I vincitori e i vinti: dall’upper class M5S al Salvini De Gasperi

Iniziamo da chi ha vinto. Per esempio Elio Lannutti, il senatore Cinquestelle sempre dalla parte dei cittadini: “Non si digerisce, per inghiottirla ho dovuto chiudere gli occhi e pregare che il mio stomaco fosse compassionevole”. È alla buvette ma non parla del salmone andato a male. Il bocconcino storto, amarissimo si chiama Elisabetta Casellati, la pretoriana di Berlusconi, l’avvocatessa delle leggi ad personam. Lui l’ha dovuta votare e Andrea Cioffi, della stessa squadra pentastellata, fa training autogeno: “Ma chi ha cacciato Berlusconi da questa Aula? Chi se non noi?”. Tolto il reflusso gastrico, che pure è stato potente per alcuni, la partita doppia ieri non ha avuto storia. E il silenzio col quale il Transatlantico di palazzo Madama ha accolto il passaggio di Matteo Salvini verso l’Aula, con una deferenza che neanche a De Gasperi fu riservata, marchia a fuoco il senso della svolta.

Il forzista Renato Brunetta, che nei momenti di calma è ipercinetico, ieri era letteralmente in fiamme. Avvolto da lingue di fuoco, da una rabbia nero fumo, procedeva al telefono sviluppando cerchi concentrici. Non ha mai smesso di girare in tondo per una buona mezz’ora, e mai ha staccato dalle orecchie lo smartphone: “Pe-ri-co-lo-so”. “Non sarò più capogruppo, è un mestiere troppo pericoloso”. Infuriato per la piega degli eventi e per il sopruso col quale Salvini ha steso il titolare della ditta, e l’irrisione di cui ha poi dato prova dopo essere uscito da palazzo Grazioli: “Gli ho portato un gelato”. Sottinteso: al vecchio. E grassa, pingue, sonora la risata di Toninelli, la gioia con la quale lui e Di Maio hanno salutato Fico sullo scranno di presidente della Camera, come lieve, di circostanza, ridotta a un puro esercizio muscolare quella di Luigi Zanda, capogruppo in uscita di un Pd in disarmo: “Mamma mia, meglio non pensare a quel che abbiamo fatto. Anzi, a quel che non abbiamo fatto. Ma vedo che quello parla, parla”.

Quello è Matteo Renzi che in effetti da venerdì non smette di cianciare: “Che dite? Vado prima in bagno e poi ad ascoltare il discorso della nuova presidente?”. Battute slabbrate, senza fibra e un sorriso un po’ incosciente e un po’ impotente. Il vecchio Umberto Bossi è adagiato su una poltrona del bar Giolitti, ai bordi di Montecitorio, a bere la solita acqua tonica. È lui l’ultimo vietcong, l’unico vero padano e berlusconiano, l’unico a immaginare Salvini appeso a testa in giù, “come Mussolini” per la pugnalata data all’amico e fideiussore Silvio: “Poteva costarci la Lombardia e il Veneto”.

Invece no, la lama Matteo il giovane l’ha conficcata nel costato di Forza Italia e l’ha tirata via soltanto quando l’ex leader si è arreso, confortato dagli amici di sempre, Confalonieri e Galliani, quest’ultimo, oggi legislatore, sempre sconfortato con la realtà che ha trasferito tra i gregari sia il grande Milan che il grande Capo. Un altro vecchio, Giorgio Napolitano, nell’ultimo atto della sua lunga vita, si commuove salutando “questi splendidi segretari di presidenza”, che gli hanno permesso di guidare in surplace la prima seduta del Senato. Quattro giovani senatori: due dei Cinquestelle, uno del Pd, uno della Lega. “Mi chiamo Roberto Rampi, sono stato appena eletto per il Pd”. Al senatore Rampi, una barba bella e folta, il sorriso ancora fanciullesco e la voglia di guardare lontano: “Per me questa non è una giornata storta”. “Per me la Casellati non è stata un problema. Non vedo proprio il perché, comunque piacere, sono Grassi, ordinario di diritto civile e senatore Cinquestelle”. Piacere. È la upper class grillina. Mai perturbata e con quel tocco in più di realpolitik.

Un altro mondo e un altro modo i nuovi saliti sul carro dei vincitori. Di Maio li ha scelti con cura e a vederli all’opera, molto distinti, eleganti, pieni di premure, si direbbe che li abbia selezionati per un viaggio al governo già abbondantemente iniziato.

Pier Ferdinando Casini, ricordate? È qui che spiega, discute, illustra. Se mai fosse esistito un mago che gli avesse predetto di finire intruppato tra gli eredi del Pci lo avrebbe di certo fatto internare. Eppure è lui l’eletto di Bologna per il Partito democratico. E invece Pietro Grasso? Non più presidente né leader. Senatore a scartamento ridotto, senza altro da fare che pensare a quel che è stato e non sarà. Un posticino nell’emiciclo all’estrema sinistra, proprio dove mai avrebbe immaginato di essere destinato. Ultimo tra gli ultimi. Proprio come Paolo Romani, fino a ieri coccoloso e ora invece scoperchiato di rabbia: “Abbiamo lasciato a Salvini di fare tutto in nostro nome”.

Resa, sconfitta, amarezza e rabbia. Ognuno la contiene come può. Gentile, misurata, Annamaria Bernini, mandata allo sbaraglio e impallinata senza colpe dal contropiede salviniano, la prende per il verso giusto: “Sto confortando le mie collaboratrici. Guardate che non è finito il mondo, verrà il momento”.

“Caro presidente, vaffan…” B. cacciò Romani e Brunetta

La lunga notte del berlusconismo a Palazzo Grazioli continua con la luce del giorno, di mattina, alla vigilia della domenica delle Palme. Ma Paolo Romani e Renato Brunetta non agitano ramoscelli d’ulivo, segno universale di pace. I loro volti ingrugniti, scorticati dallo stress più che dalla mancanza di sonno, si avvampano di rabbia quando scorgono un comunicato stampa vergato da Silvio Berlusconi.

È la prima stesura della resa dell’ex Cavaliere all’alleato vincitore Matteo Salvini. In pratica accetta Anna Maria Bernini come candidato alla presidenza del Senato. Ci ha riflettuto tutta la notte. “Anna Maria è sempre stata la mia candidata naturale”. Balena finanche il sospetto, fondatissimo, che lo sfregio leghista dell’altra sera, i 57 voti a Bernini, sia stato avallato dallo stesso B., per costringere Romani al passo indietro.

Romani & Brunetta leggono e all’unisono sbottano: “Caro Presidente ma vattene a fare in culo, noi ce ne andiamo e ci facciamo un altro partito”. Immobile nella sua maschera mattutina di Ottuagenario insonne, B. è crudele nella risposta, già riservata ad altri esuli rompitori come Fini o Alfano: “Bene, vorrà dire che senza di voi Forza Italia prenderà il 5 per cento in più”. La coppia di capigruppo si alza e se ne va. Cacciati.

Il loro abbandono genera un equivoco che fa ammattire i giornalisti che presidiano Palazzo Grazioli, poco prima delle dieci. Vedono Romani e Brunetta uscire e pensano che il vertice sia finito. Invece no.

Nella residenza romana, infatti, ci sono ancora una volta Matteo Salvini e Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia, per sua stessa ammissione, si calca sul capo un immaginario casco blu dell’Onu per riportare ordine e armonia. Appena poche ore prima, sul finire del venerdì precedente, il berlusconismo di Romani e Brunetta ha dichiarato rotto il centrodestra. Il casus belli sono i citati 57 voti leghisti a Bernini nella seconda votazione al Senato. E il vertice dopo la rottura, convocato per le nove di mattina, fa presagire un altro colpo di scena.

Pace, non più guerra.

Solo che a spuntarla, contro il divisivo e condannato Romani, non è più Bernini. L’accordo tra centrodestra e grillini prevede un doppio sacrificio. Bernini da un lato. Fraccaro dall’altro. Il nome terzo che s’impone è quello di Elisabetta Alberti Casellati da Padova, scelta da Niccolò Ghedini con il consenso di Gianni Letta. Casellati e Ghedini, entrambi di Padova, entrambi avvocati, entrambi esperti di leggi ad personam. È il pragmatismo di Berlusconi. La “roba” innanzitutto. Cade pure la condizione di incontrare Luigi Di Maio per concordare il fatidico nome. Era diventata una questione d’onore, a sentire il sempre energico Brunetta.

Cade tutto, da Romani in giù. L’ex Cavaliere ha capito che il Pd è morente e l’unica garanzia che ha per tutelarsi è rimanere agganciato al vincente Salvini. L’aveva fatto capire durante l’ultima visita del leader leghista ad Arcore. “Caro Matteo, ti presento i miei figli: Marina e Pier Silvio”.

Torniamo sulle promettentissime tracce di Brunetta e Romani. I due vanno al Senato e non fanno dichiarazioni, stranamente. “Non siamo autorizzati a parlare”.

Una volta dentro, però, Romani non si trattiene più coi suoi fedelissimi, che gli chiedono spiegazioni. Ulula Romani, solitamente composto fino all’ultimo capello. Ulula e urla. Con lui c’è anche la figlia del peculato, che usò il suo telefonino da assessore di Monza. “Quello è ormai rincoglionito e bollito”. “Quello” è il Presidente di cui sopra. Silvio Berlusconi.

A Palazzo Madama va in scena la terza votazione. Indi lo spoglio delle schede. Giorgio Napolitano comincia la monotona e lunga litania di “Alberti Casellati” e Romani esce dall’aula, diretto alla buvette a uso e consumo degli avidi giornalisti. E dà soddisfazione Romani, eccome se la dà: “Sono preoccupato. Non ho condiviso queste scelte, non per la mia persona ma per quello che ci aspetta. Ora vediamo cosa accade. Non mi pronuncio, spero di avere torto”.

Lui e Brunetta volevano la rottura totale con i Cinquestelle e prendersi il Senato e basta. Lo spoglio finisce e Salvini ritorna a Palazzo Grazioli per festeggiare. C’è Dudù che abbaia come posseduto. B. a Salvini: “Mi fido di te”. Alla Camera, alcuni deputati azzurri minacciano di raccogliere firme contro la conferma di Brunetta a capogruppo. L’energico “Renato” risponde a tono: “State sereni, sono io che non lo voglio fare più”. Al suo posto Gelmini. Al Senato, Bernini sostituirà Romani. Forza Italia quasi non esiste più. Solo macerie. Nascerà Lega Italia?

L’alba dei nuovi telegiornali Rai

Non c’è nulla di più elastico di un telegiornale Rai. I tempi politici cambiano in fretta, e in fretta cambiano le scalette, i titoli, i linguaggi, la scrittura. Il giorno prima del voto, intervistone sdraiato a Paolo Gentiloni, in apertura del notiziario delle 20. Il giorno dell’elezione di Fico, intervistone sdraiato a Luigi Di Maio: i rapporti di forza sono cambiati. E poi c’è il racconto del nuovo presidente della Camera. “Napoletano, classe 74, laurea con lode in scienze della comunicazione”. Con lode. “Entra in Parlamento nel 2013 e viene eletto presidente della commissione di vigilanza Rai, rinuncia all’indennità di funzione e all’auto blu (…). Fico non manca di mettere in guardia dagli eccessi di personalismo e egocentrismo“. Quasi un santo laico. “In campagna elettorale, per presentare il programma, sceglie di andare casa per casa. Ora per lui l’inizio di quella che ha definito ‘un’avventura meravigliosa’”. Anche il Tg2 dipinge un ritratto vellutato del nuovo grillino isituzionale, partendo da un Fico “commosso” che ripete: “Si avvera un sogno meraviglioso”. Non deve essere un caso che siano proprio i due tg più ostili ai 5Stelle i primi a cambiare registro. Quello del Tg2 è particolarmente enfatico: “Nella scorsa legislatura riveste il ruolo di presidente della commissione di vigilanza Rai, apprezzato in modo bipartisan per il suo equilibrio e il suo rigore professionale”. C’è addirittura un errore, per eccesso di zelo: “Riconfermato deputato, Fico risulta il più votato del Movimento nella sua campania”. Non è così: i più votati in Campania sono stati Di Maio, Rina De Lorenzo e Vincenzo Spadafora. Anche alle primarie online per il Parlamento è stato il candidato premier a prendere più clic. Ma è il giorno di Fico: “A lui è riconosciuta quell’esperienza di gestione dell’aula che era stata richiesta dal centrodestra come qualità prioritaria nella scelta del candidato per Montecitorio”, conclude il Tg2. È il potere, bellezza. Anche i ritratti di Maria Elisabetta Alberti Casellati nei notiziari Rai sono edulcorati: non si citano le sue frasi sulle “toghe rosse”, né la marcia sul tribunale di Milano ai tempi di Ruby, le leggi ad personam o la figlia assunta al ministero della Salute. Ma questo sorprende meno.

La scudiera di B. che ha trovato ancora un posto per la figlia

Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato della Repubblica numero ventidue, ringrazia commossa. E l’aula applaude. Ha un singulto, e l’aula la sorregge. Celebra il Risorgimento, e l’aula scatta in piedi. Come se non fosse la stessa Maria Elisabetta Alberti Casellati, avvocata matrimonialista, vent’anni in Parlamento con Forza Italia, la versione femminile di Niccolò Ghedini, difensore d’ufficio in televisione di Silvio Berlusconi, sottosegretaria di Angelino Alfano al ministero della Giustizia nell’epoca di lodi e leggi per salvare il Cavaliere, ambasciatrice dei forzisti nel Consiglio superiore della magistratura, appena rientrata in politica per assurgere alla seconda carica dello Stato.

Tutto dimenticato, tutto perdonato: “La scelta che avete compiuto, eleggendo la prima volta una donna, rappresenta una responsabilità che non posso celare dietro ai preamboli di circostanza. Un onore, una responsabilità che sento di condividere proprio con le donne che con le loro storie, azioni, esempi e coraggio hanno costruito l’Italia di oggi”. E allora, riaprendo il librone polveroso della memoria, che Italia ha costruito Maria Elisabetta Casellati, nata a Rovigo nel ‘46 e residente a Padova? Nel dicembre del 2004, per suggellare una brillante militanza in Forza Italia, il premier Silvio Berlusconi la promuove a sottosegretaria al ministero della Salute.

Un paio di mesi di ricerca e da Publitalia, la società di Mediaset che raccoglie miliardi di euro di pubblicità, ingaggia il capo della segreteria con un compenso di 60.000 euro: si chiama Ludovica Casellati, la figlia. Ludovica affronta le polemiche, e resiste al ministero: “Ci ho messo dieci anni perché non mi chiamassero ‘figlia di’ e adesso non vorrei passare per quella aiutata da mammina”. Così rientra a Mediaset, si dedica pure al giornalismo verde e, lasciata Publitalia, fonda “Green life” che edita la rivista Viaggi in bici. Barbara Degani, originaria di Torino, cresciuta a Padova e da sempre in Forza Italia, viene nominata sottosegretaria al ministero dell’Ambiente. Ha bisogno di una portavoce, si guarda intorno, non oltre Padova forse, e indica Ludovica Casellati: l’incarico (di 40.000 euro l’anno) parte nel 2014 con Renzi, prosegue nel 2016 con Gentiloni e finirà con l’arrivo del prossimo governo. Coincidenze, soltanto coincidenze. Maria Elisabetta Alberti Casellati è in buona fede e quel librone della memoria lo dimostra.

Condanna per frode fiscale di Berlusconi. “La decisione della Cassazione di fissare in tempi record l’udienza per il processo Mediaset conferma ancora una volta come ci sia una giustizia ad personam”.

Evasione, che sciocchezza. “Che senso ha pensare a raggiri, a costruzioni di società fittizie per evadere, nel giro di decine di anni, 7 milioni di euro dopo averne sborsati nello stesso periodo 567? Non si sono accorti che tale somma equivale a due mensilità di mantenimento a favore della signora Lario”.

Cene eleganti ad Arcore e parentele larghe. “’Esiste una registrazione di una conversazione, Berlusconi era convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak”. Ruby è marocchina, Mubarak egiziano.

Le sentenze che non si sentono. “Cassazione o meno, Berlusconi è e rimane l’unico e irrinunciabile leader politico di Forza Italia e del centrodestra. Oggi con una sentenza che completa un percorso giudiziario lastricato da distorsioni giuridiche, palesi incostituzionalità, si è raggiunto il traguardo coltivato da venti anni di estromettere Berlusconi dalla scena politica. Un vero e proprio scippo della democrazia. Ma stiano sereni”.

Olgettine e opere di carità. “Berlusconi paga le ragazze giovani? È generoso con tutti, anche con le persone bisognose che incontra per strada. In una manifestazione di piazza, c’era una donna, che non aveva i denti. Le ha dato dei soldi per comprarsi la dentiera”.

Senatori o calciatori? “Il Senato si costituisce parte civile nel processo sulla compravendita? È evidente che Grasso non può garantire quel ruolo di terzietà. Si dimetta. La democrazia è a rischio”.

Carlo Rubbia, chi era costui? “Pur rispettando il Capo dello Stato e i senatori a vita, dalle carte trasmesse alla Giunta, non sono emersi elementi sufficienti a identificare gli ‘altissimi’ meriti scientifici e sociali di Caudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia”.

Quei cattivoni dei tedeschi. “Berlusconi è stato eliminato con un colpo di Stato nel 2011 perché era l’unico che voleva difendere l’Italia dallo strapotere della Germania e dei poteri forti”.

Ha occupato con Alfano & C. il palazzo di Giustizia di Milano per protestare contro la “persecuzione dei magistrati” del Cavaliere bianco e s’è vestita di nero, però, nel giorno della decadenza da senatore. Ieri ha citato Liliana Segre, senatrice a vita e sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, per rievocare la lotta di Liberazione. Casellati ha poca memoria e, per sua fortuna, anche i colleghi senatori.

Fico, il “romantico” fedelissimo di Beppe che sfidò Di Maio

Otto per fila, sull’attenti ai lati del tappeto rosso, i commessi della Camera rendono per la prima volta onore al nuovo Presidente, Roberto Fico. Discreto contrappasso per uno che da tre anni almeno va predicando la guerra al “vippame” e che nei meet up si era messo a “curare la sindrome da passerella”.

Non che sia uno a cui non piace la prima fila: si è fatto avanti nel 2010 come candidato presidente della Regione Campania, l’anno dopo ha provato a fare il sindaco di Napoli, poi è arrivato il Parlamento, la prima corsa per lo scranno più alto di Montecitorio (allora si fermò a 110 voti, lo votarono solo i suoi) e ancora la presidenza della commissione di Vigilanza Rai. E pure nel Movimento ha fatto strada: primo fondatore di un meet up, era al tavolo in cui si scrisse il non-Statuto, membro del Direttorio, protagonista indiscusso (non per la gioia dei fondatori) delle kermesse di Palermo e Rimini, dove ha tuonato contro il Movimento che “si accomoda” e dimentica i principi delle origini.

I nemici lo chiamavano “mister 0%”, perché le prime due volte in cui si è messo in gioco nelle urne non ha superato la soglia del 2. Però da allora un po’ di cose sono cambiate. E adesso, nel Movimento Cinque Stelle, può rivendicare di essere uno dei pochi (probabilmente l’unico di sesso maschile) ad aver affrontato a viso scoperto l’intoccabile Luigi Di Maio.

Gliene hanno dette di tutte i colori, in quei giorni. E c’è da scommettere che ricominceranno appena poggiati i calici con cui si è brindato alla sua elezione. “Ma dove va?”, la risposta a chi sollevava timori sulla sua sfida al capo. Beppe Grillo gli ha sempre voluto bene e lui, quel giudizio generale, lo traduceva in virtù: “È uno romantico”. Lo ha ribadito anche ieri, quando ha detto che al vertice della Camera c’è “un nuovo super eroe nazionale, persona integra e civile: un cittadino, Roberto”. La stima è ricambiata, per usare un eufemismo. A Fico (e non solo a lui), quell’ex comico genovese ha cambiato la vita: “La riconoscenza – disse al Corriere – è un grande atto di valore: per me Beppe Grillo è patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti, la costiera amalfitana o la musica”.

Si sono conosciuti tredici anni fa, nel 2005: a Napoli Fico è il primo fondatore di un meet up “Amici di Beppe Grillo”. All’epoca il futuro presidente della Camera ha trent’anni, si è laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato in un call center, fatto l’editor per libri scolastici e diretto un albergo. Poi basta: ha vissuto con i risparmi e ne ha investito qualcuno in società con Abdul Alì Benyamna per importare foulard, stole, copriletto e valigie dal Marocco. La start-up Jaara chiude dopo un paio di anni, prima del suo approdo a reddito zero in Parlamento dove, va detto, rinuncerà all’auto blu e all’indennità di 26 mila euro l’anno che gli sarebbe spettata per il suo incarico a San Macuto. Anche da presidente della Vigilanza Rai si è fatto sentire soprattutto su questo (il tetto agli stipendi, il contratto di Vespa…) e nel suo discorso di insediamento a Montecitorio – prima di salire a piedi al Quirinale – ha chiarito subito che intende “razionalizzare i costi, senza per questo tagliare i costi della democrazia”. Ha parlato di “beni comuni”, dicendo che è così che è iniziato il suo impegno politico e che lo ha “condotto su una strada totalmente inaspettata”.

Lo sa bene Vega Colonnese, una di quelle con cui tutto cominciò: “Ammetto che oggi mi sarebbe piaciuto essere lì (non si è ricandidata, ndr). Bravo Roberto”. E come lei i compagni storici delle battaglie napoletane: Paola Nugnes, Luigi Gallo, Salvatore Micillo.

Proprio a Napoli ha rischiato, Fico: con la sindaca di Quarto, Rosa Capuozzo, che lo accusava di non aver dato seguito alle sue denunce sul pressing di un consigliere (ma è finita male lei: prima espulsa dal M5S, poi decaduta da prima cittadina in attesa di ricorso). Eppure non è uno morbido: sempre schierato a favore delle espulsioni, piuttosto incline a sottolineare gli errori, anche quelli su cui il Movimento voleva soprassedere: “Marra?”, disse a proposito del fedelissimo di Virginia Raggi finito agli arresti, “è chiaro che per me non è solo un tecnico”. Il fallito blitz per l’alleanza con l’Alde? “Un errore che andrebbe ammesso”. Il nuovo statuto del Movimento? “Il candidato premier non è capo della vita politica generale del Movimento”. E ancora la virata a destra del M5S: “Non siamo né trumpiani né salviniani, Dio ce ne scampi”. Ieri è diventato presidente della Camera anche con i voti della Lega.

B. cede, eletti i presidenti. Ma ora il Colle è in difficoltà

Alla fine Silvio Berlusconi china il capo e accetta quel che è inevitabile: Forza Italia ottiene una inutile presidenza del Senato per Elisabetta Alberti Casellati che strappa 240 voti su 321 ma segna pure il rompete le righe nell’ex partitone dell’ex Cavaliere.

Nella sfida a chi frena per ultimo nel centrodestra vince Matteo Salvini, che impone la linea della Lega e tiene unita la coalizione sotto il suo dominio, anche grazie ai buoni uffici dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: ai forzisti va il Senato, ma con lo schema di gioco deciso dal Carroccio. Il risultato è l’implosione di quel che resta di Forza Italia, che rende ulteriormente la nuova Lega nazionale di Salvini il punto di riferimento per quanti nei territori vogliano ancora avere qualche speranza di poltrona a destra.

L’altro (mezzo) vincitore di questo primo atto della legislatura è il Movimento 5 Stelle, che incassa con 420 voti su 630 la presidenza della Camera e lo fa piazzando ai vertici di Montecitorio il capo della minoranza interna, Roberto Fico, da ieri ibernato nel ruolo istituzionale e di sicuro meno in grado di dare fastidio al “capo politico” Luigi Di Maio e ai suoi sogni governativi. Per ottenere l’avvio della “stagione del cambiamento”, però, i 5 Stelle ingoiano a Palazzo Madama il voto a favore della Alberti Casellati, una pasdaran berlusconiana in purezza, sodale dell’avvocato Niccolò Ghedini e sottosegretario alla Giustizia all’epoca dei lodi e delle leggi ad personam. Roba che quasi fa rimpiangere il cellulare malandrino affidato da Paolo Romani a sua figlia.

È la stessa perplessità per la biografia politica della nuova presidente del Senato che si coglie nello stupore – visti i rilievi avanzati per la candidatura di Romani – con cui ambienti vicini al Quirinale hanno registrato la notizia della convergenza di centrodestra e M5S sul nome dell’avvocata azzurra. Tanto più che l’attuale inquilino del Quirinale conosce assai bene la seconda carica dello Stato avendola avuta nel Consiglio superiore della magistratura (che presiede) fino a ieri e vista all’opera in Parlamento e nel governo fino al 2008.

Uno stupore in cui si legge in controluce il forzato addio ad una delle possibilità pure messe in conto dalla prassi costituzionale per uscire da crisi politiche particolarmente scabrose: nessuno dei due presidenti delle Camere è personalità adatta a ricevere un incarico esplorativo, nè tantomeno per un governo istituzionale. Non certo Fico, ma nemmeno la seconda carica dello Stato. Sergio Mattarella dunque, se le forze politiche non troveranno da sole il modo di far partire la legislatura creando un governo, dovrà essere particolarmente fantasioso.

Il problema è che l’asse Lega-5 Stelle con cui sono stati eletti i presidenti di Camera e Senato è una schema difficilmente replicabile per un esecutivo pienamente politico. I contatti tra i due gruppi ci sono, e non solo tra Lega e Movimento ovviamente, il problema è che le legittime ambizioni e interessi dell’una e dell’altro difficilmente si potranno conciliare in un vero governo.

Salvini, per esempio, ha tutto l’interesse a tenere compatta la coalizione per ereditarla tutta intera col tempo. E se il centrodestra resta compatto rappresenta il gruppo politico di maggioranza relativa all’interno del Parlamento (265 deputati e 137 senatori contro i 227 e 112 dei 5 Stelle) sarebbe anche l’area politica a cui spetta l’incarico di governo: e non a caso Salvini continua a dire che lui ha tutte le intenzioni di andare a Palazzo Chigi in prima persona. Problema: i Cinque Stelle non sosterrebbero mai un governo a guida Salvini. La speranza di Di Maio è spaccare la coalizione di centrodestra, ma anche così è difficilmente pensabile che la Lega appoggi un governo presieduto da lui e, in ogni caso, che faccia a lungo da spalla al Movimento.

E qui si torna allo stupore quirinalizio: l’incarico a una personalità istituzionale che ha già avuto i voti di un ramo del Parlamento è un escamotage senza tempo per uscire dalle impasse politiche, ma con Alberti Casellati al Colle hanno tolto pure la sempre sicura carta della seconda carica dello Stato.

Intanto, Grillo…

Venerdì sera, mentre Di Maio e Salvini tumulavano la salma del Caimano che ha 5 anni più della somma delle loro età, ero al teatro Flaiano di Roma, a 50 metri esatti da Palazzo Grazioli, il luogo delle esequie. C’era Insomnia, lo spettacolo di Beppe Grillo, che sta per compierne 70, ma ha un’energia e una curiosità che fanno sentire vecchi anche i bambini. Lo show dovrebbe durare un’ora e mezza: va avanti per due e mezza. Poi prosegue per altre tre a tavola, alla cena con un po’ di amici nelle segrete del teatro, dove un tempo facevano notte Flaiano, Fellini e altri geni. Grillo sa dei tanti giornalisti in sala (quelli del “lui ha detto che quello avrebbe detto”) pronti a carpire una frase, un sospiro, un’increspatura della barba sulle trattative per i presidenti delle Camere. E li delude: “Ho un repertorio della Madonna su queste cose, ma non voglio imbarazzare il Movimento: però, appena fanno questi cazzo di presidenti, mi scateno!”. Due sole battute non riesce proprio a trattenerle. Una su Renzi: “L’ebete mi sono bastati 30 secondi in streaming per inquadrarlo, ma come avete fatto a prenderlo sul serio per quattro anni?”. E una su B.: “Ora lo psiconano vuole incontrarci, vorrà capire se nel Movimento c’è fica. Ma le nostre sono donne diverse dalle sue, forse non la danno neanche ai mariti. E hanno appena cominciato a depilarsi”.

Pochi secondi in due ore e mezza di spettacolo torrenziale, quasi tutto dedicato alle nuove tecnologie e ai cambiamenti del pianeta. Al futuro federalismo basato sulle grandi città. Alle migrazioni che “vanno gestite e non ostacolate coi muri”. Ai big data, ai bitcoin, alle nuove catene umane web a prova di hacker (blockchain). All’intelligenza artificiale. Al reddito di cittadinanza come antipasto del reddito universale, “per trasformare i milioni di esclusi invisibili in individui protagonisti”. Ad altre cose che più “di sinistra” non si può e che nessun leader di sinistra dice mai (almeno in Italia). All’ultima risata di Dario Fo intubato e incosciente nel letto di ospedale: “Mulinava braccia e mani per dipingere in aria i suoi sogni e io gli sussurrai all’orecchio: ‘Ma i quadri che mi hai regalato, ora che te ne vai, valgono di più?’”. Al nuovo blog sganciato da quello dei 5Stelle. Al prossimo viaggio in Norvegia sulle tracce degli orsi bianchi che “si estinguono perchè non trovano più pesci, digiunano e diventano gialli, così pure le foche li sgamano da lontano e non si fanno mangiare manco loro”. Riecco, in un teatrino di 150 posti, l’artista-utopista che la politica aveva rubato al pubblico: “Una volta riempivo i palasport, ora riparto dai cabaret”.

Anche se sapesse che i suoi si stanno accordando su Maria Elisabetta Casellati Alberti Serbelloni Mazzanti Viendalmare, cioè l’avvocato Ghedini con parrucca e gonna, quella che da sottosegretaria fece assumere la figlia al ministero, che strillava al golpe ogni volta che processavano il Caimano, che riusciva a restare seria su Ruby nipote di Mubarak, Grillo non farebbe un plissè. Un po’ perchè condivide la svolta governista: “Da bambino, per stare sicura, mia mamma mi affidava al nostro vicino di casa, Donato Bilancia: lo capite perchè non mi fa paura niente e nessuno?”. Un po’ perchè si è felicemente liberato dell’uniforme, anzi della camicia di forza di “capo politico” (“ho abdicato, poi non più, poi di nuovo…”) che l’ha costretto per anni a mordersi la lingua appena gli usciva una battuta (“io che per una battuta sarei disposto a morire, appena ne facevo una ricevevo le proteste del tal meetup, del tal candidato”). Meglio il “garante” a debita distanza: “Di Maio l’ho conosciuto dieci anni fa in un bar di Pomigliano, ero con Alex Zanotelli in tour per le discariche col megafono, Luigi era lì con altri quattro ragazzi uguali a lui: cinque Di Maio col sopracciglio unico, i capelli neri, la pelle scura, sembravano tutti immigrati. Ora sono bravissimi a fare le cose che devono fare, ma che io non potrei mai fare. In questa fase, per il Movimento, io sono un pericolo pubblico”.

Incapace di parlare coi politici per tentare alleanze (“Stiamo andando al governo… ma io scherzavo!”), preferisce dialogare sul palco con gli amici neurologo e ingegnere. E raccontare dei top manager Toyota e dei diplomatici cinesi che vogliono incontrarlo e, prevenuti per quel che si scrive di lui, “si stupiscono perchè non monto subito sul tavolo e non li mando affanculo, anzi parlo persino in italiano e ho letto qualche libro”. Fermo restando che “la parolaccia è sempre meno volgare dell’orecchio che la ascolta”, perchè “è più volgare un buongiorno detto da uno stronzo che un vaffanculo detto da un amico. E comunque il Movimento è nato da un urlo, non da una parolaccia”. Invece il Grillo “politico” nacque un po’ grazie a Craxi: “Poteva distruggermi con una controbattuta, e invece chiese alla Rai di cacciarmi per una gag sul suo viaggio in Cina”. E un po’ grazie al Pd: “Gli ho offerto il nostro programma gratis, mi sono iscritto alla sezione di Arzachena, mi sono candidato alle primarie: se mi avessero fatto parlare al congresso, mica avrei fondato un movimento. Ora la sinistra scompare perchè è snob, non ha più un linguaggio, è noiosa”. Alle tre, quando si alza da tavola, corre ormai voce dell’accordo su Fico e Casellati. Ma Grillo sta raccontando con l’occhio ispirato gli esperimenti francesi per trasmettere Internet non più sulle onde radio, ma su quelle luminose, e i corsi in Cina per disintossicare la gente dalla Iphone-dipendenza. Pare brutto disturbarlo con le miserie di palazzo. Lui, con la testa, è già sul pack. A maggio, mentre qui si parlerà ancora del governo che non c’è, inseguirà gli orsi polari. E anche così, a modo suo, farà il “garante”: un promemoria ambulante per ricordare ai suoi 333 eletti perchè sono lì.

La Formula Uno tra giovani glorie e vecchi schemi per annoiarsi meno

Ci scusi Lewis Hamilton, che ha iniziato la nuova stagione di Formula Uno come l’aveva finita, cioè correndo più forte di tutti nelle prime qualifiche che si sono svolte ieri a Melbourne. Più della sua indubbia abilità nel condurre in pista la nuova Mercedes ci interessa il suo look: finalmente un po’ di vivacità, in un mondo che tendeva alla monotonia oltre che alla monoposto.

Cool, ovviamente. Collana rap al collo, taglio di capelli all’Insigne (sic), magliettina della salute con i loghi degli sponsor, non invadenti, per fortuna. Lewis sprizza soddisfazione: non tanto per il risultato, quanto per il contratto più miliardario della storia (sui 150 milioni di dollari) che lo lega alla Mercedes il prossimo biennio. Il fatto è che da due anni il Circo di Formula Uno è passato dalle mani di Bernie Ecclestone a quelle del colosso statunitense Liberty Media, il quale vorrebbe ribaltare regole e programmi per rilanciare uno sport – o meglio, l’esasperazione di uno sport – che cominciava a mostrare inquietanti segnali d’usura e noia. I team vorrebbero avere tre auto e giocarsela meglio. Gli organizzatori preferiscono più scuderie. Ma questo è solo uno dei tanti scogli. La geopolitica ha eliminato l’appuntamento della Malesia e non è andata a buon fine la trattativa per riportare nel giro lo storico circuito olandese di Zandvoort, mentre si è ritornati al piccolo snob circuito Paul Ricard che vuol dire Costa Azzurra (un bel bis con Montecarlo). I tedeschi che si sentono i più forti hanno ottenuto il loro Grosser Preis, a Hockhenheim, anche questo un ritorno al passato. In realtà, servono circuiti dove poter vedere sorpassi, e non interminabili assolo, come negli ultimi anni. Ci vuole cattiveria, perché questa è il sale della competizione: ma non soltanto alla partenza, come invece è capitato. Cattiveria vuol dire polemiche, e quindi audience. Certo, nei limiti della sicurezza: ma quando la sicurezza condiziona le corse, il risultato è spesso scontato. Tanto vale fare come nel ciclismo, le corse a cronometro… Cosa sopravvive della vecchia popolarità?

La velocità non è più un totem, sebbene resti ancora un vizio, almeno in Italia, ben radicato. Ma non è più come una volta, quando si diceva che ognuno di noi, nel profondo, nascondeva l’indole pericolosa del pilota di Formula Uno. È l’evoluzione della società. Siamo passati dal futurismo che esaltava la velocità, al futuro che prevede auto ibride, elettriche, a conduzione autonoma, a propulsione idrogena, a batterie solari, vetture sempre più “contenute”, e modi di guidare più razionali, meno scriteriati.

Dove audacia e rapidità devono lasciare il posto a prudenza e risparmio. L’azzardo in pista fa spettacolo, ma nella società di oggi, l’azzardo fa paura. La tecnologia, invece, è sempre più sinonimo di affidabilità. E i tempi di trasferimento delle tecnologie avanzate dalle monoposto alle nostre auto si stanno sempre più restringendo. Per questo le grandi case automobilistiche sfruttano la F1. In questa vetrina della qualità, il made in Italy è in prima fila. La Ferrari, infatti, è la scuderia che è sempre stata presente, fin dal 1952, e che vanta il maggior numero di titoli (15). Detto questo, bisogna segnalare che la Rai non manderà in onda più la diretta dei Gran Premi, ad eccezione di Monza. Sky ha concesso solo quattro gare in diretta e in chiaro su TV8, le altre in differita. L’orientamento è trasmettere ormai tutto sulle pay-tv, e c’è un progetto che prevede addirittura una sorta di piattaforma F1 Tv Pro, ma per il momento si è nella fase pre-testing, come dicono gli esperti del ramo.

Quanto ai protagonisti del serial a quattroruote, poche novità. I personaggi principali, i candidati cioè al titolo sono tre: Hamilton, Vettel e il ventunenne Max Verstappen, l’enfant terrible della compagnia. Ci sarebbe un quarto outsider, Daniel Ricciardo). Il resto? Contorno. Dimenticavamo che negli organici dei piloti c’è un italiano, Antonio Giovinazzi da Martina Franca, 24 anni e tanti sogni. È a disposizione della Ferrari e dell’Alfa Romeo Sauber. Gran talento. Ma in panchina. Un’ingiustizia. Il buon Vettel, che ha sfoggiato una bella capigliatura alla mohicana, ha battezzato la nuova Ferrari con il nome di Loria: “Se vinco, diventerà Gloria”. Dice di essere ottimista e di sapere pure perché. Ieri, in pista non l’abbiamo capito…

“Nuova” Italia, ma il dopo Ventura non arriva ancora

Dallo 0-0 con la Svezia che ci fece perdere la faccia al 2-0 amichevole inflittoci dall’Argentina e firmato da Banega e Lanzini sono passati quattro mesi. Tempi duri erano, tempi duri restano. Inutile illudersi o, peggio ancora, illudere.

Era il 13 novembre, e questa fu l’ultima Italia di Ventura (3-5-2): Buffon; Barzagli, Bonucci, Chiellini; Candreva (31’ st Bernardeschi), Parolo, Jorginho, Florenzi, Darmian (18’ st El Shaarawy); Immobile. Gabbiadini (18’ st Belotti). Questa, invece, la prima di Di Biagio, secondo il 4-3-3 a lui caro fin dalla Under: Buffon (alla 176ª presenza), poi Florenzi, Bonucci, Rugani e De Sciglio; a metà campo Parolo, Jorginho e Verratti; quindi Chiesa (al debutto), Immobile e Insigne, la cui panchina di San Siro, contro il catenaccione di mister Andersson, sembrò a molti di noi un “reato” di lesa maestà.

Non c’è Messi, il genio della lampada e di molto altro. Sampaoli ha le idee così chiare da “permettersi” Higuain di punta. Ha bocciato Dybala, ha rimandato Icardi, e al posto della Pulce sventola Lo Celso, alfiere del Paris Saint-Germain. Toccante il minuto di silenzio alla memoria di Astori e Houseman. L’Etihad Stadium è l’arena del Manchester City e segue la partita con il brusio delle beghine che, in chiesa, recitano il rosario.

Fuori dai Mondiali e senza ancora un presidente il calcio italiano si lecca le ferite. Sarà pure un traghettatore, Di Biagio, ma il problema non è il ct. Il problema sono i giocatori. Nessun fuoriclasse a bordo, se non il quarantenne Buffon, reattivo su Otamendi, Tagliafico e, soprattutto, Higuain, nonché simbolo di quel “compromesso storico” che coltiviamo dall’epoca della staffetta messicana tra Mazzola e Rivera.

L’Argentina di scorta ruota attorno a Fazio, Biglia e Lanzini. Si palleggia di qua, si sbadiglia di là. I dribbling di Di Maria sono piccoli petardi (ma che numero, la palla al Pipita), Chiesa mendica munizioni, Verratti e Jorginho cercano di dare un senso alla manovra. Dal nostro tridente, rare notizie e zero tiri. I sudamericani occupano piano piano il centro del ring e ci spingono alle corde.

Improvvisamente, Insigne. Succede in avvio di ripresa. Immobile lo smarca e il cocco di Sarri si divora un gol clamoroso. Di più: clamorosissimo. Un altro se lo mangia Lanzini, di testa (su parabola di Di Maria, migliore per distacco).

Dopo tanto russare, un po’ di bollicine. Era l’ora. Sono meno avari, i nostri; e Jorginho e Verratti, più precisi. Finalmente una sgommata di Chiesa; e finalmente Immobile. Caballero è lì, pronto. Comincia la giostra dei cambi; Zappacosta, Pellegrini e Candreva avvicendano Florenzi, Parolo e Chiesa: in pratica, tutta la catena di destra.

Ci prova ancora, Insigne. Cristante rimpiazza Verratti e Cutrone, altro “deb”, rileva Immobile. Il gol che spacca il barboso equilibrio lo sigla, al 75’, Banega, abile a sfruttare una leggerezza di Jorginho. Il diagonale dell’ex interista, che aveva sostituito Paredes, introduce il cin cin di Lanzini, servito da Higuain in capo a un contropiede vecchia maniera. Martedì sera a Wembley si replica: Inghilterra-Italia. Coraggio.

Wim Wenders segue Bergoglio: le prime foto del docufilm

“Un uomo di parola”, il docufilm su Papa Bergoglio di Wim Wenders che uscirà negli Usa il prossimo 18 maggio, distribuito da Focus Features, ci delizia già con le prime immagini. Sono state diffuse, infatti, le prime due foto di scena. Una (in alto) ritrae il regista e il pontefice sul set, mentre nell’altra, Bergoglio benedice un fedele. Più che di un doc, si tratta di un viaggio con Papa Francesco