Palazzo Mariuccia, il Parlamento pieno di matricole e novizi

Lui, il piccolo, con la camicia bianca chiusa in gola da un farfallino esausto: “Mamma, ho da fare la pipì”. Lei, allarmatissima moglie del neosenatore: “Non lo dire neanche per scherzo. Ma non vedi dove siamo?”. Siamo nel corridoio che conduce all’aula di Palazzo Madama, oggi zeppa di congiunti inorgogliti che conducono a fatica i propri corpi e quelli della prole verso il fatidico passaggio di babbo o mamma sulle poltrone di velluto rosso antico , da legislatore della Terza Repubblica.

È questo un Senato formato junior, più sprintoso che mai. Signore ma giovani, alcune ancora con l’aria di ragazze attardate, come Gabriella Giammanco. Berlusconi l’ha voluta deputata nel pieno dello splendore e ora l’ha trascinata qui, l’ha resa senatrice: “Devo ancora abituarmi a questo luogo. Mi sembra tutto così strano”. Maria Rosaria Rossi, non per niente soprannominata “la badante” ai tempi in cui organizzava l’agenda e la vita dell’ex Cavaliere, è lì vicino a soccorrerla.

Strano, forse stranissimo questo tempo e questo luogo anche per Sabrina Ricciardi, rigorosa in un abito di sartoria, dai tratti delicati, lo sguardo un po’ frastornato ma cosciente, consapevole dell’impegno. Lei rappresenta la seconda ondata grillina, la maturità raggiunta e anche una certa classe, una compostezza, e anche uno status da nuovo potente, che cinque anni fa sembravano sconosciuti. “Piacere, sono la senatrice De Lucia”. Si danno il lei e c’è un perchè. La dirimpettaia chi è? Giornalista o collega, amica di gruppo o nemica?

“Scusa, sai dov’è il bagno?”, interroga una signora in tailleur e scarpe rosse vive, leghista di sicuro che chiede al compagno di cordata, Roberto Calderoli, un’indicazione utile.

Non è attesa tremante questa, ma momento lieto, ozio proficuo, sorriso ascendente. Ecco Daniela Santanchè in versione Fratelli d’Italia dopo essere stata la pitonessa del Cavaliere. Trasferita da Montecitorio e più custodita oggi rispetto a ieri. In effetti il centrodestra si distingue per mise: più approssimato e casual quello leghsita, ricercato, a volte sfarzoso quello forzista. In mezzo, né pitone né jeans, la Meloni, tutta di bianco bestita, la voce flebile del centrodestra e, a vederla come alza gli occhi al cielo, anche la meno pronta a spiegare le mosse che verranno.

Se sei di Fratelli d’Italia il Lazio è la regione d’elezione. Parli Lega? Allora Veneto e Lombardia. Grillini del sud invece: siciliani, calabresi, pugliesi. I dialetti si sentono e i gruppi si ricompongono per geolocalizzazione. “Io? Sono la senatrice Toffanin, da Rovigo”. Giuliva, veramente felice, la signora è coccolata dalla famiglia, i figlioli sono emozionati e anche lei tantissimo. Come la moglie di Domenico De Siano, boss forzista di Ischia, transformers isolano, accumulatore di poltrone (sindaco, consigliere provinciale, regionale). Oggi qui, finalmente. La sua signora: “Contentissima”. E contento è Luigi Cesaro, conosciuto come Giggino ’a purpetta, per via dell’identità popolare, della grammatica faticosa e delle amicizie, a volte non specchiatissime. Sono due forzisti del sud sopravvissuti all’onda anomala.

Un terzo debuttante e è emiliano. “Noi eravamo fritti in partenza, il vento ci era contro e portava verso quelli lì”, indica col dito Vasco Errani, che mai avrebbe immaginato che la sinistra finisse in friggitoria e che, dopo un quarantennio nel partito Stato, si ritrovasse a galoppare in Senato nella scuderia di Liberi e Uguali, fanalino di coda dei partiti in campo, piccolo e quasi inutile purtroppo, già da rifondare.

Chi si è salvato, per un soffio o poco più, comprende che la mestizia è problema di altri. “Ho schivato la ghigliottina, vorrei vedere!”, dice Gianfranco Rotondi, intramontabile e inimitabile democriostiano avellinese da trent’anni aggregato in solitaria al carro berlusconiano. Fabrizio Cicchitto non è riuscitio nell’impresa pluridecennale di farsi candidare ed eleggere. Oggi è qui, perchè casa sua è Montecitorio. Però lontano dall’emiciclo, fuori dai giochi, dai vertici, dallo straordinario teatrone della politica.

E lui Bruno Marton da Milano oggi è venuto a vedere per l’ultima volta com’è fatto il Senato. Un grillino non rieletto, una scalogna cosmica, impossibile nemmeno a pensarsi: “Ero candidato a Milano, collegio faticosissimo. Comunque è stato bello”. Il suo gruppo si è gonfiato così tanto da arrivare a quota centodieci. Tutti dentro ma lui no: “Con la politica ho smesso a meno che non mi chiederanno di fare qualcosa che abbia un senso. Ho ripreso le redini della mia società, torno a fare quel che ho sempre fatto”.

Torna a casa mentre qui la festa è appena iniziata, la buvette è zeppa di corpi, i panini si dileguano in mille mani, il rito si consuma tra le crocchette fredde. Da qui chi si muove? “Quando vedranno il primo stipendio penseranno a uno scherzo, quando giungerà il secondo invece capiranno che tutto è vero. Il Paradiso è qua”, dice il forzista Paolo Russo.

Il paradiso. Una signora leopardata, super sorridente e super soddisfatta, avanza a Montecitorio. Eletta all’estero, Nord America. Tra il Quebec e l’Ontario ha ritrovatro l’Italia e oggi si gode l’elezione. Biglietti da visita già fatti, e tanta voglia in borsa. “Mi chiamo Francesca La Marca, piacere”.

Dal diario di Salvini a Casini in confusione: la giornata sui social

Una volta era roba da nerd smanettoni, poi da pagine satiriche e di svago. Ma ora sui social si divertono come pazzi anche i politici. Ieri, per esempio, Matteo Salvini di buonora ha twittato un’immagine di Laura Boldrini con scritto: “Bye Bye presidente”, alludendo al cambio di presidenza a Montecitorio. Tra le migliaia di commenti, anche quello dell’interessata: “Ancora tu? Ma le trame per andare al governo non ti impegnano già abbastanza? Attento che mentre scrivi su di me ti sfilano la poltrona”. Hashtag: #TuChiamaleSeVuoiOssessioni. Altro che Jim Messina. Chi invece ha sbagliato qualcosina nella comunicazione, almeno secondo notturnoconcertante su Spinoza, è la coppa B.-Salvini: “Il centrodestra: ‘La presidenza del Senato? A Noi!’ Cominciamo bene…”. Vaghi messaggi nostalgici, mentre di ben altro spessore è il riferimento storico del murales apparso ieri mattina a Roma: un bel bacio appassionato tra Di Maio e Salvini. Ha resistito sì e no qualche ora. Peccato, perché i sintomi di un accordo tra Lega e 5 Stelle c’è. Le frasi di Osho sceglie un’immagine di Di Maio e Salvini al telefono: “Io me porto solo er diario, tanto er primo giorno ‘un se fa niente”. Vecchia saggezza, come quella di Laura Boldrini: “Oh, io prima de lascia’ la Camera l’accappatoi mii frego”. Magari non è il massimo dell’educazione, ma d’altra parte c’è chi, come Roberto Giachetti, si presenta a presiedere la Camera senza cravatta: “Raga, mettiamo 20 centesimi a testa e mandiamo una cravatta a quel barbone di Giachetti”, scrive Cambiacasacca. Impari da chi ha più esperienza. Pierferdinando Casini, per esempio. In queste fasi concitate passa da un’intervista a una votazione, dalla chiama a un live social. Può pure succedere che vada un momento in confusione: “Casini:’Voterò in linea con il mio gruppo’. Non ha specificato quale, ché proprio non se lo ricorda” (Paguro Bernardo). E il povero Matteo Renzi? In mezzo a tutto questo delirio social, a tutti questi battibecchi virtuali, milioni di follower sono lì che aspettano un gesto, un’indicazione, anche solo un selfie mosso. E invece niente. Tutto tace. L’ultimo post è lì, malinconico, con data 17 marzo: “Strepitoso Vincenzo Nibali, strepitoso. Chi ama il ciclismo si ricorderà a lungo di questa Milano Sanremo. Grande Squalo!”. Poi il silenzio: dura la vita da senatore semplice.

Grillo torna in teatro: “Ora andiamo anche al governo, ma io scherzavo…”

“Divento capo politico, poi abdico, non abdico… ma uno che aveva come motto ‘la catastrofe con ottimismo’ come poteva fare il politico? Eppure siamo diventati il primo partito e stiamo per andare a governare, ma io scherzavo!”. Beppe Grillo torna sul palcoscenico come comico ma per sua stessa ammissione, o forse per gioco scenico, non riesce a rientrare nel personaggio e rimane a metà in una crisi di identità, tra il vecchio mattatore e il politico.

Così dal palco del teatro Flaviano, a pochi metri dal Senato e da palazzo Grazioli, al termine di una lunga giornata politica, Grillo frammezza battute a giudizi politici e non risparmia nessuno. “C’è un uomo che vuole incontrare i Cinque Stelle a tutti i costi, forse per vedere se c’è della fica, ma quelle che ci sono nel Movimento sono di un tipo completamente diverso, sono donne per bene, madri di famiglia, si sono depilate solo da oggi e non la danno neanche al marito”, ironizza Grillo. Il riferimento evidente è a Silvio Berlusconi e alla richiesta di un confronto sulle presidenze. La sinistra? “È, era, noiosa, non riesce a entusiasmare nessuno per questo è scomparsa, ero iscritto al Pd di Arzachena e il riflusso gastrico mi tormentava, devo ringraziare Bruno Vespa: ho messo un paio di suoi libri sotto al letto ed è andata meglio, non volevo fare un movimento ma dormivo male, alla fine mi sono rassegnato all’insonnia”. Nel siparietto del comico-politico Grillo fa capolino anche un altro leader politico (Matteo Renzi, ndr): “L’ebete, l’ho incontrato una volta per 30 secondi, ma come si fa a portare avanti uno così se lo capisci in 30 secondi? Come fa un giornalista a dare retta a uno così?”.

Quando è arrivato al teatro Grillo è stato preso d’assalto dalle telecamere: “Siete meravigliosi, vorrei parlare con i vostri genitori” sorride Grillo dribblando i giornalisti scendendo dal taxi, poi dentro si sfoga: “Mi vengono addosso, mi bloccano la portiera, c’è della violenza. Non so mai se scherzare o mandarli a fanculo”.

Il M5S con la Lega, ma rinvia il suo nome per la Camera

Ci proveranno con il leghista che ha strappato, Matteo Salvini. Alleato oggi, e chissà se pure più in là, per un governo. Nell’attesa, ieri sera, lui e Luigi Di Maio si sono giurati appoggio reciproco, tramite note concordate. Ma i 5Stelle e il loro capo politico non vogliono e non possono ancora fidarsi, perché nella partita delle presidenze si giocano tantissimo. E allora alla fine di un lunghissimo venerdì, giurano che oggi voteranno in Senato la forzista Anna Maria Bernini, “o un altro profilo simile”. Purché non sia il condannato Paolo Romani. Però non si sbilanciano sul suo nome per la presidenza della Camera.

Tutto porta alla candidatura di Roberto Fico, che Di Maio vuole sulla poltrona di Montecitorio per dare un segnale al Pd e alla sinistra, e alla sua minoranza ortodossa. Però il nodo verrà sciolto questa mattina, dopo che il M5S avrà capito quanto è stata lunga la notte nel centrodestra e per Salvini. Se si trovasse la quadra, anche con un nome potabile solo del Carroccio (Giulia Bongiorno?) il M5S schiererà Fico già alla terza chiama, che assieme alla Lega è riuscita a far svolgere in contemporanea tra Camera e Senato, per sorvegliare il gioco. Altrimenti potrebbe tenerlo ancora coperto. Tenendo pronto di riserva il dimaiano doc Riccardo Fraccaro. Ma il “rosso” Fico è la prima scelta, anche per dimostrare che non è già accordo di governo con il Carroccio.

La giornata a 5Stelle comincia alle 9 con un’assemblea dei parlamentari a Montecitorio, in cui Di Maio ripete la linea: “Un Nazareno bis non lo farò mai, non vi porterò mai a fare una cosa del genere”. Ovvero, mai incontri o intese (dirette) con Berlusconi. E comunque, “siamo aperti al confronto con tutti, massima disponibilità”. Non vuole legarsi le mani, Di Maio. Però sin dalla mattina tutti parlano di Salvini. “Ora deve dare un segnale” sussurrano. E il riferimento è alle telefonate continue proprio con il candidato premier del M5S, in cui il leghista giura di volere l’accordo sulle presidenze.

E così il Movimento aspetta come un oracolo l’esito del (primo) vertice del centrodestra a Palazzo Grazioli. Però, diffidente, prova a mettere fretta a Salvini. E fa circolare voci su un possibile appoggio in Senato al dem Luigi Zanda, franceschiniano doc. “Franceschini e i suoi sono disposti a parlarne” giurano. Nel frattempo in Transatlantico appare con passo di corsa Roberto Fico, il possibile candidato alla Camera del Movimento. E assieme a lui ci sono i pretoriani di Di Maio, Alfonso Bonafede e Fraccaro, per giorni dato come il nome per Montecitorio. Sorridono e schivano le domande, poi scompaiono per un buon quarto d’ora in una stanza. “Salvini farà qualcosa, ce lo ha promesso” si sbilancia un big. Ma le notizie dal vertice del centrodestra, con Forza Italia che insiste su Romani a Palazzo Madama, sembrano tamburi di guerra. Ed è proprio in Senato che una parte degli eletti del M5S prova l’altra mossa per stanare Salvini. Ovvero, gli fa arrivare un messaggio che è un avviso al navigante: “E se sabato noi 5Stelle ti votassimo come presidente del Senato?”. Tradotto, se non ti muovi noi ti tireremo dentro la battaglia. Chissà se e quanto incide, la provocazione.

Però la certezza è che in serata il segretario del Carroccio spariglia, annunciando il voto per la forzista Bernini. E i senatori grillini si guardano tra loro con sorrisi da aristogatti. Mentre Massimo Bugani, membro dell’associazione Rousseau, la “creatura” di Davide Casaleggio, esulta: “La coalizione di centrodestra non esiste”. Però è presto per le esequie, e in serata i vertici si chiudono in conclave. Salvini e Di Maio si sentono al telefono, più volte. E il leghista promette di tenere fede all’accordo. Così ecco che il capo politico del M5S va in sostegno: “Per la presidenza del Senato siamo disponibili a sostenere Anna Maria Bernini o un profilo simile”.

Parole per consentire al leghista di trovare un altro nome, anche con il centrodestra. E Salvini risponde sulla stessa nota: “Alla Camera appoggeremo il Movimento, ora aspettiamo il nome”. È il patto. Però Di Maio deve pur sempre spiegare alla base di voler votare una berlusconiana. Così su Facebook arriva la benedizione preventiva di Alessandro Di Battista: “Ho fatto opposizione a Berlusconi come pochi in questi anni. Ma se Salvini propone la Bernini al Senato ritengo che il M5S debba votarla: se propone un nome di Forza Italia è un problema suo”. Questa mattina assemblea congiunta, dove dovrebbero lanciare il nome di Fico. Ma dipenderà: dalla nottata.

“Io non tradisco: resto sempre renziano”

Il primo giorno di un primogenito a Montecitorio: scrivere, riportare, elaborare. Così il deputato dem Piero De Luca, di professione avvocato, figlio del governatore campano Vincenzo detto ’o sceriffo, fra un’immersione nel catafalco e un paio di schede bianche, chiede a un commesso: “Dove posso trovare dei fogli?”. Riceve una cortese risposta e, un po’ smarrito, s’avvia verso una stampante per rimediare un pezzo di carta. E poi, da solo, fa su e giù per i corridoi del palazzo. Taglia le folle, e rallenta il passo.

De Luca cammina, il Pd è immobile.

Occorre evocare il senso di responsabilità, tocca a chi ha vinto le elezioni. Non scherziamo con le presidenze di garanzia del Parlamento.

Quanta confusione al Nazareno.

No, perché?

Chi comanda?

Le assicuro che i gruppi sono coesi e la guida è ferma.

Il segretario reggente Maurizio Martina regge bene.

Esatto, aspettiamo le proposte degli altri, poi valutiamo.

Lei a chi risponde: a Martina o a Renzi?

Il partito è unito.

Renzi ha eletto De Luca.

Sbagliato, mi hanno eletto gli elettori.

Lei è renziano, non tradisce?

Ho un buon rapporto con Renzi e non lo rinnego perché ha perso le elezioni. L’ho sentito con un messaggio di auguri.

Adesso c’è la corsa a non definirsi renziani.

Non cambio idea, ma ho analizzato il risultato elettorale.

E poi ha organizzato una festa per celebrare una sconfitta?

Era un dovere.

Pentito?

No, era un dovere nei confronti dei cittadini che mi hanno votato.

Che consiglio le ha dato papà?

(sorride). Beh, abbiamo anni per parlare qui, io le ho risposto e, se vuole, le offro pure un caffè.

Lo scolaro Matteo, non si impegna e disturba

Non avremmo mai pensato di dirlo, ma forse aveva ragione Renzi: il Senato elettivo andava abolito e “trasformato in un museo”, se non altro per scongiurare il pericolo che in futuro ci sedesse gente come lui. Dovevate vederlo, ieri, accomodato novello eletto tra i banchi del Pd di Palazzo Madama (“Renzi senatore”: un titolo che non stonerebbe nel solco dei vari “Paperino astronauta”, “Topolino e il bosone di Higgs”, etc.), durante il discorso solenne del suo ex pigmalione Napolitano. Se non l’avete visto, guardatelo: come uno scolaro iperattivo e purtroppo ignaro della efficacia didattica di un bello scappellotto, si distrae in continuazione; ridacchia furbastro; fa l’occhiolino a questo e quello; distrae i colleghi; fa sedere Richetti davanti a lui; motteggia; si muove; solleva il mento per ostentare attenzione. Ma dura tre secondi netti. Gaglioffo e ilare, si guarda attorno, occhieggiando all’emiciclo; ammicca a qualcuno alle sue spalle; saluta; distrae i colleghi; dice una facezia a Bonifazi, che a sua volta smanetta con l’iPhone; poi gli mette una mano sul braccio, cameratesco, come fossero al Bar Sport di Montelupo Fiorentino e stessero condividendo una celia e un Crodino invece che lo scranno senatoriale.

La liturgia lo annoia, e del resto qui 4 anni fa, con la stessa sicumera del provincialotto arricchito che accede al circolo di canasta del paese, entrò con le mani in tasca, e tra una citazione di Gigliola Cinguetti e un calembour del suoi (l’Italia non è Paese finito ma un Paese infinito), disse “vorrei essere l’ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’Aula”, una delle sue sparate che la Storia si è incaricata di smentire. Una cronaca di Huffington Post lo ritrae poco prima della seduta: un Alberto Sordi magliaro che paga il caffè a tutti, canticchia una canzone di Alan Sorrenti, “chiacchiera col Nobel Carlo Rubbia” (che chissà come ne sarà uscito arricchito). Speriamo che non lasci mai la politica, uno così dove lo troviamo.

Renzi e il Pd, due partiti divisi e indecisi a tutto

“Tocca a loro. Io lo dico dal 5 marzo che tocca a loro. Tocca a loro”. Matteo Renzi, dopo la seconda chiama, entra alla buvette del Senato, ripete la gag che va facendo dalla mattina: “Fermi, visti i brillanti risultati elettorali in Sicilia, da qui a fine legislatura Faraone pagherà il caffè a tutti”. Poi chiede un bicchier d’acqua e al muro di taccuini che gli si parano davanti continua a opporre un sorriso stampato e a ribadire: “Ignoratemi. Perché mi cercate ancora?”. Una battuta dopo l’altra, nel tentativo di mascherare l’amarezza per il fatto di ritrovarsi senatore semplice nella Camera alta che voleva abolire, assomiglia al Jep Gambardella de La grande bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”. Non potendo essere protagonista della festa, si dedica a far fallire ogni progetto di festa alternativa: tradotto, cerca di tenere saldamente il Pd fuori dal gioco delle presidenze, non prende neanche in considerazione l’idea di provare ad approfittare delle spaccature nel centrodestra, o di cogliere gli ami che arrivano dal M5S. L’obiettivo è spingere verso un asse Di Maio-Salvini, possibilmente pure di governo.

Il Pd ieri vota fermamente scheda bianca. Renzi per tutto il giorno, in Aula, intrattiene i colleghi, tra una battuta e l’altra, scortato costantemente da Andrea Marcucci e Francesco Bonifazi. Il resto del partito, nel frattempo, cerca di trovare una strada per provare a entrare in gioco. Gli occhi di Andrea Orlando e dei suoi sono puntati soprattutto sui 5Stelle. Per il Senato si prendono in considerazione più ipotesi. L’idea principale è quella di proporre Emma Bonino, per cercare di portarla al ballottaggio, nel tentativo di rompere l’asse con il Carroccio. Tra i nomi che girano, anche quello di Luigi Zanda, capogruppo dem uscente. Lui e Renzi si ignorano per tutto il giorno: rappresentazione plastica di come ormai il Pd sia almeno due partiti.

Alla Camera, i big Maurizio Martina, Graziano Delrio, Dario Franceschini, Lorenzo Guerini si incontrano e si parlano continuamente. A un certo punto, dopo la terza chiama della Camera, Maria Elena Boschi li vede, fa un cenno di saluto e se ne va. Che il ministro della Cultura mirasse a fare il presidente della Camera, stringendo un’intesa con i Cinque stelle, è storia ormai nota. Renzi pensa che il progetto sia ancora questo. E a confermarglielo ieri l’attivismo di Franceschini, che parla con tutti: da Cicchitto a Fratoianni.

Ma al di là di sospetti e intenzioni, il Pd non riesce a essere incisivo neanche per un minuto. In serata, mentre i dirigenti discutono alla Camera, Renzi vede alcuni parlamentari (tra cui il neo eletto Tommaso Cerno e Bonifazi) al Nazareno. Lo raggiunge anche Matteo Orfini. “Per un saluto”, dicono i suoi. Le strategie si elaborano separatamente. Divisi senza meta.

“Che cosa dobbiamo fare, chiedetelo al segretario”, dice Renzi in Senato. Ma poi, durante la giornata di ieri, fa girare tramite whatsapp ai suoi la proposta, che è pure una critica: “Perché scheda bianca? Potevamo votare un nome di garanzia, come Liliana Segre?”. Nelle chiacchiere non risparmia le critiche: “Ma che gestione è questa di Martina?”. Troppo poco incisiva. Nel frattempo, registra il fallimento delle manovre tra Gianni Letta e Luca Lotti per arrivare all’elezione di Paolo Romani. Pure se la tentazione c’è, il Pd non può permettersi di sostituire i voti della Lega con i suoi.

Nella riunione del Nazareno, dunque, si aspetta la fine del vertice di Palazzo Grazioli per decidere come comportarsi oggi in Aula. Di fronte alla rottura del centrodestra, l’idea di Renzi è quella di portare il Pd alla scheda bianca. “Pop corn” è la battuta che gira tra i fedelissimi: come dire, ora si sta a guardare cosa riescono a fare. Parla di film Renzi nei corridoi del Senato. E cita la battuta di Borg-McEnroe: “La prossima partita non dura cinque set, dura un punto. Si chiama punto secco, è un meccanismo psicologico che decide la partita”. Vuol essere una profezia non proprio augurale per i giocatori di ora.

Nel resto del partito continua la richiesta di avanzare almeno una candidatura di bandiera per oggi, di provare a mettere i 5Stelle in difficoltà. “Decideremo alla riunione dei gruppi”, chiarisce Martina. L’appuntamento è per stamattina alle 9. La notte è lunga, i vertici continui. Le scelte saranno comunque ininfluenti.

“Mano tremante, nullo il voto di Bossi”. Ma la Lega smentisce

Dopo 26 anni è tornato in Senato, facendo fede fino in fondo al suo storico soprannome. Il Senatur, Umberto Bossi, durante il suo primo giorno della nuova legislatura a Palazzo Madama, è pure finito al centro di un equivoco. Quando i senatori hanno votato per la seconda volta per la presidenza, i voti leghisti per Anna Maria Bernini sono stati 57, uno in meno di quanti sarebbero dovuti essere, visti i 58 eletti con il Carroccio. Fonti della Lega citate dall’Ansa hanno provato a risolvere il mistero del voto mancante: “Umberto Bossi ha scritto il nome della senatrice azzurra con mano tremante, quindi la sua scheda è stata annullata per questo motivo”. Nessuna defezione volontaria quindi, solo un disguido fisico, per cui il Senatur avrebbe scritto “Brnin”. Versione però smentita poche ore più tardi da una nota ufficiale del partito: “Non corrisponde al vero che Umberto Bossi abbia sbagliato a scrivere il nome della Bernini. È una sua vecchia conoscenza. Conosce bene anche il padre che è stato ministro con lui nel ‘94, nel primo governo Berlusconi. Sarà stata qualche matricola non avvezza ai nomi dei parlamentari a commettere il refuso”.

Si abbassano i quorum e si avvicinano i nomi dei due presidenti

Con ogni probabilità i nomi dei presidenti di Camera e Senato saranno ufficiali entro stasera. Si riparte dalla quarta votazione a Montecitorio e dalla terza a Palazzo Madama; in entrambi i rami la prima convocazione è alle 10 e 30 di mattina. Si abbassa il quorum: alla Camera dalla quarta votazione in poi è sufficiente la maggioranza assoluta dei votanti. La stessa maggioranza è richiesta anche nella terza votazione al Senato, mentre al quarto scrutinio di Palazzo Madama si procederà al ballottaggio tra i due candidati che hanno ricevuto più voti nella tornata precedente. La prossima settimana deputati e senatori saranno di nuovo convocati per eleggere i rispettivi uffici di presidenza, composti da vicepresidenti, questori e segretari d’Aula. Entro il 28 marzo, peraltro, dovranno aver dichiarato il gruppo parlamentare di appartenenza. Al termine di queste operazioni il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni potrà rassegnare le dimissioni. Poi, probabilmente da lunedì 2 aprile, inizieranno le consultazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Sorrisi e imbarazzi, i bastonati dall’emerito: “Le sue parole sono sempre preziosissime…”

La mazzata del presidente emerito è arrivata forte e chiara. Nel discorso con cui apre la legislatura al Senato, Giorgio Napolitano infierisce sul Pd: “Il partito che aveva guidato tre esecutivi ha subìto una drastica sconfitta ed è stato respinto dagli elettori” e il voto ha dimostrato “quanto poco avesse convinto l’autoesaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e partiti di maggioranza”. In un discorso che non contempla la minima forma di autocritica, Re Giorgio individua il responsabile senza chiamarlo mai per nome, ma descrivendolo in modo piuttosto esplicito: è Matteo Renzi. E mentre l’ex premier dribbla i cronisti ed evita commenti, i reduci renziani in circolo nel Transatlantico del Senato non si possono sottrarre. Accusano il colpo, tra risate nervose e risposte inevitabilmente diplomatiche.

Dario Parrini mantiene una compostezza ammirevole: “Ogni contributo del presidente emerito è utile, visto che stiamo facendo un’approfondita analisi della sconfitta elettorale”. C’è andato giù duro però, no? “Ogni contributo è utile”, insiste. Immaginiamo che Renzi, al suo primo giorno da senatore, non l’abbia presa benissimo. Accenno di smorfia: “Questo lo deve chiedere a lui”.

Andrea Marcucci si muove da bodyguard del fu rottamatore, lo segue come un’ombra nei primi passi da senatore semplice. Alla domanda su Napolitano sfoggia un sorriso tiratissimo: “Le parole di Napolitano, oggi come ieri, s’ascoltano, si analizzano ma non si commentano”. Non si commentano? “Non si commentano”.

Non le commenta nemmeno Francesco Bonifazi, tesoriere renziano, che solca a grandi passi il corridoio a fianco della buvette: “Napolitano? Questa domanda qui, la si fa più tardi, ok?”. E via. Invece non si sottrae Tommaso Nannicini, già consigliere economico di Renzi e sottosegretario con lui a Palazzo Chigi, al primo giorno da senatore. Dispensa sorrisi e ampie pause: “Quella di Napolitano è un’analisi… un’analisi netta… anche condivisibile”. Per esempio? “Siamo d’accordo sul fatto che il Pd debba trarre le conseguenze del voto e stare all’opposizione”. Siete d’accordo anche sulla “autoesaltazione”? Altra pausa, altro sorriso. “Siamo più d’accordo sull’altra parte”.

L’unica a rinunciare davvero all’aplomb istituzionale nei confronti dell’emerito, paradossalmente, è una non renziana, la senatrice Monica Cirinnà: “Napolitano poteva anche risparmiarsela, eh… Abbiamo perso, l’abbiamo capito, ce l’hanno detto chiaramente gli elettori. A un certo punto si potrebbe anche smetterla di randellare”. Dice proprio così: randellare.

Poi c’è Luigi Zanda. Lui che ormai è il meno renziano di tutti i senatori Pd risponde alla domanda su Napolitano con un sorriso luciferino: “Ho molto apprezzato il suo discorso”, dice, mentre guadagna l’aula per la seconda votazione. Senatore, Napolitano ce l’aveva con il Pd. “Ho apprezzato il suo discorso”, ripete, e va.

Il migliore incassatore però frequenta l’altro ramo del Parlamento. Il premier uscente Paolo Gentiloni dalla Camera risponde all’emerito con la proverbiale pacatezza: “Penso che, non solo per quello che ha rappresentato in questi anni, ma anche per il ruolo che svolge tuttora, noi dobbiamo la massima considerazione alle parole e a quello che dice il presidente Giorgio Napolitano. Poi la discussione politica, ovviamente, è aperta”.