Così il terrore si può fermare

Ogni terrore giunge al termine. Quarant’anni fa i tre componenti del “Commando Suicida Rms” eseguivano la più atroce fra tutte le azioni terroristiche a opera dei molucchesi: il sequestro nel palazzo della Provincia di Assen. L’ultima di una lunga serie. Ciò che l’Olanda ha fatto di buono dal 1978, può accelerare oggi la fine dell’ondata di terrore jihadista.

Il 21 novembre 2015 a Bruxelles vennero chiuse le scuole. Era in corso una caccia a Salah Abdeslam, la cui cintura esplosiva non era scattata negli attentati di Parigi della settimana prima, e che venne arrestato soltanto il 18 marzo 2016 a Molenbeek. Oggi sotto processo, all’udienza di febbraio si è rifiutato di alzarsi in piedi davanti ai giudici. “Condannatemi pure. Non ho paura di voi”, ha detto. “Confido in Allah.” In un comunicato online, l’Isis lo ha elogiato come “un fratello”.

Quarant’anni fa, il 14 marzo 1978, ad Assen, anche mia madre venne a prendermi a scuola in anticipo. Il giorno prima il diciannovenne molucchese Dicky Helaha aveva fatto irruzione insieme a due compagni nel palazzo della Provincia, sparando. Sarebbe stata una “azione dura”, si erano giurati in precedenza, e “qualcuno doveva morire già all’inizio”. L’urbanista Ko de Groot, uno dei 75 ostaggi, venne scelto nel mazzo. “Ehi, tu! Con gli occhiali!” Lo costrinsero a salire in piedi sul davanzale della finestra aperta e con una dozzina di colpi alla schiena lo buttarono di sotto.

Quella che va dall’autunno del 1977 alla primavera del ’78 è forse la stagione terroristica più aspra che abbia mai colpito l’Europa. Ma c’è una fine per ogni terrore. I criminologi distinguono quattro generazioni di terroristi, a partire dai nichilisti russi del XIX secolo. Seguono intorno al 1950 i guerriglieri alla Che Guevara in lotta contro i regimi coloniali. La terza generazione è un frutto europeo: baby boomer senza dio organizzati in cellule marxiste come la Raf e le Brigate Rosse. I loro eredi formano la quarta generazione: i gruppi terroristici di ispirazione islamica come al Qaeda, Isis e Boko Haram.

Se gli odierni attentati dei seguaci dell’Isis abbiano ormai raggiunto il loro picco massimo, non è ancora dato saperlo. È il problema dei guai quando li vivi dall’interno: non sai mai se il peggio deve ancora venire. Nell’autunno del ’77 sembra non esserci mai fine al peggio. Il 5 settembre viene rapito Hanns-Martin Schleyer, dirigente della Daimler-Benz. In solidarietà con la Raf il “martire Mahmud” e altri tre palestinesi dirottano il volo Lufthansa 181. Dopo cinque giorni di peregrinazioni, all’aeroporto di Mogadiscio l’apparecchio è preso d’assalto dalle unità speciali tedesche, che uccidono i sequestratori e liberano gli ostaggi. Lo scontro fra terrore e antiterrorismo raggiunge un climax: i corpi di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe, i leader della Raf, vengono trovati senza vita nella loro cella. Suicidio, dicono le autorità. Il cadavere di Hanns-Martin Schleyer viene rinvenuto nel bagagliaio di un’Audi 100, con tre proiettili nella nuca.

Nel frattempo, ad Assen, Dicky Helaha lascia la scuola e prepara con i compagni il suo attentato, l’ultimo e il più feroce di una lunga serie di azioni armate contro l’ex potenza coloniale olandese, indifferente alla causa dei rifugiati molucchesi. Al palazzo della Provincia Dicky porta con sé un mantello nero: il sudario in cui vuole morire uccidendo. Sta per dare il via all’esecuzione degli ostaggi quando parte il blitz delle forze speciali. I rapitori sono sconfitti, ma Dicky spara un’ultima volta e colpisce a morte il deputato cristiano-democratico Jakob Trip. Davanti al giudice, Dicky (condannato a 14 anni e mezzo di carcere, morto nel 2007) si rammarica di non essere stato ucciso. Sarebbe voluto diventare un martire, proprio come Salah Abdeslam. Nella profonda diversità delle loro vicende, esiste più di un parallelo tra i due. Né l’uno né l’altro sono pionieri o paladini di qualcosa. Entrambi sono seguaci di una causa e non si arrendono, appartengono agli ultimi dei mohicani.

Nel caso di Dicky Helaha, la sua azione fu il canto del cigno della lotta armata molucchese in Olanda. Il Dutch Approach tanto decantato – l’impiego di psichiatri-negoziatori al posto dei marines – aveva fallito dove il ricorso alla violenza era riuscito. Eppure a quei fatti non seguì una roboante dichiarazione di guerra al terrorismo. Al contrario: in una nota del governo si riconobbe alla comunità molucchese d’Olanda “il diritto a una propria identità”. Ed è qui che avvenne la svolta. Il nuovo ministro dell’Istruzione aprì la strada a un’educazione “bi-culturale”: da allora ai bambini molucchesi le lezioni furono impartite in malese (storia e geografia) e in olandese (educazione civica e le altre materie). Arrivarono libri di testo profondamente ripensati sulla storia coloniale, un “Centro di sostegno per l’educazione dei molucchesi”, un piano di assunzioni per molucchesi disoccupati, un servizio di assistenza per molucchesi tossicodipendenti, un centro di segnalazione per le discriminazioni. Il Dutch Approach 2.0 funzionò. Dopo il 1978 la lotta per una Ambon libera fu portata avanti con altri mezzi: pacificamente.

Le lezioni di quarant’anni fa rimangono più attuali che mai. Lo scorso anno a Bruxelles incontrai un’insegnante di educazione civica che vive e lavora nel quartiere di Molenbeek e che nel novembre 2015 era rimasta rinchiusa insieme alla sua classe mista nell’edificio barricato della scuola. Da allora discute con i suoi alunni dell’inasprimento della situazione, ma anche della stigmatizzazione e della percezione che si ha di Molenbeek. “Sono i ragazzi a proporre i temi da affrontare”. Ascoltarsi a vicenda, è questo secondo lei l’unico modo per venire a capo della situazione. Mi ricordò una dichiarazione dello psichiatra Henk Havinga, che fece da negoziatore all’epoca dei sequestri molucchesi. “Al governo regnava l’idea che gli psichiatri sapessero parlare. Un enorme malinteso. Il nostro lavoro è: ascoltare”.

Havinga capì subito che con il commando suicida di Dicky Helaha non c’era modo di dialogare. L’intervento armato fu necessario. Ma per la de-radicalizzazione occorrono altri mezzi: per esempio un orecchio attento alle rivendicazioni velate e a volte legittime con cui i giovani fanatici “si pompano” per fare di sé delle bombe ambulanti.

Chiudere le scuole è l’ultima cosa da fare; le scuole servono aperte – e i docenti non sono mai aperti abbastanza nei confronti degli alunni che rischiano di rimanere “imprigionati nella loro coscienza”, come lo storico Johan Huizinga descrisse “il terrorista” già nel 1938. Tutte le ondate terroristiche hanno finito per dissolversi. Questo processo ha bisogno di essere accelerato. E la retorica dello scontro, la convinzione di poter vincere con la violenza, ad esempio perché il Califfato dell’Isis sembra pressoché sconfitto in Siria e Iraq, non possono che sollevare altre frustrazioni e sortire l’effetto contrario.

Traduzione di Antonio De Sortis

Legge elettorale. L’Assemblea cittadina è solo un’idea. Ma apriamo il dibattito

 

Ho trovato molto interessante l’articolo di Lorenzo Marsili sulla possibilità che i cittadini possano contribuire alla formulazione di una nuova legge elettorale. Visto che le tre ultime leggi proposte dai nostri parlamentari sono state o incostituzionali o talmente contorte da non permettere la nomina dei parlamentari dopo due settimane dal voto, è bellissima l’idea di poter seguire l’esempio dell’Irlanda nell’istituire un’Assemblea cittadina per sottoporre al voto referendario temi molto importanti per la comunità (a maggio inizieranno con l’aborto per proseguire con altri sette referendum su altri temi). Ciò consentirebbe di superare l’ostruzionismo di alcuni partiti e promuove finalmente la partecipazione attiva. Sono però perplesso sulla composizione dell’Assemblea proposta da Marsili. In Irlanda essa è formata per due terzi da cittadini estratti a sorte e da un terzo da parlamentari (deputati a legiferare secondo la Costituzione), mentre in Italia si suggerisce di comporla per un terzo da parlamentari, per un terzo da cittadini sorteggiati e per un terzo da rappresentanti degli enti locali. In tal modo, però, si svilisce il contributo popolare per ridare prevalenza decisionale alla solita parte di democrazia rappresentativa che, negli ultimi anni, non ha dimostrato di avere una sufficiente valenza propositiva. È dunque auspicabile portare avanti questa istanza, perché una giusta legge elettorale, basata sul sistema proporzionale e con voto disgiunto, è la base fondamentale per un corretto funzionamento dell’attività parlamentare in toto.

Adriano Claudio Della Toffola

 

Gentile Adriano, la proposta di istituire un’Assemblea cittadina per riformare la legge elettorale è, come rileva lei, un’opportunità per accompagnare la democrazia rappresentativa con elementi innovativi di democrazia diretta o partecipativa. Non è dunque una condanna della rappresentanza, bensì un suo completamento. Lo stesso vale per la proposta di composizione. All’esempio irlandese ho aggiunto una quota di rappresentanti locali per tenere conto della centralità che la nostra Costituzione dà alla dimensione territoriale proprio in materia elettorale (con il Senato da eleggere su base regionale), nonché per segnalare la necessità – tema questo più generale – di un maggiore protagonismo dei municipi e delle istituzioni di prossimità nella vita politica del Paese. Non è la mia, comunque, una proposta in nessun modo definitiva: si potrebbe, ad esempio, immaginare un’estensione al 50% della composizione direttamente cittadina. Insomma, che il dibattito abbia inizio!

Lorenzo Marsili

Altro che Zucca il problema è la tortura

Il problema è Enrico Zucca, il pm del processo Diaz che spesso parla in modo urticante, o piuttosto non si riesce a sciogliere il nodo della tortura? Zucca è additato alla pubblica esecrazione e rischia un processo disciplinare al Csm per aver detto che l’Italia ha difficoltà a farsi consegnare dall’Egitto i torturatori di Giulio Regeni anche perché le nostre forze di polizia “non hanno consegnato nessuno dei torturatori” del G8 di Genova 2001, anzi “quelli che hanno coperto i torturatori erano e sono i vertici, o ai vertici, delle forze di polizia”. Uno dei primi ad attaccarlo è stato Franco Gabrielli, l’attuale capo della polizia, che con il G8 di Genova non c’entra e un anno fa aveva chiesto scusa per la Diaz, aveva reso onore allo stesso Zucca e aveva detto che Gianni De Gennaro, il capo della polizia dell’epoca, avrebbe fatto bene a dimettersi, suscitando forti malumori interni.

Eppure Zucca ha le sue ragioni. Il riferimento immediato, ancorché implicito, era a Gilberto Caldarozzi, uno dei dirigenti condannati per falso nel processo Diaz e ritenuto non meritevole di affidamento in prova al servizio sociale, ora reintegrato e nominato vicedirettore della Direzione investigativa antimafia (Dia). Il punto è che la Corte europea dei diritti umani ha qualificato i fatti della Diaz come tortura e, nel processo, è emerso che le molotov e gli altri falsi dei verbali probabilmente servivano anche a coprire le violenze. Ma la questione va ben oltre Caldarozzi, che peraltro ha pagato più di altri mentre De Gennaro è tuttora capo di Leonardo/Finmeccanica.

“Non ci hanno consegnato nessun torturatore” non è una battuta infelice ma la sintesi di quanto è accaduto per la Diaz e per tutti i fatti in cui le forze dell’ordine, il 20 e del 21 luglio 2001, agirono in spregio dei diritti costituzionali. I vertici, operativi e politici, coprirono tutto. Non hanno consegnato nemmeno il quattordicesimo firmatario dei falsi verbali della Diaz, un caso limite di ufficiale di polizia giudiziaria anonimo grazie a una firma illeggibile. Molti imputati sono stati promossi. Non c’è stato un solo procedimento disciplinare serio, un allontanamento, una destituzione (come invece può avvenire quando un poliziotto o un carabiniere vengono beccati con uno spinello). Vale per la polizia e anche per i carabinieri e la penitenziaria di Bolzaneto.

Del resto perfino la Procura genovese fu in parte complice della mattanza: basti pensare al differimento preventivo dei colloqui con gli avvocati senza il quale non sarebbe stato possibile l’inferno di Bolzaneto o allo scarso sostegno dei capi all’azione di Zucca e di altri pm. Non si può dire che la magistratura italiana fece sentire il suo peso. E oggi il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini attacca Zucca ancora prima di Gabrielli e il leader dell’Anm Eugenio Albamonte ne censura la presunta “animosità”.

Fu innanzitutto la politica – il governo Berlusconi ma anche i vertici Ds dell’epoca – a rendere possibile e a coprire, se non a ordinare, le violenze di Genova 2001, la repressione feroce di un movimento che contestava e ridicolizzava i vertici internazionali in cui si celebravano la globalizzazione e quello che allora si chiamava “pensiero unico”. Altre responsabilità le porta l’informazione che tesseva le lodi dei superpoliziotti piazzati da De Gennaro nei posti chiave e pizzicati col sacchetto delle molotov nel cortile della Diaz. Erano entrati nella scuola pochi minuti dopo l’inizio della mattanza, ma i torturatori sono rimasti senza nome.

L’Italia non è l’Egitto, come ha ovviamente sottolineato Zucca, per quanto siano avvenuti negli anni 70 e 80 fatti gravissimi di tortura ai danni di terroristi e presunti tali. Dopo Genova tante cose sono cambiate in materia di ordine pubblico e con Gabrielli, l’abbiamo visto, chi sbaglia paga. Ma nelle forze di polizia ci sono ancora sacche di autoritarismo fascistoide, impreparazione e scarso rispetto delle procedure. La magistratura è spesso disattenta, come ha dimostrato anche il caso di Stefano Cucchi: otto anni per iniziare il processo ai carabinieri. E il Parlamento uscente ha approvato una legge sulla tortura che non risponde ai principi della Corte di Strasburgo: non sarebbe applicabile neanche alla Diaz, a Bolzaneto o al caso Cucchi perché richiede comportamenti reiterati; non prevede la destituzione dei condannati. L’Europa va bene quando chiede tagli alla spesa pubblica, ma sui diritti umani e civili si fa come se non esistesse.

Liberate la tv pubblica dal giogo

 

“Si tratta di cogliere un’altra occasione cruciale per disegnare una Rai riconducibile alla versione aggiornata di ‘una nazione che sa parlare alla nazione’, con il linguaggio della trasparenza, della completezza e della contestualità, cioè del pluralismo”

(dall’intervento di Sergio Zavoli al Seminario sullo stato della tv in Italia, 24 novembre 2009 – Atti parlamentari, pagg. 37-38)

 

Non è soltanto il contratto – peraltro più che lauto e generoso – del conduttore-artista Fabio Fazio che viene messo sotto accusa dall’Autorità anticorruzione nella sua “denuncia” alla Corte dei conti. Bensì, per la stessa rilevanza del compenso e per le polemiche che ha suscitato, tutta la gestione attuale della Rai. E con questa, la pseudo-riforma che l’ha insediata, sotto i governi Renzi e Gentiloni. Una “riformicchia”, come qui l’abbiamo definita fin dall’inizio, che ha attribuito pieni poteri al direttore generale, sottoponendolo alle dipendenze di Palazzo Chigi contro tutte le sentenze della Corte costituzionale che ne attribuivano invece la designazione al Parlamento.

Oltre che sotto il profilo della congruità economica e contrattuale, l’Autorità presieduta da Raffaele Cantone contesta il mega-contratto di Fazio anche in nome del conflitto d’interessi. Il conduttore, infatti, è partner della società produttrice del programma Che tempo che fa, cioè è produttore di se stesso e in quanto tale fornitore della medesima Rai. Un doppio ruolo che, anche al di là delle sue capacità “artistiche”, contrasta evidentemente con le regole della trasparenza e della corretta amministrazione di un’azienda pubblica.

Tanto più pesante è la “denuncia” dell’Anac perché si fonda su un esposto del deputato “dem” Michele Anzaldi, già segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza. Toccherà ora alla Corte dei conti verificare se il contratto di Fazio ha prodotto danni alla collettività. E di conseguenza, se esistono anche responsabilità in solido da parte dei consiglieri di amministrazione che a suo tempo l’hanno approvato.

Il fatto è che il “carrozzone” di viale Mazzini sembra tornato ai fasti della Prima Repubblica. Solo che, allora, a guidarlo c’era un signore che si chiamava Ettore Bernabei, il quale imponeva le calze scure alle gemelle Kessler e censurava la satira di Alighiero Noschese, ma in pieno monopolio televisivo aveva un senso del servizio pubblico che sembra diventato quasi anacronistico.

Con l’avvento dei “due vincitori” decretato dalle ultime elezioni politiche, adesso si spera che la situazione possa cambiare in meglio. Anche perché è difficile fare peggio. Ma siccome a questo – come dice il proverbio – “non c’è mai fine”, si può formulare un auspicio: liberate la Rai dal giogo della politica. E restituitela ai cittadini, vale a dire ai legittimi proprietari che in realtà finora non ne hanno mai disposto.

Il primo passo dovrebbe essere quello di trasferire il pacchetto azionario dell’azienda al ministero dell’Economia, e quindi dal governo a un soggetto terzo e indipendente: per esempio, una Fondazione rappresentativa della società civile, formata da esponenti del mondo culturale e accademico, del giornalismo, dell’ambientalismo, del consumerismo. Spetterà poi a questo organismo nominare un consiglio di amministrazione composto da non più di cinque persone, qualificate e autorevoli, tra cui un amministratore delegato che risponda esclusivamente alla sua fonte di nomina, affiancato da un direttore editoriale con funzioni di indirizzo e di coordinamento.

Non ci vuole molto per riformare la Rai. Basta scendere dal “carrozzone”.

La Rai pubblichi le carte su Fazio

Non è accanimento: la vicenda del contratto Rai per la trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa è diventata il simbolo di come si spendono i denari pubblici in Italia. In modo discrezionale, senza calcoli precisi ex ante e senza controlli o rischio di sanzioni ex post. Per questo serve trasparenza e per questo la lettera di Fabio Fazio a Repubblica di ieri è un atto di arroganza, più che una spiegazione puntuale. Fazio scrive che la delibera dell’Anac, l’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, seguita a un esposto su Che tempo che fa “non riguarda in alcun modo il mio stipendio” ma soltanto i “possibili rischi che la mia trasmissione non consegua l’equilibrio costi-ricavi, il che vale evidentemente per ogni trasmissione televisiva”.

Intanto è opinabile dire che la questione non riguarda lo “stipendio” di Fazio, visto che il conduttore ha ottenuto 2,2 milioni a stagione per sé, ma anche 12 milioni in quattro anni per la società di produzione di cui è socio, e 2,8 milioni per il format, di cui è uno degli autori. In secondo luogo, è vero che c’è un rischio di impresa in ogni trasmissione tv e l’incertezza è sempre possibile, ma quando si maneggia denaro pubblico pagato da tutti gli italiani addirittura in bolletta elettrica, i vertici della Rai non possono cavarsela dicendo “ops, abbiamo sbagliato” a fine stagione. Ed è questo che la Corte dei conti, sollecitata dall’Anac, dovrà accertare: se l’eventuale squilibrio tra i costi sostenuti dalla tv pubblica e i ricavi effettivi diversi da quelli attesi è dovuto a circostanze sfortunate o a una negligenza degli amministratori, a cominciare dal direttore generale Mario Orfeo.

Poco importa che “il costo complessivo è circa la metà di qualsiasi altro intrattenimento su Rai1”. Quello che conta è l’equilibrio interno del progetto, non il confronto con i costi e le performance di Montalbano o altre fiction. Se i ricavi non sono all’altezza dei costi, significa che i costi (cioè i compensi per Fazio e tutta la struttura) avrebbero dovuto essere più bassi. L’argomento rischia anzi di ritorcersi contro chi lo sostiene: davvero vogliamo confrontare un programma che mette qualche ospite intorno a un tavolo con mesi di produzione, girato e montaggio necessari per una fiction? Qualcuno pensa forse che i due prodotti potrebbero mai giustificare lo stesso investimento?

Fazio, nella sua lettera, difende il diritto di ogni editore “soprattutto se pubblico, di compiere scelte editoriali non necessariamente fondate su un ritorno di utilità economica”. Vero. Dalla Rai dicono: Fazio ha portato in prima serata temi importanti, ospiti internazionali. Ma lo faceva pure su Rai3, per un pubblico non molto diverso, ma a un costo parecchio più basso. Ed è un criterio scivoloso sostenere che in Rai non valgono le regole di qualunque azienda normale perché deve perseguire obiettivi diversi dalla sostenibilità economica. Anche perché così tutto è discrezionale: Fazio è servizio pubblico e Milena Gabanelli, congedata in malo modo dopo una vita di inchieste a Report, invece no?

Se Fazio vuole “tutelarsi in ogni sede opportuna”, può cominciare dalla sede della Rai di viale Mazzini: chieda a Orfeo e ai vertici della tv pubblica di pubblicare per intero la delibera dell’Anac, con tutti i dettagli dei rapporti contrattuali legati a Che tempo che fa. Da giorni la Rai rallenta la pubblicazione del testo sul sito dell’Anac, impegnata a omissare il testo con la scusa che altrimenti la concorrenza avrebbe informazioni preziose. Fazio ha un contratto di 4 anni, al termine dei quali sarà abbastanza ricco da mantenere alcune generazioni di discendenti: se crede davvero alla trasparenza che professa chieda alla Rai di pubblicare tutto, anche se questo potrebbe ridurre il suo potere contrattuale verso Mediaset o La7. Anzi, Fazio potrebbe cogliere l’occasione per rivelare finalmente da chi arrivava l’offerta che l’estate scorsa ha spinto la Rai a cedere a tutte le sue richieste. Mediaset? Sky? La7? Discovery? O era un bluff a spese dei conribuenti? Non si è mai capito e non dovrebbe essere un segreto di Stato.

La trasparenza è nell’interesse di tutti, se davvero non c’è niente da nascondere, altrimenti passerà il solito messaggio: “I soldi sono vostri, ma li gestiamo come ci pare, voi state sul divano a guardarvi Che tempo che fa e lasciateci lavorare”.

Molestava dottoresse di guardia medica: arrestato 49enne

Avevano creato un gruppo su whatsapp dove scambiarsi informazioni e condividere le storie. Erano impaurite le dottoresse di guardia medica, prese di mira da un molestatore seriale, arrestato ieri. Il modo di operare dell’uomo era sempre lo stesso: si presentava alla guardia medica, dopo essersi accertato che la dottoressa era sola, dava nomi diversi sempre falsi, e diceva di accusare dolori addominali. Poi si spogliava completamente e costringeva le dottoresse a toccarlo nelle parti intime. A partire dal 2011, 17 sono stati gli episodi di violenza accertati, ai danni di 10 dottoresse, in servizio presso gli ambulatori del Barese: Castellana Grotte, Noicattaro, Bitritto, Casamassima, Triggiano, Conversano, Putignano e Acquaviva delle Fonti. Ma i carabinieri di Monopoli (Bari) stanno verificando l’esistenza di altri episodi non denunciati. L’arrestato è un 49enne di Modugno (Bari), dovrà rispondere di violenza sessuale continuata aggravata e false dichiarazioni sull’identità. Le indagini sono partite dalla denuncia di una dottoressa in servizio a Castellana Grotte, aggredita dall’uomo di notte, nel novembre scorso. La donna riuscì a divincolarsi e a chiamare il 112, ma l’uomo che si era denudato, fuggì.

D’Alfonso aggrappato alla poltrona tenta il blitz

Doppio incarico (incompatibile) per il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, proclamato senatore Pd lo scorso 16 marzo. Un’incompatibilità sancita dall’articolo 122 della Costituzione che non lascia dubbi, “nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio regionale e ad una delle Camere del Parlamento o ad un altro Consiglio regionale”.

D’Alfonso tentenna, si barrica dietro le procedure, lascia scorrere il tempo. E già in passato ha spiegato che non conosce “l’istituto delle dimissioni” e lo ha ribadito in questi giorni con una serie di dichiarazioni. “Non appena l’ordinamento mi consente di diventare senatore, appena dopo realizzo il superamento dell’incompatibilità”, ha detto a Porta a Porta martedì scorso, e ancora, solo qualche giorno prima, come riporta il blog Maperò di Lilli Mandara, ad un’altra cronista ha risposto che lui è come uno studente “che coltiva la passione per le immissioni, io mi immetto nel ruolo, non conosco l’istituto delle dimissioni”.

Al Fatto rilascia dichiarazioni più caute, si appella all’ossequio del procedimento, ma di fatto non arretra. “Sono per il rispetto puntuale dei termini previsti dal combinato disposto delle norme nazionali, che prevalgono nella gerarchia delle fonti, e delle norme regionali”, afferma il governatore, “nello stesso istante in cui si concluderà la procedura nazionale, procederò alla opzione di senatore, dando via all’applicazione dei termini previsti dal regolamento regionale”. Così, mentre lui fa il suo ingresso nei palazzi romani, l’Abruzzo e i suoi cittadini restano appesi. È infatti ancora D’Alfonso l’uomo che ha le chiavi della Regione, nonostante ieri abbia esercitato per la prima volta le sue funzioni di senatore partecipando alla prima seduta di Palazzo Madama.

Ma i consiglieri regionali 5 stelle non ci stanno e hanno effettuato una segnalazione alla Giunta per le elezioni, in cui si chiede al presidente del consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio di prendere atto dell’incompatibilità di D’Alfonso. “Il Regolamento del Senato è chiaro: i senatori acquistano le prerogative della carica dal momento della proclamazione”, spiega Domenico Pettinari, consigliere pentastellato, “la Regione deve convocare la Giunta per le elezioni per prendere atto dell’incompatibilità in atto, da quel momento scattano i tre mesi entro i quali si devono indire nuove elezioni”.

D’Alfonso prende tempo, conscio della debacle che il Pd regionale ha subìto alle ultime politiche (-10% rispetto alle politiche del 2013). Punta a dare qualche chance in più al suo partito di riorganizzarsi. E sistemare cose rimaste in sospeso. Intanto, con una delibera datata 2 marzo, a soli due giorni dalle elezioni, il governatore dà mandato alla direzione generale della Regione “di effettuare opportune verifiche atte a valutare la possibilità di rinnovo per ulteriori 24 mesi dei contratti a tempo determinato”. È il tentativo di assumere i 36 funzionari presi lo scorso anno e per gli staffisti. Un ultimo colpo di tacco che permetterebbe di sistemare anche i suoi fedelissimi, che allo scadere dei tre anni si ritroverebbero assunti a tempo indeterminato in Regione. “Chiediamo l’immediata revoca, la delibera mira a stabilizzare gli assunti a tempo determinato senza i concorsi previsti per il tempo indeterminato”, chiosa Pettinari.

Una delibera che non avrebbe dovuto esistere visto che la Corte dei conti si è già espressa, vietando alla Regione nuove assunzioni se non si approvano i bilanci consuntivi (l’ultimo risale al 2013). Ma l’importante è provarci. Fino alla fine.

Alluvione a Genova: 5 anni per l’ex sindaca Vincenzi

Dalla poltrona di sindaco di Genova al rischio di finire in carcere.
È mezzogiorno di ieri quando i giudici d’Appello di Genova leggono la sentenza: “Condanna confermata”. Cinque anni per disastro e omicidio colposi e falso per l’alluvione che nel 2011 provocò 6 morti. Si abbracciano i parenti delle vittime: “Dio manderà questa gente all’inferno”. Ma già ora sembra un inferno: Bruno Marchese, marito dell’ex sindaca, è terreo, trema. Si accascia a terra. Vincenzi, rimasta a casa, parla con un filo di voce ai cronisti: “Cosa posso dire? Non so se ce la farò ad andare avanti”.

È passata una manciata di anni da quando Vincenzi era uno dei campioni del centrosinistra. La prima sindaca di Genova, già proiettata verso traguardi nazionali. Poi arrivò quella mattina del 4 novembre 2011 e tutto cambiò: il disastro, poi il Pd – che già la maldigeriva – lesto a scaricarla. Infine la solitudine, il processo e la condanna. Manca la Cassazione, certo. Pene ridotte per l’allora assessore alla Protezione civile Francesco Scidone (2 anni e 10 mesi) e Gianfranco Delponte (2 anni e 9 mesi). La Corte d’Appello invece è stata più severa con i dirigenti comunali Pierpaolo Cha (4 anni e 4 mesi) e Sandro Gambelli (2 anni e 10 mesi).

Se la sentenza fosse confermata, per Vincenzi si aprirebbero le porte del carcere. La pena è superiore ai quattro anni. Certo, l’ex sindaca ha settant’anni e potrebbe subito dopo chiedere la detenzione domiciliare. “Dentro di me so di essere innocente. Ho iniziato il processo che non ricordavo nulla, ora ricordo tutto”, ha sempre detto Vincenzi. “Dovremo attendere la Cassazione per insistere sull’applicazione delle norme che regolano la responsabilità colposa, così come è avvenuto presso altri giudici in Italia”, spera ancora il suo avvocato, Stefano Savi, che l’ha difesa insieme con Franco Coppi.

Era la stessa ora di ieri, quella terribile mattina di quasi sette anni fa quando a Genova il rio Fereggiano esplose. Colpa delle piogge devastanti, del cemento follemente cresciuto per decenni lungo i corsi d’acqua. Ma la città fu colta impreparata. Migliaia di persone per strada. Centinaia di bambini e genitori che tornavano da scuola. Nonostante l’allerta 2 e l’acqua che trasformava le strade in fiumi impazziti.

C’era Shpresa Djala (29 anni) che cercava di mettere in salvo le sue due figlie: Gioia (di 8 anni), appena presa a scuola, e Janissa di 10 mesi. In quei terribili minuti persero la vita anche la diciottenne Serena Costa – che stava correndo a prendere il fratello a scuola – e la quarantenne Angela Chiaramonte. Anche lei tentava di raggiungere il figlio a scuola. Evelina Pietranera (50 anni) invece aveva appena chiuso la sua edicola. I magistrati hanno contestato il fatto che politici e tecnici non avessero chiuso le scuole nonostante l’allerta e che non fossero state bloccate le strade (la causa della sesta morte). Hanno scritto i pm: “Gli uffici comunali di Protezione Civile avevano ricevuto notizie allarmanti già alle 11 mentre il rio Fereggiano esondò intorno all’una”. Ci sarebbero state due ore, ma i provvedimenti “non vennero messi in atto”. Ci sarebbe di più: “Non solo non fecero quello che andava fatto… ma falsificarono il verbale alterando l’orario dell’esondazione”. È la tesi dell’accusa: le carte sarebbero state “taroccate” per sostenere che quel giorno sulla città si abbattè una “bomba d’acqua” impossibile da prevedere. Ma le testimonianze delle gente e i video girati in quelle ore dimostrarono che la piena arrivò alle 12:15 e non alle 12:45.

Chi copre incarichi di vertice – ha detto il pm Luca Scorza Azzarà in aula – è colpevole anche se non fa nulla mentre i suoi sottoposti commettono errori macroscopici. Il magistrato ha accostato chi era nella sala operativa del Comune di Genova ai manager della Thyssen di Torino le cui omissioni dopo ripetuti allarmi costarono la vita agli operai.

Nella casa di Rivarolo Vincenzi ripete: “Non so se riuscirò ad andare avanti”.

 

Incinta col tumore, respinta dalla Francia: partorisce e muore

È morta ieri, all’ospedale ginecologico Sant’Anna di Torino una donna di 31 anni, nigeriana, incinta di 28 settimane e malata di tumore, dopo un primo ricovero in un ospedale di Bardonecchia. La donna era stata bloccata dalle autorità francesi al confine con il marito. Paolo Narcisi, presidente dell’associazione Rainbow4Africa, dopo aver soccorso la donna, attacca: “I corrieri trattano meglio i loro pacchi, è un atto grave che va contro tutte le convenzioni internazionali e al buon senso, proprio come criminalizzare chi soccorre. Tutto questo è indice di una paura strisciante ma non bisogna avere paura”. Prima di morire, la trentunenne ha partorito d’urgenza un bimbo che pesa solo 1,5 chilogrammi. La nigeriana è stata ricoverata un mese al Sant’Anna di Torino, seguita dai reparti di Ostetricia e Ginecologia e dall’ematologia ospedaliera delle Molinette , e tenuta in vita il più possibile, per consentirle di portare avanti la gravidanza. Il neonato è ora ricoverato nella Terapia Neonatale del Sant’Anna, assistito dal padre.

Il ruolo della ’ndrangheta nel rapimento e nell’assassinio del presidente Aldo Moro

“Qual è il vero problema del Caso Moro? Quale il nodo mai sciolto e insieme farsesco di quei cinquantacinque giorni che hanno rivoltato per sempre il destino del nostro paese?”. La criminalità servente nel Caso Moro è il libro che prova a rispondere a questa domanda, grazie al lavoro della giornalista Simona Zecchi, collaboratrice di Euronews, che ha contribuito, con i suoi lavori, all’inchiesta della commissione parlamentare istituita nel 2014 e presieduta da Giuseppe Fioroni.

E “nel rispondere, questo libro intende focalizzarsi su un aspetto specifico che ha caratterizzato l’affaire Moro tutto, riannodando prima e dipanando poi un filo presente spesso sotto traccia. Il vero protagonista nascosto di quel dramma – il cui palcoscenico è stato calpestato da più personaggi a più livelli – è la criminalità organizzata nelle sue componenti fondanti di quegli anni, quelle meno note al grande pubblico. Un ruolo, il suo, sempre accennato, poco chiarito e spezzettato tra carte giudiziarie e cronache sommerse dal tempo e dall’incuria o dall’imperterrita attitudine tutta italiana di non volersi accorgere delle evidenze: quelle che contano, quelle che restano”.

Così “il quadro che si delinea – partendo da via Fani, attraverso la trattativa e fino all’epilogo di via Caetani – ribalta la versione ufficiale che una parte delle Br, con la connivenza della stessa Democrazia cristiana, ha consegnato alla magistratura e alla verità storica fino ad oggi”. Quello che emerge è inquietante: “La ’ndrangheta calabrese, all’ombra del clamore di Cosa nostra, ha infatti scalato i gradi del potere criminale trovandosi a giocare nell’affaire Moro su più tavoli: con le istituzioni, i partiti e i terroristi. Una criminalità servente, al servizio cioè di altre strutture di potere il cui destino sembra legato a doppio filo a quello della stessa malavita organizzata”.