Nato nel 1961 nella città di Kuybischev (ora Samara), Dmitry ha studiato alla facoltà di Filologia dell’università locale. Ha iniziato a lavorare come giornalista nel 1985, anno in cui Gorbaciov ha dichiarato la perestroika. Nel 1992, non essendo d’accordo con la nuova linea editoriale della Komsomolskaya Pravda, dove lavorava all’epoca, ha lasciato il giornale e ha fondato l’associazione giornalistica Il sesto piano. Già un anno dopo, questa associazione ha dato vita a Novaja Gazeta. Nel 1994-95 Dmitrij ha lavorato come corrispondente speciale in Cecenia. Nel 1995 è diventato direttore di Novaja Gazeta.

Secondo l’ex corrispondente da Mosca di Deutschlandfunk, Sabine Adler, Muratov è il più coraggioso direttore di giornale che ci sia mai stato in Russia. Nessuno, tranne Novaja Gazeta, osa pubblicare analisi sulla situazione in Cecenia, dove, come lei dice, ancora oggi dominano il terrore e l’illegalità. Anche la pubblicazione di materiale sulle azioni del gruppo militare Wagner in Siria è stata molto coraggiosa, oltre che pericolosa; Muratov lo ha potuto sperimentare personalmente: si è trovato la testa mozzata di una pecora davanti alla porta del suo appartamento di Mosca. (…)

Per comprendere meglio l’importanza del lavoro di Muratov, si deve guardare alle condizioni in cui operano oggi i mass media indipendenti in Russia. Oltre alle minacce ai giornalisti a livello personale, la cosiddetta “legge sugli agenti stranieri” è l’ostacolo più grande alla funzione dei media. La legge è stata approvata nel 2012 e sanziona le organizzazioni non governative “politicamente attive” che ricevono sostegno finanziario dall’estero. Dal novembre 2017 anche i media possono essere dichiarati “agenti stranieri”. (…) Le leggi sono formulate in modo vago, e l’etichetta di “agente”, che risale all’epoca di Stalin, spesso viene attribuita in modo arbitrario. Le organizzazioni così definite devono anche adeguarsi a regolamenti molto stringenti che rendono il loro lavoro notevolmente più difficile. (…)

Si poteva immaginare che un riconoscimento come l’assegnazione del premio Nobel per la Pace a un giornalista dell’opposizione russa avrebbe suscitato una generale reazione positiva nel Paese, specialmente tra i compagni di lotta di Muratov. Ma la soddisfazione non è così generale. L’opposizione liberale in Russia è endemicamente frammentata, anche sull’opposizione al governo. Lo stesso Muratov è disposto a lavorare con Putin su interessi comuni: ad esempio, nella fondazione Krug Dobra (“Il cerchio della gentilezza”), sostenuta dallo Stato, che aiuta i bambini malati. Per questo gli oppositori più radicali non lo considerano uno di loro.

Mentre alcuni funzionari del governo e i media ufficiali hanno espresso la loro soddisfazione per la decisione, alcuni oppositori del governo si sono chiesti perché un giornale come Novaja Gazeta, che è considerato un bastione della libertà di stampa, non sia stato ancora dichiarato “agente straniero” come quasi tutti i mass media più o meno indipendenti, e se non venga quindi premiato per la sua “leale opposizione” al regime.

Ovviamente si può anche ritenere che in Russia ci sia una “opposizione privilegiata”, tutelata dal governo, che la usa come vetrina della libertà. La reazione del Cremlino alla decisione di assegnare il premio Nobel per la Pace 2021 a Muratov sembra confermarlo. (…) Dmitrij Peskov, portavoce del presidente Putin, ha detto che Muratov è un giornalista coraggioso e devoto ai suoi ideali e lavora sempre seguendo tali ideali. Ma alcuni ritengono ciniche queste congratulazioni, dal momento che lo stesso governo non rispetta la libertà di stampa e gli “ideali” che Peskov loda. (…)

Sebbene le decisioni della Fondazione Nobel riguardo all’assegnazione del premio per la Pace negli ultimi anni a volte siano state contestate, la decisione di quest’anno sembra essere equilibrata e saggia. (…) Un segnale non soltanto per il governo russo, ma soprattutto per tutti i giornalisti che hanno gli stessi ideali di Muratov e incoraggiarli a unirsi per un obiettivo comune, invece di litigare per qualsiasi piccola questione.

“Benalla-gate”: per il factotum di Macron tre anni di carcere

Alexandre Benalla è stato condannato a tre anni di prigione, due con la condizionale e uno ai domiciliari con il braccialetto elettronico. Parliamo dell’ex monsieur Sécurité di Emmanuel Macron che durante il corteo del 1º maggio 2018 venne filmato mentre picchiava una coppia di giovani manifestanti nel quartiere latino, a Parigi, indossando casco e fascia da poliziotto pur senza essere un agente. Lo scandalo scoppiò più tardi, a luglio, quando il quotidiano Le Monde pubblicò il video in questione. Ne seguì un caso politico e giudiziario, con l’apertura di diverse inchieste, il primo grosso scandalo istituzionale per il governo di Macron, che scosse i vertici dello Stato per mesi.

Il giovane pupillo del presidente, 26 anni all’epoca dei fatti, si era occupato della sicurezza dei meeting del candidato di En Marche! prima di essere promosso all’Eliseo. Travolto dallo scandalo, fu licenziato, ma la vicenda non si chiuse lì. Si seppe che godeva di numerosi privilegi, tra cui un badge per accedere al Parlamento e un appartamento di funzione in centro. Ieri i giudici lo hanno condannato per violenze e usurpazione della funzione di poliziotto, ma anche per porto illegale di armi e per avere usato in modo fraudolento due passaporti diplomatici per undici viaggi, tra l’altro in Africa, dopo aver lasciato all’Eliseo, ottenuti fabbricando documenti falsi. La difesa aveva chiesto l’assoluzione denunciando lo “tsunami mediatico”, descrivendo Benalla come un giovane “leale” e “onesto”. La pubblica accusa aveva chiesto diciotto mesi con la condizionale. La presidente del tribunale lo ha punito per il suo “sentimento di impunità e onnipotenza”: Benalla “date le sue funzioni e la vicinanza con il presidente, era stato investito di un certo potere. Le missioni che gli sono state affidate avrebbero richiesto rigore e esemplarità, invece – ha detto la giudice – ha tradito la fiducia che gli era stata dimostrata”.

I Grüne ora bloccano i negoziati

Impasse a Berlino Sono stati i Verdi a bloccare la formazione del governo “semaforo”. I partiti non concordano su clima, finanza e migrazione.

D opo settimane di intensi negoziati, giovedì sera, i Grüne hanno tirato il freno. “Al momento vediamo pochi progressi” ha detto Michael Kellner, uno degli esponenti più in vista del partito verde. Secondo la tabella di marcia la coalizione Semaforo (Spd, Verdi e Fdp) avrebbe dovuto presentare ieri un documento sullo stato delle consultazioni. Entro il 10 le assemblee dei partiti dovevano approvarlo e per il 22 di questo mese era fissata la data della presentazione del programma di governo. Obiettivo: 6 dicembre, elezione nuovo cancelliere. Tutti erano sicuri del piano, tanto che Angela Merkel lo scorso fine settimana ha portato con sé al G20 Olaf Scholz, presentandolo agli incontri bilaterali come il suo sicuro successore. I Verdi hanno bloccato tutto. Al momento le negoziazioni sono condotte in 22 gruppi da 300 dirigenti dei partiti. Diversi tavoli tematici sarebbero bloccati. I Grüne lamentano la mancanza di sostanza su difesa del clima, finanza e migrazione. Il partito ecologista è quello che si è presentato alle urne con il programma più innovativo, raddoppiando così i voti rispetto alle elezioni del 2017. Inoltre i Verdi hanno raccolto un terzo delle preferenze in più rispetto ai liberali del Fdp. Tante aspettative al vaglio dei compromessi. Per garantire il ‘futuro green’, con due partner di governo, serve molta esperienza. Cosa di cui i Verdi sono quasi completamente sprovvisti. La candidata cancelliera Annalena Baerbock ha fatto un passo indietro subito dopo aver letto i dati nella notte elettorale. Al suo posto Robert Habeck, diventato il volto verde dei negoziati. L’unico ruolo di governo che ha ricoperto fino a oggi è quello di ministro in un piccolo Land nel nord del Paese. Habeck vuole per sé il ministero delle Finanze, il dicastero più importante che al momento è occupato da Olaf Scholz.

A chiedere il ministero delle Finanze c’è anche Christian Lindner, il leader del Fdp. I liberali sono la componente più conservatrice della coalizione. Lindner non permetterebbe l’inserimento di nuove tasse e ha già chiesto che non si ripetano gli interventi finanziari fatti per garantire la rispesa dalla crisi pandemica. Una marcia indietro rispetto a quanto fatto da Scholz. Dal socio di governo minoritario della coalizione è però già stato detto chiaramente che se Lindner non ottenesse il dicastero sarebbe “come una torta in faccia”. Tra le possibili mediazioni c’è Habeck alla guida degli Interni, il mega-ministero con oltre 80mila dipendenti. Quattro anni fa, Angela Merkel negoziò per mesi con liberali e Verdi per la creazione di un governo. Lindner non riusciva a essere soddisfatto e lasciò le consultazioni. La cancelliera si rivolse ai socialdemocratici e formò una nuova Grosse Koalition dando a Scholz il ministero che non concesse a Lindner.

Berlino, muore russo volato da ambasciata: “È una spia”

La polizia tedesca, alle sette e venti del mattino del 19 ottobre scorso, nel quartiere di Mitte, trova un uomo senza vita riverso sul marciapiede davanti alla sede dell’ambasciata russa a Berlino. Gli agenti chiamano subito un’ambulanza, che arriva in fretta, ma i medici valutano inutili i tentativi di rianimare quel cadavere volato giù dai piani più alti della sede diplomatica di Mosca e del cui decesso nessuno darà notizia fino a ieri. “Era una spia russa”: lo ha svelato Der Spiegel, il giornale tedesco che per primo ha fornito altri dettagli sull’identità dell’uomo. Aveva 35 anni ed il suo nome, non ancora svelato, risulta accreditato nei registri tedeschi come secondo segretario dell’ambasciata russa a Berlino, dove aveva cominciato a prestare servizio nel giugno del 2019. Ma, riferiscono ancora i reporter, quella era solo la sua copertura.

Era un membro dell’intelligence del Cremlino, un altro, l’ennesimo, ma non uno qualunque. Si tratta, – dice la squadra investigativa di Bellingcat -, del figlio di Aleksey Zhalo, direttore della Seconda divisione del Fsb, servizi segreti russi. Che si tratti proprio di lui i britannici lo confermano pubblicando targhe, indirizzi, dati anagrafici ufficiali. Dal padre, il diplomatico misterioso, ha ereditato il patronimico, non solo la professione. Sono inoltre registrati entrambi allo stesso indirizzo a Mosca. Prima ancora, la loro abitazione era a Rostov. Il generale Zhalo è a capo del potente Direttorato per la protezione dell’ordine costituzionale, sezione dei servizi segreti già nota ai media tedeschi dai tempi dell’assassinio di Zelimkhan Khangoshvili, comandante ceceno ammazzato, con un colpo alla testa, in un parco di Berlino nell’agosto 2019. Le spie di quella divisione – che avrebbero preso parte anche al piano di avvelenamento del dissidente Aleksey Navalny, intossicato dall’agente nervino novichok nell’agosto del 2020 – sono state accusate di diverse e sempre inspiegabili morti, compreso il tentato omicidio del celebre oppositore del presidente Putin, Vladimir Kara-Murza.

Sotto processo a Berlino, per l’assassinio del comandante ceceno, c’è già Vadim Krasikov, che fa visita alla sede dell’Fsb a Mosca prima di prendere un aereo verso Berlino, dove commetterà il crimine solo poche ore dopo l’atterraggio. Senza contatti sul territorio, hanno detto gli inquirenti, non avrebbe potuto agire. Il presunto figlio di Zhalo era arrivato nella Capitale tedesca due mesi prima dell’omicidio del caucasico: prima era di stanza a Vienna, come terzo segretario della rappresentanza russa permanente alle Nazioni Unite. Del sangue di Khangoshvili la Germania accusò subito la Federazione, che, veloce, reagì negando le accuse. Del sangue dell’uomo volato giù dall’ambasciata, invece, questa volta, nessuno ha chiesto spiegazione.

L’ambasciata russa a Berlino ha già reso noto che non considera “inappropriate le speculazioni di certi media occidentali” riguardo questo “tragico incidente”. Il pubblico ministero tedesco non ha potuto procedere con le indagini per lo status stesso del diplomatico: se sia morto schiantandosi al suolo cadendo giù dai piani alti dell’ambasciata o se sia deceduto prima di precipitare, potrebbe svelarlo solo un’autopsia, che però Mosca non ha concesso di compiere. La verità non arriverà nemmeno post-mortem e la conosce ormai solo quel cadavere, che è già stato rispedito in patria, in Russia.

Portogallo, bocciata la manovra: il 30 gennaio elezioni anticipate

Dopo la bocciaturadella legge di Bilancio, il presidente portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa, ha annunciato lo scioglimento del Parlamento e indetto elezioni anticipate, fissate per il 30 gennaio. De Sousa, in un discorso televisivo, ha detto che questa stroncatura “ha ridotto totalmente la base di appoggio del governo”, e che il 2022 sarà “un anno decisivo per l’uscita dalla pandemia e dalla crisi sociale”. Il primo ministro socialista António Costa ha promesso di fare campagna per una “maggioranza rafforzata”, dopo aver rotto con i partiti di estrema sinistra.

Abu Mazen dal Papa. Pieno sostegno “al principio dei due stati” per la pace

Per trovare una soluzione basata sul “principio dei due Stati” e riavviare il dialogo in Medio Oriente il presidente palestinese è stato ricevuto a Palazzo Chigi, in Quirinale e in Vaticano.

Il premier Mario Draghi ha detto al leader palestinese di auspicare in “una pronta ripresa del dialogo, una soluzione a due Stati, giusta, sostenibile e negoziata tra le parti, resta la chiave per una durevole stabilizzazione regionale”. Oltre al processo di pace, i due hanno dibattuto degli ultimi sviluppi nel Mediterraneo e dei temi dell’agenda bilaterale, con particolare riferimento all’impegno dell’Italia per il rafforzamento delle istituzioni e il sostegno alla popolazione palestinese. Al Quirinale Abu Mazen ha ringraziato il presidente Mattarella per l’assistenza italiana ricevuta durante la pandemia di Covid-19 che flagella la Palestina. Per la sesta volta, il presidente palestinese ha incontrato anche Papa Francesco ed entrambi hanno concordato sullo status di Gerusalemme, che deve rimanere “città santa” per tutti i fedeli delle tre religioni di Abramo. Dopo il colloquio durato 50 minuti nella Sala della Biblioteca, c’è stato lo scambio dei doni.

Al termine della sua visita ufficiale in Italia, Abu Mazen ha espresso “gratitudine e apprezzamento” a Roma.

Vittoria di Bennett alla Knesset: è la fine dell’èra Netanyahu

Dopo quattro tornate elettorali in due anni, tre anni senza bilancio e tre giorni e due notti di votazioni, alle tre del mattino di ieri, la Knesset ha approvato il bilancio per il 2021 e il 2022. Dal 2019, lo Stato di Israele sopravviveva con un budget mensile che paralizzava ogni riforma. La coalizione “del cambiamento” finalmente ce l’ha fatta. È ufficialmente iniziato il post Netanyahu.

Un miracolo. “La fine del caos”, ha dichiarato Bennett. Il miracoloso e fragile governo Bennett-Lapid è composto di politici portatori delle più diverse posizioni ideologiche, di destra, centro, sinistra e, per la prima volta, anche di un partito arabo, Ra’am di Mansour Abbas (in 73 anni solo due volte i partiti arabi hanno appoggiato un governo israeliano). Ci sono voluti dodici anni di governo Netanyahu per arrivare a questa incredibile coalizione. Per la prima volta più di metà dei cittadini israeliani si sono svegliati una mattina e hanno scoperto di apprezzare il sincero desiderio di un gruppo di politici di diverse ideologie, concordi nel desiderare il bene del paese più di quello del proprio partito o delle proprie idee. Nel cercare ciò che li unisce. Era nato il governo del cambiamento.

A Gerusalemme intanto continuava il processo a Netanyahu, accusato di frode, abuso di fiducia e corruzione. Carismatico, politico cinico e abilissimo, grande manipolatore, molto amato e molto odiato, splendido oratore, aveva mentito troppo a lungo e a troppe persone, compresi tutti i membri dell’attuale coalizione di governo, da Bennett stesso ad Ayelet Shaked, la ministra degli interni, da Gideon Saar, ministro della giustizia, a Benny Gantz, della Difesa, tutti erano stati suoi figli. Tutti, chi prima chi poi, gli avevano prestato fede… il suo comportamento ricorda la ben nota favola di Esopo sulla rana e lo scorpione. Certo i “bibisti” ci sono ancora, sono l’altra quasi metà del paese e si fanno sentire. Una mia amica, moglie di un ministro, da quando è stato formato il governo di coalizione ha un gruppo di bibisti sotto le finestre che urla “traditore” tutti i giorni, per due ore al giorno. E con il nuovo governo di coalizione ci sono anche altri prezzi da pagare. E son prezzi salati.

Gli Stati Uniti e dodici Paesi dell’Unione europea, fra cui l’Italia, hanno violentemente protestato contro l’approvazione da parte della Commissione edilizia israeliana della costruzione di nuove case per coloni ebrei e per palestinesi nei Territori occupati della Cisgiordania. Bennett lo ha varato insieme a un ingente piano economico a favore della popolazione arabo-israeliana, per la costruzione di nuove abitazioni e infrastrutture. Probabilmente, questa è la ragione che ha fatto sì che il partito Ra’am non sia uscito per protesta dal governo e non ne abbia minato la sicurezza. Di certo con questo atto Bennett ha voluto dare un segnale politico a quella parte della popolazione israeliana di destra che ha votato per lui e, senza volerlo, sta ora ad appoggiare il suo governo che tanto di destra non è. Non dimentichiamo (non che Bibi glielo mai faccia dimenticare), che Bennett è primo ministro pur controllando col suo partito Yemina, (“a destra” in ebraico), solo sei seggi alla Knesset. Netanyahu aveva costruito nei territori, negli anni del suo governo, meno unità abitative dei suoi predecessori. Meno di Sharon e di Olmert. Vedremo con Bennett.

Per il voto di questi tre giorni i parlamentari si erano portati da casa pantofole, lecca lecca e cioccolata da sgranocchiare per non addormentarsi. Pare che Netanyahu si sia sbagliato e per ben cinque volte abbia votato con la coalizione. Un errore di un membro della coalizione che ha votato con l’opposizione, ha invece prolungato le votazioni per ore, fino alla mattina di venerdì.

Alla radio stanno discutendo se iniziare il vaccino per i bambini dai cinque agli undici anni. Cosa succederà la settimana prossima, ora che finalmente è stato approvato il bilancio, compresi gli ammendamenti?

Di certo non tornerà la calma. All’interno della coalizione, non più tesa fino allo spasimo per riuscire a raggiungere il tanto desiderato risultato, si cominceranno a far sentire le diverse voci, ognuna rivolta al proprio elettorato, ai propri interessi. Si cominceranno a vedere i punti che tengono insieme le pezze del governo. E l’opposizione si aggrapperà a ogni parlamentare inappagato, a ogni ministro frustrato della coalizione, per cercare di spostarlo dalla propria parte. Quanto ai vaccini, sarà una commissione pubblica formata da esperti a decidere se verrà approvato il vaccino per i bambini e non lo verremo a sapere attraverso una conferenza stampa di Netanyahu, alle otto, per il telegiornale.

Un nome che “canta”: apre il cuore a tutti, anche a chi non crede

“Mi colpì quella frase”, Marco volontario di “Pane Quotidiano” indica il motto che sulla facciata di un capannone alla periferia di Milano accoglie tutti, proprio tutti: “Sorella, fratello… nessuno qui ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, né quali sono le tue opinioni”.

In una vita precedente, la nostra guida era un manager al vertice di una delle prime banche italiane e la decisione di mettersi a disposizione “di qualcosa che valeva la pena fare” passa anche attraverso quelle parole di benvenuto, chiunque tu sia. Ospitalità sincera per le tremila persone (almeno) che ogni giorno attendono il loro turno davanti al banco di metallo con vista su viale Toscana per ritirare il sacchetto con il pranzo, che per molti sarà anche la cena.

Ma quell’accoglienza così aperta, tollerante, senza se e senza ma, incoraggia quanti (Marco è tra questi) non desiderano che la loro disponibilità ad aiutare gli altri possa essere confusa con qualcosa (un partito politico, un credo religioso) che non appartenga a quell’impulso buono e profondo. Che un giorno, come una vocazione, d’un tratto ti spinge a disposizione degli altri semplicemente perché ti fa stare bene, ti fa stare meglio. Per costoro, per i volontari (che non sono pochi ma ne occorrerebbero di più) “Pane Quotidiano” è un nome che afferra (che canta, diciamo noi giornalisti se un titolo è particolarmente felice) perché dacci oggi il nostro pane quotidiano è la preghiera che apre il cuore, anche di chi non crede.

Però il pane, e la pasta e i biscotti e la frutta, non piovono certo dal cielo e necessitano di donazioni, organizzazione, metodo, fatica. E anche di perseveranza, assiduità, costanza, tenacia. Perché anche i propositi più lodevoli se non accompagnati da una convinzione personale robusta e radicata sono come un’auto, la più appariscente e veloce, che viaggia con scarso carburante nel serbatoio. Nell’incrociare queste persone, con indosso una felpa arancione, sai che sono tutti ex qualche cosa e che magari, proprio come Marco, un tempo comandavano legioni di sottoposti, percepivano eccellenti retribuzioni, conducevano uno stile di vita difficilmente accostabile a un mercato rionale, figuriamoci a una mensa per i poveri.

Adesso però questi signori, non più giovanissimi e imbiancati, gestiscono capi di lattuga e vuoti a perdere. Mentre con un occhio si accertano che nella piccola folla che preme per ricevere l’indispensabile non si creino questioni di precedenza, con qualcuno che sgomita e alza la voce. Non sono pochi, ci spiegano, quelli che vengono semplicemente per non stare soli. Per fare due chiacchiere in fila. In fondo, anche il volontariato può essere un modo per stare con gli altri. Infatti, “Pane Quotidiano” è una onlus laica, apolitica, senza scopro di lucro che sfama il corpo e la solitudine.