“Riproduco il pensiero ossessivo delle vittime”

Leggere Emma Glass è un’esperienza che vi segnerà. La Carne (pubblicato da Il Saggiatore, ottimamente tradotto da Franca Cavagnoli) – il romanzo d’esordio della 30enne infermiera inglese – è una favola nera, surreale e poetica in cui racconta di Peach, una ragazza vegetariana che subisce una violenza carnale. Da parte di un uomo fatto di salsicce. Metaforico e capace di mescolare l’aulico e il profano, Glass trova una lingua dura che batte sulla pagina, raccontando il corpo straziato e violato, evocando il flusso di coscienza di Joyce e riuscendo a rendere alla perfezione l’esperienza del trauma. Sino alla catarsi finale: “Non credo al lieto fine ma la vendetta può non essere sufficiente a pareggiare i conti”. Bene e male, violenza e redenzione si affrontano in prosa e così facendo Emma Glass (che incontrerà i lettori in occasione di BookPride, la Fiera Nazionale dell’editoria indipendente a Milano, domenica 25 con Elena Stancanelli) ha convinto pubblico e critica. Al punto che George Saunders, fresco vincitore del Man Booker Prize, ha scritto: “Questo libro rinnova la fede nel potere della letteratura”. Con buona pace di chi continua a pensare che il romanzo sia morto da tempo.

Mrs. Glass, il suo libro è come una partitura musicale. Da dove nasce quel ritmo?

La potenza di James Joyce e Gertrude Stein mi ha sempre affascinato ma all’università volevano scrivessi solo qualcosa di commerciale. A me, invece, interessava parlare di come il male e il dolore possano imprigionarci nella nostra stessa mente. Mi affascina il lato surreale della realtà e per questo alla trama antepongo sempre la ricerca del ritmo, l’uso della punteggiatura, le ripetizioni.

Perché?

Il ritmo è cruciale per rendere i processi mentali delle vittime che subiscono un trauma e continuano a tornare e ritornare sui fatti con ossessività. Volevo che la lettura fosse un’esperienza viscerale da cui è impossibile fuggire. Credo davvero che la lettura possa condurci sino a una comprensione quasi fisica del dolore. La bellezza per me risiede tutta nelle parole che assumono senso solo grazie ai lettori.

Colpisce la sua ricerca della lingua del calvario.

Il libro si legge praticamente come l’ho scritto, ogni punto, ciascuna virgola è posizionata meticolosamente perché volevo trasmettere una sensazione di start-stop. Di caduta e inizio. Ho letto e riletto le prime righe lasciando fuori la rabbia, adottando la musicalità. Ma sapevo che la storia avrebbe funzionato solo ricorrendo ad un’astrazione. E così la mia protagonista, Peach (questo il titolo originale, ndr), diventa The Peach, La Pesca cioè qualcosa di bello ed elegante che alla fine si sarebbe decomposto. Proprio come una bellissima pesca, immersa nell’acqua, marcendo anziché purificandosi.

Se la mente diventa una prigione, non è possibile salvarsi?

No, non credo si possa scappare dalla trappola del dolore. Non ho vissuto quella violenza carnale che racconto ma tutti noi abbiamo subito un trauma, una ferita che ha cambiato il nostro mondo. Peach vive e rivive l’esperienza traumatica e alla fine si vendica brutalmente ma non è abbastanza. Il dolore fa già parte di lei.

Nessun lieto fine?

Non mi piace l’happy end, non vanno così le cose nella realtà.

A proposito di denuncia e violenze subìte, che ne pensa del movimento femminista #MeToo?

Credo che sia ancora un movimento non inclusivo. Ci si deve esporre pubblicamente e per farlo serve un approccio tecnologico, senza nessuna tutela nei confronti degli haters. Dobbiamo accettare anche la ritrosia delle vittime, del resto le vittime che hanno denunciato via Twitter hanno ottenuto un feedback immediato e un richiamo mediatico. Nient’altro.

La denuncia della violenza non basta?

No, credo che le piattaforme social non siano sufficienti, dovremmo cercare di essere più sensibili anche nel mondo reale, metabolizzando il dolore con un percorso nei servizi sociali.

Il suo primo libro ha riscosso anche i favori di George Saunders. Adesso lascerà il suo lavoro da infermiera?

Sinceramente? Non mi sento ancora una scrittrice. Voglio tenermi in equilibrio fra i due ruoli. Ho lavorato duramente per diventare infermiera, è una sfida quotidiana che rende migliore la mia scrittura.

Tim, contromossa dei francesi: nomi nuovi e indipendenti

Tim, “che peccato”, commentano gli analisti: c’erano tutte le premesse, conti buoni e un piano strategico credibile e invece tutto si giocherà con la guerra di proxy. I due contendenti, Vivendi l’azionista forte con il 24% del capitale ed Elliott il fondo con il 5,74% cercheranno di spaccare il fronte dei fondi che pesano per oltre il 60% (il 3,78% gli italiani e esteri il 58,02%) e dovranno affrontarsi in due round: il 24 aprile per l’approvazione del bilancio e il 4 maggio per il rinnovo del cda dopo le dimissioni i dei consiglieri targati Vivendi. Una mossa “cinica” perchè “ritarda la possibilità degli azionisti di Telecom di esprimere il loro voto nell’assemblea del 24 aprile” dice Elliot. “I diritti delle minoranze in Telecom sono cancellati”, scrive il fondo che era stato accusato di agire con un interesse solo di breve termine. Al riguardo il fondo di Paul Singer sottolinea che “la storia del suo investimento in Telecom Italia risale al 1999, ben prima che Vivendi diventasse azionista della società”. In Borsa il titolo cala (-1% a 0,77 euro), mentre Consob sta monitorando la vicenda. Intanto i contendenti sono al lavoro sulle liste. I francesi potrebbero giocare d’anticipo e inserire nuovi nomi nella loro rosa, italiani e indipendenti.

I pm non fermano i bagarini online

Quanto sareste disposti a spendere per ascoltare dal vivo Thom Yorke, leader dei Radiohead? Ieri mattina TicketOne ha messo in vendita i biglietti per le date italiane: dai 45 ai 70 euro per il teatro Verdi di Firenze e 51 per il Fabrique, a Milano. Ma in poche ore i biglietti sono spariti dal sito del rivenditore ufficiale.

E proprio mentre TicketOne esauriva la disponibilità, i biglietti tornavano in commercio su altre piattaforme a prezzi esorbitanti. Su LiveGoGo un biglietto per il secondo ordine di palchetti del Teatro Verdi era in vendita a 455 euro, 410 euro in più rispetto al listino. Un rincaro quasi del 1000% sui 45 euro originali, con alcuni biglietti del primo settore della platea schizzati a 456 euro, rispetto ai 70 di TicketOne. Il meccanismo è quello del secondary ticketing, la versione moderna del bagarinaggio online: i biglietti degli eventi più richiesti vanno in fumo in poche ore e su alcuni siti – che non vendono direttamente tagliandi, ma ospitano le offerte degli utenti già possessori di biglietti – vengono rimessi subito nel mercato a cifre folli.

Due anni fa un’inchiesta de Le Iene aveva svelato che in alcuni casi erano gli stessi organizzatori degli eventi a destinare una parte dei biglietti al mercato secondario, rompendo il contratto di esclusiva con il rivenditore ufficiale. Un modo per guadagnarci di più, sosteneva allora Roberto De Luca, ad di Live Nation – una delle società leader dell’organizzazione di eventi in Italia- ma anche una scelta dettata dall’enourage stesso degli artisti, che in molti casi sarebbero i primi a fare pressioni ai promoter per spartirsi la torta del bagarinaggio.

Si stanno muovendo anche i magistrati. De Luca oggi è indagato dalla Procura di Milano: per lui e altri otto, tra cui Charles Stephen Roest, amministratore del sito ViaGoGo, è stato chiesto il rinvio a giudizio per reati che vanno dall’aggiotaggio alla truffa. A Roma, invece, il Tribunale ha già dato ragione a Live Nation contro il ricorso presentato da Siae – che ha aperto uno sportello per le denunce dei consumatori – perché non avrebbe destinato alcun biglietto al mercato secondario, alimentato soltanto da singoli bagarini.

Nonostante le Procure e Le Iene, però, per i consumatori è cambiato ben poco. Un altro caso sospetto è quello dei biglietti per gli Arctic Monkeys – 26 e 27 maggio a Roma, 4 giugno a Milano. Dopo essere spartiti da Ticket One, si trovano su ViaGogo: 306 euro per la platea romana (50 euro il prezzo originale), 334 per il parterre milanese (45 euro prima del sold out). Discorso simile per i Maneskin, perché con il loro primo tour già sold out il mercato secondario può festeggiare: 173 euro su Viagogo per la data di Roncade (Treviso), 140 per quella Milanese, con un rincari fino a 120 euro sul prezzo TicketOne. Briciole, se si pensa a quanto può costare sullo stesso sito un biglietto per la partita di calcio Roma-Barcellona, esaurita in poche ore sui rivenditori ufficiali: 1000 euro per la tribuna Monte Mario su ViaGoGo(10 volte il prezzo originario), 1200 euro in Tribuna Tevere su Stubhub. E a ridosso della partita, prevista il 10 aprile, i prezzi potrebbero salire ancora.

Altro che la pizza, il miglior piatto di Cracco è la polemica

Negli ultimi giorni le discussioni politiche sono state oscurate da quattro questioni ben più rilevanti della composizione del nostro futuro governo, e cioè: A) a Milano s’è sentito un botto, erano due aerei militari. Seguono approfondimenti su cosa sia la barriera del suono e “i caccia hanno lo specchietto retrovisore mobile o fisso?”; B) è nato il figlio di Fedez e della Ferragni. Si chiama Leone è venuto al mondo senza problemi tranne una piccola complicazione durante il parto: il cordone aveva fatto due volte il giro attorno al bastone del selfie; C) a Roma ci sono le buche e le fanno tutte i grillini per nasconderci i contanti dei rimborsi che non restituiscono come Corona col controsoffitto; D) la pizza di Cracco è una ciofeca.

Quest’ultima notizia è stata decisamente la più discussa e sentita, con punte di indignazione che neanche quando la moglie di Paolo Bonolis ha prelevato 50 euro al bancomat alla faccia di tutti quei poveracci che non possono comprare più di 5 gratta e vinci al mese. Il punto fondamentale della questione era il seguente: la pizza di Cracco (quella che serve nel suo nuovo ristorante a Milano) non è la vera pizza napoletana, ha (che schifo) l’impasto ai cereali, ha la bufala tagliata e appoggiata sopra, mica la mozzarella filante come a Napoli e poi vabbè, in realtà nessuno l’ha assaggiata ma gira la foto su Internet e ’sta pizza è meno fotogenica di Amedeo Goria, quindi nel giro di 10 minuti è “bufera social”. Inoltre – e qui sta il vero scandalo – costa 16 euro. Rendiamoci conto. Vai da Cracco e mangiando pizza e Coca Cola puoi spendere più di 20 euro a testa. Ma dove andremo a finire. Speriamo che almeno, con questi prezzi, il sor Cracco metta la caramellina al limone sul piattino del conto. E che faccia le offerte su Groupon.

Dopo giorni di infinite polemiche, in questo benedetto ristorante in galleria è dovuto andare Barbieri – l’unico vero amico di Carletto che fa fare da testimone di nozze a Lapo e a Bruno manco regala due confetti – quello che se ne parte da casa per assaggiare la pizza dell’amico e il giorno dopo rilascia interviste ai giornali della serie: “La pizza era venuta male in foto ma è buonissima”. Ecco. Tutti dovremmo avere un amico come Bruno. L’amico che ti taggano in una foto in cui hai due occhiaie che sembri Enrico Mentana dopo la maratona e lui commenta: “È venuta male in foto, ma vi giuro che è fighissima!”. Ma torniamo a Cracco

Al sor Carlo non se ne fa passare una. È sotto osservazione che neanche un paziente con l’ebola di un ceppo sconosciuto. Pensate a quante rotture di coglioni è stato sottoposto quest’uomo negli ultimi anni e ditemi se alla fine non preferite rimanere uno di noi, ovvero uno di quelli che ha inventato l’uovo che dopo nove mesi di frigorifero risponde alle domande come un Furby o quello che ha inventato l’uovo alla Cracco. Io non vorrei essere lui manco se per me inventassero la quarta stella Michelin.

La prima immane rottura di coglioni ci fu quando fece da testimonial alle patatine San Carlo. Ma come, lui, quello dell’alta cucina che presta la faccia a delle volgari patatine in busta? Che voglio dire, ci siamo fatti andar bene Berlusconi che parlava di emergenza povertà, la Meloni testimonial della famiglia tradizionale e la Ventura testimonial di Pittarosso scarpe, potevamo pure farci scivolare addosso Cracco e le patatine fritte. Ma andiamo avanti.

Cracco dice che nella amatriciana ci va l’aglio e – apriti cielo – deve chiedere scusa al sindaco di Amatrice, alla scuola alberghiera, al papa e allo spirito della sora Lella, perché in questo Paese puoi sottrarre soldi dalle casse dello Stato e te lo perdonano, ma se sottrai o aggiungi un ingrediente in una ricetta classica, ti stanno attaccati alla giugulare per mesi finché non ti inginocchi sui ceci.

Poi c’è la cena di Capodanno a Venezia. Cracco inventa il menu per un ristorante che servirà le portate a 60 persone, alla cifra di 1.500 euro a persona. Lui ha solo creato il menu, incassato 10.000 euro per la consulenza e tanti saluti. Sui giornali scoppia lo scandalo: ma come, 1.500 euro a persona e Cracco non è neppure presente alla cena? Che è come dire: ma come, Kate Moss firma la nuova linea H&M e non c’è lei alla cassa?

A Masterchef cucina il piccione e gli animalisti si infuriano (protestano addirittura fuori dal suo ristorante) perché il piccione è specie protetta e quindi lo denunciano, però Cracco spiega che era un piccione d’allevamento quindi non c’è reato e poi insomma, tutti abbiamo preso a calci almeno un piccione nella vita, ora le fiaccolate per i piccioni sono un po’ troppo. Anche questa storia finisce lì e tutti continuano a mangiare piccioni come se niente fosse. O a dar da mangiare al parco ai piccioni come se niente fosse, come Gianfranco Fini.

Poi c’è la vicenda più amara: Carlo Cracco perde una stella Michelin. Passa da due a una. Che è come dire: ero fidanzato con Kim Kardashian, mi sono mollato, sono passato a Gigi Hadid. No, per il Paese è ufficialmente passato a Gegia. Dileggio sui social, il tapiro, articoloni sul declassamento, manco fosse passato dall’alta cucina all’all you can eat. “Così impari a stare sempre in tv!” gli dicono. Roba che se la presenza in tv fosse direttamente proporzionale al fallimento, oggi Ramsey friggerebbe alette di pollo al Burger King.

Cracco sembra aver anticipato le polemiche e quest’anno non è più a Masterchef. Lo sostituisce Antonia Klugmann. E naturalmente “Era meglio Cracco!”. Non so se ridaranno la stella al cuoco vicentino che inventò l’uovo marinato, ma una medaglia per tutte le inutili rotture di coglioni fuori menu che gli hanno servito in questi anni, se la meriterebbe tutta.

“Oltre l’handicap, la disoccupazione. E siamo 600 mila”

Oltre all’handicap la disoccupazione. È questa la doppia condanna di oltre 600 mila persone iscritte alle liste di collocamento obbligatorio in Italia, secondo la nuova denuncia di Lorenzo Torto, il ragazzo che si è fatto portavoce del diritto al lavoro dei disabili in Europa. Torto ha scritto al presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, chiedendo di “verificare la corretta applicazione in Italia della direttiva 2000/78/CE” dove afferma che “il datore di lavoro deve prevedere soluzioni ragionevoli per i disabili, al fine di consentire alla persona con disabilità di avere accesso al lavoro e di crescere”. Il mancato recepimento di questa normativa è già costato all’Italia una condanna della Corte di giustizia Ue nel 2013, “ma da allora niente è cambiato nella sostanza”, spiega Torto, che aveva sollecitato la sentenza intervenendo al Parlamento europeo. “Per le persone con disabilità il lavoro sta diventando sempre più un miraggio – scrive – restano tanti gli iscritti alle liste di collocamento, ma pochi sono gli avviamenti al lavoro e quelli che ci sono si basano sempre più su forme contrattuali poco stabili”.

Compravendita di Bitcoin: sequestro per il sito di trading

Un’offerta al pubblico, rivolta anche a soggetti residenti in Italia, avente ad oggetto ‘portafogli di investimento’ cui è collegata la promessa di rendimenti periodici predeterminati … mensili compresi tra il 17,7% e il 29,7% del capitale investito”: è il contenuto di una interdittiva della Consob, l’autorità italiana di vigilanza sulla Borsa, verso un sito che assicurava guadagni certi a chi avesse investito nei suoi prodotti, legati all’andamento del valore dei bitcoin. Nulla a che fare quindi con la compra – vendita di criptomonete come circolato nei giorni scorsi, bensì con una sorta di scommessa sulla loro fluttuazione.

La segnalazione è arrivata alla procura della Repubblica di Roma (la società, estera, aveva infatti affari anche in Italia) che nei giorni scorsi, dopo mesi di indagini da parte del nucleo di polizia valutaria, ha ordinato il sequestro del sito Crypt.trade Capital. Tra le motivazioni del sequestro, l’abusivismo finanziario, ovvero il reato di chi svolge “servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio chi offre in Italia quote o azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio e promuove con tecniche di comunicazione a distanza strumenti finanziari o servizi di investimento, senza essere iscritto all’albo apposito”. Mesi fa, anche la Codacons aveva promosso esposti in 104 procure d’Italia per chiedere maggiori controlli sulle attività legate ai bitcoin. Il rischio, però, è che si crei confusione e che passi il messaggio che scambiare bitcoin sia un reato in sè. Detenere e scambiare Bitcoin, qualora si rispetti la normativa antiriciclaggio che l’Italia ha recepito l’anno scorso, non lo è. Tutte le altre attività, invece, possono rientrare nelle categorie sotto la vigilanza Consob. Come però rientrerebbero quelle legate a qualsiasi altro asset, dal mais ai pannolini, se non comunicate e se esercitate in modo abusivo.

Bannon bombarda Facebook: “Utenti sono servi della gleba”

“I dati di Facebook sono in vendita in tutto il mondo. Il social network prende le cose degli utenti, servi della gleba, e ci guadagna”: le parole sono di Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca ed ex vice presidente di Cambridge Analytica, la società che è accusata di aver utilizzato i dati sottratti illecitamente a 50 milioni di americani per la campagna elettorale di Donald Trump. Chris Wylie, la fonte che ha fatto emergere il caso, aveva rivelato che tre anni prima del suo incarico Bannon aveva iniziato a lavorare a un ambizioso programma: costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l’efficacia di messaggi personalizzati. Sono state pronunciate poche ore prima la notizia del via libera alla perquisizione della Cambridge Analytica da parte dell’autorità dei dati personali britannica per vagliare tutto, dai pc ai documenti (in corso mentre il giornale è in stampa).

Bannonprende le distanze, dice di non aver mai saputo “assolutamente nulla del data mining su Facebook” e lo fa durante una conferenza organizzata dal Financial Times a New York. Nega coinvolgimenti in “trucchetti sporchi”, riversa la colpa su SCL, la casa madre di Cambridge Analytica fondata da un ricercatore dell’università di Cambridge e che viene descritta con la frase “i tipi britannici, vecchi studenti di Eaton e gente che viene da Oxford e Cambridge”. Precisa che a Scl non “è andato nemmeno un penny” dei finanziamenti garantiti dal tycoon Robert Mercer. Scarica la colpa su Facebook. Sottolinea che non è un segreto che ci sia una compra – vendita di dati. “È solo una questione di costi. Si vende e si compra ogni giorno, è un mercato. È il business di Facebook… Sono andati dalla campagna di Barack Obama nel 2008 e gli hanno mostrato il potere dei dati personali”. Poi si è rivolto alla platea: “Siete tutti servi della gleba. Ben pagati, ma sempre servi della gleba. I dati sono lì a disposizione, loro – dice riferendosi al social network – prendono gratis le vostre cose e monetizzano con un ampio margine. Controllano la vostra vita”. Ieri, poi, il New York Times ha rivelato che John Bolton, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Usa, è stato tra i primi clienti e beneficiare dei dati Facebook. Il suo comitato politico, The John Bolton superpac, ingaggiò la Cambridge Analytica nell’agosto 2014, mesi dopo che la società era nata e mentre stava raccogliendo dati da Fb. Nei due anni successivi pagò circa 1,2 mln di dollari per il ‘micro-targeting’ comportamentale ma sui video di YouTube. Secondo il Guardian, poi, Cambridge Analytica avrebbe condotto un’analisi sui dati per conto di Leave.Eu, una delle piattaforme che animarono la campagna pro Brexit. La fonte è un’ex dirigente della società di consulenza politica, Brittany Kaiser. L’ex ad (attualmente sospeso), Alexander Nix aveva infatti smentito di aver mai lavorato per la società.

Una ad una, intanto, iniziano a rivoltarsi le aziende. La società produttrice di altoparlanti, Sonos, ha dichiarato che rimuoverà le sue pubblicità da Facebook per una settimana. Elon Musk, il fondatore di Tesla, ha deciso di rimuovere dal social le pagine di Tesla e della sua Space X, invitando gli utenti a fare lo stesso per protesta. Mozilla, il browser libero realizzato da un’organizzazione non profit, ha tolto le sue pubblicità: “Quando Facebook intraprenderà un’azione più incisiva nel modo in cui condivide i dati dei clienti prenderemo in considerazione la possibilità di tornare”. Tutti colpi all’immagine e al business, proprio nel momento in cui le modifiche all’algoritmo (che favorisce la comparsa di contenuti provenienti da familiari e amici) aveva fatto prospettare un calo degli introiti pubblicitari sul breve periodo, annunciato dallo stesso Zuckerberg durante l’ultima earnings call. Nel 2017 dalle pubblicità ha ricavato circa 12,7 miliardi di dollari (+47 % sull’anno). I cambiamenti non avevano convinto molti analisti e di certo l’ultimo scandalo non è un’iniezione di fiducia.

Aeroporto Firenze, Carrai contro i ricorsi dei sindaci

Una conferenza stampa di quasi due ore per presentare alla stampa l’impatto, comune per comune fra i sette che hanno presentato ricorso al Tar contro il decreto di Via, del masterplan di potenziamento dell’aeroporto di Firenze: è l’iniziativa presa ieri da Toscana Aeroporti, il cui presidente, Marco Carrai, ha detto: “Non possiamo più sentire notizie false e offensive sullo sviluppo dell’aeroporto di Firenze”. Alla conferenza erano schierati il vicepresidente esecutivo Roberto Naldi, il consigliere con delega al potenziamento Vittorio Fanti e l’ingegnere ambientale Lorenzo Tenerani, responsabile del procedimento di Via. Carrai, con gli altri rappresentanti della società, ha illustrato le opere di compensazione e mitigazione ambientale prescritte dal decreto e previste da Toscana Aeroporti, esprimendo riserve su alcune motivazioni dei ricorsi amministrativi presentati dai Comuni delle zone interessate (del Pd). Ricorsi per il fatto che l’opera cadrà all’interno di un parco (patrimonio dell’Unesco), sarebbe “dannosa per la salute dei cittadini”, e per l’esclusione degli enti locali dall’Osservatorio per la fattibilità dell’opera.

L’Europa ormai ha un solo incubo: i dazi

Ormai l’Europa ha una sola preoccupazione: i dazi di Donald Trump che minacciano il commercio globale e, in particolare, quello tra Usa e Ue. Il Consiglio europeo che si è chiuso ieri a Bruxelles doveva essere dedicato soprattutto alla firma del primo accordo sulla Brexit, il divorzio tra Gran Bretagna e Ue. Ma il tema è passato in secondo piano di fronte al pericolo delle barriere commerciali che Washington vuole costruire per punire i concorrenti internazionali delle imprese americane nel tentativo di proteggere fatturati e posti di lavoro con un po’ di protezionismo.

L’Ue ha ottenuto, per ora, una esenzione provvisoria dai dazi che Trump ha annunciato su alluminio e acciaio, ma soltanto fino a maggio. E così il Consiglio, che riunisce i capi di Stato e di governo dei 28 Paesi membri, ha chiesto che l’esenzione diventi permanente, cioè che il protezionismo di Trump non si applichi alla materia prima di provenienza europea. L’Ue “si riserva il diritto di rispondere alle misure statunitensi in modo appropriato e proporzionato”, scrivono i capi di Stato e di governo europei nelle loro conclusioni, è la minaccia di una guerra commerciale come non si è mai vista anche se di scontri tra Ue e Usa sul commercio ce ne sono stati parecchi, finiti spesso davanti alle corti del Wto.

La Cina è già pronta alle contromisure e minaccia ritorsioni per 3 miliardi di dollari su 128 beni statunitensi, ha già la lista, dalla frutta fresca alla carne suina e al vino. Il primo passo dovrebbero essere dazi del 15 per cento su 120 beni per un valore di un miliardo di dollari, per costringere gli Stati Uniti a trattare. La guerra si combatterà anche al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio dove invece sono gli Stati Uniti a denunciare la Cina per pratiche scorrette.

Tutte queste barriere al flusso di merci e il rischio di potenziali rincari sui prezzi finali, con calo della domanda, ovviamente non piacciono alle Borse, sempre più nervose. Piazza Affari, a Milano, dopo una giornata di tensioni ha chiuso in calo dello 0,5 per cento.

“Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un’escalation di misure e contromisure di ostacoli tariffari”, ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. L’Italia, però, ora si trova senza una guida con piena legittimità proprio mentre si accumulano incertezze su uno dei campi di azione politica dove ha più da perdere, quello del commercio internazionale. Per questo l’ex premier e senatore a vita Mario Monti, dalle colonne del Corriere della Sera, ha suggerito che il Parlamento appena insediato inizi subito a dare la linea al governo Gentiloni che potrebbe così trattare con gli altri Stati membri come fosse nella pienezza dei suoi poteri: “Si potrebbe lavorare a una mozione il più possibile ‘nazionale’ e non partisan, approvata sia alla Camera sia al Senato, che presenti all’opinione pubblica europea e, attraverso il governo in carica, ai tavoli europei un’Italia più esigente di quanto è stata in generale in passato e meno divisa nel volere un’Europa più efficace di quanto il dibattito interno degli ultimi anni abbia fatto credere ai partner europei”.

Per ora i partiti non hanno reagito, troppo occupati nel risiko per la presidenza delle Camere, ma è un problema che dovranno porsi presto, anche perché incombono le scadenze del Def, il documento di economia e finanza che imposta la politica economica, e perché tra un anno ci sono le elezioni europee. L’Italia rischia quindi di non pesare in questi mesi perché in cerca di un nuovo governo, e in quelli successivi perché sarà già travolta dalla campagna elettorale 2019.

Consulta straccia il salva-Ilva. “Salute degli operai ignorata”

Il decreto Salva Ilva varato dal governo Renzi nel 2015 ha privilegiato “in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, trascurando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili legati alla tutela della salute e della vita stessa”. È quanto, in estrema sintesi, ha scritto la Consulta nella sentenza con la quale ha sancito l’illegittimità costituzionale del provvedimento varato per sbloccare l’altoforno 2 dell’Ilva sequestrato senza facoltà d’uso dalla Procura ionica dopo la morte di Alessandro Morricella, 35enne ucciso da una colata di ghisa il 12 giugno 2015.

Dopo l’incidente mortale la Procura mise i sigilli all’impianto perché privo dei dispositivi di sicurezza, ma il governo neutralizzò la magistratura con un decreto che permetteva all’azienda di continuare a utilizzare l’impianto nonostante il rischio per gli operai. Fu il gip Martino Rosati, su richiesta della procura guidata all’epoca dal procuratore Franco Sebastio e dall’aggiunto Pietro Argentino, a sollevare la questione di legittimità e spiegando che il decreto violava diversi articoli della carta costituzionale. Il giudice Rosati evidenziò anche lacune presenti nel provvedimento varato “in tutta fretta” solo per bloccare la magistratura. Il fermo di quella linea produttiva, infatti, avrebbe comportato il blocco totale della fabbrica. “È oggi consentito per legge – scrisse il magistrato – che un’azienda, se d’interesse strategico nazionale, possa continuare a svolgere la propria attività anche quando tale esercizio sia suscettibile di aggravare o protrarre le conseguenze di un reato” soltanto “limitandosi a predisporre e comunicare un piano di interventi ad alcuni enti pubblici, che non possono nemmeno sindacarne contenuti e attuazione”.

A distanza di anni, i giudici della Corte costituzionale hanno dato ragione ai magistrati tarantini affermando che il governo Renzi ha tutelato esclusivamente la produzione e sacrificato il diritto alla salute e alla vita. A differenza del Salva Ilva varato nel 2012, in cui vi era un bilanciamento di diritti, nel 2015 “il legislatore non ha rispettato – scrivono i giudici delle leggi – l’esigenza di bilanciare in modo ragionevole e proporzionato tutti gli interessi costituzionali rilevanti, incorrendo in un vizio di illegittimità costituzionale per non aver tenuto in considerazione le esigenze di tutela della salute, sicurezza e incolumità dei lavoratori, a fronte di situazioni che espongono questi ultimi a rischio della vita”. Per l’esecutivo renziano, quindi, veniva prima il lavoro e poi la sicurezza e la salute degli operai.

“Qualcuno ci definì rivoluzionari eversivi – commenta Sebastio che all’epoca guidava la Procura ionica – solo perché avevamo chiesto alla Consulta di esprimersi: oggi abbiamo avuto ragione, quindi non eravamo pazzi, ma la cosa più importante è notare che tra le righe la Consulta ha lanciato un segnale, una sorta di messa in mora tipo: ‘Sono passati sei anni, qualcuno vuol darsi da fare?’”. Per i Verdi questa decisione “apre una speranza, confermando che c’è ancora uno stato di diritto, anche se a Taranto – scrivono Angelo Bonelli e Fulvia Gravame – in questi anni è stato calpestato”.

L’Ilva ha dichiarato che “la decisione non ha alcun impatto sulla continuità dell’attività produttiva” poiché il dissequestro dell’Altoforno 2 fu ottenuto nel settembre 2015 in base a un provvedimento della Procura che imponeva del prescrizioni che furono poi attuate. Per il commissario Enrico Laghi “non c’è nulla da temere per Ilva dalla sentenza della Corte costituzionale”.

“Per me – ha spiegato al Fatto Natalia Luccarelli, moglie di Alessandro Morricella – non cambia nulla: Ale non c’è più e nessuno lo riporterà indietro. E mi creda non interessa a nessuno la condizione di vedove e orfani che ogni giorno devono rimboccarsi le maniche per andare avanti. Dico sempre alle mie figlie che bisogna vivere e non sopravvivere, ma non è semplice. Anche per l’Ilva non cambierà nulla: continueranno a operare nell’illegalità. Perché è illegale lavorare in un posto in cui puoi morire per un incidente o per una malattia”.