“Luigi, se voi siete disponibili a votare dei candidati con noi, noi ci siamo”. A un certo punto della notte tra venerdì e sabato, mentre sembrava che il centrodestra si rompesse, Maurizio Martina, segretario-reggente del Pd, ha fatto recapitare un messaggio simile al leader M5S. “È tardi. Siamo già d’accordo con Salvini”, ha risposto, nella sostanza, Di Maio. Il Pd è rimasto ininfluente nell’elezione dei presidenti delle Camere. Ma quella parte del partito non renziano – che vede insieme Martina, Franceschini, Zanda, ma anche Orlando, Delrio e Gentiloni – può tornare in gioco per la formazione di un governo, rompendo l’asse che si va profilando tra Lega e Cinque Stelle con Berlusconi a fare da comparsa?
Visti i numeri, appare complicato anche a chi l’operazione vorrebbe farla: Renzi non ha il controllo di tutti i gruppi parlamentari, ma della metà, in eccesso o in difetto, sì. L’ex segretario i primi tentativi di accordo li ha già fatti fallire: ha bloccato la profferta di Dario Franceschini al Movimento a urne appena chiuse, convocando una conferenza stampa per dettare la linea dell’opposizione senza se e senza ma. Venerdì, ha fatto in modo che il Pd non provasse nemmeno a entrare in gioco, bloccando ancora Franceschini. “Tocca a loro”, ha ripetuto per tutto il giorno. Il Pd continua a procedere diviso e quasi sotto choc. Ieri mattina i Dem alla fine hanno optato per due candidature di bandiera: Roberto Giachetti e Valeria Fedeli, alla Camera e al Senato. Per scegliere i nomi si sono riuniti Martina, Orfini, Guerini, Delrio, Rosato, Zanda, poco prima dell’inizio della terza chiama in Senato. Renzi non c’era. Tanto è vero che a un certo punto ha avuto da ridire, proponendo la candidatura di Matteo Richetti. Un modo per provare a ribadire che è lui a dare le carte. Tentativo bloccato. La scelta viene motivata con il fatto che i due in quanto vicepresidenti uscenti sono nomi “istituzionali”. “Decidono i caminetti”, ha polemizzato comunque Renzi in Senato. Pronta la risposta di Martina, dalla Camera: “Non si chiamano caminetti, ma collegialità”. L’altro in Senato poi chiarisce: “Parlavo di quelli di Cinque Stelle e Lega”. Sarà, ma la rottura tra lui e il suo ex vice segretario, è conclamata da giorni.
I dubbi nel Pd non finiscono mai: i nostri saranno votati da tutti? È la prima conta post-elezioni nel partito. Alla fine, pochi problemi per entrambi: 54 per la Fedeli, 102 su 112 per Giachetti. La prossima puntata è l’elezione dei capigruppo, martedì: Renzi vuole Andrea Marcucci a Palazzo Madama e Lorenzo Guerini a Montecitorio. Gli altri non sono d’accordo a lasciargli la scelta. A saltare potrebbe essere Guerini (in favore di Delrio), che ha delle perplessità di suo, mentre sfilare il gruppo del Senato a Renzi appare difficile.
Ieri, mentre Roberto Fico pronunciava il suo discorso di insediamento a Montecitorio, i deputati del Pd sembravano increduli. La Boschi terrea accanto ad Orlando, la renziana De Giorgi che non riusciva a nascondere una sorta di sogghigno, Alessia Morani quasi stesa sul banco. E poi, pallidi, impietriti tutti i vari big, da Guerini a Delrio. Confuso tra gli altri Luca Lotti: in questi giorni aveva provato a portare alla presidenza del Senato Paolo Romani, trattando con Gianni Letta. In molti gli attribuiscono il progetto di un post-Pd che raccolga una parte di FI. Progetto speculare a chi si aspetta l’uscita dell’ex premier dai dem.
Ieri Renzi non si è fatto sfuggire l’occasione di un siparietto con Matteo Salvini, l’ omonimo con il vento in poppa. I due si sono incontrati alla buvette del Senato. Pacca sulla spalla reciproca. “Il caffè lo paga Salvini”, ha detto Renzi, cercando la complicità. L’altro ha sorriso alla battuta. Poi, uscendo, l’ex premier, ha ammiccato: “Qua ci sono troppi cronisti”. I due in questi giorni si sono tenuti in contatto. Hanno un progetto in comune: il leader della Lega vuole fare un governo, Renzi spera che lo faccia con il Movimento. Per vederli fallire entrambi, s’intende.