L’ex ministra resta fedele a Silvio

Anna Maria Bernini, bolognese, classe 1965. Figlia di Giorgio, celebre avvocato e ministro del Commercio estero nel primo governo Berlusconi, ha seguito le orme paterne Da avvocatessa ha difeso, tra gli altri, Luciano Pavarotti e la moglie Nicoletta Mantovani.

In politica ha esordito da finiana. È stata componente del think tank del fondatore di Alleanza nazionale “Fare Futuro”. Ed è proprio con il partito di Fini che è stata eletta per la prima volta in Parlamento, alla Camera, nel 2008. Al momento della rottura tra Berlusconi e Fini però decide di rimanere nel Pdl e di non aderire a Futuro e libertà.

Diventata fedelissima berlusconiana, nel 2010 è stata candidata presidente della regione Emilia Romagna, ma con il 36,7% dei voti è stata sconfitta dal governatore uscente Vasco Errani. Nel 2011 l’ex Cavaliere l’ha nominata ministro per le Politiche Europee nell’ultimo periodo del suo terzo governo, prima della caduta e della sostituzione con Mario Monti. Il suo incarico è durato pochi mesi: da luglio a novembre 2011.

Ormai è guerra totale tra Berlusconi e Lega: “L’alleanza è finita”

Due leader. Due candidati presidenti, di cui uno a sua insaputa. Stessa coalizione. Anna Maria Bernini apprende in aula di essere stata votata dai senatori della Lega. “Non ne so nulla”, reagisce sgomenta. E cerca subito un contatto con Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, la residenza romana dell’ex Cavaliere. Bernini abbandona Palazzo Madama e va. “Silvio, è tutto nelle tue mani”. Indi, B. continua la sua riunione: “Sapete tutti la mia stima per Anna Maria, ma non posso subire imposizioni in casa mia”. È il gabinetto di guerra – obbligato scriverlo in queste occasioni – di Forza Italia, in un venerdì nero.

Anzi, un venerdì di noia. Alle sei della sera Matteo Salvini ha ammazzato il centrodestra, almeno per 24 ore, e va a fumare nel cortile del Senato. “Ho ripreso, ma giuro che smetterò di nuovo”. Salvini fa nuvole di fumo e spiega: “Troppo noioso questo venerdì, andava movimentato”. La noia, come l’inerzia, stava portando il condannato Paolo Romani verso la seconda carica dello Stato. “La Lega ha votato la Bernini”. Tono secco e micidiale.

Due leader, Berlusconi e Salvini. Due candidati presidenti: Romani e Bernini, entrambi forzisti ed ex ministri. La noia evapora ed esplode la guerra. Nella nota di Berlusconi manca solo il ricorso alle armi: “I voti a Bernini sono da considerarsi un atto di ostilità a freddo della Lega che da un lato rompe l’unità della coalizione di centrodestra e dall’altro smaschera il progetto per un governo Lega-M5S”.

Salvini e i suoi sminuiscono: “Non esageriamo, evitiamo i paroloni. È stato un atto responsabile, era l’unico modo per evitare l’abbraccio tra Pd e Cinquestelle”. È stato uno dei tormentoni della giornata, questo presunto abbraccio. Un finta trattativa pentastellata su Zanda e Bonino per costringere il leader leghista a insistere con B. per un altro nome. Nulla da fare. A ora di pranzo, l’ex Cavaliere convoca l’ennesimo vertice a Palazzo Grazioli con i suoi fedelissimi. Il nome è ancora quello di Paolo Romani. Una questione personale. A spiegarlo con vigorosa chiarezza è il sempre energico Renato Brunetta, uno dei sostenitori della linea dura. Il capogruppo alla Camera dice: “Il nome di Romani vuol dire Silvio Berlusconi”. Punto. L’Ottuagenario secondo della coalizione contro il Giovane Matteo arrivato primo.

Questione personale ché i grillini non deflettono. “Noi non incontriamo Berlusconi, non vogliamo legittimarlo, né riabilitarlo, parliamo solo con Salvini, è lui il leader del centrodestra”. Due piccioni condannati, Berlusconi e Romani, liquidati con la fava intransigente a cinque stelle.

Sono le tre del pomeriggio e a quel punto l’asse grillo-leghista prende le misure all’ostinazione berlusconiana. È la fatidica uscita dall’angolo dopo due giorni di mosse azzurre. Stante il Pd morente che non può dare segnali di alcun genere, nonostante la buona volontà di un Franceschini o di uno Zanda, alla seconda votazione del Senato, i 58 della Lega non vanno in bianco. Decidono di scrivere il nome di Anna Maria Bernini. Una delle due candidate alternative di Forza Italia a Romani. L’altra è Elisabetta Casellati. Uno alla volta, i 58 entrano nel seggio mobile sotto la presidenza del Senato e vergano “Bernini”. Tutti tranne uno. Un voto non valido. Piccolo giallo che fa colore, ma fino a un certo punto. Perché l’errore sarebbe di Umberto Bossi, che poi va anche lui in pellegrinaggio a Palazzo Grazioli per dare conforto e sostegno a B. bastonato da Salvini. Ma Bossi smentisce: “Non sono stato io”.

Poco prima di apparire davanti alle telecamere, Salvini avvisa Berlusconi per telefono: “Abbiamo votato la Bernini”. Oplà e il venerdì di noia non c’è più. È il venerdì di passione, ormai, lo dice anche il calendario cattolico, quello che precede il santo della prossima settimana. E così l’Unto del Signore di Arcore diventa come l’Ecce Homo, il Cristo re deriso, umiliato e flagellato.

La corona di spine sono i 57 voti ad Anna Maria Bernini, che subito dopo l’incontro con B. formalizza con un tweet la sua “indisponibilità” al giochino salviniano per il mancato sostegno di Berlusconi e Forza Italia. A Palazzo Grazioli le luci restano accese fino a notte.

I cosiddetti pontieri o mediatori, in primis Giorgia Meloni e Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, tentano di guadagnare tempo invano, chiedendo di posticipare al pomeriggio la terza votazione di stamattina. In teoria, il centrodestra frantumato potrebbere risorgere unito con il nome di Casellati. In teoria.

Ma la realtà racconta di un Berlusconi furibondo deciso ad andare alla “guerra totale” contro Salvini e la Lega. “Facessero pure un governo insieme noi andiamo all’opposizione”. Nell’ultima nota ringrazia Bernini per “la nobilissima e generosa decisione” e ribadisce che il candidato è Paolo Romani. Come detto da Brunetta scrivi Romani leggi Berlusconi. E oggi la Lega, con il M5S, potrebbe eleggere una propria esponente al Senato. Soliti nomi: Giulia Bongiorno o Lucia Borgonzoni. Ma di mezzo c’è la notte.

Il primo giorno degli schiaffi: inizia Re Giorgio, segue Salvini

Il primo giorno della legislatura inizia e finisce allo stesso modo: a schiaffoni. I primi li ha mollati Giorgio Napolitano nella sua veste di presidente temporaneo del Senato, gli ultimi se li stanno dando, ancora mentre andiamo in stampa, i leader del centrodestra. Quasi fatale che le ferite di un risultato elettorale così violento e frastagliato mandassero in fibrillazione le Camere alla loro prima convocazione e che, a innescare direttamente o indirettamente lo scontro, fossero i gruppi usciti malconci dalle urne: Forza Italia, persa dietro i rancori e le indecisioni di Berlusconi, e il Pd, ormai definitivamente spaccato tra renziani e non, finora non sono stati in grado di fare politica. Se la notte non porterà consiglio, convincendo Silvio Berlusconi a proporre e votare un terzo candidato forzista (magari la citatissima Elisabetta Alberti Casellati), l’elezione dei presidenti delle Camere finirà per scompaginare quel che resta del quadro politico nazionale come era emerso dal sisma elettorale.

Napolitano, dicevamo, è l’uomo che ha interrotto per primo le festosità da primo giorno di scuola. Re Giorgio, quasi 93 anni, è attore che non rinuncia alla scena e, come aveva annunciato, ieri non s’è limitato alle ovvietà, dipingendo un quadro fosco che è anche il doloroso annuncio della sua personale sconfitta: “Le ultime elezioni hanno determinato un netto spartiacque a inequivocabile vantaggio dei movimenti e delle coalizioni che hanno compiuto un balzo in avanti clamoroso nel consenso degli elettori e che quindi di fatto sono oggi candidati a governare il Paese. In pari tempo, il partito che nella scorsa legislatura aveva guidato tre esecutivi ha subito una drastica sconfitta ed è stato respinto all’opposizione”. Tradotto: hanno vinto M5S e Lega, a loro spetta governare, e sono stati bocciati gli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni (dei primi due, peraltro, lui è stato il dante causa politico).

Finito? Macché. Il voto, dice Napolitano, ha premiato “le posizioni di più radicale contestazioni di vera e propria rottura rispetto al passato” e questa “contestazione è scaturita da forti motivi sociali: disuguaglianze, ingiustizie, impoverimenti e arretramenti nella condizione di vasti ceti comprendenti famiglie del popolo e della classe media”, mentre “i vecchi partiti” sono stati percepiti come “lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e ai diffusi sentimenti di insicurezza e allarme”. Nel Sud, poi, “la dilagante ribellione” contro “il cronico, intollerabile squilibrio” rispetto al Nord, ha “condannato in blocco circoli dirigenti e gruppi da tempo stancamente governanti quelle regioni” anche per “i troppi esempi da essi dati di clientelismo e corruzione”.

Infine lo schiaffo più dritto: “Queste reazioni hanno mostrato quanto poco avesse convinto l’autoesaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e partiti di maggioranza”. Matteo Renzi, il tizio di #avanti e #Italiariparte, è seduto lì davanti, ascolta distratto e proprio in quel momento è impegnato a salutare qualcuno. Anche la tradizionale invocazione dell’Europa salvifica dimostra quanto Napolitano abbia avvertito queste elezioni come una bocciatura della sua stessa parabola di questi anni: “Non può mancare il senso di un comune destino italiano e europeo. Per quanto anche a questo proposito nulla può più darsi per irreversibile o scontato”. La frase fra tutte che deve essergli costato di più pronunciare.

Il resto della giornata scorre a suo modo tranquillo fino a sera. Al primo giro pioggia di schede bianche alla Camera e pioggia pure in Senato in attesa che Berlusconi recuperi un po’ di buonsenso e indichi qualcuno che non sia Paolo Romani alla presidenza. L’ex Cavaliere, però, non si smuove e allora Matteo Salvini, al secondo giro, s’inventa – in concerto col M5S – il voto leghista per la senatrice berlusconiana Anna Maria Bernini: un modo per spingere Berlusconi a cambiare cavallo e indicare Casellati (e che però finisce per irritare alla morte il Biscione: “la coalizione è finita”). Nel frattempo, siamo sempre attorno alle 18, alla Camera l’asse Lega-M5S impone all’assemblea di procedere anche alla terza votazione a vuoto (contraria FI) in modo da “allineare” i calendari delle due Camere: le elezioni decisive sono infatti la terza in Senato (quando i due più votati finiscono al ballottaggio) e la quarta a Montecitorio (quando il quorum scende fino alla maggioranza assoluta dei votanti).

Si svolgeranno in contemporanea stamattina – salvo rinvii per guadagnare tempo – e al momento non è chiaro se il fu Caimano deciderà di chinare la testa o restare con un pugno di mosche.

B. sei tutti loro

Noi qui a scrivere che mai Di Maio deve fare accordi con B., e neanche incontrarlo, neppure parlargli al telefono, tantomeno votare un suo fedelissimo pregiudicato a presidente del Senato. Intanto, tutto intorno, anche al punto più basso della sua parabola politica, B. riciccia dappertutto sotto mentite spoglie. Un caso di possessione diabolica di massa, delle persone e persino del paesaggio. Il Pd Emanuele Fiano, anziché incitare i suoi a un no chiaro e netto al condannato Romani, dice che “il diniego del M5S su Romani è un ostacolo” e si sente distintamente che la voce non è la sua, ma quella di B. Il Pd che si astiene, e sotto sotto tifa per il pregiudicato seconda carica dello Stato, è figlio del berlusconianissimo “primato della politica” sulla legge e dell’abbandono della questione morale berlingueriana per legittimare tutti gli inciuci passati, presenti e futuri. L’indifferenza dei giornaloni per la sentenza della Cassazione su un politico che guadagna soldi a palate con tripli e quadrupli incarichi e tenta di accollare ai contribuenti pure le bollette telefoniche della figlia, poi si candida a presidente del Senato, è l’ultimo stadio del berlusconismo che ha sfigurato la cosiddetta informazione, ormai immemore dei propri doveri e anche del proprio non indecente passato (basta confrontare le battaglie della stampa su Tangentopoli e i silenzi odierni).

Lotti che incontra Letta per un nuovo Nazarenino prêt-à-porter con B., in barba al giuramento dei renziani di stare all’opposizione, sull’Aventino, per godersi lo sfascio prodotto da loro, è berlusconismo allo stato puro. Il pm milanese che chiede al Tribunale di condannare l’ex governatore Bobo Maroni a 2 anni e mezzo per induzione indebita (la vecchia concussione per induzione) a proposito delle pressioni fatte per portarsi a Tokyo, in missione istituzionale, la sua presunta amante, ricorda come il familismo amorale berlusconiano abbia contagiato gli ex duri e puri della Lega, nata proprio contro i nepotismi e gli sperperi di “Roma ladrona”. La sparata di Tiziano Renzi che rifiuta di rispondere ai pm di Firenze e Roma non per una legittima strategia difensiva, ma per attaccare i “processi mediatici” a orologeria originati – a suo dire – non dai fallimenti di sue società, dai pasticci contabili, dalle fatture farlocche, dai traffici sugli appalti Consip, ma dal suo cognome e dall’ansia di colpire il figlio premier, e la nota di Matteo che s’affretta a dargli ragione (“Da 4 anni le persone a me vicine sono state oggetto di indagini di vario genere”), sono purissima prosa berlusconiana, o dell’utriana, o previtiana.

Stesse parole, stesso disprezzo per l’indipendenza della magistratura e per la libertà di stampa, stessa protervia da “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. E la pestilenza B. dilaga persino alla Consulta, un tempo tempio della legalità. Non appena il giudice costituzionale Nicolò Zanon (ovviamente berlusconiano) si dimette perché indagato per peculato a proposito dell’auto blu – con autista e buoni benzina – passata alla moglie per farla scarrozzare a sbafo pure in vacanza da Forte dei Marmi, la Corte respinge le sue dimissioni. E accoglie la sua farsesca “autosospensione” dall’incarico. Poi gli confeziona un regolamento domestico ad personam, anzi ad Zanonem, con “valenza di normazione primaria” e con effetto retroattivo, per salvarlo dall’indagine in base a un principio che sarebbe già previsto (secondo lorsignori) da una normativa interna del 1979 (e allora perché vararne un’altra proprio adesso?): e cioè che l’auto di servizio fino all’altroieri era una specie di proprietà privata con soldi pubblici, estesa pure ai famigliari; ma in futuro non potrà più esserlo, essendo concessa in uso “personale ed esclusivo”. Così ieri, in base al nuovo regolamento (che ai tempi degli scarrozzamenti di lady Zanon non esisteva: è del 21 marzo), la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta a tempo di record. Bei tempi, quando la Consulta le leggi ad personam non le faceva, ma le dichiarava incostituzionali.

Aveva ragione Gaber venti e più anni fa, quando paventava “il Berlusconi in me più del Berlusconi in sé”. Nel frattempo B. si è fatto legione, atmosfera, clima, panorama, categoria dello spirito. Non per tutti, ma per molti. Anche se non può metter piede in Parlamento e hanno lo stomaco di votarlo soltanto il 13% degli elettori (che sono comunque 4 milioni e mezzo di persone: un’enormità), non riusciremo a liberarcene neppure da morto, perché continuerà a far danni nella testa e nelle viscere di milioni di italiani per decenni. Girarci intorno come fosse una parentesi sarebbe assurdo. E sperare in un esorcismo di massa perché esca da tutti quei corpi sarebbe ridicolo: non basterebbero un milione di padri Amorth e vescovi Milingo. Ora che la Consulta s’è arresa alle leggi ad personam retroattive, ne appronti subito un’altra per cancellare la destituzione di B. da senatore in base alla legge Severino e lo restituisca ai suoi fan a Palazzo Madama e fuori (molto più numerosi dei suoi senatori e anche dei suoi elettori), così che venga eletto direttamente lui alla presidenza. Ieri Salvini ha mollato Romani e dunque B., votando Annamaria Bernini, rara avis di forzista incensurata e financo perbene, gradita anche al M5S. Ma la Bernini ha dovuto subito ritirarsi, perchè un presidente del Senato forzista e pulito sarebbe un ossimoro. E anche un lusso che non possiamo permetterci. Molto meglio un’operazione verità e trasparenza che dia finalmente rappresentanza dichiarata, formale, ufficiale all’Italia dei tangentari, evasori, piduisti e mafiosi. Così non dovranno più nascondersi, ma potranno sfilare orgogliosi sotto Palazzo Madama e urlare “Silvio, sei tutti noi”.

Il Grande Romanzo Americano diventa un thriller perfetto contro il trumpismo

Long Island è il mare di New York e sulla cartina ha la forma vogliosa di una donna, come nota subito il giovanissimo Mills, men che ventenne. E la tranquilla e amena Orient è appollaiata all’estremità della penisola. Una comunità fiera e orgogliosa della sua chiusura al mondo luccicante della metropoli, il contrario dei più noti e ricchi Hamptons, verso sud. Mills arriva dalla California. Una girandola di affidi, ché abbandonato dai genitori. Il sogno era Manhattan. Droga, feste, un’esistenza randagia. Il ragazzo è gay e una notte Paul lo raccatta su un pianerottolo, steso per terra.

Paul Benchley è un maturo architetto cinquantenne. Ha successo e soldi e a Orient ci sono le sue radici, l’antica casa paterna. I due, Paul e Mills, si dirigono lì per una pausa esistenziale e l’architetto fa da padre al ragazzo. Mills, che poi non è il suo vero nome, è stato ingaggiato per liberare la villa dal passato: mobili vecchi e ciarpame di ogni tipo. A Orient la famiglia dominante, in senso trumpista – in particolare contro gli artisti milionari e concettuali che prendono casa lì – è quella dei Muldoon: padre, madre e tre figli tra cui il quindicenne Tommy, iniziato al sesso da un intenso pompino di Mills. Orient di Christopher Bollen rilancia con una trama basata sulla paura (la paura dell’altro, la paura di essere ammazzati) l’epica realista del Grande Romanzo Americano. Nella comunità, infatti, dopo l’arrivo di Mills ci sono omicidi e stragi. E così lui diventa il perfetto capro espiatorio. Ma il ragazzo è innocente e oltre a Paul può contare sull’amicizia di Beth, autoctona sposata con un artista rumeno, Gavril. Il finale, imprevedibile, è un magistrale congegno christiano, nel senso di Agatha.

 

Criminali, androidi e Sterminatore 17: la fantascienza anni 70 di Bilal e Dionnet

Negli anni Settanta in Francia, mentre ancora volano i sampietrini del maggio 1968, si afferma una cultura fumettistica che trova nella fantascienza il modo di trascendere una realtà troppo complicata e cangiante per essere raccontata in presa diretta e in modo didascalico. E così una pattuglia di giovani autori stanchi di ripetere vecchi schemi – Moebius su tutti – declinano la creatività di un’epoca irripetibile tra universi lontani, civiltà aliene, vagabondi dello spazio e astronavi. Nel 1974, Jean-Pierre Dionnet è tra i fondatori, con Moebius, Druillet e Farkas, della rivista Métal Hurland che poi genererà la casa editrice Les Humanoides Associés. Per immergersi in quel fumetto che i francesi considerano rock, ma oggi pare più punk, esce ora per Magic Press Sterminatore 17, volume che raccoglie le storie di Dionnet disegnate prima dal grande Enki Bilal e poi da Ivan Baranko che si dimostra all’altezza del maestro.

Sterminatore 17 è un androide – la storia esce su Métal Hurlant nel 1977, cinque anni prima di Blade Runner di Ridley Scott – ma non uno qualunque, in lui c’è la mente del Gran Maestro che, dopo la morte, è riuscita a perpetrarsi. Ma questo ovviamente turba ogni assetto di potere. La fantascienza di Dionnet, nei disegni di Bilal e Baranko, è sempre cupa, desolata, piena di criminali e di violenza, lo spazio è stato colonizzato ma dal peggio dell’umanità, cioè le grandi organizzazioni criminali. Secondo uno stile all’epoca molto diffuso nel fumetto francese, la storia procede a strappi, frammentata, il lettore è sfidato a non perdersi, deve concentrarsi. E così precipita negli abissi di Dionnet e Bilal.

 

 

Mio fratello è un supereroe e me ne vanto con tutti

Il libro Mio fratello rincorre i dinosauri, scritto da giacomo Mazzariol – che prima ha postato su Youtube il video di un finto colloquio di lavoro dove il candidato in giacca è suo fratello Giovanni esaminato da lui, che aveva 18 anni – tocca un argomento che lascia perplesse tante persone, ché non si sa ancora la causa.

Questo libro farà capire a tutte le persone che hanno – non per forza nella loro famiglia – qualcuno con dei ritardi mentali che non se ne devono vergognare, o nascondere, anzi.

Questo libro racconta di questo ragazzo che tra poco avrà un fratellino e gli viene detto dai genitori che sarà un bambino “speciale”.

Il ragazzo pensa subito a un supereroe con dei poteri, ma nel corso degli anni si accorge che suo fratello non ha nessun superpotere, ma ha una forma di ritardo mentale chiamata: sindrome di down.

Allora, il protagonista di questa storia si vergogna sempre di più di portarlo con lui, di presentarlo ai suoi amici ecc…

Ma nel corso degli anni il giovane protagonista si accorge che forse il supereroe è veramente suo fratello e che non se ne deve vergognare, anzi.

Una storia coinvolgente, che fa pensare, che fa piangere all’inizio e alla fine ridere…

 

Hiroshige: il tempo fermo tra riso e sake

Bellezza e tristezza si schiantano e insieme si sposano nell’arte di Utagawa Hiroshige (1797-1858), eccezionale cantore dello stile ukiyoe (“le immagini del mondo fluttuante”), celebrato oggi da una generosa mostra alle Scuderie del Quirinale ammirabile fino al 29 luglio: Hiroshige. Visioni dal Giappone (a cura di Rossella Menegazzo), che raccoglie più di 230 opere del “maestro della pioggia e della neve”.

Entrato a 15 anni nello studio del maestro Utagawa Toyohiro, si legge nelle sue prime opere già tutta la fiducia che Hiroshige ripone nel tempo: i protagonisti delle sue opere fluttuano nelle proprie esistenze come in Pioggia notturna sullo steccato (1821-22), Il Kannon di questo tempio (1827). E la sospensione del tempo trova massima espressione nella sconfinatezza della natura, come ben testimoniano le serie di silografie policrome paesaggistiche (nishikie, “immagini broccato”): le Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido (1833-34), che hanno come soggetto il Tokaido, la Via sul mare Orientale che collegava Kyoto a Edo, e la serie le Sessantanove stazioni di posta del Kisokaidoō (circa 1834-1842), che raffigura invece la via più interna tra le montagne.

Parallelamente all’affermarsi della cultura chonin (cultura cittadina, formata da una classe di ricchi mercanti viaggiatori che crea la borghesia), Hiroshige trova ispirazione nei suoi viaggi per il Giappone. Le sue vedute permettono ai suoi coevi la conoscenza delle bellezze della sua terra come una contemporanea enciclopedia tribale: sfilano così esposte Il santuario di Gion con la neve e Ciliegi in piena fioritura per la serie Luoghi celebri di Kyoto (1834); e ancora Illustrazione della grotta a Enoshima nella provincia di Sagami o La cascata di Nunobiki nella provincia di Settsu per la serie Luoghi celebri del nostro Paese (1832); e infine la serie più famosa Illustrazioni di luoghi celebri delle sessanta e oltre province (1853). Ma questa mostra svela anche un lato meno noto di Hiroshige: l’umorismo.

Qui esposte alcune silografie parodiche come Cronaca della Grande Pace. La battaglia di riso e sake (1843-47) che rilegge in chiave ironica il Taiheiki, romanzo storico medievale giapponese che narra i conflitti che divisero il Giappone nel XIV secolo. Completa la mostra la sua produzione pittorica su rotolo (orizzontale o verticale). La colorazione tenue e serafica di tali stampe ci riconduce di nuovo all’intuizione di Hiroshige sulla sacralità del tempo come unico strumento dell’uomo per trovare l’armonia.

Hiroshige. Visioni dal Giappone Dal 1 marzo al 29 luglio 2018. Scuderie del Quirinale (Rm)

Ogni rivoluzione ha la sua grana

“Un uomo senza sogni, senza ideali, senza slanci, non è un uomo”, urla un’attempata comunista allo spasimante ex ispettore di polizia, politicamente di destra. Sogni, ideali, slanci, convinzioni, l’Indietro tutta per recuperare le radici, il “dove ci siamo persi”, il “dove e come siamo finiti” senza alcuna chiave morettiana in stile Ecce bombo. L’esistenzialismo è altrove. Qui, in I comunisti che vinsero alla lotteria di Vladimiro Polchi (Rizzoli), la questione è molto più pratica con sfumature oniriche, quasi magiche, pennellate di Gabo in salsa italica, l’anomalia contro l’apparente pragmatismo, un po’ come il Pci di Enrico Berlinguer rispetto al monolitico e grigio Pcus guidato da Leonid Breznev. Nasce così questo romanzo.

Con un gruppo di ostinati ottuagenari, abitanti di uno sperduto paesino dove “è normale lasciare la porta aperta, senza chiave”, ma dove un giorno indovinano la combinazione vincente della lotteria: 56 milioni di euro da dividere in venti; tutti e venti rigorosamente iscritti alla sezione del Partito a Falce e Martello. Ci mancherebbe.

Come spenderli? Come impiegarli? Bene collettivo o soddisfazione individuale? Lotta di classe o lotta ai propri vecchi ideali? Si apre il dibattito, ovvio. E se un tempo erano uniti sotto le parole di Antonio Gramsci (sempre e prontamente recitate da uno degli iscritti, il compagno Teo), sotto l’idea “che la televisione è un’arma di distrazione di massa”, che “esistono uomini che dalla propria ricchezza ricavano solo la paura di perderla”, tutto muta, i parametri mutano, i sentimenti si alterano, il rosso rischia di diventare arancione, il paese di farsi inglobare dalle logiche cittadine. Astuzie. Richieste. Attese. Pretese. Delusioni; ingenuità da ottuagenari desiderosi di regalare una prospettiva mancata a nipoti e figli con un futuro ancora da costruire. I toni sono lievi, il sorriso c’è, i contrasti (anziani-rivoluzionari; anziani-iperattivi; anziani-innamorati, e via così) portano spesso a risultati positivi; l’inaspettato, quando è ben gestito, regala soddisfazioni in ogni sua rappresentazione, dalla cinematografica, al teatro, al romanzo, appunto.

Il tema dell’over non è neanche semplice, e in qualche accento, I comunisti che vinsero alla lotteria, riporta al lavoro di Fabio Bartolomei La banda degli invisibili (edizioni e/o 2008), anche qui degli ottuagenari arzilli, ex partigiani, organizzano il sequestro di Silvio Berlusconi per salvare l’Italia dal degrado morale e civile.

Qui il degrado può arrivare dalla pecunia, con un’unica e grande certezza: “Mai sottovalutare l’intuito politico di un manipolo di vecchi rivoluzionari”, soprattutto quando sono uniti, ancora incazzati, capaci di innamorarsi, e senza alcuna voglia di vestire i panni del pompieri, quando si è passata tutta la vita a incendiare, perché come canta Franco Battiato, “i desideri non invecchiano quasi mai, con l’età”.

 

 

Elio Germano sarà il pittore visionario Antonio Ligabue

Apartire da maggio Giorgio Diritti dirigerà a Reggio Emilia e dintorni Elio Germano in Volevo nascondermi, un biopic prodotto dalla Palomar di Carlo Degli Esposti di cui è anche autore della sceneggiatura con Tania Pedroni e Fredo Valla incentrato sulla figura di Antonio Ligabue, il visionario e tormentato pittore naïf emiliano che attraverso il talento e la genialità, e trovò nella pittura una forma di riscatto per esprimersi e farsi amare nonostante le ferite della solitudine, dell’emarginazione e della malattia mentale.

Kasia Smutniak è tornata in questi giorni a recitare in una produzione della sua Polonia intitolata Unpromised land e realizzata dalla società No Sugar Films interamente a Volterra che ha come protagonista Krystyna Janda, la celebre attrice polacca 65enne prediletta di Andrzej Wajda, Krzysztof Kieslowski e Istvan Szabo. Secondo il regista Jacek Borcuch (All That I Love) la vicenda portata in scena, incentrata sulla figura fittizia di una poetessa polacca vincitrice del premio Nobel, sarà una storia sull’Europa moderna e sulla sua sempre più crescente paura dell’“altro”.

Edward Norton è tornato dietro la cinepresa a 19 anni dalla sua opera prima Tentazioni d’amore per dirigere a New York Motherless Brooklyn, un film di cui è anche lo sceneggiatore insieme all’autore dell’omonimo romanzo, Jonathan Lethem, oltre che interprete insieme a Bruce Willis, Willem Dafoe, Alec Baldwin, Bobby Cannavale e Gugu Mbatha-Raw. Ambientato nella New York degli anni 50 vede in scena Lionel Essrog, un detective privato solitario che cerca di risolvere il mistero dell’omicidio del suo mentore e unico amico, Frank Minna, e grazie a uno spiccato intuito viene a conoscenza di segreti attentamente custoditi che tengono in equilibrio il destino dell’intera città.