“Messina Denaro tra Sicilia e Toscana, sta male ed è protetto da clan calabresi”

Matteo Messina Denaro “l’ho conosciuto al porto di Palermo, poi avevamo un altro appuntamento in Toscana. Dov’è protetto da uomini della ’ndrangheta”. Parole del supertestimone sulle quali L’Espresso, in edicola da domani, costruisce la storia di copertina. Per la prima volta – come rivelato dalle anticipazioni sul sito del settimanale – “un testimone che conosce il latitante svela la rete di protezione che favorisce il boss trapanese ricercato da 25 anni”.

“Viene reso pubblico per la prima volta – scrivono Lirio Abbate e Giovanni Tizian – un contesto sociale e criminale, oltre che logistico, mai affrontato dalle indagini che fino adesso hanno portato in Sicilia a emettere provvedimenti giudiziari per favoreggiamento del boss. Qui lo scenario in base al racconto inedito si sposta in altre regioni”.

Il testimone di cui si racconta rivela così gli incontri avuti direttamente con Messina Denaro e i nomi del “cerchio magico” posto a protezione della primula rossa di Cosa nostra, l’ultimo dei padrini della stagione delle stragi rimasto libero dopo la risposta dello Stato ai Corleonesi. “Apre, inoltre, scenari criminali nuovi – scrive ancora L’Espresso – in cui si muove il mafioso accusato di omicidi e stragi. Si scopre così che il latitante ha ottenuto coperture anche da esponenti della ’ndrangheta, i posti in cui ha alloggiato, e il territorio che ha frequentato. Si apprende delle sempre più precarie condizioni di salute del boss e la clinica in cui è stato curato. E si scopre che uno dei nipoti del latitante è un magistrato in servizio in una Procura del Nord Italia”.

Il tutto è già sulle scrivanie dei magistrati della Procura distrettuale antimafia di Firenze, “che ha già riscontrato gran parte delle affermazioni, in alcuni casi pure con fotografie che documentano incontri segreti con l’entourage di Messina Denaro, delegando indagini alla Guardia di Finanza: il testimone è un toscano di 45 anni, con qualche disavventura giudiziaria e vecchie amicizie con boss siciliani e calabresi”.

Lui voleva bruciarla viva. Lei è accusata di coprirlo

Ylenia aspettava un bimbo, era incinta di tre mesi. All’alba dell’8 gennaio 2017 il campanello di casa, in provincia di Messina, aveva suonato. Un uomo l’aveva spinta a terra e le aveva gettato addosso della benzina. Nel trambusto, il suono di un accendino: il fuoco aveva fatto il resto, in un attimo.

Ylenia aveva 22 anni allora, il suo bambino non è mai nato: due mesi dopo l’aggressione l’ha perso. Lei fortunatamente è sopravvissuta anche se è rimasta gravemente ustionata ai fianchi e alle gambe. E l’aggressore? È stato condannato in primo grado: è l’ex fidanzato di Ylenia Bonaventura, Alessio Mantineo. Secondo la madre della vittima, Anna Giorgio, e una vicina di casa che era intervenuta subito dopo l’aggressione, il ragazzo era stato subito indicato come il responsabile di quel gesto mostruoso proprio da Ylenia. Poi però è successo qualcosa. La ragazza ha cominciato a difendere il fidanzato ritrattando completamente e dicendo di non essere “una sbirra”, anche se contro di lui sono emersi molti indizi. A cominciare dalle immagini delle videocamere di un distributore di carburante che, pochi minuti prima del tentato omicidio, lo riprendono mentre riempie una bottiglia con la benzina.

Lui al processo ha cercato di giustificarsi sostenendo di essere andato alla stazione di servizio per far ripartire lo scooter, che era rimasto a secco. Ad Alessio la mamma di Ylenia non ha mai creduto: “È stato lui. Difendendolo, Ylenia offende tutte le altre donne vittime di violenza”. E non era solo una mamma arrabbiata e addolorata a parlare, era anche una donna che si era allontanata da un marito violento sfuggendo alla violenza.

Il 10 gennaio scorso il giudice Salvatore Mastroeni ha condannato Mantineo, con il rito abbreviato, a dodici anni di carcere, ritenendolo colpevole di tentato omicidio. Ma ora anche Ylenia è coinvolta in un procedimento giudiziario: la Procura di Messina le ha inviato un avviso di conclusione indagini per falsa testimonianza e favoreggiamento.

“La Bonavera – aveva scritto il giudice Mestroeni – difende l’ex non perché non è una sbirra ma perché essere bruciati evidentemente in qualche assurdo caso ‘innamora’. Diventa di nuovo l’amore della sua vita. La sua ricostruzione è tra il surreale e l’incredibile in un soggetto alla fine fragile che avrebbe bisogno di un recupero, non di perdersi di fronte al luccichio delle telecamere”. Il riferimento era alle trasmissioni televisive cui Ylenia aveva partecipato fin dai giorni in cui era ricoverata in ospedale.

Oggi, in un paradosso che è certamente la misura di una sofferenza, è chiamata a rispondere delle sue dichiarazioni. Ma c’è un altro passaggio di quella sentenza di condanna che vale la pena ricordare: “Se la donna serva, in certe fasce, è retaggio del passato, ora nei giovani il dominio è fonte di piacere e vanto. Il risultato non cambia. Non cambia neanche dal punto di vista femminile, a fronte di donne uccise, come in una carneficina, e di donne che lottano per una reale emancipazione, si trovano casi in cui violenza e sadismo vengono apprezzati, per cui essere data a fuoco può essere una prova d’amore moderna”.

Intanto le donne continuano a venire uccise con straziante regolarità da uomini piccoli che pensano di essere forti: 24 dall’inizio dell’anno.

Minacciato e scortato, lascia il sindaco Pd in rotta con i suoi

Il post appare sulla sua rubrica social ‘Diario di un sindaco’ verso l’ora di pranzo: “Mi dimetto, sognavo un altro mondo, ho capito che inseguivo un’utopia”. Parole di Antonello Velardi, sindaco Pd – senza tessera – di Marcianise (Caserta), dal 13 febbraio sotto scorta per le minacce ricevute. Si dimette come “effetto inevitabile del clima creatosi in città”. E il pensiero corre a quasi due anni di amministrazione in cui Velardi ha combattuto il ‘fuoco amico’ della fazione dem sconfitta e collocatasi all’opposizione, guidata da Dario Abbate. “Ho cercato di dimostrare che c’è un altro modo di amministrare; che – se si vuole – si può essere onesti e trasparenti e fare davvero gli interessi della propria comunità” scrive Velardi. “Non ci sono riuscito e di questo sono molto dispiaciuto per la mia Marcianise. Non è un atto di viltà ma di coraggio. Il coraggio delle proprie scelte”. Tra i numerosi attestati di solidarietà, spicca quello del ‘ministro M5S’ dell’ambiente, il generale Sergio Costa: “Mi spiace (…). Le ideologie sono lontane, mentre le persone sono vicine e tu sei una meravigliosa persona”.

Pm e avvocati: stop al decreto intercettazioni

Un’armonia d’intenti tra pubblici ministeri e avvocati penalisti fino a poco tempo fa era impensabile ma ieri si è avuta la rappresentazione plastica di quanto sta accadendo da alcuni mesi attorno alla riforma Orlando sulle intercettazioni che dovrebbe essere attuata il 12 luglio.

La sala Europa della Corte d’Appello di Roma era gremita per un convegno promosso dalla Camera penale di Roma. Magistrati e avvocati insieme per chiedere un rinvio e modifiche sostanziali a quella che il presidente delle Camere penali Beniamino Migliucci ha definito una riforma “mortificante”, che deve andare davanti alla Corte Costituzionale. Insomma, per dirla con il presidente uscente dell’Anm Eugenio Albamonte, allo stato è una riforma “inattuabile”.

Durante il dibattito coordinato dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, che si è limitato a parlare di legge con “molte lacune” e ha fatto l’ospite che dava la parola, i magistrati hanno puntato il dito soprattutto sul problema della valutazione e della selezione delle intercettazioni rilevanti ai fini di un’inchiesta. Ora la polizia giudiziaria è tenuta a redigere quello che in gergo si chiama brogliaccio, un riassunto delle intercettazioni in modo che pm e avvocati possano avere sotto gli occhi a grandi linee tutto il materiale e valutare se ci siano registrazioni utili anche in un momento successivo. Ma con la riforma, la Pg potrà scrivere solo data e ora delle intercettazioni che ritiene irrilevanti e che finiranno in un archivio riservato sotto la responsabilità dei procuratori. Spiega il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo: “Se non potranno più esserci i brogliacci ma solo ‘annotazioni’ per intercettazioni di cui la pg ha dei dubbi, quale elemento ho io pm per discernere?” Creazzo, così come l’avvocato Migliucci, evidenzia una sperequazione tra gli imputati “abbienti e non abbienti”. Solo i primi potranno permettersi studi importanti con molti avvocati costretti all’ascolto di una marea di intercettazioni, senza nemmeno poter prendere appunti, alla ricerca di prove difensive.

Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che pure è stato il capo di Gabinetto di Orlando, dice che “non è possibile l’entrata in vigore” della riforma . Anche il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, noto per la sua prudenza istituzionale, scende in campo: la riforma “è un gran pasticcio” e ritiene “probabile un intervento della Consulta” per le limitazioni alla difesa. Il procuratore aggiunto antimafia di Milano Alessandra Dolci, come ha già scritto il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, sostiene che non basta la previsione di un’annotazione “preventiva” della pg al pm solo quando ha il dubbio sulla rilevanza di un’intercettazione : “Tutto quello che è manifestamente irrilevante va coperto ma il resto deve essere indicato nell’annotazione, utile per accusa e difesa”.

Le conclusioni di Albamonte risentono del momento politico: “Lanciamo una specie di messaggio in bottiglia in assenza di interlocutori politici e senza sapere se verrà raccolto. C’è un ritardo enorme nella definizione delle linee guida. Occorre un congruo rinvio”.

Auto blu, la Consulta salva il prof Zanon: facciamo tutti così

Nicolò Zanon, primo giudice della Corte costituzionale a finire sotto inchiesta per peculato d’uso (a causa della macchina blu utilizzata dalla moglie in sua assenza) è quasi salvo. Il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo ha chiesto l’archiviazione dopo aver ricevuto una lettera da parte della Consulta, in cui, in sostanza, si spiega che Zanon ha interpretato in modo “estensivo” il fumoso regolamento sull’uso delle auto di servizio risalente al 1979, in base al quale si dà “ampia discrezionalità” ai giudici. Insomma, anche i colleghi potevano fare, volendo, come Zanon.

Fin qui l’interpretazione (che spetta per legge alla Corte) del vecchio regolamento. Che non è più in vigore dal 21 marzo scorso quando ne è stato approvato uno nuovo che fissa, per la prima volta, un paletto: fuori i terzi, parenti e affini, dall’uso delle auto blu. Da ora in poi, quindi, le macchine di servizio sono assegnate “esclusivamente” al giudice.

Una svolta, questa, che forse non ci sarebbe stata – anche se dalla Consulta assicurano che era già in programma – se non ci fosse stata l’inchiesta su Zanon.

Il giudice è stato accusato di peculato d’uso per aver concesso, da novembre 2014 al 9 marzo 2016, alla moglie (non indagata) Marilisa D’Amico – ex consigliera comunale Pd a Milano e ora membro del consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa – l’uso dell’auto.

A far partire l’indagine è stata la stessa Consulta, che dopo aver ricevuto una relazione dell’autista del giudice ha inviato gli atti in procura. Anche l’autista, sentito dai pm, ha raccontato dei passaggi dati alla signora Zanon, in due casi anche fuori Roma (ossia a Siena e Forte dei Marmi) e ha depositato alcuni sms ricevuti.

Quando Zanon, ex membro laico del Csm (nominato in quota Pdl) è stato interrogato, al procuratore aggiunto Ielo ha spiegato che non c’era stato alcun abuso, tutto è avvenuto rispettando la disciplina interna.

L’accusa, invece, riteneva, in un primo momento, che il regolamento interno alla Consulta escludesse i parenti dall’utilizzo delle auto di servizio in assenza del giudice. Poi l’interpretazione da parte della Corte del vecchio regolamento ha reso granitica la difesa di Zanon. Ecco perché le sue dimissioni sono state respinte all’unanimità. E poco dopo c’è stata l’approvazione del nuovo regolamento.

Per la posizione penale di Zanon è talmente importante il confronto vecchio-nuovo regolamento che la procura chiede l’archiviazione scrivendo: “…Considerato che il nuovo regolamento all’articolo 5 prevede che l’uso delle autovetture assegnate ai giudici è esclusivo e personale, norma la cui funzione nell’economia del testo normativo, deve ritenersi introduca un limite fino a quel momento inesistente”.

L’articolo 5 del nuovo regolamento infatti chiarisce che: “A ciascun Giudice costituzionale è assegnata in via esclusiva una autovettura per uso personale, anche in relazione a esigenze di sicurezza”. A ogni giudice sono affidati due autisti, come in passato, mentre “ciascun autista deve tenere aggiornato il registro di marcia sul quale annota ogni giorno il chilometraggio iniziale e finale del servizio. Il registro è visionato a fine mese dal Giudice assegnatario o dal Segretario Generale”.

Adesso, per quanto riguarda la posizione di Zanon, sarà il giudice delle indagini preliminari a decidere se condividere l’impostazione della procura anche se, con la documentazione inviata a piazzale Clodio e il principio di autoregolamentazione della Consulta, è difficile che ci sia un esito diverso.

Fin qui c’è il piano penale. Ma c’è anche il profilo dell’opportunità. Non solo fuori da palazzo della Consulta, ma anche dentro, non sono mancate critiche, sia pure non esternate, sul comportamento del giudice. Perché se è vero, come ha spiegato la Corte, che non ha commesso alcun illecito è anche vero che per il ruolo ricoperto avrebbe dovuto evitare di dare la macchina con autista in uso alla moglie. Un ex giudice della Consulta ci dice: “La signora avrebbe dovuto prendere un taxi o un ‘auto privata. Mai mia moglie ha usato la macchina di servizio e il segretario generale (non quello attuale, ndr) a cui chiesi delucidazioni sull’uso dell’auto blu mi disse: ‘Sarebbe meglio che la usasse solo lei’”. A parte le critiche, altri avrebbero potuto usare allo stesso modo l’auto concessa, perchè previsto dal vecchio regolamento. Ma ora sono tutti salvi.

Pistola elettrica, via alla sperimentazione. “Può uccidere”

“Bisogna fare molta attenzione, la possibilità che armi non letali producano effetti fatali è reale”. Così Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, commentando il via libera alla sperimentazione in Italia della pistola taser, che spara scariche elettriche in grado di immobilizzare fino a 7 metri di distanza, ora in dotazione a poliziotti e carabinieri. Si parte da Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia per testare l’arma, secondo le indicazioni contenute in una circolare della direzione anticrimine del 20 marzo scorso. Amnesty, da parte sua, monitora l’introduzione in Italia di queste armi capaci di evitare il “corpo a corpo” in caso di aggressione, raccomandando “la massima attenzione e preparazione da parte di chi la impugnerà”. Il rischio “di un cattivo uso con conseguenze letali”, è secondo Noury da tenere in alta considerazione. “Abbiamo studiato per anni l’uso della pistola taser negli Stati Uniti e in Canada e i morti sono stati centinaia – spiega il portavoce di Amnesty Italia –. Occorrono dunque formazione e regole precise, anche se poi rimarrà sempre il rischio di fare vittime”.

Multa da 29 milioni al re dei traghetti

“Rispondete che non abbiamo disponibilità”. Questo era l’ordine aziendale dal gruppo Onorato ai traghetti: lasciare a terra chi aveva tradito e si era rivolto ai concorrenti di Grimaldi che nel 2015 avevano iniziato a sfidare il quasi monopolio dell’armatore napoletano, soprattutto su tratte come Livorno-Cagliari e Cagliari-Genova. Per questo l’Autorità antitrust di Giuseppe Pitruzzella ha sanzionato con una multa record da 19 milioni Moby e Cin, le due compagnie controllate dalla Onorato armatori, per “abuso di posizione dominante”.

Il gruppo guidato da Vincenzo Onorato, “attraverso ingiustificate ritorsioni e penalizzazioni, economiche e commerciali, nei confronti delle imprese di logistica che si sono avvalse dei concorrenti”. Chi rimaneva fedele alla Onorato riceveva “vantaggi competitivi di varia natura” così da poter “sottrarre commesse alle imprese di logistica divenute clienti degli armatori concorrenti dell’impresa dominante”.

In questi anni, Onorato ha fatto di tutto per contrastare i concorrenti. Forte del contributo di 150.000 euro alla Fondazione Open di Matteo Renzi e di qualche presenza alla convention della Leopolda, l’armatore è riuscito a ottenere una legge su misura, ancora non efficace perché manca il via libera della Commissione Ue: un decreto legislativo impone l’obbligo di imbarcare marittimi italiani o comunitari sulle rotte di cabotaggio nazionale di trasporto passeggeri (anche per servizi in triangolazione con scali esteri, come è il caso di Grimaldi) per avere i benefici fiscali e previdenziali connessi all’appartenenza al Registro Internazionale Italiano.

Poi ha lanciato una campagna mediatica con lo slogan: “Il nostro personale? È tutto italiano!”. Grazie allo spot, Onorato ha girato le trasmissioni tv e i giornali presentandosi come l’armatore più patriottico, dopo aver spostato il suo peso politico da Renzi al Movimento 5 Stelle (ha portato Luigi Di Maio e Beppe Grillo tra i marittimi di Torre del Greco).

Il gruppo Onorato riceve ogni anno dallo Stato 72,7 milioni di euro per garantire la continuità territoriale tra isole e continente, i suoi concorrenti che operano sulle stesse rotte invece no. Soldi che servono a permettere a Onorato di mantenere certe rotte anche nei periodi di bassa stagione, quando non ci sono i turisti a renderle redditizie, ma che invece diventano la leva su cui costruire la posizione dominante.

Nel novembre 2015 – ricostruisce l’Antitrust – i dirigenti di Cin e Moby riuniscono per un pranzo a Cagliari i responsabili delle principali società di logistica sarde “per convincerle a non cedere i propri carichi al concorrente Grimaldi”. Queste chiedono di avere allora gli stessi prezzi di Grimaldi, Onorato replica che “chi avesse deciso di imbarcare con Grimaldi i propri rimorchi non avrebbe più imbarcato con le società del gruppo”.

Onorato, in una nota, ha commentato così la sanzione Antitrust: “Un atteso tentativo, fra i tanti, di vendetta del Sistema Italia-lobby contro l’occupazione del personale italiano”.

Decreto Popolari, il gip: “Fare altre indagini su Cdb”

Il caso sulla presunta soffiata dell’ex premier Matteo Renzi che consentì a Carlo De Benedetti di guadagnare 600 mila euro in Borsa investendo sulle banche popolari alla vigilia della riforma non è chiuso. Il gip Gaspare Sturzo ieri ha disposto nuove indagini, dopo aver ricevuto, quasi due anni fa, la richiesta di archiviazione della Procura di Roma per l’unico indagato di questa vicenda: il broker Gianluca Bolengo. Durante l’udienza, il gip – dopo aver ascoltato gli avvocati della difesa e il pm titolare dell’inchiesta, Stefano Pesci – ha dato alla Procura tre mesi per fare nuovi approfondimenti.

Le nuove indagini partiranno dalla telefonata del 16 gennaio 2015 tra il presidente onorario di Gedi (Gruppo Espresso) e Bolengo, suo broker di fiducia: De Benedetti ordina acquisti di titoli delle banche popolari dopo essere stato a Palazzo Chigi da Renzi, si dice sicuro che ci sarà “un decreto”. Il gip Sturzo ha indicato al pm Pesci di disporre una nuova perizia per riuscire a capire nel dettaglio ciò che si dicono i due nella parte della conversazione trascritta nei brogliacci come “incomprensibile”.

 

Si indaga anche su altre presunte speculazioni

Il giudice ha anche chiesto di acquisire dalla Consob i documenti depositati dopo la richiesta di archiviazione del pm e le segnalazioni dell’Authority su altre operazioni sospette avvenute nei giorni precedenti all’approvazione della riforma. Ma quello che conta è la perizia sulla telefonata: l’indagine potrebbe prendere un’altra piega solo qualora da questa conversazione dovessero emergere nuovi elementi che indicano reati.

Il 16 gennaio 2015, De Benedetti chiama Bolengo. “Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane”, dice l’Ingegnere. Che poco dopo aggiunge: “Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le Popolari?”. E il broker: “Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. De Benedetti poi assicura: “Passa, ho parlato con Renzi ieri”.

Quel giorno Bolengo acquista 5 milioni di euro di titoli di sei banche Popolari, facendo guadagnare all’editore 600 mila euro. Quattro giorni dopo, il 20 gennaio, la riforma viene approvata dal Consiglio dei ministri per decreto: 10 popolari sono obbligate a trasformarsi in spa e diventano contendibili sul mercato, alcune di queste sono già quotate in Borsa. La Finanza acquisisce le registrazioni delle chiamate che gli intermediari finanziari sono obbligati a conservare per legge. E si imbatte nello scambio. La Consob apre un’indagine ritenendo sia stato commesso un insider trading (che poi archivia) e invia gli atti alla procura. Che iscrive nel registro degli indagati solo Bolengo per ostacolo alla vigilanza.

 

Le colazioni con il premier a Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Carlo De Benedetti sono stati sentiti come persone informate sui fatti. Tutti negano di aver avuto o trasmesso informazioni privilegiate. Durante le indagini è stata anche chiesta una perizia, nella quale, in sostanza, i consulenti del pm sostengono che il comportamento di De Benedetti non è coerente con quello di chi possiede un’informazione privilegiata, perché investe poco e copre il rischio dell’operazione con un derivato, segno che non c’era certezza sull’esito. È la linea di De Benedetti: “Con le nostre controparti – dice convocato dalla Consob l’11 febbraio 2016 (come ha rivelato il Sole 24 Ore) – …avevamo fatto 620 milioni, di cui le Popolari solo 5. Tutte le altre operazioni hanno il taglio di 20, ma se io avessi saputo, avrei fatto 20 anche sulle Popolari (…)”. Spiega poi di aver parlato della riforma con Renzi durante una colazione a Palazzo Chigi il 15 gennaio 2015. Prima di salutarsi, davanti all’ascensore, il premier gli avrebbe detto: “Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”.

La Procura in ogni caso non ravvisa reati neanche per Bolengo. Anche il fatto di aver parlato di “decreto” nella telefonata (informazione all’epoca inedita e determinante per sapere se i titoli sarebbero schizzati in Borsa) non ha rilevanza: per la Procura, il broker usa questo termine “palesemente senza connotazione tecnica”. Nella richiesta di archiviazione il pm Pesci spiega: “Sono due gli elementi price sensitive che avrebbero dovuto rimanere riservati: l’adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione”. De Benedetti, per il magistrato, non sembra conoscere le tempistiche (parla di un ‘provvedimento’ ‘nei prossimi mesi… una o due settimane’), né sapeva del decreto: “Si limita ad affermare di aver appreso di un ‘intervento’: espressione polivalente, che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto al Bolengo”. Quindi va tutto archiviato. Non è d’accordo il gip Sturzo.

Resta poi aperta l’inchiesta di Perugia: dopo un esposto del neo senatore Elio Lannutti (M5S), i pm stanno verificando se siano stati commessi dei reati nella gestione del fascicolo da parte dei colleghi capitolini.

La Consulta: Calderoli non è insindacabile per gli insulti a Kyenge

La Corte costituzionale smentisce il Senato: Roberto Calderoli non è insindacabile (e dunque può essere giudicato) per le frasi offensive rivolte all’ex ministra Cécile Kyenge. La vicenda risale a cinque anni fa, l’estate del 2013: il leghisti attribuì a Kyenge “le sembianze di un orango” e disse che poteva fare il ministro ma in Congo. La Consulta ha annullato la “deliberazione di insindacabilità” adottata dal Senato il 16 settembre e ha accolto il ricorso del Tribunale di Bergamo che aveva sollevato il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Secondo la Corte, come si legge nella sentenza, “le opinioni espresse dal senatore Calderoli non hanno alcun nesso funzionale con l’esercizio dell’attività parlamentare”. Lo stesso Calderoli durante la seduta di ieri si è reso protagonista di un altro incidente istituzionale: è stato l’unico a Palazzo Madama a non alzarsi in piedi per applaudire la nomina della senatrice a vita Liliana Segre. Lui stesso ha chiarito poi il gesto: “Nulla di personale. Sono andato a salutare di persona e direttamente Liliana Segre. Non ho applaudito solo perchè sono contrario ai senatori a vita, figura che avevo abolito nella mia riforma costituzionale”.

La guerra per gli uffici al Senato

Certo, c’è da eleggere il presidente. Sicuro, anche vedere di fare un governo. Ovvio, bisogna pure occuparsi delle scadenze legislative tito il Def. Però a Palazzo Madama c’è pure una sorda e durissima guerra per gli uffici. Succede questo. Il gruppo del Pd ha avuto finora quelli ampi e prestigiosi al piano aula del Senato su cui però – visti i risultati elettorali e i mutati rapporti di forza numerici – hanno messo gli occhi i 5 Stelle. Solo che dentro i democratici – forse memori delle marce antifasciste con cui hanno fatto campagna elettorale – hanno subito dato vita alla resistenza: “Ci stringeremo, ovviamente, ma restiamo qui”. Capo dei facinorosi, l’ex capogruppo Luigi Zanda, che occupa il bell’ufficio che oggi ospita la grande tela (un paesaggio marino nebbioso acquistato durante i fasti artistici di Marcello Pera) che prima campeggiava in Sala Garibaldi, il Transatlantico del Senato, e ora è appunto finito nell’ufficio del democristiano fattosi democratico. La “privatizzazione” del grande quadro blu, peraltro, è una fissa dell’ex questore M5S Laura Bottici: la senatrice non riuscì a strapparlo a Zanda la scorsa legislatura, ma i 5 Stelle possono farcela adesso occupandogli direttamente tutto l’ufficio. “No pasaràn”, promette il guerrigliero dem.