Trump sceglie uno più cattivo di lui

C’è sempre un adepto di Cambridge Analytica nel ‘cerchio magico’ del presidente Trump: dopo averne cacciato Steve Bannon, il suo guru, che ne era un ispiratore, il magnate richiama in servizio, come Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, ‘super-conservatore’ di lungo corso, finito un po’ nel dimenticatoio. E il New York Times scopre che Bolton è stato tra i primi clienti a beneficiare del datagate in cui sta annaspando Facebook.

Il giornale scrive che il comitato politico creato da Bolton ingaggiò la Cambridge Analytica nell’agosto 2014 e le pagò circa 1,2 milioni di dollari nei due anni successivi. Che uso abbia poi fatto dei dati ottenuti non è chiaro. Ma di trasparente, nei percorsi di Bolton, c’è ben poco.

Un paio di baffoni spioventi, apparentemente ispidi e incolti, sale e pepe già una vita fa, che coprono in parte una faccia rotonda, dietro cui si trincera il sorriso nervoso e grintoso di uno dei più bruschi e aggressivi diplomatici americani: John Bolton è tutto questo e poco più, fin da quando George W. Bush lo fece sotto-segretario di Stato e lo mandò poi a rappresentare gli Usa all’Onu. Una nomina che il presidente dovette imporre al Senato, che non l’avrebbe mai approvata.

Di Bolton, sempre il New York Times ieri scriveva: “Se il presidente Trump cercava un consigliere per la Sicurezza nazionale adeguato al suo atteggiamento drastico e incline al confronto, ha trovato la persona giusta”.

Siamo al terzo consigliere per la sicurezza di questa presidenza ancora breve, ma già fittissima d’avvicendamenti. Il licenziamento di H.R. McMaster era scontato dopo che il generale, succeduto a un altro generale, Michel Flynn, ‘bruciato’ dal Russiagate, aveva giudicato “inconfutabile” l’ingerenza russa in Usa 2016 – fatto mai ammesso dal presidente.

La scelta di Bolton conferma la svolta drastica, nei modi – e forse non solo -, della politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti: in coppia con il nuovo segretario di Stato Mike Pompeo, Bolton ha già invocato un’azione militare contro la Corea del Nord e ha definito l’accordo nucleare con l’Iran “un massiccio smacco strategico”.

Quello che risulta dall’ennesimo viavai alla Casa Bianca è “una delle squadre di sicurezza nazionale “più aggressive” nella storia degli Stati Uniti. E l’allontanamento di McMaster conferma l’idiosincrasia del presidente per i consiglieri che non gli danno sempre ragione.

Nato a Baltimora, nel Maryland, nel 1948, prima di entrare nell’Amministrazione Bush Bolton era stato vicepresidente vicario dell’American Entreprise Institute (Aei), il think tank neo-con di cui fanno parte, tra l’altro, Richard Perle e Paul Wolfowitz, gli ispiratori dell’invasione dell’Iraq. Legato all’Nra, la lobby delle armi, Bolton non ha avuto ruolo nell’Amministrazione Obama ed è stato fin dall’inizio fra i sostenitori di Trump.

Il presidente, che in una settimana ha quasi completamente rifatto il team estero e di sicurezza, sempre a colpi di tweet – resta al suo posto solo il capo del Pentagono, un altro generale, James Mattis -, digrigna i denti al Mondo, con i dazi alla Cina, ma anche al Congresso: il braccio di ferro sul bilancio minaccia di condurre all’ennesimo shutdown – sarebbe il terzo dall’inizio dell’anno.

Divieto di fumo: per l’ultradestra la legge vale una cicca

La Fpö, il partito della libertà austriaco, si è “fumato” la legge varata nella scorsa legislatura dal partito socialdemocratico (Spö), oggi all’opposizione, e dalla Övp. I popolari del giovane cancelliere Sebastian Kurz sono stati costretti a una clamorosa capriola politica “ripudiando” il dispositivo che avrebbe dovuto far scattare il divieto di fumo nei bar e nei ristoranti dal primo maggio. Secondo quanto previsto dall’accordo di coalizione, i due partiti che formano il governo hanno rivisto la legge e abrogato la proibizione. Significa che nei locali pubblici dove si mangia si potrà continuare a fumare, almeno nelle sale dedicate e separate che devono garantire la salute dei clienti e dei lavoratori. Fpö ed Övp hanno però concordato anche un giro di vite che riguarda soprattutto i giovani: il divieto di fumare in auto quando a bordo ci sono persone con meno di 19 anni e l’interdizione alla vendita di sigarette ai minori di 18 anni, che entrerà in vigore dall’anno prossimo.

Dei 28 esponenti dei popolari di Kurz, il partito di maggioranza relativa, che la scorsa legislatura si erano espressi a favore del provvedimento, nessuno si è esposto in Parlamento. Nessuno ha ravvisato la necessità di spiegare le ragioni del proprio “ravvedimento”. Il medico e parlamentare della Övp Josef Smolle non ha nemmeno partecipato al voto.

A nulla sono valse le 543.000 firme raccolte a favore del divieto di fumo, cioè di oltre il 6% della popolazione del paese (8,7 milioni di abitanti). Il leader della Fpö nonché vice cancelliere Heinz-Christian Strache, che è un fumatore (ha provato a smettere, ma senza successo), avrebbe accettato un referendum se le sottoscrizioni avessero raggiunto quota 900.000. I socialdemocratici, che hanno criticato la marcia indietro dei popolari, non hanno trovato i voti sufficienti per una consultazione popolare.

Le tre M e gli ex Urss: tutti contro zar Putin

Espellere i diplomatici russi, “personale di intelligence non dichiarato”. Smantellare la rete delle spie di Putin in Europa. Quando la May lo ha chiesto, Francia, Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia hanno subito detto yes. Germania e Svezia potrebbero presto unirsi al coro. Dieci nazioni hanno ripetuto il famoso “highly likely” della premier britannica, compreso Donald Tusk: per il Consiglio europeo che ci sia la mano di Mosca dietro il caso Skripal è “altamente probabile”, “non c’è altra spiegazione possibile”. Al summit belga tutti gli indici dei leader dell’Ue erano puntati contro Mosca. La linea è dura ed è della Merkel. Ma è su proposta del premier Viktor Orban che il capo della delegazione dell’Ue in Russia è stato richiamato per consultazioni. L’effetto domino nella guerra delle ambasciate, innescato dalla morte dell’ex spia Skripal per avvelenamento, non lascia scie di sangue, ma di veleno sì.

Nel fuoco incrociato delle contromisure i primi a sparare verso est sono i fratelli del vecchio blocco sovietico, una “nuova Cortina di ferro”, un fronte unico e inossidabile contro il Mosca. Dopo l’incontro del premier Mateusz Moravecki con la May, la Polonia è pronta a imporre sanzioni contro la Russia “anche da sola”. Dalia Grybaskaite, presidente lituana, ha confermato le prossime espulsioni diplomatiche. Lunedì è quando la Lettonia, ma anche la Repubblica Ceca, renderanno noti nomi e numeri dei diplomatici russi da allontanare. La questione è più sensibile per il premier Andrej Babis e per Praga, che per Varsavia o Baltici: la Repubblica Ceca è stata nominata dal Mid, ministero degli Esteri russo, come la fonte più probabile del novichok, il veleno usato per l’avvelenamento di Skripal.

“Dokozatelstvo”, prove del coinvolgimento russo, non ce ne sono e tutto questo “è una mera provokazia, vogliono rendere la crisi più profonda possibile”, ha detto il ministro degli Esteri Serghey Lavrov. E “ci dispiace che nel farlo, usino la dicitura hightly likely”, ha detto il portavoce del presidente Dimitry Peskov. Altamente probabile,“vesma verojatno” in russo. Ormai un modo di dire, uno scherzo, il nuovo ritornello di Mosca. “È normale che ci accusano sempre senza prove? È vesma verojatno, è altamente probabile, lo fanno sempre”, dicono davanti ai tg, che aggiornano senza sosta sul caso. Quando poi i moscoviti alzano la testa è perché sentono le eliche dell’elicottero e sanno che il loro presidente sta andando da qualche parte, attraversando i cieli gelidi della Russia.

Se fosse stata davvero usata una sostanza velenosa militare, “sarebbero già morti, la Russia quelle sostanze le ha distrutte, tutto questo è “chuzh, bred”, una corbelleria, un delirio”, ha detto Putin, poi “farlo sarebbe stato da stupidi, alla vigilia delle elezioni, prima dei mondiali di calcio”, quelli che il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson qualche giorno fa ha paragonato alle Olimpiadi di Hitler del 1936.

Dopo che la dipmis, la missione diplomatica russa dei 23 dalla Gran Bretagna è tornata a casa sotto zero, anche quella britannica ha lasciato la Federazione e ha detto dasvidania a Mosca. Per il professore Leonid Rink, che ha lavorato al programma novichok-5 nella regione di Saratov, per 27 anni fino al collasso dell’Unione sovietica nei ‘90, è oltraggioso che “una tale incompetenza venga attribuita alla Russia”. I russi avrebbero portato a termine il lavoro. “Ora tutti nel paese più grande del mondo sanno dove si trova Salisbury”.

Anatolij Popov, capo dipartimento di chimica dell’Accademia delle Scienze, vorrebbe porre ai leader europei una sola domanda: “Se fossero stati davvero i nostri, perché l’avrebbero lasciato vivo?”. È altamente non probabile.

Catalogna, “retata” di indipendentisti

Il giudice del Tribunal Supremo Llarena manda in carcere senza cauzione, con l’accusa di ribellione, gli ex-consiglieri Dolors Bassa, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull e l’ex-presidente del Parlament Carme Forcadell. L’altra dirigente indipendentista citata a Madrid, la segretaria di Esquerra Republicana Marta Rovira non si è presentata e ha inviato una lettera al partito, annunciando l’esilio: “Sento tristezza, ma sarebbe stato molto più triste vivere silenziata interiormente”.

L’udienza giudiziaria era stata prevista dal giudice per esporre alle parti coinvolte nella causa contro l’indipendentismo i capi d’imputazione attribuiti ai leader di governo, Parlamento, partiti e movimento. Sono 13 gli imputati per delitto di ribellione, quello più grave punito fino a 25-30 anni di galera, il gruppo considerato con maggiori responsabilità: Carles Puigdemont e Oriol Junqueras e gli ex-consiglieri Dolors Bassa, Antoni Comín, Joaquim Forn, Clara Ponsatí, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull, tutti accusati anche di malversazione di fondi pubblici; l’ex-presidente Forcadell, la dirigente di Erc Rovira e i leader dell’associazionismo Jordi Sánchez (Assemblea nacional catalana) e Jordi Cuixart (Òmnium). Il resto degli ex-consiglieri sono rinviati a giudizio per disobbedienza e malversazione di fondi pubblici: Meritxell Borràs, Carles Mundó, Lluís Puig, Meritxell Serret e Santi Vila. Per delitto di disobbedienza saranno processati i componenti della presidenza del parlamento Ramona Barrufet, Lluís Corominas, Lluís Guinó, Joan Josep Nuet e Anna Simó, così come l’ex-presidente della Candidatura d’Unitat Popular Mireia Boya e l’allora portavoce della Cup Anna Gabriel. Archiviata invece la causa per l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas e altri componenti dell’ex-governo dovranno pagare una cauzione di 2,1 milioni di euro per responsabilità civile. La sindaca di Barcellona Ada Colau ha interrotto l’assemblea municipale in solidarietà con il gruppo di Erc che era “tutto in lacrime”. In serata, le piazze di della Catalogna si sono riempite di manifestazioni di protesta.

“Fino a quando il Medio Oriente brucia, l’Occidente resta obiettivo di attacchi”

Quanto accaduto a Trèbes non mi ha, purtroppo, stupito. Era piuttosto sorprendente la calma relativa degli ultimi mesi. Il fenomeno terroristico fa parte delle nostre esistenze, è destinato a durare. Abbiamo minoranze musulmane che reagiscono a importanti input esterni. Sembrerà strano, ma chi ci attacca pensa di contribuire alla difesa dei correligionari sotto attacco in Medio Oriente”.

È la lettura di Germano Dottori, docente di Studi Strategici all’Università Luiss-Guido Carli di Roma e consigliere scientifico della rivista Limes.

“Il ricorso all’azione individuale – continua lo studioso – è stata da tempo suggerita dalle principali riviste del jihadismo internazionale, accessibili online, come tecnica da prediligere per eludere l’attività di sorveglianza dei servizi di sicurezza. Funziona, anche se poi gli attacchi paiono improvvisati e relativamente poco incisivi”.

Su come sia possibile fermare questo tipo di attacchi, Dottori invoca sul piano politico strategico un contro-terrorismo efficace, che rimuova la capacità offensiva delle organizzazioni terroriste, evitando al contempo posture arroganti e i frequenti cambi di cavallo che caratterizzano da tempo la politica estera di Parigi in Medio Oriente, mentre sul piano tattico, sarebbe auspicabile una maggiore collaborazione con i servizi di intelligence dei Paesi arabi.

Secondo dati dell’Osservatorio sulla radicalizzazione e il terrorismo internazionale dell’Istituto per gli Studi di Politica internazionale (Ispi) di Milano, l’85% degli attacchi avvenuti in Europa tra il 2014 e il 2017 è stato eseguito da attori singoli. Nello stesso periodo di tempo, si contano complessivamente 46 atti terroristici jihadisti, la metà dei quali (23) sono avvenuti in Francia.

“Gli inquirenti francesi, esponendosi molto di più che in passato sembrano essere certi trattarsi di un lupo solitario. L’autore dell’attacco di Tarbès era uno dei potenziali ventimila terroristi segnalati dal governo, ma ovviamente è impossibile tenere tutti sotto controllo 24 ore al giorno”, commenta Arturo Varvelli, responsabile del programma Medio Oriente dello stesso Ispi.

“Da circa 6 mesi, l’Isis, dopo aver subito la sconfitta militare in Siria, ha orientato in modo differente la sua propaganda: non venite più a combattere qui, ma fate il vostro lavoro nei luoghi in cui vi trovate, è il messaggio” .

L’evocazione della figura di Salah Abdeslam da parte di Redouane Ladkim a Trèbes non è casuale. “Dall’inizio del processo a Bruxelles contro l’attentatore del Bataclan è in atto una pericolosa spettacolarizzazione, che ha imposto Abdeslam come uno dei leader del jihadismo europeo”, nota Gabriele Iacovino, direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI) di Roma. Inoltre, Ladkim, radicalizzato in breve tempo, è conosciuto per suo passato criminale, un aspetto che segna un confine netto rispetto al passato del jihadismo. “La forza dell’Isis – prosegue Iacovino – è quella di puntare a fornire un’identità ai giovani francesi emarginati dalla République, se solo seguono le regole del Califfato. L’Isis favorisce un terrorismo endogeno europeo, attraverso un processo di radicalizzazione identitaria, anche in contesti di microcriminalità dove la dottrina religiosa è pari a zero”.

Rimane da chiedersi se con l’Isis che sembra quasi scomparso dal territorio che aveva occupato fra Siria-Iraq in nome del Califfato, gli attacchi in Europa si potrebbero intensificare, o al contrario perdere di efficacia, date le difficoltà di sopravvivenza in Medio Oriente. “Non credo che l’Isis abbia mai avuto un’agenda davvero indipendente, se non nelle strategie da impiegare per reclutare militanti – osserva ancora Dottori, he conclude – le liste di bersagli che suggerisce di colpire riflettono priorità geopolitiche spesso dettate dall’esterno. Per questo il controterrorismo è più importante dell’antiterrorismo. Ma noi saremo in pericolo finché il Medio Oriente non sarà stato davvero pacificato”.

Salah, l’idolo di Daesh prigioniero dei Crociati

Dopo parecchi mesi di apparente tregua, il terrorismo islamico colpisce di nuovo la Francia: in azione, un “lupo solitario” conosciuto dalla polizia per piccoli reati. Solamente un pregiudicato, di religione musulmana. Così, ancora una volta, come in passato, non è stato possibile impedire l’attacco. In Francia elementi come lui sono decine di migliaia.

Eppure, gli analisti avevano previsto che qualcosa sarebbe potuto succedere. Perché il 5 febbraio scorso si era aperto a Bruxelles il processo che riguardava l’arresto di Salah Abdeslam, avvenuto il 18 marzo del 2016 a Bruxelles, quattro giorni prima degli attentati al metrò e all’aeroporto della capitale belga (32 morti): Salah, infatti, è l’unico superstite dei commando che hanno insanguinato Parigi nella notte del 19 novembre 2015, provocando l’eccidio di 130 persone. Il suo corpetto esplosivo non aveva funzionato.

Per quattro mesi era riuscito a sfuggire alla grande caccia: era diventato l’inafferrabile Primula dell’Isis. Dunque, per la galassia dei fanatici islamici, una sorta di eroe. Uno che, in galera, non si era piegato, non aveva collaborato con i giudici, anche se all’inizio della sua detenzione, si era sospettato del contrario. A questo cliché di leale combattente Isis prigioniero dei Crociati, Salah si è attenuto negli ultimi mesi. Durante l’ultima udienza del processo di Bruxelles, Salah ha infatti aperto bocca solo per scagionare il presunto complice Ali Oulka, accusato d’averlo aiutato nella fuga. D’altra parte, il silenzio gli garantisce la sopravvivenza (attualmente, si trova nel carcere di massima sicurezza di Fleury-Mérogis, vicino a Parigi, dove è videosorvegliato 24 ore su 24 ore).

Un prigioniero impossibile da liberare? Non per Redouane Lakdim, il terrorista solitario di Trèbes, e per i suoi mandanti: la richiesta di rilasciare Salah in cambio della vita degli ostaggi risponde ad una logica rozza: “Io sono un combattente dell’Isis”, avrebbe detto come premessa al tentativo di trattativa, “un soldato di Daesh”. Lui è uno di noi. Una logica senza spiragli. Forse, una sorta di prova, per un attentato più importante. Provare, cioè, quanto può resistere il governo al ricatto. Ma cedere, non se ne parla, fanno sapere da Parigi: sarebbe come aprire il vaso di Pandora. Linea dura, intransigente. Dalla fine del 2014 ad oggi, la Francia è stata il bersaglio prioritario del terrorismo islamico: dieci attentati quelli ispirati o organizzati dall’Isis (con un bilancio di 241 morti). Più il corollario di 17 attentati falliti e 42 sventati. Secondo il Centro d’analisi del terrorismo (CAT), solo nel 2017 la Francia ha subito 5 attentati, 6 tentativi e 20 progetti d’attacco. Degli undici attentati dello scorso anno, 9 avevano come bersaglio le forze dell’ordine. Insomma, guerriglia. Inoltre, i terroristi sono tutti residenti francesi, spesso frustrati per non essere riusciti a raggiungere il fronte siriano ed iracheno.

I precedenti: dal Bataclan a Nizza

 

7 gennaio 2015

I fratelli Cherif e Said Kouachi attaccano a Parigi la redazione del settimanale Charlie Hebdo e ammazzano 11 persone, poi si rifugiano in una tipografia, dove vengono eliminati. Lo stesso giorno il loro complice Amedy Coulibaly, che l’8 ha ucciso una poliziotta a Montrouge, si barrica in un supermercato ebraico, quattro ostaggi vengono uccisi prima dell’intervento della polizia che abbatte Coulibaly

 

13 novembre 2015

130 morti a Parigi. L’attacco allo stade de France, dove è in corso una partita amichevole Francia-Germania. Intanto un commando apre il fuoco contro i clienti di tre caffè. Altri tre terroristi fanno irruzione nel teatro del Bataclan. L’unico sopravvissuto, Salah Abdeslam, è catturato in marzo a Bruxelles

 

14 luglio 2016

Mohamed Lahouaiej-Bouhlel si lancia con un Tir sulla folla che assiste ai fuochi d’artificio sul lungomare di Nizza per la festa nazionale: 86 morti. La polizia uccide l’attentatore

 

20 aprile 2017

Karim Cheurfi apre il fuoco contro la polizia a Parigi, sugli Champs Elysees; uccide un agente prima di morire colpito da altri poliziotti

Isis, il “lupo” uccide e Parigi dorme: ufficiale si immola

Da alcuni mesi i francesi avevano come la sensazione di vivere una tregua. E invece il terrore è tornato a colpire a Carcassonne per mano di Redouane Lakdim, un franco-marocchino di 25 anni che ieri ha aperto il fuoco contro dei poliziotti e preso ostaggi in un supermercato: bilancio, tre morti e 16 feriti (di cui due gravi). Poi l’assalto delle teste di cuoio che ha posto fine all’attacco del terrorista.

Uno scenario che ha ricordato l’attentato nel supermercato kosher della Porte de Vincennes del gennaio 2015, e che ripropone una Francia colta per l’ennesima volta impreparata.

Lakdim era schedato ‘S’ – la sigla che viene fornita a chi si avvicina al terrorismo – per radicalizzazione dal 2014. Nel 2016 era finito dietro le sbarre per traffico di stupefacenti.

I servizi lo sorvegliavano, ma ieri è passato lo stesso all’azione. La giornata di terrore è iniziata poco dopo le 10, a Carcassonne, nel sud ovest della Francia. Una regione da cui tanti giovani sono partiti per la Siria negli ultimi anni.

Lakdim spara su una Opel bianca uccidendo il passeggero e ferendo il conducente. Prende possesso dell’auto e poco dopo apre il fuoco su quattro poliziotti che rientravano in caserma dopo il footing. Ferisce uno di loro. La pallottola passa a qualche centimetro soltanto dal cuore. Il terrorista scappa con l’auto e parcheggia pochi chilometri più lontano davanti ad un supermercato Super U nel comune di Trèbes.

Quando irrompe gridando “Allah Akbar” e “Sono un soldato di Daesh” nel negozio ci sono una cinquantina di persone. Apre il fuoco e ne uccide due, un impiegato e un cliente. Quindi si asserraglia dentro prendendo diversi ostaggi. È l’inizio di quattro ore di angoscia.

“Ho sentito un botto e poi spari e ancora spari. In quel momento non ragioni, scappi e basta”, testimonia al telefono con BFMtv uno dei dipendenti del supermercato. Arrivano le forze speciali GIGN e la città si barrica, gli studenti restano confinati nelle scuole. La polizia inizia un dialogo con il terrorista che non porta frutti. Gli agenti fanno arrivare la madre e la sorella del jihadista nel tentativo di convincerlo a rilasciare gli ostaggi.

Lui pretende la liberazione di Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto degli assalitori del Bataclan incarcerato in Francia e a processo. La svolta arriva grazie all’atto eroico di un ufficiale del GIGN, Arnaud Beltrame, 45 anni. Il militare propone al terrorista di prenderlo in ostaggio e liberare gli altri. Lo scambio viene accettato. I colleghi fuori ascoltano quello che succede dentro grazie al cellulare che l’ufficiale ha lasciato in comunicazione.

La situazione degenera quando il terrorista apre il fuoco. Alle 14,20 parte l’assalto delle forze speciali, il terrorista viene abbattuto ma anche Beltrame è in condizioni critiche. Da Bruxelles, mentre si trova in conferenza stampa con Angela Merkel, interviene Emmanuel Macron: “Non è un mistero, la minaccia resta elevata. Ma è cambiata – dice – ora è endogena. Non si tratta più di azioni pilotate dall’estero”. Poche ore dopo il presidente viene filmato mentre scende nel sottosuolo del ministero dell’Interno, a Parigi, per raggiungere la sala di crisi.

Mentre l’Isis – tramite la sua agenzia di informazioni Amaq – rivendica da lontano e la Tour Eiffel si spegne in lutto, la Francia riflette sulle sue ferite.

É il primo attentato del 2018 e il primo da quando è entrata in vigore, a novembre, la nuova legge anti-terrorismo che ha messo fine allo stato di emergenza dopo due anni. L’ultimo attentato risaliva al primo ottobre 2017, quando due giovani donne erano state accoltellate alla stazione Saint Charles di Marsiglia da un tunisino irregolare. La Francia si consola e si commuove pensando al coraggio dell’ufficiale Arnaud Beltrame che in ospedale cerca di sopravvivere ed è per tutti un simbolo. “Ha salvato delle vite – ha detto Macron – e ha fatto onore al nostro paese”.

La partita non è chiusa, il procuratore di Parigi, Francois Molins, ha confermato ieri sera che la compagna di Redouane Lakdim è stata posta stasera in stato di fermo, senza però fornire altri particolari e se abbia avuto un ruolo nell’assalto del terrorista.

Mail Box

 

Il Rosatellum è complicato, ma troppi errori ai seggi

Che il malefico “Rosatellum” faccia schifo ormai l’hanno capito tutti, che a 20 giorni dal voto non si conosca non dico il governo ma neppure il nome degli eletti è demenziale, che non si sappia a chi attribuire i “resti” è ridicolo, ma una cosa sorprendente è che ci siano riconteggi in giro per tutt’Italia, e che si scoprano errori di trascrizione di voti che poi col Rosatellum amplificano il loro effetto. Dieci anni fa feci lo scrutatore in un seggio in Emilia, e seguii tutte le fasi dello spoglio.

Sinceramente non ci voleva un Nobel per la matematica per effettuarlo correttamente, eppure il presidente del seggio fece irregolarità a non finire, da me fatte verbalizzare dopo contestazioni furibonde, e naturalmente rimaste lettera morta.

Si rifiutò di seguire alla lettera le procedure scritte nelle istruzioni dello spoglio, e mia moglie, in un altro seggio, rilevò le stesse mancanze. Quindi mi chiedo pure quale sia il livello di scolarità e di cultura medio degli italiani, se neppure con semplici istruzioni scritte gli scrutinatori sono in grado di segnare correttamente i numeri dei voti/scheda in un registro, tipo tombola in famiglia. Tutto sommato non sono equazioni di terzo grado da risolvere. La “buona scuola” continuerà l’opera di distruzione già avviata da “quella cattiva”?

Enrico Costantini

 

Cari 5 Stelle, non fidatevi di Berlusconi e dei suoi

Ai vari Beppe Grillo, Di Maio, Fico, Di Battista dico di stare attenti a non farsi ammaliare dal berlusconismo. Resistete al canto delle sirene senza cadere nelle trappole degli esperti nei giochini politici. É la vostra prima buona occasione per realizzare quanto promesso nella campagna elettorale. State attenti a non bruciarvi e a non buttare al vento i tanti voti che avete preso. Siete l’ultima speranza per il futuro dei nostri figli ed anche del nostro (anche se siamo anziani), altrimenti non ci rimane che andare a morire all’estero, seguendo i nostri figli.

Elio Alfano

 

Il Cnel studi una proposta per favorire l’integrazione

Al Cnel la Costituzione affida il compito di “elaborazione della legislazione economica e sociale”.

Noi abbiamo il problema di orientare l’integrazione dei migranti con un contratto che consenta loro di attivarsi nel primo periodo di permanenza, per lavori sociali. Questo perché persone segregate e inattive in un centro di accoglienza vengono viste come intrusi, mentre le stesse presenze, se operassero sul territorio per piccole manutenzioni sarebbero percepite come un sollievo alle necessità delle comunità ospitanti, soprattutto se piccole e in via di spopolamento.

Perché allora il Cnel non studia un “contratto d’integrazione” tagliato su misura di questa esigenza, da proporre alle Camere?

Non è un compito facile, perché occorre non sconfinare nello sfruttamento, né farne un elemento di svalutazione delle stesse attività retribuite (una squadra di migranti che pulisse sentieri manderebbe “fuori mercato” gli addetti delle comunità montane). Ma una soluzione trovata in questa direzione toglierebbe dalla segregazione e dall’ozio forzato uomini e donne pronti a guadagnarsi una parte di spese della loro permanenza con la dignità del lavoro, mediante l’opportunità di rendersi utili in modo legale per le comunità che li accolgono. Inoltre, la loro operosità faciliterebbe l’accettazione dei residenti, con il depotenziamento dell’effetto invasione e il progressivo crearsi di relazioni dirette, premessa per la vera integrazione.

Il Cnel ha competenze e risorse per studiare un “contratto d’integrazione.” E se lo realizzasse, potrebbe farne oggetto di proposta di legge. Un modo questo, anche per uscire dal cono d’ombra di “ente inutile” in cui da anni è relegato e per rilanciarsi proprio nel senso della “legislazione sociale” che gli è affidata.

Massimo Marnetto

 

Le frasi di Renzi sui giudici mi ricordano quelle di B.

Gran brutta bestia la vecchiaia (la mia): dimentichi cosa devi fare dopo pochi secondi. Bene, proprio per questo io vorrei essere aiutato da voi perché mi pare che alcune dichiarazioni della famiglia Renzi – padre e figlio – circa l’operato dei magistrati mi pare di averle già ascoltate da qualcuno negli ultimi anni. Queste frasi – o qualcuna simile – mi provocavano una specie di orticaria perché mi pare di ricordare che se riguardavano certe persone e i propri “famigli’’ erano attacchi alla democrazia da parte di giudici comunisti, ma se riguardavano altri era la giustizia trionfante come nell’episodio, magistralmente recitato da Vittorio De Sica, del “Processo di Frine’’ nel film di Blasetti Altri tempi. Due cose vorrei evidenziare: che il prossimo governo tolga tante leggi inutili e dannose e ne faccia una che tuteli dalle ingiurie giudici e pubblici ministeri in quanto rappresentanti dello Stato italiano. Leggi in uso nei Paesi anglosassoni: chi offende loro, nell’esercizio delle loro funzioni, offende anche tutti gli italiani che credono nella giustizia e che potrebbe nominare ministri di provata competenza e onestà.

Franco Novembrini

Tra Var e balli, all’estetica ci pensa Lord Zazzaron

In piena ribellione delle masse si sentiva la mancanza di un arbiter elegantiarum degno di questo nome, un dandy più autorevole perfino di Lapo Elkann. Ed ecco la lacuna colmata da Ivan Zazzaroni, il nuovo Lord Brummel. Per Brummel, l’eleganza consisteva nel non farsi notare (“da cui, la sua notorietà”, chiosa Achille Campanile). Zazzaroni ha un’idea della classe più al passo coi tempi: non teme la visibilità, anzi la persegue, specie se televisiva. Abbiamo imparato ad apprezzarlo alla Domenica sportiva, dove Ivan il Terribile è divenuto più autorevole del Var, e ora ha dato una conferma definitiva a Ballando con le stelle, rifiutandosi di votare la coppia formata da Giovanni Ciacci e Raimondo Totaro. “Numero fuori contesto” ha sentenziato il giornalista sportivo diventato giudice inappellabile di balletti (a proposito di contesti). Qualcuno grida all’omofobia. Ma quale omofobia, ha ribattuto lui: nel duo mancava la chimica forse perché un ballerino è etero, sarebbe stato meglio se fossero stati gay tutti e due (e magari anche comunisti, chissà). “Il mio è un discorso estetico”, ha concluso Lord Zazzaron, e qui è impossibile dargli torto. È lo stesso raffinato estetismo che Ballando con le stelle persegue da anni con i pas de deux di Alba Parietti, Eleonora Giorgi, Giorgio Albertazzi novantenne. Come si diceva nel ’68, bisogna portare avanti un certo discorso: passo dopo passo, contesto dopo contesto, dal bar sport si può arrivare all’accademia del Bolshoi.