Martina s’offre a Di Maio, ma fuori tempo massimo

“Luigi, se voi siete disponibili a votare dei candidati con noi, noi ci siamo”. A un certo punto della notte tra venerdì e sabato, mentre sembrava che il centrodestra si rompesse, Maurizio Martina, segretario-reggente del Pd, ha fatto recapitare un messaggio simile al leader M5S. “È tardi. Siamo già d’accordo con Salvini”, ha risposto, nella sostanza, Di Maio. Il Pd è rimasto ininfluente nell’elezione dei presidenti delle Camere. Ma quella parte del partito non renziano – che vede insieme Martina, Franceschini, Zanda, ma anche Orlando, Delrio e Gentiloni – può tornare in gioco per la formazione di un governo, rompendo l’asse che si va profilando tra Lega e Cinque Stelle con Berlusconi a fare da comparsa?

Visti i numeri, appare complicato anche a chi l’operazione vorrebbe farla: Renzi non ha il controllo di tutti i gruppi parlamentari, ma della metà, in eccesso o in difetto, sì. L’ex segretario i primi tentativi di accordo li ha già fatti fallire: ha bloccato la profferta di Dario Franceschini al Movimento a urne appena chiuse, convocando una conferenza stampa per dettare la linea dell’opposizione senza se e senza ma. Venerdì, ha fatto in modo che il Pd non provasse nemmeno a entrare in gioco, bloccando ancora Franceschini. “Tocca a loro”, ha ripetuto per tutto il giorno. Il Pd continua a procedere diviso e quasi sotto choc. Ieri mattina i Dem alla fine hanno optato per due candidature di bandiera: Roberto Giachetti e Valeria Fedeli, alla Camera e al Senato. Per scegliere i nomi si sono riuniti Martina, Orfini, Guerini, Delrio, Rosato, Zanda, poco prima dell’inizio della terza chiama in Senato. Renzi non c’era. Tanto è vero che a un certo punto ha avuto da ridire, proponendo la candidatura di Matteo Richetti. Un modo per provare a ribadire che è lui a dare le carte. Tentativo bloccato. La scelta viene motivata con il fatto che i due in quanto vicepresidenti uscenti sono nomi “istituzionali”. “Decidono i caminetti”, ha polemizzato comunque Renzi in Senato. Pronta la risposta di Martina, dalla Camera: “Non si chiamano caminetti, ma collegialità”. L’altro in Senato poi chiarisce: “Parlavo di quelli di Cinque Stelle e Lega”. Sarà, ma la rottura tra lui e il suo ex vice segretario, è conclamata da giorni.

I dubbi nel Pd non finiscono mai: i nostri saranno votati da tutti? È la prima conta post-elezioni nel partito. Alla fine, pochi problemi per entrambi: 54 per la Fedeli, 102 su 112 per Giachetti. La prossima puntata è l’elezione dei capigruppo, martedì: Renzi vuole Andrea Marcucci a Palazzo Madama e Lorenzo Guerini a Montecitorio. Gli altri non sono d’accordo a lasciargli la scelta. A saltare potrebbe essere Guerini (in favore di Delrio), che ha delle perplessità di suo, mentre sfilare il gruppo del Senato a Renzi appare difficile.

Ieri, mentre Roberto Fico pronunciava il suo discorso di insediamento a Montecitorio, i deputati del Pd sembravano increduli. La Boschi terrea accanto ad Orlando, la renziana De Giorgi che non riusciva a nascondere una sorta di sogghigno, Alessia Morani quasi stesa sul banco. E poi, pallidi, impietriti tutti i vari big, da Guerini a Delrio. Confuso tra gli altri Luca Lotti: in questi giorni aveva provato a portare alla presidenza del Senato Paolo Romani, trattando con Gianni Letta. In molti gli attribuiscono il progetto di un post-Pd che raccolga una parte di FI. Progetto speculare a chi si aspetta l’uscita dell’ex premier dai dem.

Ieri Renzi non si è fatto sfuggire l’occasione di un siparietto con Matteo Salvini, l’ omonimo con il vento in poppa. I due si sono incontrati alla buvette del Senato. Pacca sulla spalla reciproca. “Il caffè lo paga Salvini”, ha detto Renzi, cercando la complicità. L’altro ha sorriso alla battuta. Poi, uscendo, l’ex premier, ha ammiccato: “Qua ci sono troppi cronisti”. I due in questi giorni si sono tenuti in contatto. Hanno un progetto in comune: il leader della Lega vuole fare un governo, Renzi spera che lo faccia con il Movimento. Per vederli fallire entrambi, s’intende.

Fiamme al Tribunale di Bari: bruciate anche le schede elettorali

Un rogoprobabilmente doloso, con l’obiettivo di colpire l’archivio del Tribunale. È successo nella notte tra venerdì e sabato a Bari, nel quartiere San Paolo, e del caso adesso si sta occupando la Direzione distrettuale antimafia. Nell’archivio andato a fuoco erano conservate le schede elettorali delle amministrative 2017 e delle ultime Politiche. Le fiamme hanno avuto origine nei locali sotterranei del palazzo – dove ha gli uffici anche il Giudice di Pace – e il calore dell’incendio ha danneggiato seriamente il tubo dell’impianto fognario. Gli inquirenti ipotizzano il reato di incendio doloso con l’aggravante mafiosa. Secondo il magistrato inquirente, l’obiettivo di chi ha appiccato le fiamme era proprio l’archivio. I primi accertamenti si concentrano sulle audizioni di persone informate sui fatti che possano aiutare a ricostruire quanto accaduto. Gli investigatori, coordinati dal pm della Dda di Bari Isabella Ginefra, stanno anche verificando se ci siano telecamere funzionanti che potrebbero aver immortalato i responsabili del rogo.

L’Irrituale Re Giorgio che fa i governi

La seconda giornata di lavoro della XVIII legislatura è risultata proficua, portando all’elezione dei presidenti delle due Camere, più rapidamente di quanto avvenuto in passato, indicando che il quadro politico non è più complesso di altre volte. Uno dei passaggi da segnalare sembra essere, invece, l’intervento di apertura della legislatura pronunciato in Senato da Giorgio Napolitano che presiedeva provvisoriamente l’aula per anzianità d’età. Egli, in significativa discontinuità rispetto ai precedenti, è intervenuto sul risultato delle elezioni, cercando di distribuire addirittura ruoli di maggioranza e opposizione.

Normalmente il presidente provvisorio rivolge all’assemblea un breve indirizzo di saluto: il record dell’asciuttezza va certamente a Pertini, che, nel 1987, a fronte degli applausi che lo accoglievano, si limitò a contraccambiare “di tutto cuore questa vostra manifestazione di simpatia per me, senza distinzione di parte”. Molto brevi comunque quasi tutti gli interventi di apertura: da quello di Ronco, nel 1948, fino ai più recenti di Taviani (2001), Scalfaro (2006) e Andreotti (2008), come già altre personalità anche di grande rilievo come Ruini, nel 1968, e Nenni, nel 1979.

L’unica donna ad avere assunto la presidenza provvisoria, Camilla Ravera, nel 1983, tenne un discorso breve, da segnalare per l’assenza di elementi celebrativi e la sottolineatura di questioni di ancora impressionante attualità, come “la recessione economica, la disoccupazione dei giovani” e la pace, auspicando di arrivare “al Duemila col disarmo completo”.

Altri presidenti provvisori si sono dilungati un po’ di più, anche con riferimenti all’attualità. Emilio Colombo, nel 2013, sottolineò il forte rinnovamento del Parlamento e la necessità di dialogo tra le forze politiche. Prima di lui De Martino, presidente provvisorio per tre volte (1992, 1994 e 1996), si era trovato ad evidenziare una situazione politica in evoluzione, sottolineando la permanente validità dei principi costituzionali e la necessità di affrontare riforme istituzionali col “più ampio consenso”. È probabilmente l’ultimo dei tre discorsi quello che più si occupa dei concreti assetti delle forze politiche (“se non si è ancora in grado di formare gruppi unitari, almeno si creino federazioni corrispondenti ai consensi del popolo”), ma anche in questo caso non si era entrati nel merito dei risultati elettorali.

Il Presidente Napolitano, invece, oltre a tornare sul rinnovamento del Parlamento, è intervenuto sui risultati delle ultime elezioni, il cui risultato candiderebbe a governare i “movimenti e le coalizioni che hanno compiuto un balzo in avanti clamoroso nel consenso degli elettori” e respingerebbe all’opposizione “il partito che nella scorsa legislatura aveva guidato tre esecutivi”, al quale non ha risparmiato chiare critiche. Si tratta di affermazioni che stupiscono, non solo perché gli stessi elementi (pur già evidenti) non risultano avere avuto la stessa lettura da parte di Napolitano quando era presidente della Repubblica, ma anche perché sembrano fare riferimento a una forma di governo e a una legge elettorale capaci di attribuire la responsabilità di governo a una forza politica e il ruolo di opposizione ad altre.

Nulla di tutto ciò avviene né in base alla nostra forma di governo parlamentare, né in base al Rosatellum. Una legge elettorale prevalentemente proporzionale, come quella approvata pochi mesi fa, indica certamente il consenso delle diverse forze politiche (consegnando molto difficilmente la maggioranza a una di queste), ma impone poi alle stesse di ricercare accordi per esprimere congiuntamente un esecutivo che goda della maggioranza parlamentare, senza pre-assegnare alcun ruolo (di maggioranza o di opposizione), né stabilire tra chi l’accordo debba essere ricercato preferibilmente. E ciò che non fa la legge non può fare la presidenza provvisoria.

Paolo, il prigioniero di Zenda e altri mesti protagonisti di oggi

Da giorni c’è una frase che mi frulla nella testa, è di George Clemenceau, colui che condusse la Francia alla vittoria nella Grande Guerra, il quale irrideva il presidente Poincaré dicendo che era “la perfetta imitazione di un vivente”. L’ha scovata Giuliano Ferrara e gliela chiedo in prestito perché mi sembra confezionata su misura con vicende e protagonisti di questi giorni. No, vi supplico non pensate subito male, non alludo assolutamente, ci mancherebbe altro, al capo dello Stato Sergio Mattarella che da quando lo vedemmo recarsi al seggio lo scorso 4 marzo non è mai intervenuto – a parte velatissime allusioni – su questioni inerenti il risultato elettorale.

Anche se qualcosa deve essere filtrato (immagino) attraverso le porte, a cui (vado a ruota libera) in determinate ore del giorno accostano l’orecchio i quirinalisti (virtuosi dell’alfabeto Morse cui va il nostro plauso) per cogliere alcuni segnali, forse ticchettati sugli stipiti dai consiglieri presidenziali. Una volta decifrati questi messaggi ci dicono che il Presidente ha assistito nella più silente immobilità all’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento appena insediato. Egli si ripromette, nelle consultazioni avviate dopo la Santa Pasqua, di prendere diligente nota delle determinazioni dei gruppi parlamentari, senza tuttavia far trasparire qualsivoglia intendimento. In questo quadro rigidamente notarile, pervaso da un caloroso clima polare, suscitano viva irritazione e riprovazione – ci viene comunicato – le ipotesi insensate di governi presidenziali o altre fanfaluche del genere, comunque riconducibili al Quirinale. Amen.

A un origine diversa, invece, sembra doversi attribuire la funerea espressione facciale di Paolo Gentiloni, sprofondato in una sorta di catalessi da quando Mattarella (dicono i bene informati) lo costrinse, era dicembre, a non presentare le dimissioni (come da lui sollecitato) contestualmente allo scioglimento delle Camere.

Egli difatti avrebbe voluto divincolarsi in tempo da un governo ampiamente defunto per impegnarsi a tempo pieno nel Pd salvando il salvabile. Evitando cioè che il partito finisse stritolato nel delirio onanistico di Matteo Renzi. Come regolarmente avvenuto.

Ora il conte Paolo si aggira per palazzo Chigi, come il prigioniero di Zenda nelle segrete del regno di Ruritania. Di tanto in tanto convocato a Bruxelles viene colto a colloquio con gli ex pari grado mentre alza le spalle e allarga le braccia nella tipica espressione di chi non conta niente: ma che volete da me?

In questo trittico della mestizia sepolcrale non si può, infine, non dedicare un cenno al Partito Democratico, che dall’ora fatale degli exit-poll ha deciso di restare alla finestra. Forse, come è stato osservato con cinismo inqualificabile, per non buttarsi di sotto. A noi, più rispettosi del lutto che ha paralizzato il Nazareno, viene in mente Corrado Guzzanti nello strepitoso Romano Prodi dopo le dimissioni dal governo: “Vado alla stazione e mi fermo dietro la sua bella linea gialla e aspetto. Passa un treno ne passan due ne passan dieci ma io feermo aspetto. Feermo i piccioni mi cagano in testa ma io non faccio polemiche”. Feermo sta anche il Pd, forse perché serenamente si attende che con il trascorrere di equinozi e solstizi, lentamente, anche gli elettori si scordino. Una prece.

Giachetti-Cutugno e Fico contro la casta: la giornata sui social

A volte i social network aiutano a cambiare punto di vista. Gran successo per Roberto Fico? Certo, ma anche “un altro buon secondo posto per Bob Giachetti, il Toto Cutugno delle elezioni” (@ampepparo). E che dire del discorso del neo-presidente? “Tagli alla casta!” E via di brividi lungo la schiena degli irreprensibili commessi parlamentari alle sue spalle. “Noi laureati in scienze della comunicazione plaudiamo a Roberto Fico, è il nostro riscatto dopo anni di ‘ahahah hai studiato scienze delle merendine’ Tiè” (@charlymatt). Al Senato invece abbiamo la prima donna a ricoprire la seconda carica dello Stato nella storia della Repubblica: è Maria Elisabetta Alberti Casellati. “Già disponibili i suoi A4 da visita” (@marcoguarena). Eppure è un nome familiare. Sarà mica “cugina della contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare?” (@mmastropietri). Ah, in tutto questo “Civati ha votato Boldrini” (@aleandro970).

Grillini tra silenzi, imbarazzi e orgoglio: “Si scrive Casellati, si legge Roberto”

“Al Movimento va bene portare al Senato una berlusconiana doc?”. La domanda, di fronte a una selva di telecamere, cade nel vuoto: Luigi Di Maio attraversa la parete umana di giornalisti senza rispondere. Sorride e va avanti. “Non rilascio dichiarazioni, non rilascio dichiarazioni, non rilascio dichiarazioni”. Altri deputati e senatori del Movimento invece rispondono, non senza qualche malcelato imbarazzo (il video è sul sito del Fatto Quotidiano). Anche perché sui social la scelta è stata criticata da molti.

Danilo Toninelli, il capogruppo al Senato, argomenta: “È stato rispettato il voto popolare, noi abbiamo chiesto a Salvini di farci un nome, lui ha fatto un nome di Forza Italia che non era Romani. Per noi votare Casellati significava votare Fico”. Quindi per avere una Camera, avete votato una berlusconiana di ferro? “È una figura che può migliorare il Parlamento partendo dal taglio degli sprechi e dei privilegi. Ad esempio i vitalizi – risponde Toninelli – . La base è con noi al mille per cento”.

Un cronista prova a stuzzicare Nicola Morra: “Avete votato una Ghedini un po’ più estremista…”, lui ignora la domanda e si infila nell’ingresso di Palazzo Giustiniani. Vito Petrocelli ha una teoria interessante: “Abbiamo dato i nostri voti per eleggere Roberto Fico”. Il problema è che lui è un senatore, e ha scritto il nome della berlusconiana sulla scheda. Lui ci ride su: “Le formalità e i sofismi non fanno parte della mia cultura. Abbiamo votato anche per far iniziare il governo a Cinque Stelle”.

Secondo il senatore Sergio Puglia la Casellati “è comunque una persona delle istituzioni”. Malgrado Ghedini, il lodo Alfano, la difesa di Berlusconi? “È completamente diversa la cosa, Berlusconi non c’è in quest’aula, lo abbiamo preteso noi fuori da quest’aula”. Anche Andrea Cioffi si consola così: “Berlusconi lo abbiamo cacciato noi dal Parlamento o chi?”.

Gianluigi Paragone tiene la linea (ma gli sfugge un sorriso ironico): “Quando parliamo di rinnovamento pensiamo a Fico”. Daniele Pesco era al primo voto da senatore, gli è toccato scrivere il nome di Casellati: “Un po’ di mal di pancia l’ho avuto, ma è politica…”. E poi c’è Alessandro Di Battista: “Questo è l’ennesimo schiaffo che si dà al sistema Renzusconi”. Eleggendo una di Forza Italia alla seconda carica dello Stato? “Andate a vedere la faccia di Berlusconi”.

5Stelle, ora cresce il fronte pro Lega. Ma Di Maio frena

La vittoria è un trofeo da celebrare, ma anche un paradosso. E dentro ha già un pezzo di futuro. Quello dei 5Stelle del capo politico Luigi Di Maio, che apre la legislatura issando sulla poltrona di terza carica dello Stato il suo primo e ormai ultimo rivale, l’ortodosso Roberto Fico. L’uomo dei tanti no, che tuonava contro il vippame e la deriva borghese del Movimento, quello che “mai con la Lega e Salvini”. Eppure il 24 marzo 2018 Fico è diventato presidente della Camera grazie a Di Maio e Salvini. Ed eccolo, il paradosso che è lo specchio della politica.

Invece i numeri dicono che il patto tra i 5Stelle e la Lega ha retto alla perfezione. E qui si arriva già al futuro prossimo. Perché tra i parlamentari del M5S si dilata la voglia di costruire un governo con Salvini, quello “affidabile”, che ha promesso e mantenuto, “mentre nel Pd come al solito ha bloccato tutto Renzi”.

Ed è un tema in più, per il candidato premier Di Maio: che ha apprezzato l’affidabilità del leader leghista, con cui negli ultimi giorni per telefono ha concordato pure le virgole. Ma sa pure che l’alleanza con il Carroccio sarebbe difficile da reggere per un gruppo “a trazione meridionalista”, come ricorda un big. Scelta complicata anche a livello internazionale per il Movimento ormai sceso (quasi) a patti perfino con l’euro. Non solo: il Salvini che ha condotto il gioco vuole Palazzo Chigi. E ai grillini lo ha già fatto sapere. Ma Di Maio non può fare un passo di lato, perché non avrà un’altra possibilità. E allora prima di abbracciare il Carroccio vuole riprovarci con la sinistra. Partendo però sempre dal Fico presidente. Perché il “rosso” che nel suo discorso di insediamento ha citato la lotta al nazifascismo e i beni comuni è anche un’altra carta per chiamare al tavolo LeU (dove sono contenti per le sue parole) e il Pd, o ciò che ne rimane. Il partito che venerdì ha bussato alla porta del M5S in ordine sparso, inutilmente. E così l’operazione politica e i voti che hanno portato Fico lassù sono arrivati da Salvini, che venerdì ha passato la serata al telefono con Di Maio per concordare mosse e dichiarazioni. È stato il segretario della Lega, in tarda serata, a chiedere un nome da sacrificare come pedina di scambio con la forzista Bernini, ormai bruciata.

I grillini avevano provato a convincerla a restare in campo: “Molla Berlusconi, ti voteremo ugualmente”. Ma lei non se le è sentita. Così bisognava arrivare a un terzo nome, Casellati. Da qui il comunicato notturno del Movimento che lanciava per la Camera Riccardo Fraccaro. Il dimaiano si è immolato (e ieri mattina il leader lo ha ringraziato “per il sacrificio” in assemblea) per coprire il vero nome, Fico. Eletto grazie a Salvini, che un esecutivo con il M5S lo farebbe in un amen. Ma sul come è tutto da vedere. “Non abbiamo mai parlato di governo con lui” giurano dal Movimento. E anche Di Maio lo ha detto ai suoi: “Quello che stiamo facendo ora non è un’alleanza di governo, dopo il voto sulle presidenze si riparte da zero”. Innanzitutto dai punti di programma, con proposte su cui chiedere la convergenza ai partiti. “Noi siamo aperti a tutti, si facciano avanti”, assicura Di Maio al Tg1, dove snocciola proposte buone per tutti i gusti: “Taglio delle tasse alle imprese, superamento della legge Fornero, aiuti alle famiglie che fanno figli, uno strumento che aiuti a trovare lavoro ai giovani che lo perdono”. E di rinforza potrà esserci Fico, che ieri ha scandito: “Le decisioni vanno prese in Aula e nelle commissioni, non consentirò scorciatoie né forzature nel dibattito parlamentare”. Ovvero, basta a ghigliottine e a altri stratagemmi per far passare a forza le leggi.

È anche per questo che il M5S voleva Montecitorio, come cautela: soprattutto se non dovesse andare al governo. Intanto si celebra. “Oggi inizia la Terza Repubblica” esagera Di Maio in un corridoio di Montecitorio. Mentre il neo-deputato Emilio Carelli rivendica: “Oggi i due vincitori hanno fatto valere il risultato elettorale”. Gli ortodossi invece festeggiano in un cerchio improvvisato in Transatlantico. Carlo Sibilia stringe mani, neanche fosse il vice-presidente. Luigi Gallo, che in aula aveva contato voto per voto durante lo spoglio, quasi salta di gioia. È anche per dare un segnale pesante a loro che Di Maio ha voluto quella poltrona per Fico. Però adesso deve già tessere una nuova tela, trattando sugli altri ruoli negli uffici di presidenza. “Vogliamo che sia data rappresentanza a tutti i partiti” è la linea. A partire dal Pd. E per riuscirci si “accontenteranno” di due vicepresidenze, una in Senato (Paola Taverna) e un’altra alla Camera. Poi arriveranno i punti di programma. Nell’attesa, Di Maio scandisce: “Il M5S ha ottenuto 11 milioni di voti con un candidato premier, e spero se ne possa tenere conto”. Un avviso al Salvini che scalpita. E un pro-memoria per il Palazzo più alto, il Quirinale.

Coca-party: 1 anno e 8 mesi per Tarantini, ma eviterà il carcere

Ricorsi rigettati e pene confermate: Gianpaolo Tarantini è stato condannato ieri dalla Suprema Corte a 1 anno e 8 mesi per cessione di droga. Assieme a lui sono stati condannati Massimiliano Verdoscia e Alessandro Mannarini – accusati anche di trasporto di sostanze stupefacenti – che dovranno scontare 4 anni e 4 mesi. I fatti si riferiscono all’estate 2008, quella dei coca-party in Sardegna e delle feste con escort nelle residenze di Silvio Berlusconi. Tutti e tre i condannati, comunque, eviteranno il carcere. Tarantini sta scontando una condanna definitiva per bancarotta con l’affidamento ai servizi sociali e la nuova pena (20 mesi di cui 8 già scontati), sommata alla precedente (2 anni e 11 mesi) non supera comunque il limite previsto per ottenere la misura alternativa. Anche Mannarini e Verdoscia, che avevano già trascorso circa 6 mesi tra carcere e domiciliari, potranno scontare la pena residua in altro modo. Per la stessa vicenda avevano già patteggiato negli anni scorsi i due fornitori dello stupefacente, gli spacciatori baresi Onofrio Spilotros (1 anno e 8 mesi di reclusione) e Nico De Palma (3 anni di reclusione).

Meloni e Salvini: “Si riparte ma da governo di centrodestra”

Bene l’accordodel centrodestra raggiunto con il Movimento 5 stelle per le presidenze delle Camere, ma ora occorre “un governo di centrodestra, a guida di centrodestra, che faccia cose di centrodestra, per noi, il M5S non rappresenta assolutamente una garanzia, come il Pd.”. Lo ha detto parlando con i cronisti a Montecitorio la presidente di Fdi, Giorgia Meloni che ha rivendicato al suo partito il merito di tenere unita la coalizione. “Siamo contenti di aver trovato una soluzione veloce per gli italiani, perchè i problemi non aspettano le liturgie del palazzo, che mantiene compatto il centrodestra – ha detto ancora Meloni – su questo abbiamo lavorato e su questo siamo riusciti, ora si deve provare a fare un governo di centrodestra, venire in Parlamento e vedere se ci sono i numeri, i voti mancano: da dove arrivano non mi interessa”. “Del governo ne riparleremo più avanti ma si può ripartire dalla prima coalizione che è quella del centrodestra” le fa eco a distanza Matteo Salvini commentando in sala stampa al Senato i riflessi dell’accordo raggiunto sulle prossime consultazioni. “Se il centrodestra andrà al governo ci andrà insieme”, sottolinea il governatore della Liguria, Giovanni Toti.

C’era una volta l’orda padana in kilt: l’esercito lumbard ora viene da destra

La pattuglia leghista non è più l’orda padana sbarcata nel 1992 nella Roma ladrona di bossiana memoria, con parlamentari folkloristici che si presentarono all’esordio negli odiati Palazzi indossando anfibi e kilt scozzesi per rimarcare il loro essere talebani del pensiero nordico come fece Erminio Boso detto Obelix.

Dismessi simboli e ideologie, i leghisti appena eletti e sbarcati in branco da ogni parte d’Italia sono comunque un esercito. Neanche Matteo Salvini li conosce tutti. Tale e inattesa è stata la raccolta nelle urne che persino candidati riempi-liste si sono ritrovati eletti. Basti pensare che la Lega dell’oggi aspirante premier ha quadruplicato il numero di voti rispetto al 2013. A Montecitorio il gruppo passa da 22 a 125 deputati e a Palazzo Madama da 11 a 58 senatori.

Un esercito. Per lo più di giovani. E soprattutto l’80% all’esordio romano: otto su dieci. Tra loro c’è un po’ di tutto. Tantissimi sindaci e vicesindaci, molti dei quali appena eletti nei loro Comuni. Almeno trenta devono lasciare la guida delle loro amministrazioni. Tra loro figura anche Angela Colmellere, sindaca di Miane, in provincia di Treviso, balzata agli onori delle cronache per il suo manifesto elettorale nel quale era ritratta mentre impugnava una pistola sopra la scritta “scegli la sicurezza”. Con lei a Montecitorio arriva anche Sara De Angelis, romana fieramente cresciuta nel Fronte della gioventù “dall’età di 15 anni”, rivendica. Dall’estrema destra arriva pure Antonio Cantalamessa, storico esponente del movimento sociale a Napoli, e Filippo Maturi, classe 1984, consigliere del Comune di Bolzano nonché leader dei giovani leghisti e fautore del profondo legame con il gruppo di Generazione identitaria, la rete europea di estrema destra nota per l’odio contro i migranti e per aver varato la C-Star, una nave che deve impedire il salvataggio nel Mediterraneo dei barconi di uomini disperati. Grazie al partito di Salvini alla Camera fa il suo esordio anche Gianni Tonelli, il capo del sindaco autonomo di polizia Sap, più noto per le pesanti e discutibili esternazioni in merito alle morti di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi: “Vita dissoluta, ne paga le conseguenze”, disse. “Porterò ordine e disciplina in Parlamento”, è stato il suo slogan. Vicino di scranno potrebbe ritrovarsi Domenico Furgiuele, altro neoeletto leghista, proveniente dalla Calabria, collegio di Catanzaro, marito di Stefania Mazzei e genero di Salvatore Mazzei recentemente arrestato per un cumulo di pene di 2 anni e 11 mesi, descritto nel provvedimento del procuratore Nicola Gratteri come “imprenditore di riferimento delle cosche mafiose dominanti nei territori calabresi interessati dall’esecuzione di costose opere pubbliche”. Contestualmente alle manette è scattata anche la confisca di molti beni dei familiari di Mazzei, compresi alcuni della moglie del nuovo deputato. La condanna per stato di ebrezza comminata all’altro collega leghista, Andrea Dara, fa sorridere. Anche rispetto alla situazione di Armando Siri, 46enne neosenatore, responsabile economico di Noi per Salvini e ideatore della flat tax. Siri ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta. Nelle nuove truppe leghiste sbarcate a Roma c’è un po’ di tutto. Anche vecchie conoscenze come Massimo Garavaglia, già assessore al bilancio in Regione Lombardia nella giunta di Roberto Maroni, è a processo a Milano per turbativa d’asta in merito a una gara da 11 milioni indetta dal Pirellone per il trasporto di malati dializzati. È indagato anche per falsa testimonianza.

Tanti arrivano da enti territoriali e tanti sono resuscitati dalle varie rimborsopoli che negli ultimi anni hanno coinvolto quasi tutte le Regioni. Come Jari Colla dalla Lombardia ed Elena Maccati dalla Liguria. Il primo ha restituito 37 mila euro, la seconda ha patteggiato un anno di pena.