Baby squillo nei night club: arresti a Torino

C’erano “utenti finali” di ogni tipo, dall’impiegato fino ad avvocati e imprenditori, tra gli avventori di night club della periferia di Torino e della sua cintura in cui lavoravano una decina di “baby squillo”. Uomini facoltosi e non, erano clienti delle giovani di Enrico Marchesi, classe 1980, ritenuto il procacciatore di “ragazze immagine” per l’Happy Day a Caselle, l’Idroclub vicino al Lingotto o l’Akhenaton, sempre a Torino.

Sono alcuni dei locali gestiti da Felice Iemmola, 65 anni, e dalla sua ex Angela Tufariello, 62enne, organizzatori di festini erotici, già finiti a processo per le attività di alcuni club privé negli anni Novanta. Il 15 marzo scorso i tre sono stati portati in carcere, mentre un quarto – Franco Russo, 71 anni – è finito ai domiciliari nell’ambito dell’operazione “Tacco 12” (dal nome di un locale a Collegno) condotta dalla Squadra Mobile di Torino. L’ipotesi di reato è sfruttamento della prostituzione minorile. Da un anno la polizia – coordinata dal sostituto procuratore Fabiola D’Errico – indaga su un giro di “baby squillo” segnalato dai servizi sociali e dalle dichiarazioni rese da una mamma, informazioni confermate poi dalla figlia. Nel 2016 la giovane, ancora minorenne, era stata spinta a prostituirsi dai gestori dei night in cui faceva la “tavolina”: in abiti succinti stava seduta ai tavolini con i clienti, ogni sera prendeva una somma di circa 40 euro che aumentava se riusciva a far comprare costose bottiglie ai clienti. Con questa scusa venivano assunte molte giovani che poi, però, venivano indirizzate anche verso altri compiti: se avessero fatto sesso con i clienti nei privé potevano ricavare 130 euro, di cui cento finivano in tasca loro e 30 ai gestori.

Oltre ai quattro arrestati, l’indagine riguarda anche altre sei persone. Due di queste sono sotto inchiesta per favoreggiamento e sfruttamento aggravato della prostituzione, mentre le altre quattro sono state denunciate a piede libero per aver avuto rapporti sessuali con ragazze tra i 14 e 18 anni in cambio di denaro. Delle dieci giovani del giro gestito da Marchesi, soprannominato The King, tre erano minorenni e gli agenti ritengono di aver raccolto prove per dimostrare che gli “utenti finali” fossero ben consapevoli della loro età. Tra i denunciati, informa l’edizione torinese del Corriere della Sera, c’è anche Mario Ginatta, 36 anni, figlio di Roberto Ginatta, imprenditore del settore automotive e attuale proprietario della Blutec che aveva rilevato lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. La famiglia Ginatta era molto vicina a Umberto Agnelli e anche una delle giovani sembra saperlo: “Amo, ascolta: allora io praticamente vado da questo tipo che è… quasi Agnelli… (non coinvolti nell’inchiesta, ndr) e mi dà dei soldi”, dice la 17enne a un’amica in una telefonata intercettata e riportata dal Corriere. Il giovane Ginatta è stato condannato di recente dal tribunale di Ivrea al pagamento di 35mila euro per “detenzione di animali pericolosi”: nella sua villa alla Mandria aveva due puma, per lui “due bei micioni”.

Legionari di Cristo. “Ecco 15 mila euro se neghi gli abusi”

“Giorgio dichiara di non ricordare e di escludere di essere stato destinatario o partecipe di comportamenti, atteggiamenti o attività aventi motivo o sfondo sessuale in presenza di padre Vladimir Reséndiz Gutierrez… neppure qualificabili come atti che potevano indurre a comportamenti sessualmente rilevanti o incidenti sulla propria sfera sessuale”. È scritto così nel documento. Lo ha presentato alla Procura di Novara la famiglia di un ragazzo oggi 22enne che sostiene di essere stato vittima, a 13 anni, di molestie sessuali nel seminario dei Legionari di Cristo a Gozzano (Novara).

Nei giorni scorsi l’ex rettore del seminario, appunto padre Reséndiz (oggi in Messico), è stato rinviato a giudizio per violenza sessuale a carico di tre seminaristi all’epoca minorenni.

Ma il punto oggi pare un altro: quei due documenti – di cui il Fatto ha copia – con cui i Legionari di Cristo avrebbero voluto chiudere la questione, firmando una transazione con un ragazzo che accusa il sacerdote. Due distinte proposte. La prima, a pagina 3, indica quello che il ragazzo avrebbe dovuto dichiarare “liberamente e spontaneamente con pieno e profondo convincimento”.

Ma andiamo con ordine. È l’inizio del 2013 quando un sacerdote che svolge un servizio di psicologo a Milano si trova davanti un giovane seminarista dei Legionari di Cristo. Giorgio – il nome è di fantasia – viene da una famiglia profondamente cattolica. Ha preso con entusiasmo, giovanissimo, la strada del seminario. Poi all’improvviso la crisi. Addirittura manifesta il desiderio di farla finita. Il sacerdote psicologo della diocesi lo ascolta e alla fine riesce a farlo parlare. Il contenuto di quei colloqui è riportato in una denuncia presentata dallo stesso prete milanese: “Nell’ambito di una serie di colloqui con il giovane Giorgio mi riferiva di essere stato ripetutamente molestato e abusato sessualmente da un prete messicano, padre Reséndiz Gutierrez”.

Comincia subito un’inchiesta per le violenze svolta dalla Procura di Milano e poi passata per competenza a quella di Novara. Ma intanto tra i Legionari e la famiglia di Giorgio cominciano dei contatti. La Congregazione presenta una prima proposta per chiudere la questione. E la famiglia di Giorgio salta sulla sedia leggendone i punti: Giorgio dovrebbe dichiarare “di aver avuto contatti con il Reséndiz nella sua qualità di Prefetto di Disciplina del seminario ed averlo frequentato esclusivamente in occasione di attività di seminario”. Non basta. La Congregazione dei Legionari “al solo fine di incoraggiare e sostenere Giorgio e i suoi genitori nella formazione ed educazione offrono loro una somma complessiva di 15 mila euro”. Ma ci sono delle condizioni: “I genitori e Giorgio rinunciano a qualsiasi azione”, anche alla costituzione di parte civile in caso di procedimento avviato d’ufficio. Il patto è sottoposto a vincolo di riservatezza. In caso di violazione Giorgio e i suoi familiari dovranno “versare alla congregazione una somma doppia di quella riconosciuta” con la transazione.

La famiglia di Giorgio non firma e si rivolge all’avvocato milanese Daniela Cristina Cultrera. Dopo qualche mese arriva un’altra bozza di scrittura privata. Molto più soft. Giorgio deve dichiarare che “la congregazione e tutti i suoi sacerdoti sono sempre rimasti totalmente estranei agli abusi lamentati”. Ancora: “Detti abusi sarebbero stati commessi unicamente ed esclusivamente dal Gutierrez”.

Giorgio e i suoi familiari portano i documenti in Procura. Ne nasce un fascicolo per tentata estorsione per cui i pm di Novara recentemente hanno chiesto l’archiviazione. Ma Giorgio e la sua famiglia non ci stanno. Si oppongono.

Il cronista si è messo in contatto con ambienti dei Legionari che sottolineano: “Padre Reséndiz è stato ridotto allo stato laicale per molestie a carico di altri due ragazzi. Ma nega le accuse di Giorgio. Comunque nessun altro sacerdote del seminario è stato mai indagato o accusato di molestie”. Ma le clausole contenute nei tentativi di accordo secondo cui Giorgio doveva dire di non aver avuto rapporti con il sacerdote accusato di molestie? “Erano soltanto proposte. Volevamo sostenerli nelle difficoltà”.

I legali di Giorgio hanno depositato anche altri documenti. C’è una scheda personale di padre Reséndiz che risalirebbe ai tempi in cui frequentava il Noviziato dei Legionari di Cristo a Salamanca in Spagna (l’atto, in possesso del Fatto, è del 9 gennaio 1994). È scritto: “Si tratta di un ragazzo con fortissimi impulsi sessuali e con bassissima capacità di controllarli”. Eppure, accusa la Rete L’Abuso che difende le vittime di pedofilia, vent’anni dopo guidava il seminario novarese.

Camusso: “Mai difeso la riforma Fornero, abolirla è possibile”

“Non abbiamo mai difeso la Legge Fornero e da questo punto di vista la sua abolizione non sarebbe un problema”. Lo ha spiegato ieri la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso che, al Forum Confcommercio di Cernobbio, ha fatto il punto sulle principali questioni che dovrà affrontare il nuovo Governo dopo un voto che “non è eversivo” e che indica che “siamo arrivati a un punto di rottura tra la politica e il Paese”. Quanto alla Legge Fornero, la cui proposta di abolizione è stata una delle ragioni che ha portato al successo elettorale della Lega, la sindacalista ha spiegato che “da lungo tempo abbiamo una piattaforma sindacale sul cambiamento del sistema previdenziale” e che “il tema che però vorremmo sottoporre è cosa si pensa di fare, a partire dal fatto che per noi al centro della piattaforma devono esserci garanzie per i giovani”. Camusso ha parlato poi di reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, spiegando che è una risposta “di breve termine e priva di prospettiva”. La proposta “sposta il tema sul welfare” senza affrontare questioni come “quale lavoro proporre e come distribuirlo”. E sul Jobs Act: “Sta all’origine della rottura che si è determinata dopo il voto. Va abolito”.

Danneggia il Comune e la Giunta lo premia

Il progettista e direttore dei lavori del sottopasso viario colabrodo? Promuoviamolo. È singolare la filosofia seguita dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, la cui giunta è diventata collezionista di grane giudiziarie e contenziosi sindacali. A svelare l’ultima è il consigliere comunale Davide Scano, l’avvocato che fu candidato del Movimento Cinquestelle nel 2015, quando l’imprenditore di Humana e della Reyer Basket conquistò la prima poltrona di Ca’ Farsetti. Dopo aver cercato inutilmente di accedere agli atti e di farsi consegnare i documenti di una causa civile chiusa con una transazione poco vantaggiosa per l’ente comunale, Scano ha preparato un esposto per la Procura e la Corte dei Conti. E lo ha illustrato alla stampa.

“Il Comune, a fronte di un danno di un milione 427 mila euro per le infiltrazioni d’acqua in un sottopasso, ha chiuso la causa civile, che riguardava soprattutto progettisti e direttore dei lavori, accontentandosi di lavori di riparazione per 307 mila euro, pari al 21 per cento del danno accertato da un perito del Tribunale. Fra 309 candidati ha scelto proprio il direttore dei lavori quale amministratore unico di una importante partecipata, la Pmv, società del patrimonio per la mobilità veneziana”. La denuncia di Scano punta il dito contro l’ingegnere Flavio Zanchettin, che assieme all’ingegnere Gianfranco Baldan, per conto della Icop spa, si occupò di progettare e dirigere i lavori dell’opera costata circa 9,5 milioni, all’altezza della strada Terraglio, e che serviva a collegare la viabilità mestrina alla zona dei centri comunali e al nuovo ospedale dell’Angelo.

I lavori finirono nel 2007. Le infiltrazioni cominciarono già sette mesi dopo, al punto da costringere il transito a una sola corsia. Nel 2012 il Tribunale incaricò un perito di verificare di chi fosse la colpa. Nel 2013 il perito accertò che la spesa per eliminare le infiltrazioni assommava a un 1,4 milioni, da addebitare non tanto all’esecuzione dell’impresa, quanto alle scelte progettuali che non avevano previsto un adeguato sistema di impermeabilizzazione. Nello stesso anno il Comune avviò l’azione civile nei confronti di società e progettisti. Nel frattempo Brugnaro era diventato sindaco e nel luglio 2015 annunciò il rinnovo di incarichi nelle società controllate. Nel settembre 2015 l’ingegner Zanchettin si candidò alla carica di amministratore unico di Pmv (che tra l’altro si occupa della gestione del tram) e fu scelto fra 309 concorrenti a costo zero, essendo in quiescenza, e per la durata di un anno. “Questo particolare non ha importanza – ha spiegato l’avvocato Scano – il problema è perchè Zanchettin fu scelto, anche se era in causa con il Comune e perchè non furono dichiarate o rilevate le eventuali incompatibilità”. All’epoca l’assessore Michele Zuin commentò: “Zanchettin è l’uomo giusto al posto giusto e Pmv non è il Comune di Venezia, non facciamo confusione”. In realtà il Comune controlla Pmv al 68%.

Intanto la causa era continuata fino al settembre 2016, quando la transazione fu autorizzata dalla giunta Brugnaro. “Quell’accordo fu svantaggioso per il Comune, per questo interesserò anche la Corte dei Conti. I lavori per il ripristino erano di 1,4 milioni di euro, ma con i danni si arrivava a 1,6 milioni. Il Comune si accontentò di lavori per 267 mila euro, anche se la transazione fu di 307 mila euro. Qualcuno ci dovrà dire se tutto fu regolare e se era legittima la scelta di Zanchettin in quel posto di importanza strategica”. Oggi l’ingegnere è nel cda della capogruppo Avm, che gestisce tutta la mobilità veneziana.

Poltrone, l’ultima abbuffata: la fondazione HT di Milano

Il governo Gentiloni è ancora in carica soltanto per l’ordinaria amministrazione, ma il sottosegretario a palazzo Chigi Maria Elena Boschi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno una gran fretta di approvare alcuni provvedimeni assai poco ordinari prima di lasciare il posto ai successori: i due decreti che istituiscono la fondazione per la ricerca scientifica Human Technopole, il cuore del progetto nelle aree che furono di Expo a Milano. Vogliono essere loro a nominare i dirigenti che gestiranno una macchina amministrativa dagli obiettivi poco chiari ma dal budget già definito e di tutto rispetto: 723 milioni da spendere entro il 2023, con voce in capitolo per decidere a chi finiranno 1,5 miliardi di fondi pubblici nel campo della ricerca e della prevenzione in ambito sanitario.

La Fondazione Human Tecnopole è stata creata dalla legge di bilancio 2017, alla fine del 2016. Per farla partire davvero però servono due decreti della presidenza del Consiglio dei ministri, uno per definirne la struttura, l’altro che stabilisce lo statuto. Il 27 febbraio, una settimana prima delle elezioni, il premier Paolo Gentiloni e i ministri competenti coinvolti (Padoan, Fedeli e Lorenzin) hanno adottato il decreto redatto dal ministero del Tesoro che indica la struttura di Human Technopole. Lo schema del decreto era già stato criticato in ben due pareri del Consiglio di Stato, perché non era abbastanza chiara la missione della fondazione, il ruolo delle imprese private e non era previsto un adeguato monitoraggio per stabilire a posteriori se gli obiettivi sono stati raggiunti e i soldi ben spesi.

Il governo ha comunque deciso di approvare il decreto che ora è all’esame della Corte dei conti. Senza neppure aspettare il via libera della magistratura contabile, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi che sta gestendo il dossier sta facendo di tutto per procedere all’approvazione del secondo decreto, quello con lo statuto. Bisogna fare in fretta, prima di dover lasciare le stanze di palazzo Chigi e del ministero.

Tanta urgenza si spiega guardando la posta in gioco. Una volta approvato lo statuto, si può procedere con le nomine: un presidente con un compenso da 120.000 euro e un consiglio di sorveglianza con ben 13 membri. Di questi, due spettano al ministero del Tesoro, uno a quello della Salute, uno all’Istruzione, gli altri tre a palazzo Chigi (e dunque, al momento, alla Boschi). Anche il presidente è nominato direttamente da palazzo Chigi, scelto tra i membri del consiglio. Il mandato è di quattro anni quindi se Padoan e Boschi riescono a fare le nomine, il prossimo governo non potrà indicare nessuno fino alla scadenza. Sono nomine dirette della politica, senza un filtro di un comitato scientifico: è il governo a decidere direttamente chi sarà a gestire il budget e a fare le assunzioni. Nessuno dei parametri che valgono per la ricerca pubblica sarà applicato a Human Tecnopole.

Tra le ragioni che rendono così interessanti quelle poltrone ci sono alcune caratteristiche della fondazione Human Technopole come disegnata dal primo decreto, caratteristiche contestate dai tecnici ministeriali come dal Consiglio di Stato: non c’è alcun tetto massimo alle spese di gestione della Fondazione, non cioè chiaro quanto dei 723 milioni complessivi di trasferimenti fino al 2023 sia vincolato alla missione di ricerca e quanto possa essere speso per assunzioni, consulenze, eventi e così via. Manca anche un tetto alla retribuzione del direttore della fondazione e alle sue spese.

Anche il ruolo dei privati è piuttosto incerto. Secondo il decreto del 27 febbraio, l’unica richiesta è contribuire per almeno tre anni con “apporti di risorse in denaro non inferiori alla quota minima dello 0,5 per cento dell’apporto pubblico in ragione d’anno”. Visto che il budget per la Fondazione Human Tecnopole nel 2018 è di 114,7 milioni di euro, le imprese che vogliono dire la loro sulla ricerca pubblica in settori in cui si decidono investimenti per miliardi possono partecipare con un gettone tutto sommato modesto: 571.000 euro all’anno per tre anni.

“Stop al Biocidio in Campania” in 10mila davanti la Regione

In piazzaper dire “Stop al Biocidio”: i rappresentanti di diverse associazioni e movimenti presenti in Campania, da Battipaglia all’area vesuviana, dal giulianese alla provincia di Caserta, hanno manifestato ieri a Napoli in 10mila per dire che è necessario rimuovere subito le ecoballe e accelerare le procedure per le bonifiche dei siti inquinati. Lungo il corteo hanno ricordato le persone che sono decedute negli ultimi tempi per patologie legate all’inquinamento e alla presenza di rifiuti speciali e pericolosi in alcune aree della provincia di Napoli. Per i manifestanti la giunta in carica, presieduta da De Luca, “avrebbe agito in linea con quelle precedenti”.

“Abbiamo voluto restituire alla Regione quello che ci è stato lasciato” hanno gridato i manifestanti dinanzi all’ingresso secondario del Palazzo della Regione dove sono stati accumulati decine di sacchetti mentre alcuni hanno acceso per protesta dei fumogeni. la manifestazione si è svolta tranquillamente, senza alcuna tensione. “C’è chi ha creato i problemi e chi li sta risolvendo, mi pare una bizzarria” ha commentato il presidente De Luca, che ha osservato: “Il biocidio è una questione di portata analoga al buco dell’ozono”.

“Via libera al Tap con modifiche illegittime”

Procede la realizzazione del Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian arriverà in Salento, oggetto di un’indagine della magistratura che ha stabilito l’incidente probatorio sulla sicurezza dell’impianto che sorgerà a Melendugno (Le). E continua pure il braccio di ferro tra istituzioni locali e regionali e la multinazionale che lo sta costruendo.

Il progetto ha ottenuto la Valutazione di impatto ambientale (Via) con 66 prescrizioni, molte delle quali da ottemperare in corso d’opera. Ora lo scontro riguarda la decisione del direttore generale del ministero dell’Ambiente, Giuseppe Lo Presti, di non assoggettare alla Via il microtunnel (3 metri di diametro) che attraverserà la costa di San Foca, dove approda il gasdotto, per sbucare in campagna. Lo Presti – finito sui giornali per le intercettazioni del Noe durante l’inchiesta sulla Tirreno Power in cui diceva “cerchiamo di fare una porcata”, mai indagato, e passato da dirigente a direttore del ministero – nella vicenda Tap ha un ruolo centrale. Lo ha avuto nell’eliminazione della prescrizione relativa alla sicurezza dell’impianto, con la richiesta del parere alla Commissione Ue decisivo per non applicare la direttiva Seveso sugli impianti a rischio di incidente rilevante. Ed è stato ancora lui a stabilire una rielaborazione della gerarchia degli enti vigilanti su alcune prescrizioni che vede ora Ispra, cioè il Ministero, capofila rispetto a Regione Puglia e Arpa.

Con il decreto direttoriale del 9 marzo, poi, ha reso nota l’esclusione dalla procedura di Via del microtunnel di Tap, decisione invisa a Regione Puglia e Comune di Melendugno. Nel documento si fa riferimento alle “ottimizzazioni” introdotte nel progetto del microtunnel e al parere di 38 pagine della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale emesso il 2 marzo. Proprio su questi elementi il Comune di Melendugno intende fare ricorso al Tar del Lazio perché, sostiene il sindaco Marco Potì, “con un decreto direttoriale sarebbe stata fatta una modifica sostanziale di un’altra prescrizione, la A6b, che prevedeva una distanza di 50 metri del punto di uscita del microtunnel dalla cymodocea nodosa, una pianta acquatica protetta. Approvando l’allungamento di 50 metri del microtunnel – continua Potì – è stata modificata questa prescrizione, ma il direttore generale non avrebbe potuto farlo. Serviva un decreto ministeriale”. Secondo il sindaco, con questo progetto definitivo “sono stati anche ufficializzati gli habitat marini della costa di San Foca che modificherebbero la tabella di comparazione dei 13 approdi valutati inizialmente”. A ritenere che non fosse Lo Presti a poter prendere questa decisione è anche Graziano Petrachi, il cittadino che a dicembre scorso ha vinto la sua battaglia contro il Ministero ottenendo l’accesso agli atti che gli era stato negato. “Secondo il principio del contrarius actus – sostiene Petrachi – solamente lo stesso organo che ha emanato l’atto, nel caso della Valutazione di impatto ambientale del Tap, il ministero dell’Ambiente, può modificarlo o annullarlo ricorrendo alla stessa procedura a suo tempo seguita per l’approvazione”. Il Fatto ha provato per giorni inutilmente ad ottenere una risposta dal ministero.

Le battaglie legali intanto continuano mentre si procede con i lavori. Entro il 2020 il gasdotto dovrà essere in funzione, nonostante la protesta di cittadini e istituzioni locali. A meno che non ci siano sviluppi giudiziari che ne compromettano la realizzazione. Per ora si attende l’udienza dell’11 aprile in cui verranno conferiti gli incarichi ai periti per procedere con l’incidente probatorio.

Caduto Renzi, ora sono tutti contro l’aeroporto di Carrai&C.

Firenze, teatro dell’ascesa di Matteo Renzi, è ora palco per i primi atti della caduta. Sette sindaci di altrettanti Comuni attorno al capoluogo hanno presentato ricorso al Tar contro il raddoppio della pista dell’aeroporto Peretola. Un progetto avviato nel 2014, già finanziato per 370 milioni di cui 150 dallo Stato, con master-plan approvato e procedura Via, oltre a specifici atti depositati all’Enac che nessun altro scalo ha: la Valutazione dell’impatto del rumore aeroportuale (Vis) e lo studio sul rischio aeronautico. Ormai manca solamente il via libera dalla conferenza dei servizi, poi i lavori possono iniziare.

L’opera negli ultimi anni è stata oggetto di molte critiche da parte di comitati di cittadini e di associazioni supportate da partiti di opposizione ma senza il sostegno aperto degli amministratori, rimasti al mugugno. Il presidente della Regione, Enrico Rossi, riconfermato nel 2015 alla guida della Toscana sotto la bandiera del Pd, aveva inserito l’opera come punto qualificante del suo programma di governo. E nessun consigliere della maggioranza si è espresso in tutti questi anni contro il progetto. Tra i Comuni nel tempo si è fatto sentire quello di Lastra a Signa che però da 20 anni deve realizzare una cassa di espansione prevista nel piano regolatore ma non riesce per mancanza di fondi e così l’Adf (società aeroporti di Firenze) si è fatta carico dell’onere e la costruirà a proprie spese. Anche la giunta di Prato ha sollevato delle critiche alla fattività. Ma decisamente blande. Fino a pochi giorni fa quando i sette sindaci di Lastra a Signa, Prato, Calenzano, Campi Bisenzio, Carmignano, Poggio a Caiano e Sesto Fiorentino hanno depositato a sorpresa il ricorso al Tar. A sorpresa e con modi e tempi quasi incomprensibili. Per mettere a fuoco l’accaduto è d’aiuto indossare le lenti della politica.

Presidente di Adf è Marco Carrai, l’amico e fedelissimo fundraiser di Matteo Renzi. Fu lui a insediarlo alla guida degli aeroporti fiorentini prima di conquistare Palazzo Chigi e fu lui, da premier, a inserire nel decreto Sblocca Italia i primi 50 milioni di stanziamenti pubblici destinati allo scalo. Il Pd era compatto e renziano e aveva nella Toscana il regno e in Firenze il principato. Caduto il reggente gli equilibri variano. Rossi è uscito dal partito aderendo agli scissionisti guidati da Pierluigi Bersani. Rimane a favore dell’aeroporto, ma apertamente contrari si sono espressi i vertici regionali di Liberi e Uguali che dopo il voto del 4 marzo sono stati riassorbiti dalla direzione del Pd Toscana: dei cinque “capi” tre sono dem, due di ex compagni usciti dal partito, tra cui proprio LeU. E anche in Regione la consigliera Serena Spinelli, l’unica ad aver seguito Rossi fuori dal Pd, si è espressa a sostegno dei sindaci contrari alla pista.

Ecco, i sindaci. Tra i sette, cinque sono del Pd. Spicca Matteo Biffoni, primo cittadino di Prato e fedelissimo dell’ex premier che lo ha inserito nella segreteria dem sia nazionale sia regionale. Per questo quando Carrai pochi giorni fa si è ritrovato davanti la lista dei suoi oppositori è uscito dal silenzio e convocato una conferenza stampa. E non ha usato toni propri dei soprannomi che lo accompagnano: il Richelieu o il Gianni Letta di Renzi. “Basta alle minchiate e a chi chiede cose irrealizzabili”, è stato l’esordio. “L’aeroporto è dello Stato, dichiarato strategico da più governi, in mano a una società che gestisce 54 aeroporti”. Poi lo sfogo: “Ci domandiamo il perché di certi ricorsi, nessuno dei Comuni che l’hanno fatto è coinvolto nelle modifiche di Peretola a parte quello di Sesto”. Ancora: “Sono ricorsi surreali, a Prato gli aerei passano più alti che a Londra su Buckingham Palace”. Insomma: nessuno può oggi lamentarsi di nulla. Tanto che, garantisce, “entro l’anno poseremo la prima pietra, senza bisogno di aspettare la sentenza”. Di fatto con il via libera della conferenza dei servizi, i lavori possono iniziare e se il Tar nel frattempo dovesse dar ragione ai ricorrenti, la società si appellerà al Consiglio di Stato. Insomma se va bene finisce a carte bollate e con un’opera pubblica come le molte di Italia 90: realizzata a spese dello Stato e mai utilizzate. Se va bene.

Cronista minacciato con una pistola: “Non devi parlare”

I giornalistinon sono eroi. Sono persone comuni, che lavorano e che possono avere paura. Ieri un corrispondente del quotidiano napoletano Roma, Giuseppe Bianco, 47 anni, è stato minacciato da uno sconosciuto che gli ha mostrato il calcio di una pistola 9×21. E quando il giornalista si è recato dai carabinieri per sporgere denuncia, durante la verbalizzazione ha pianto. È successo ad Arzano (Napoli): Bianco aspettava la figlia in auto quando un uomo con il volto coperto dal casco si è avvicinato in sella ad uno scooter, si è alzato la maglia per far vedere la pistola, e in dialetto gli ha detto “Abbassa il finestrino! Non fare lo scemo e non parlare”. L’uomo si è poi dileguato nel traffico. Bianco, già intimidito in passato, si occupa di cronaca politica e giudiziaria tra Arzano, Casavatore e dintorni. Negli ultimi anni ha scritto sulle infiltrazioni della criminalità nelle amministrazioni locali e sui malaffari della politica. Arzano è stata sciolta due volte per camorra (il 2008 e il 2015), Casavatore ha subìto lo stesso destino nel 2017.

“Per il Pd meglio sciogliersi in due partiti”

“La rinascita del centrosinistra passa dalla scomposizione del Pd e dalla costruzione di due nuovi partiti: uno socialista e l’altro di centro, sul modello di En Marche di Emanuel Macron”. Giacomo Portas è alla terza legislatura da deputato come indipendente del Pd. Grazie ai suoi voti ha contribuito al successo dei dem in due collegi su quattro a Torino, la sua città. Siamo a Montecitorio: Roberto Fico è appena stato eletto presidente della Camera, l’intesa tra centrodestra e M5S ha tenuto grazie all’asse Di Maio-Salvini, mentre il Pd si è comodamente seduto sui banchi dell’opposizione.

Onorevole Portas, non vorrà tornare a Ds e Margherita (i due partiti sciolti nel 2007 per dare vita al Pd)?

Quei due partiti oggi non si possono riproporre. L’attuale legge elettorale, però, premia le coalizioni. Lo abbiamo visto col centrodestra, dove Lega, Forza Italia e FdI insieme hanno raggiunto il 37% dei consensi. In questo quadro, piuttosto che tenere in vita un partito destinato al declino, sarebbe meglio dividersi e coltivare ognuno un proprio elettorato.

Due partiti nuovi di zecca?

Da una parte immagino una grande forza socialista erede della tradizione della sinistra italiana, che possa tenere dentro un pezzo dell’attuale Pd più LeU e tutta quell’area che un tempo votava Sel. Dall’altra, un partito di centro, cattolico, liberale, snello, con un’impronta macroniana. Credo sia un buon viatico per riportare il centrosinistra al governo.

Un partito macroniano a guida Renzi?

Non so chi può essere il leader. Ci può essere Renzi ma non solo: un partito che rappresenti la continuazione dell’esperienza dei governi di centrosinistra degli ultimi anni. Una forza che, mentre dominano i partiti populisti, si potrebbe chiamare “estremisti del buon senso”.

Tornare a due partiti sarebbe il fallimento del Pd. Già nel 2008 D’Alema parlava di “amalgama mal riuscita”…

Non so se aveva ragione D’Alema. Faccio solo notare che, con questa legge elettorale, funzionerebbero di più due partiti distinti all’interno di una coalizione. Non in contrapposizione, ma complementari. Ricordiamoci che Ds e Margherita insieme valevano oltre il 30%.

Il crollo è colpa di Renzi?

Le colpe sono di tutti, non solo dell’ex premier. Anzi, senza di lui poteva andare pure peggio. Lui ha avuto buone intuizioni, come il superamento del bicameralismo perfetto, che in questa fase sarebbe stato utile. Renzi è bravo a fare il pane ma non a venderlo.

Come giudica l’intesa tra M5S e centrodestra sulle presidenze delle Camere?

L’elezione di Fico e Casellati ha dimostrato la solidità dell’asse Salvini-Di Maio. Decisiva è stata la prova di maturità dimostrata dal M5S che, tolti i panni della campagna elettorale, in Senato ha votato addirittura una storica rappresentante del berlusconismo. Faccio solo notare che, quando l’accordo con Berlusconi l’ha fatto il Pd, i grillini gridavano all’inciucio, ora lo fanno loro e parlano di responsabilità.

L’accordo terrà anche per il governo?

Dipenderà dalla durata del sodalizio Lega-5 Stelle. La forza dei grillini è quella di non essere un partito ideologico, ma una piattaforma dove ogni cittadino può entrare e porre le proprie questioni.

Il Pd starà all’opposizione?

Ai dem non può fare che bene: ci sarà tempo per elaborare la sconfitta e ricostruirsi.

Se si arrivasse ai due partiti, lei (e la sua lista I Moderati) dove starebbe?

Naturalmente nel partito di centro. Io sono l’ultimo dei moderati.