Aiutiamo le donne che non potrete mai vedere in volto

Immagina di dover mollare tutto, sparire in meno di 24 ore e che sia necessario per sopravvivere. Immagina di dover ricominciare da zero. Cambiare nome, pettinatura, modo di vestire. Cercare di nasconderti nei dettagli, anche se nessun travestimento sarà sufficiente per metterti al sicuro. Immagina di sapere che, in ogni istante, il passato può tornare a cercarti. Preparati al peggio: alla paura, alla voglia di tornare indietro e alla solitudine. E soprattutto, a una delle sfide più difficili: ricostruirti.

In Italia ci sono decine di donne che fuggono ogni giorno dalle violenze di padri, fidanzati, mariti, fratelli: sono sopravvissute che vivono nell’ombra come i testimoni di giustizia, solo che lo fanno senza scorta e senza protezioni. A parole siamo tutti contro la violenza di genere: lo sono i politici di ogni schieramento, lo è chi ci governa. Ma quando c’è da sostenere le donne nella vita quotidiana, spariscono tutti. Eppure la lotta per la libertà non finisce con la fuga: per resistere servono mezzi e risorse.

Per questo la Fondazione del Fatto Quotidiano, in collaborazione con la onlus “Trama di Terre”, ha deciso di finanziare borse di autonomia da 5 mila euro per le donne che stanno affrontando un percorso di emancipazione dalla violenza. Gli obiettivi sono concreti: l’affitto, le spese universitarie, un corso di formazione professionale, la patente per la macchina. A guidarci c’è l’associazione nata a Imola e attiva da oltre 24 anni nell’accoglienza delle donne e nelle politiche di intercultura di genere. Collabora con diversi centri antiviolenza in Italia e i servizi sociali territoriali, gestisce vari progetti (dal programma di sostegno per le rifugiate agli appartamenti per l’autonomia) e ci aiuterà a realizzare il nostro.

Dietro ogni borsa che la Fondazione vuole assegnare c’è una storia, ma non ve la diremo. Se cercate facce a cui affezionarvi, non possiamo darvele. Se volete i dettagli, non li avrete. Le donne che chiedono aiuto hanno nuove identità e abbiamo il dovere di proteggerle. Se ti chiedi chi sono, sappi che una di loro l’hai incontrata oggi al supermercato. Era in coda alle poste. Aspettava l’uscita dei figli nel cortile della scuola. Un’altra ha 22 anni, di notte studia per l’università e di giorno fa la commessa in un negozio. Pochi mesi fa ha detto No a un matrimonio forzato e ha dovuto abbandonare la famiglia, perché rifiutare il destino che le avevano scelto non era accettabile. Ora vuole farcela, a pagarsi gli studi e a vivere da sola, ma a volte è così dura che mollare tutto sembra l’unica opzione.

Un’altra di anni ne ha 30, fa la cameriera mentre il figlio è all’asilo nido. Non sempre lo stipendio è sufficiente per portare qualcosa sul tavolo sia a pranzo che a cena. Se sapesse guidare e avesse una macchina, potrebbe trovare un impiego migliore. Nella vita di prima, il marito le impediva di uscire e ogni volta che faceva sentire la sua voce, veniva picchiata. Le botte sono andate avanti per anni, finché ha chiesto aiuto. Ora, quando suo figlio piange perché ha fame, non sempre riesce a pensare di essere sulla strada giusta.

Non possiamo dirvi molto, ma sappiate che le donne vivono dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia: noi le abbiamo incontrate una a una e abbiamo chiesto di cosa avessero bisogno. E ora, a voi, proponiamo di adottare questo progetto. Preparatevi: non ci saranno selfie da esibire online per ogni versamento, perché quel selfie nessuna delle persone che sosterremo può permetterselo. Non a cuor leggero. Noi però, vi chiediamo di essere parte di qualcosa di molto più grande: vi chiediamo di ascoltare le richieste di aiuto, rispettare le voci e i tempi. Di essere alleate e alleati. Il vostro gesto sarà dirompente: non solo metterà un tassello in più in un processo di indipendenza lungo e faticoso, ma dimostrerà anche che siamo in tanti a credere nel diritto alla libertà. E nonostante, per ora, queste donne non si possano far vedere, in tanti ci vogliamo schierare al loro fianco.

Piano piano, in punta di piedi. Dalla parte della gente: ora iniziamo a costruire

Piano piano, in punta di piedi, con modestia ma anche con un bel po’ di orgoglio, nasce la “Fondazione Umanitaria Il Fatto Quotidiano”. L’avevamo annunciata quest’estate. Il 16 settembre è stata costituita e oggi partiamo con i primi progetti. Ci crediamo e ci auguriamo che chi legge il Fatto fin dalla nascita si unisca a chi magari non ci segue, ma ha voglia di fare del bene e da questa fusione “a caldo” sorga una comunità più grande, orgogliosa di partecipare a questa avventura. Alla Fondazione, ovviamente, contribuirà ogni anno la Seif (Società Editoriale Il Fatto), come già ha fatto in sede di costituzione e come abbiamo fatto anche in prima persona noi soci fondatori che firmiamo questo articolo.

Dopo 12 anni di cronache dissacranti e di denunce dirompenti, è venuto il momento che il nostro giornale, il nostro gruppo e i nostri lettori presenti e futuri diano un piccolo contributo costruttivo per risolvere qualche problema a chi ne ha molti, troppi. E per rispondere con progetti concreti ai tanti amici che ci scrivono: “Io ci sono, che cosa posso fare?”.

Sul sito www.fondazioneilfattoquotidiano.org raccontiamo chi siamo, pubblichiamo il nostro statuto e anticipiamo i nostri primi passi, dedicati al sostegno alle donne vittime di violenza, alla formazione dei giovani, all’aiuto alle persone indigenti. Siamo solo all’inizio e, un passo alla volta, coroneremo un grande sogno. Avevamo promesso progetti chiari, concreti e verificabili. Perciò abbiamo selezionato in partenza due associazioni che si occupano da molto tempo con impegno e dedizione di tante persone in difficoltà.

La prima è la imolese “Trama di Terre”, che dal 1997 si occupa di aiutare donne in fuga da violenze fisiche, molestie e matrimoni forzati. Grazie alla nostra giornalista Martina Castigliani, abbiamo avuto il privilegio di conoscere questa associazione e di individuare le aree di intervento per sostenere queste donne che necessitano non solo di essere protette, ma anche di iniziare a camminare con le proprie gambe, tra paure e speranze, verso una nuova vita tutta da costruire. Sognano di studiare, di trovare un lavoro, di avere una casa propria per ricominciare. Le aiuteremo concretamente a rinascere con le “borse di autonomia”, personalizzate secondo le esigenze specifiche di ciascuna.

La seconda associazione è la onlus “Pane Quotidiano”, che esiste a Milano dal 1898 e oggi, ogni giorno, offre un pasto gratuito a circa tremila persone che si mettono silenziosamente in fila. È un’organizzazione laica, apolitica e ovviamente “non profit” che, grazie allo splendido lavoro di 150 volontari e a una miriade di donazioni, riesce a stare al fianco di chi ha bisogno.

Quando abbiamo visitato la sua sede, ci è stato spiegato perché non percepisce finanziamenti pubblici: per ottenerli dovrebbe chiedere certificazioni e Isee a chi si mette in fila e introdurre criteri economici per stabilire chi ha diritto a quel pasto.

Invece “Pane Quotidiano” ha deciso che ne ha diritto chiunque ne ha bisogno. I volontari ci hanno spiegato che la fila alla loro porta si è ingrossata soprattutto dopo il passaggio dalla lira all’euro, con le conseguenti speculazioni sul cambio che hanno penalizzato non solo i ceti meno abbienti, ma anche la classe media, aggiungendo nuovi poveri a chi già era indigente. In particolare, molti bisognosi sono pensionati che non riescono più a fare fronte al costo della vita, oltre ovviamente ai disoccupati che non riescono a rientrare nel mondo del lavoro e ai lavoratori precari-saltuari con stipendi da fame. Anche con “Pane Quotidiano” stiamo individuando le migliori risposte a quei bisogni, tanto semplici quanto essenziali.

Nel percorso che compirà la Fondazione, selezionando con il suo Comitato di Indirizzo i progetti umanitari, vi racconteremo sul Fatto le storie che incontreremo, i volti delle persone bisognose che aiuteremo e di quelle che già spendono la loro vita per aiutare gli altri, oltre a denunciare – come sempre – i mal funzionamenti di un sistema politico ed economico che continua a gonfiare vieppiù le sacche di indigenza e disagio sociale.

Intanto ringraziamo anche le meravigliose persone che lavorano per Seif e che con grande gioia, entusiasmo e partecipazione hanno subito sposato questo progetto, aiutandoci ad avviare questa nuova avventura: chi con l’informazione sul giornale e sul sito, chi con la grafica, chi con la promozione, chi con i collegamenti alla piattaforma di raccolta fondi Tinaba, e così via.

L’abbiamo detto e lo ripetiamo: non abbiamo l’ambizione né la presunzione di cambiare il mondo; ma quella di dare il nostro contributo per cambiare qualcosa, sì. E lo facciamo in punta di piedi, un passo alla volta, perché chi si addentra nel mondo dei bisogni scopre che quello dell’indigenza e delle difficoltà è un oceano sconfinato che fa apparire piccolo piccolo il contributo di ciascuno. Perciò dobbiamo essere in tanti, allargando ogni giorno il cerchio della solidarietà: per non sentirci mai inutili o inadeguati alle richieste e per fare fronte comune contro la tentazione dello sconforto. Poi, come diceva Totò, “da cosa nasce cosa”. Intanto partiamo!

Mail box

 

Qualche contraddizione parlando di Cina e Italia

Travaglio risponde ad Andrea Fraschetti che è una vergogna che un cittadino non possa manifestare in piazza, e al lettore Maurizio Bolzoni che pur condividendo le critiche al sistema italiano, che poi è quello occidentale dell’economia globale e liberista, in Cina ci vorrebbero più partiti. Allora: con un solo partito si ha la dittatura, mentre con più partiti si ha la democrazia e poco importa se sia esecutiva e faccia più o meno le stesse cose della dittatura! Non le sembra di essere un po’ contraddittorio?

Raffaele Fabbrocino

No, per nulla: Io, quando vado a votare, preferisco poter scegliere tra diversi partiti anziché farmene imporre uno solo.

M. Trav.

 

La campagna vaccinale e il suo solito leitmotiv

Ci sono fasce della popolazione che non correvano alcun rischio a infettarsi e sarebbero state comunque protette dalla vaccinazione dei genitori. Lo Stato, forte della paura indotta nelle famiglie, ha fatto correre ai più piccoli un rischio non ripagato da nessun beneficio. Volendo vaccinare anche i ragazzini e i giovani il governo ha già gettato la maschera. Hanno calcato la mano un po’ per volta e adesso si parla di vaccinare gli under 11. Ma cosa bisogna aspettare, che muoia qualche bambino per denunciare un sistema criminoso che ha tutt’altre mire e che non protegge i cittadini? Si parla anche della terza dose sapendo già che le prime due hanno una efficacia limitata nel breve periodo. Chi lo dice che dopo qualche mese, se va bene altri sei, non diranno di fare una quarta e poi una quinta dose e così via? A chi giova tutto questo? Perché è evidente che la salute dei cittadini non è il leitmotiv della campagna vaccinale di massa. Se fosse un virus così mortale, lo Stato avrebbe il dovere di tutelare la salute pubblica e pure quella individuale, sostituendosi anche alla libera scelta dei cittadini. Ma dal momento che sono stati messi a punto diversi protocolli di cura che, se venissero attuati per tempo, ridurrebbero di gran lunga la mortalità, ogni cittadino deve avere il diritto di scegliere consapevolmente se volersi vaccinare o meno. Nel primo caso sapendo che si espone così, per non si sa quante volte, al rischio delle conseguenze dannose causate dalla tossicità della proteina spike, e per un vaccino che dopo pochi mesi lo lascerebbe comunque vulnerabile all’infezione. Nel secondo, sapendo che potrebbe andare incontro all’infezione e che dunque, ai primissimi sintomi, dovrebbe farsi seguire responsabilmente in un percorso di cura tempestivo che eviterebbe l’ospedalizzazione. Non è che piuttosto che il virus, è il governo che mette in pericolo la vita dei cittadini, così come ha già fatto con la linea tachipirina e vigile attesa, e sta continuando a imporre la misura del Green pass senza adeguare la validità di questo all’effettiva copertura vaccinale?

Salvatore Del Campo

 

Un confronto tra l’Irpef del 1974 e quello di oggi

Il governo promette di tagliare le tasse. Io ci credo, così come credevo che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Nel frattempo ricordiamo le devastazioni provocate dai governi precedenti che hanno preso di mira soprattutto i redditi medio-bassi: nel 1974 l’aliquota minima Irpef era del 10% e la massima del 72%. Dal 2006 a oggi la minima è arrivata al 23% e la massima al 43%. Morale della storia: oggi la patrimoniale la pagano i cittadini più poveri, quelli con un reddito inferiore ai 15 mila euro. Costoro contribuiscono al mantenimento dello Stato in misura sproporzionata. Infatti l’aliquota minima Irpef al 23% si configura come una tassa abnorme per i redditi più bassi, mentre l’aliquota massima è passata negli anni dal 72% al 43%. Invece di tassare la ricchezza si tassa la miseria. Naturalmente il fatto che la ricchezza si vada concentrando nelle mani di pochi viene imputato al destino cinico e baro ed è accompagnato dal piagnisteo ipocrita di destra, centro e manca. Lavoro sottopagato, precariato e disoccupazione sono le piaghe che affliggono il nostro Paese che registra un forte aumento delle disuguaglianze: il 20% degli italiani più ricchi possiede il 70% della ricchezza nazionale. Ma le diseguaglianze non sono solo prerogativa del nostro Paese, infatti, anche per il sociologo americano H. J. Gans “i principali ostacoli all’eliminazione della povertà stanno in un sistema economico che è dedicato al mantenimento e all’incremento della ricchezza fra coloro che già sono ricchi.”

Maurizio Burattini

 

Le ipocrisie ecologiche su acciaio e nucleare

Europa e Italia ecologiche? Certo, però consumiamo l’energia elettrica francese prodotta col nucleare e l’acciaio cino/indiano prodotto col carbone, dopo aver chiuso tutte le nostre acciaierie. Tralasciamo la vergogna di accettare prodotti a basso costo, causa sfruttamento del lavoro altri.

Maurizio Mariotti

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Figliuolo, Pippo Franco e il medico dei Pass falsi”, pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano, si precisa che Antonio De Luca non risulta essere mai stato docente di ruolo di Sapienza Università di Roma”.

Ufficio stampa Università SAPIENZA

Stato d’emergenza. Verrà esteso: tutto bene, a patto di essere onesti

Gentile redazione, lo stato d’emergenza e con esso tutte le misure “emergenziali” (mascherine, distanziamento, sospensione della libertà…) ha una durata massima, non può durare all’infinito. La legge italiana, mi pare, afferma che la durata massima è due anni. Ciò significa che il “limite” massimo è il 31 gennaio 2022, dal 1º febbraio dobbiamo necessariamente tornale alla normalità?

Marco Scarponi

 

Gentile Marco, lo stato di emergenza non è previsto dalla Costituzione, diversamente da quanto accade in altri Paesi come la Spagna. Lo stato di emergenza deriva dal Codice della Protezione civile del 2018 (che deriva da una legge del 1992) che prevede: “la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Ora dobbiamo capire che cosa succederà, visto che l’intenzione del governo sembra quella di voler continuare a operare in stato di emergenza, come ha detto il ministro Speranza. Il problema sorge perché alla scadenza dello stato di emergenza le amministrazioni e gli enti ordinariamente competenti riprendono i propri poteri. Dunque cessano la loro operatività le strutture commissariali che avevano gestito l’emergenza. Dallo stato di emergenza discendono le misure che via via sono state adottate con i vari Dpcm e decreti (mascherine, dad, divieto di licenziamenti, green pass, ecc). Come si può superare lo scoglio della scadenza? Probabilmente modificando la legge, cosa che si può fare con una norma primaria (una legge, un decreto legge). E sembra che l’esecutivo sia orientato a intervenire in questo senso, forse già inserendo la modifica nel decreto Milleproroghe che sarà approvato entro fine anno. A parte i giochi di parole, c’è una evidente antinomia in uno stato di emergenza che diventa cronico, ma sappiamo anche che siamo in una situazione particolare. Ci basterebbe un po’ di onestà nel dibattito pubblico: i Dpcm erano antidemocratici finché li firmava Conte (il professor Cassese auspicava addirittura un intervento della Consulta), poi tutto è rientrato nella fisiologia dell’emergenza.

Silvia Truzzi

La crisi è finita: arrivano i dividendi

Si fa prestoa dire: c’è la crisi. Da una veloce lettura dei giornali di ieri si evince invece che la crisi non ci sia, anzi: “Borse, serie di record in Europa” e “Wall Street continua a correre” (due titoli di MF). Mica sono esagerazioni eh: “La seduta di ieri si è svolta sulla falsariga delle precedenti, con nuovi record a Wall Street e un moderato rialzo per i listini europei (Piazza Affari ha chiuso sui nuovi massimi da Lehman)”. Qui Il Sole 24 Ore ci spiega che i mercati finanziari, a differenza del Pil italiano, stanno meglio di prima, ma mica solo loro: “Utili per 2,5 miliardi: Enel aumenta l’acconto del dividendo” (La Stampa); “Salgono del 7,4% a 938 milioni di euro gli utili dei nove mesi di Snam” (Corriere della Sera); “Cnh annuncia nel terzo trimestre ricavi in crescita del 23%, pari a 8 miliardi di dollari, rispetto al 2020, un utile netto pari a 329 milioni di dollari” (Repubblica); “Marie Tecnimont vola verso i tre miliardi” (Il Messaggero); “Leonardo corre con le commesse governativo-militari” (Repubblica); “Euronext, con l’Italia esplodono utili e ricavi” (Sole); “Utili Tenaris a 717 milioni, arriva l’acconto sulla cedola” (Sole); “Banca Generali, maxi utile e dividendo da 2,70 euro” (Italia Oggi). Più in generale gli utili del settore bancario quest’anno torneranno ai livelli pre-Covid (circa 10 miliardi). E mica solo in Italia: anche negli Usa, per dire, i profitti delle imprese sono a livelli record, un 30% in più sul 2019. Si fa presto, insomma, a dire che c’è crisi: quelli che percepiscono dividendi o si intascano gli utili o estraggono valore dai mercati, insomma quelli che fanno i soldi coi soldi (e relativi manager), non sono affatto in crisi. Voi direte: ma mancano 320mila e più posti di lavoro rispetto al già non straordinario febbraio 2020, quelli nuovi sono tutti precari, i salari scendono, le bollette salgono, le file per i pasti gratis s’allungano pure a Milano e le altre mille bruttissime cose che capitano. Certo, tutto vero, ma non vuol dire che c’è la crisi, ma che una parte della società, ancorché maggioritaria, è in crisi e l’altra (the happy few) gode. Va forse ribadito che questa storia – un ritornello nell’era Covid – che siamo tutti sulla stessa barca non è innocua: se l’acqua vi arriva al collo o peggio, probabilmente non siete sulla barca…

L’incubo Berlusconi eletto al Quirinale e l’esonero di Draghi

“One week is a long time in politics” (Harold Wilson, ex primo ministro inglese)

Febbraio 2022. Al quarto scrutinio, il pregiudicato Silvio Berlusconi viene eletto presidente della Repubblica dalla maggioranza omofoba che ha affossato il ddl Zan: cioè dai “separati in casa” del centrodestra e dagli ex pd renziani. Gli bastano 17 voti di scarto, un numero che per la cabala annuncia eventi funesti. L’uomo più “divisivo” d’Italia, l’ex premier che nell’autunno del 2011 portò l’Italia sull’orlo del baratro economico e finanziario, tanto da essere costretto a cedere il posto al governo tecnico di Mario Monti, assurge alla più alta carica dello Stato.

Sull’onda di questo trionfo, Fratelli & Sorelle d’Italia e la Lega di Matteo Salvini reclamano le elezioni anticipate: non possono più aspettare la scadenza naturale del 2023, per non logorarsi ulteriormente e continuare a perdere consensi. Con buona pace di Giancarlo Giorgetti e dei governatori dissidenti, dopo la “tregua armata” all’interno del Carroccio, l’euro-incompiuto ritira la fiducia al governo. La nuova maggioranza omofoba vince le elezioni e Giorgia Meloni pretende di essere nominata presidente del Consiglio.

Mario Draghi va casa. O nel suo buen retiro di Città della Pieve. Mezzo mondo non si capacita come mai l’italiano oggi più noto e stimato all’estero, già presidente della Bce, l’uomo che nell’immaginario collettivo ha salvato l’euro e l’Europa, venga rimosso e non ricopra né il ruolo di capo del governo né quello di capo dello Stato.

I mercati perdono quel tanto fiducia residua nell’Italia. Le agenzie internazionali abbassano il rating del nostro Paese. L’Unione europea sospende l’erogazione dei fondi Next Generation Ue, ottenuti dal governo Conte-2 e spesi inizialmente dal governo Draghi. Aumentano lo spread e l’inflazione.

Non so dirvi poi come sia andata a finire, perché a questo punto mi sono svegliato, ho cacciato un urlo, mi sono messo seduto nel letto, ho acceso la luce e l’incubo per mia fortuna è svanito. No, non può essere, mi sono detto. È stato solo un brutto sogno. E ho ripreso sonno pensando che fra poche settimane Berlusconi, con tutti i suoi precedenti e susseguenti, non può andare al Quirinale. Lui non rappresenta certamente l’unità nazionale, come prescrive la Costituzione (art. 87, comma I). Quanto al dovere di adempiere le funzioni pubbliche con “disciplina e onore” (art. 54), lasciamo perdere.

Al suo posto, la premiata ditta Centrodestra & C. elegge Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, che è donna ed è pur sempre la seconda autorità dello Stato, dopo la rinuncia di Liliana Segre e in lizza fino all’ultimo con la ministra extra-costituzionale Marta Cartabia. E così viene sventata in extremis l’ennesima manovra di Palazzo ordita dall’ex segretario del Pd e aspirante ambasciatore in Arabia Saudita, Matteo Renzi, per portare al Quirinale l’ex presidente della Camera, il funambolico Pier Ferdinando Casini: ex democristiano, ex segretario del Centro cristiano democratico, ex Forza Italia, ex Polo delle Libertà, ex Unione di Centro e da ultimo senatore, eletto nel collegio uninominale di Bologna per la lista Civica Popolare che appoggiava il PdR (partito di Renzi).

No, l’incubo continua, mi sono detto ancora nel dormiveglia di una notte di mezzo autunno. È mai possibile che la partitocrazia, dopo aver consumato il “Conticidio”, ora voglia uccidere anche i draghi, come spiegava il filoso e mistico cinese Chuang-Tzu nel 32° capitolo dei suoi insegnamenti? E poi, il nostro sventurato Paese si può permettere di esonerare “Mister Bce” come fosse l’allenatore di una qualsiasi squadra di calcio? “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchier in gran tempesta”, inveiva il Sommo Poeta.

 

Con Fuortes non sono i partiti a bussare in Rai, ma lui ai partiti

Se Fuortes ha incontrato alcuni leader una giustificazione ce l’ha: lui sta in Rai per una scelta del governo, quindi con quest’ultimo, e chi lo sostiene, si deve misurare. Come facevano Salini e, retrocedendo nel tempo, anche Orfeo o Campo dall’Orto. Accadeva però anche prima, prima che nel 2015 Renzi cambiasse in peggio la famigerata Gasparri mettendo l’azienda nelle mani, più che dei partiti, direttamente del premier. Dunque bando a ipocrisie, siamo uomini di mondo. Ma con un po’ di malizia potremmo obiettare che se Fuortes dice che alla Rai “i partiti non bussano più”, come ha raccontato a Giovanna Vitale di Repubblica, forse ciò accade perché è lui piuttosto che bussa a quelle dei partiti. Battute a parte (battute?) Fuortes che decide di incontrare i politici alla vigilia delle nomine è davvero un pessimo segnale. Saremmo felici di ricevere smentita ma temiamo non succederà. Insomma va tutto come prima, magari adesso lo si fa con più eleganza e cultura. Intanto il nuovo Ad ha varato un piano di ristrutturazione delle reti. Attenzione. Quel piano sarebbe una cosa di sinistra: nel senso che è sempre stata della sinistra, come ha correttamente scritto l’ex sottosegretario alle comunicazioni Vincenzo Vita, l’idea (mai praticata però) di andare oltre reti e testate, superando la gabbia della lottizzazione che mortifica professionalità e competenze. Solo che questa proposta non era mai disgiunta da quella di una riforma globale che dotasse l’azienda delle necessarie garanzie rispetto alle interferenze della politica. Il che sarebbe l’unico modo per fornire di un senso l’operazione prospettata: soltanto mettendo in sicurezza la Rai il piano di ristrutturazione si riempirebbe di valenze positive. In questo caso il meglio non sarebbe nemico del bene, ma l’unica strada percorribile. Così com’è il piano serve, se va bene, a duplicare competenze e ruoli o a distribuire qualche lauto stipendio in più, se va male, a creare qualche nuova poltrona utile alla divisione dei lotti, o a controllare l’informazione. Ammesso pure che l’Ad facesse al meglio e senza suggeritori il suo lavoro, lo strumento creato si trasformerebbe alla prima occasione, magari con il prossimo Cda, in una leva con la quale il governo, che sceglie l’Ad e il Presidente, e i partiti, che scelgono la maggior parte della dirigenza, potrebbero condizionare programmi e palinsesti. Uno scenario di per sé già preoccupante, ma che si fa fosco se pensiamo all’informazione: davvero c’è chi ritiene che, rebus sic stantibus, un direttore unico per talk, tg e programmi vari d’approfondimento sarebbe una pensata intelligente? esente dai rischi di una monocrazia per giunta eterodiretta? Suvvia. Il premier Draghi invece, come fece Ciampi, avrebbe le carte in regola per imporre una riforma, non diciamo del sistema (troppa grazia), ma almeno dell’azienda. Piuttosto che barcamenarsi (alla meglio, alla peggio) con le norme che ci sono. Intanto ha scelto Soldi e Fuortes, ottimi curriculum; noi avremmo preferito Tinni Andreatta e la Gabanelli (de gustibus). Rinunciando però a una seria riforma il premier fa male alla Rai che, pur guardata a vista, rimane il più forte servizio pubblico europeo. Dopo anni di silenzio forse occorre riaprire una questione da troppo tempo dimenticata. Un confronto alto nel paese con interventi, dibattiti, convegni, come avvenne prima della riforma del ’75. L’ultimo che si ricordi lo promosse il Pd di Bersani: era il febbraio del 2011.

Ps.: c’è chi vorrebbe cacciare immantinente il direttore del Tg1, considerato in quota al M5S. Non entriamo nel merito, stiamo ai numeri (Agcom). Dal 1º gennaio al 1º ottobre nel Tg1 a parlare di più sono stati, nell’ordine: Draghi (155 minuti), Salvini (114), Mattarella (98), Speranza (61), Taiani (49), Meloni (48); poi Letta (46), Conte (41), Di Maio (36) e Zingaretti (23).

 

Chi ha sospeso la Carta abbia il coraggio di dirlo

Sarebbe meglio dichiarare che in Italia la Costituzione è sospesa sino a data da destinarsi. Non solo perché da due anni sono state abolite quasi tutte le libertà costituzionalmente garantite, ma perché è saltato l’intero impianto istituzionale. Il Parlamento, che dovrebbe essere l’asse portante di una democrazia, è scavalcato dai continui decreti legge i quali, a loro volta, sfuggono al Consiglio dei ministri perché i titolari dei vari dicasteri ne vengono informati cinque minuti prima che siano emessi e quindi, di fatto, senza poterli leggere. Approvano al buio. Decidono Mario Draghi e i suoi cari. Di passata: su Mario Draghi si è rovesciata un’adulazione che non avrebbe fatto piacere nemmeno a Lui perché eccessiva e controproducente, Roberto Napoletano ha presentato a Tg24 di Sky, una televisione un tempo interessante e che ora si è appiattita su qualsiasi communis opinio, un libro intitolato: Mario Draghi. Il ritorno del Cavaliere bianco, che dovrebbe far arrossire non solo chi l’ha scritto ma anche chi lo legge.

Cerchiamo di rifare la storia dall’inizio. Con l’occasione, o il pretesto, della pandemia si è cominciato col mutilare la libertà di circolazione garantita dall’art. 16 della Costituzione. Ma mentre noi dovevamo restare tappati in casa o c’era permesso al massimo di fare il giro dell’isolato (non più di 200 metri, ricordate?) colui che nel frattempo aveva fatto cadere irresponsabilmente il governo in piena pandemia con motivazioni risibili, unico caso in Europa a eccezione dell’Olanda (dove però il premier Rutte si era dimesso e per ragioni molto più serie), vale a dire Matteo Renzi si librava in volo verso l’Arabia Saudita o andava a vedere un Gran Premio di Formula Uno. Da notare che questa mossa di Renzi, paralizzando il governo Conte, ci ha fatto perdere tre settimane nella lotta alla pandemia.

Si è proseguito nel solito modo obliquo imponendo di fatto i vaccini, ma in maniera surrettizia, vietando il lavoro a chi non si è voluto o non si vuole vaccinare. Sarebbe stata più onesta una legge che dicesse a chiare lettere: “il vaccino è obbligatorio” ma il governo non ha avuto il coraggio di emanare una legge così apertamente liberticida.

Adesso si è giunti a vietare le manifestazioni dei no vax anche quando si svolgano del tutto pacificamente. Il pretesto è sempre quello: sono occasioni di contagio. E la grande manifestazione pro Cgil di sabato 16 ottobre che cos’era? Io credo che esista un diritto a vaccinarsi ma anche a non vaccinarsi. C’è molta gente che rifiuta pregiudizialmente ogni vaccino, ma anche avere pregiudizi è un diritto, ce ne però anche altra che ne ha semplicemente paura. E non ha tutti i torti. Report ci ha fatto sapere che agli over 80 è stata somministrata una dose doppia di Moderna, cioè a 30 o 40 mila persone già “fragili” per conto loro. Se non sono rimasti stecchiti sul colpo per overdose questo potrebbe accadere benissimo fra un mese o tre mesi o più oltre. Ci è anche stato detto che i vari vaccini avevano efficacia per sei mesi poi si è scoperto che per alcuni la copertura era molto minore, due o tre mesi, e che comunque essere immunizzati non impedisce di prendere il Covid-19 nelle sue varianti. Dovremo quindi vivere facendo richiami in continuazione con tutto lo stress che ciò comporta?

L’ex ministra svedese della Salute, Lena Hallengren (la Svezia non ha fatto lockdown) ha detto che i conti veri di questa pandemia si faranno tra due o tre anni. Si dovrà innanzitutto calcolare quanti malati di patologie ben più gravi, tumore per esempio, non hanno potuto essere curati perché l’attenzione era tutta concentrata sul Covid o non hanno potuto avere diagnosi in tempo utile. Ci sono poi persone, soprattutto giovani ma non solo, a cui il lockdown ha provocato problemi di salute gravi: anoressia, depressione, nevrosi. Fra i giovani dagli 11 ai 18 anni, cioè i preadolescenti e gli adolescenti, il ricorso agli ospedali pediatrici è aumentato del 20 per cento. Molti di noi, essendoci impedito di muoverci, sono diventati obesi e l’obesità è una porta spalancata alle malattie cardiovascolari, all’infarto, all’ictus.

Le misure liberticide sono state giustificate col fatto che siamo in uno “stato di guerra”, tant’è che il generale Francesco Paolo Figliuolo, “Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19”, che ricopre un ruolo civile, va in giro in tenuta militare.

Il Covid come la guerra? Ma non diciamo cazzate. La Seconda guerra mondiale ha provocato dai 65 ai 70 milioni di morti, in un’area relativamente ristretta, Europa e Giappone. Al momento i morti di Covid in tutto il globo, tenendo nel conto anche i Paesi che non hanno fatto alcuna profilassi perché avevano altro di più serio cui pensare, sono circa lo 0,06 per cento della popolazione del globo che è di 7 miliardi e 800 milioni. Poniamo pure che senza le misure di contrasto alla pandemia i morti, in questo macabro conto, sarebbero raddoppiati, triplicati, quadruplicati, quintuplicati. La percentuale fa lo 0,32 per cento. Cioè per tutelare lo 0,32 per cento della popolazione, in generale vecchi con due o tre patologie pregresse, e che lockdown o non lockdown, vaccino o non vaccino, sarebbero morti di lì a poco, abbiamo bloccato il 99,7 per cento della popolazione.

In realtà, più che una pandemia di Covid, c’è stata una pandemia di panico.

 

Le gag di Dave Chappelle: le leggi della Carolina e i neri muscolosi e gay

I sei show del comico Dave Chappelle su Netflix hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di dar fiato alle glosse. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

CHAPPELLE: “Il Webster definisce una femminista come un essere umano, non una donna, un essere umano, che crede nella parità di diritti per le donne. Sono rimasto scioccato, perché con quella definizione sono un femminista, e non lo sapevo nemmeno. Per tutti questi anni, ho pensato che significasse ‘lesbica sciatta’.”

“Non sono indifferente alla sofferenza altrui. Ci sono leggi meschine nel nostro paese. La Carolina del Nord ha approvato una legge. In Carolina del Nord uno deve usare il bagno che corrisponde al sesso che gli è stato assegnato sul certificato di nascita. No, non è una buona legge. Nessun americano dovrebbe presentare un certificato di nascita per cagare in un Walmart a Greensboro, nella Carolina del Nord. Dovete chiedervi: queste leggi sono progettate per proteggere chi? Ad esempio, diciamo che hanno progettato questa legge per proteggere me, i miei interessi, il comico transfobico, Dave Chappelle. Diciamo che sono in un Walmart, a fare un po’ di shopping con la mia famiglia… E poi devo andare in bagno. Vado al bagno degli uomini. Sono in piedi all’orinatoio, pisciando. E questo è ciò che farà questa legge. Improvvisamente, una donna entra nel bagno degli uomini. Penso: ‘È strano.’ E poi lei sta spalla a spalla con me all’orinatoio. Penso: ‘Stronza, cosa stai facendo?’ E poi si alza la gonna e tira fuori un cazzo carnoso, vero, vivo! Cosa pensate che dirò? Grazie a Dio, lei è qui con me. Almeno so che la mia famiglia è al sicuro. Mmmm. No, non mi sentirò affatto così, mi sentirò molto a disagio. Mi sentirei meglio se fosse un uomo con una vagina che si appoggiasse all’orinatoio accanto a me. Non mi preoccuperei neppure, direi solo: ‘Divertente. Questo ragazzo sta facendo pipì dal culo per qualche motivo. Oh mio Dio, deve essere un reduce. (fa il saluto militare)

Grazie per il tuo servizio.”

“Sono seduto al bar, sto bevendo da solo e l’unica altra persona nel bar è una donna, un paio di sgabelli più in là… Dice: ‘Mia figlia sta tornando a casa per le vacanze… Vuoi vedere la sua foto?’ …E prendo la foto e questo è tutto ciò che dico: ‘Oh. È molto bella’. E mentre mette via la foto, di colpo sembra cattiva, come se mi avesse preso in trappola. E poi dice: ‘È una trans.’ E penso tra me e me: ‘Oh, questa stronza sa chi sono.’ Mi sono davvero risentito perché quella trappola non mi ha permesso di essere onesto. Se fossi stato onesto, non ci sarei cascato. Avrei semplicemente guardato l’immagine così: ‘Guarda quella grande mascella cesellata, quel grosso collo alla Joe Rogan. Tua figlia è un uomo?’… Qualche giorno dopo, sono in un altro bar. Non un bel posto… Sono ubriaco… E chi ti vedo? La trans della foto. Non potevo crederci. Le dico: ‘Cosa ci fa una trans in un posto come questo? È molto pericoloso’… Un altro paio di bicchieri, e potevano cominciare a chiederle la passera che non ha.”

“Era con due neri, grandi, muscolosi e gay. Non li conoscevo, ma so che erano gay. Con un cazzo in bocca non sarebbero sembrati più gay di quanto non lo fossero semplicemente seduti lì. Avevano una faccia da gay anni ‘80. Ricordate negli anni ‘80 quando i gay sembravano sempre sorpresi?” (fa delle facce sorprese).

(9.Continua)

 

Meraviglioso Giancarlo: potente, ma leale

Davvero pensate che Giorgetti possa minacciare la leadership di Salvini nella Lega? Ma chi lui, quel bel signore brizzolato? Stiamo scherzando? La “fenomenologia” dedicata da La Stampa al ministro leghista descrive un uomo bravissimo, buonissimo, “potente ma anche leale”. Che non conosce viltà e mai farebbe qualcosa alle spalle di qualcuno. “Un consiglio federale della Lega che si riunisce in pompa magna per commentare le sue interviste – scrive Ugo Magri –: qualunque personaggio narciso, e ce ne sono tanti, al posto di Giorgetti si sarebbe sentito appagato”. Solo che Giorgetti è pure modesto. E poi lui non ha colpe, “non ha fatto altro che ribadire concetti espressi già un mese fa” (su La Stampa). Solo “menti malate” potrebbero “scambiare i consigli a Salvini come chissà quale manovra per rubargli il berretto di Capitano”. Perché “se c’è un soldato disposto a immolarsi nel nome della causa leghista, quel qualcuno è proprio Giancarlo Giorgetti”. Un uomo che accarezza il potere, “ma mostra l’umiltà di riconoscere i propri limiti caratteriali” e non vuole fare il leader. Un uomo senza macchia e senza paura.