L’ex giudice Turone sul palcoscenico racconta ai giovani i misteri d’Italia

Nel 1981, sei componenti su sette della Confraternita del Chianti, compagnia milanese a dispetto del nome, non erano neanche nati, eppure oggi hanno deciso di mettere in scena Propaganda (al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 25 marzo), sulla P2 e dintorni, perché “credono che non sia finita”.

Per confezionare un canovaccio accurato la drammaturga Chiara Boscaro e il regista Marco Di Stefano si sono rivolti a Renato Seregni e Giuliano Turone, che con Gherardo Colombo indagò su Sindona e scoprì le liste a Castiglion Fibocchi: “Mi occupo di teatro da parecchio tempo – racconta il magistrato, già giudice emerito di Cassazione –, ma è la prima volta che mi chiedono una consulenza sulla P2. Sono moltissimi i giovani che si domandano cosa diavolo sia successo vent’anni prima che loro nascessero. Bisogna fare di tutto per informarli. L’Italia è piena di misteri, e poi ai misteri veri si sommano quelli fasulli: abbiamo un sacco di bufale. E cosa possono capire i ragazzi se non spieghiamo bene, se noi stessi per primi non sappiamo cosa sia successo?”.

Da quando è in pensione, Turone si occupa soprattutto di divulgazione: l’ultimo saggio, scritto con Antonella Beccaria, è Il boss. Luciano Liggio… una storia di mafia e complicità (Castelvecchi).

Per il palcoscenico, invece, ha collaborato “con Marco Rampoldi e col Centro Teatro Attivo. Quando ero ancora magistrato ho fatto pièce col nome di mia mamma per non confondere le funzioni e da un po’ giro con uno spettacolo sulla violenza di genere: E ‘l modo ancor m’offende”.

Il teatro però non gode di ottima salute… “Perché non ci sono abbastanza soldi, e viene sovvenzionato quasi niente in un Paese che butta via il denaro a destra e a manca. Non si fa abbastanza, eppure il teatro potrebbe servire enormemente, arrivando sin nelle aule magne dei licei. Costa pochissimo, ma se quel pochissimo non c’è, non si può fare nulla”.

 

Dal trip al nulla in un Trainspotting

L’eroina, la droga, formalmente discende da “eroe, in quanto determina euforia e una sensazione soggettiva di maggiore energia psicofisica”. È di questa specie di eroi – fatti e finiti – che ci parlava 25 anni fa Irvine Welsh in Trainspotting.

Il romanzo, nel 1996, è diventato un film di successo di Danny Boyle e pure, tempo dopo, un canovaccio teatrale adattato dall’autore libano-canadese Wajdi Mouawad, tradotto in italiano da Emanuele Aldrovandi e ora allestito da Sandro Mabellini con un ottimo cast di giovani – Michele Di Giacomo, Riccardo Festa, Valentina Cardinali, Marco Bellocchio –, cui il regista si è affidato (si legge in locandina) per costruire la “drammaturgia scenica”.

Sul palco, i tanti personaggi del libro vengono sfrondati e affidati a soli quattro interpreti: resta il protagonista Mark Renton, tossico e disoccupato, sempre sull’orlo di una crisi d’astinenza, che, oltre a farsi e rubacchiare, ammazza il tempo guardando i treni passare, da cui il titolo Trainspotting. Lo circonda una brigata di drogati niente male: il nullafacente Spud; lo svalvolato Sick Boy; il pusher, alias “Madre superiora”; il rissoso Franco, erotomane ma non eroinomane – lui è solo alcolizzato –; il cuore infranto Tommy e una manciata di ragazze, perlopiù di contorno e incinte.

“I personaggi ci costringono a farci domande sul funzionamento della società”, spiega il regista. “Persone che l’uomo medio non vuole vedere: non lavorano, ricevono sussidi che spendono in droghe e alcool, la realtà della vita non li interessa”. Quella era la Scozia degli anni 80-90, con la sua gioventù debosciata, falcidiata dall’eroina e poi dall’Aids, mentre è in coda per ricevere il sussidio di disoccupazione. Resta da capire, però, quanto quel disperato sottobosco alligni ancora oggi, sussidio di disoccupazione a parte.

“Le persone diventano tossiche solo perché vogliono essere lasciate in pace, e in silenzio”, eppure si comportano all’opposto, vivono in modo frenetico alla rincorsa di una qualche dose, in un crescendo di turpiloquio, vomito, piscio, aborti, morti… La narrazione, anche quella scenica, si regge su uno stupefacente cortocircuito: da un lato, la droga “onesta” e anestetica, che garantisce orgasmi e una calma olimpica come agli “amanti dopo l’amplesso”; dall’altro, ragazzi ipercinetici, febbricitanti, tremanti, logorroici, pimpanti, nervosi…

La messinscena risente di questi continui up and down, da zero a cento, dal trip al vuoto, riproponendo per tutta la pièce la stessa partitura ritmica, compresi i movimenti di luce, di corpi e di spazi, talvolta poco comprensibili. Affiatata e istrionica, la compagnia – su tutti il protagonista: uno stralunato, bravissimo Di Giacomo – si fa prendere dal movimentismo della regia, o forse ne è complice. Peccato: la lenta, poetica, spiazzante scena iniziale prometteva l’arrivo di ben altri treni.

Milano, Teatro i, fino al 26 marzo; Roma, Brancaccino, dal 5 all’8 aprile; Monza, Binario 7, 13 aprile. Trainspotting Sandro Mabellini

Foxtrot, “arance e soldati morti”: specchio di Israele

Film sull’errore, sulla deroga, sull’inevitabile senso di colpa di matrice ebraica. Ma anche sui giochi di un destino beffardo che “danza” a quattro tempi riportandoti sempre al punto di partenza, come la circolare follia dell’homo hominis lupo. E chi è causa del suo mal pianga se stesso. Foxtrot è tutto questo, ma soprattutto è l’opera che maggiormente ha diviso l’opinione pubblica israeliana dalla sua uscita nazionale avvenuta a settembre, dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria alla Mostra veneziana.

Il regista Samuel Maoz da Tel Aviv un po’ ci è abituato. Gli era accaduto con Lebanon, il suo esordio del 2009 che mostrava il mondo dal periscopio di un tank e che si era guadagnato a sorpresa il Leone d’oro sempre al Lido. Ma con Foxtrot – opera seconda arrivata ben 8 anni dopo – si è indubbiamente spinto oltre. Al centro del racconto è il destino di una famiglia che cambia repentinamente alla notizia improvvisa della morte del figlio ventenne, militare in servizio nel cuore del deserto. Una storia composta da colpi di scena (da non rivelare…) che attraversa tre generazioni e si concentra sulla nemesi “punitiva” che passa di padre in figlio.

Al controverso cineasta ex mitragliere dell’esercito non va proprio giù di vedere il proprio Paese in perenne balia dell’imprevedibilità dettata dal casus belli. Il suo cinema, rarefatto nel tempo ma pungente come un diamante, nasce per raccontare la bulimia militarizzata d’Israele, questa incapacità di concepire l’universo senza l’(ab)uso delle armi. Va da sé che a furia di sparare incappi nell’errore fatale, specie se sei poco più che ventenne e sei al presidio resiliente di un avamposto nel nulla ove i “passanti” più frequenti sono i dromedari. A insabbiare il tuo errore, poi, ci pensano i generali perché giammai l’onore dell’esercito sia infangato. Meglio infangare la coscienza. Per il 56enne regista che imbracciò il suo primo Super8 a 13 anni tutto questo è inaccettabile: ma sbeffeggiare l’esercito e attirarsi mezza nazione contro era l’inevitabile effetto. Il suo Foxtrot ha messo Israele sottosopra, dal macromondo dei media alle intimità famigliari: “Io e mio marito abbiamo litigato dopo averlo visto” rivela una giovane cineasta pacifista israeliana. Ma ben venga il dibattito laddove in gioco c’è la riformulazione morale di uno status quo. Catartico su ferite profonde e perennemente sanguinanti, Foxtrot è però anche e soprattutto una magnifica opera cinematografica. Vertiginoso di inquadrature in coerenza al contenuto, capace di sorprendere per fulminee variazioni ritmiche e stilistiche, avvalorato da un cast superlativo.

E come diversi testi imponenti, questa seconda fatica di Maoz ha spaccato anche la critica: direttamente dal capolavoro al film furbo e pretestuoso, senza passare per mezze misure. D’altra parte Foxtrot è lo specchio emblematico di un Paese fatto di estremismi e contraddizioni, quell’Israele che lo stesso regista sintetizza in un’immagine assoluta quanto ironica, “arance e soldati morti”.

Dissenso comune e altre vane ipocrisie

Appuntate o forse spuntate, le spillette di Dissenso Comune ai David di Donatello. E il dissenziente monologo di Paola Cortellesi, che riprende da un uomo, Stefano Bartezzaghi, per stigmatizzare l’ambivalenza di genere di alcune parole, da cortigiano a gatto morto: declinate al femminile, tanfano leggermente di prostituzione. Poi, la migliore attrice, la Fortunata Jasmine Trinca, che piccina fu lupo e non Cappuccetto Rosso e ora incoraggia la figlia, “bella di mamma”, a un femminile non stereotipato. Le altre Dissenso Comune’s Angels sono Claudia Gerini, Sonia Bergamasco, Valeria Golino, Isabella Ragonese e Giovanna Mezzogiorno: tutte le attrici candidate, insomma, eccetto Anna Bonaiuto, Giulia Lazzarini e Micaela Ramazzotti, di cui forse non avevano il numero di telefono. Poco male, anche se Frances

McDormand non abita qui. Saprà questo muliebre Dissenso scacciare gli spettri dell’ipocrisia e farsi sentire sul serio? L’immediata ricezione sul palco sconfesserebbe, da Luca Zingaretti a Donato Carrisi, è tutto uno scoprire la donna, questa sconosciuta. Un ripasso della filmografia di Roger Vadim non guasterebbe. Taciamo, poi, di chi è passato sotto silenzio: Asia Argento, che ha twittato piccata “Fiera di non appartenere alla cricca ipocrita ed omertosa del cinema italiano”, e ancor più Sebastiano Riso.

Il regista di “Una famiglia”, vittima di un’aggressione omofoba lo scorso ottobre, ha subito danni fisici non reversibili, non ha alcuna certezza sui colpevoli né ha trovato la solidarietà dei colleghi: per lui è Silenzio Comune. Altre amenità, Selma Jean Dell’Olio, vittoriosa per il doc “La lucida follia” di Marco Ferreri, fa sprezzo dell’evidenza e ci comunica che è più impegnata del marito Giuliano Ferrara e che “la regia è femmina”; Steven Spielberg e Diane Keaton (brava a ringraziare Woody Allen “senza il quale non sarei qui”) ci ricordano plasticamente che il Piano Marshall non è mai finito e che la provincia dell’impero è da Trieste in giù; Carlo Conti conduce con la sinistra o, se preferite, con l’auto in terza fila davanti agli Studi Ex De Paolis.

Eppur si vince, Rai Cinema mostra i muscoli e anche di non disdegnare le coproduzioni con ex altolocati dell’azienda, da Agostino Saccà (“La tenerezza”) a Carlo Macchitella (il miglior film “Ammore e malavita”). Il resto sono cortesie per gli ospiti, transizione Rondi-Detassis e una devastante certezza: ma quanto ci sono mancati Paolo Sorrentino e Toni Servillo a schifare in platea? L’anno prossimo, per fortuna, ritoccherà a loro.

“La notizia non è il mio David ma io protagonista del film”

Le porte aperte le trovò nel 1990, il suo primo ruolo per la regia di Gianni Amelio, ma perché il cinema italiano gliele spalancasse Renato Carpentieri ha dovuto attendere altri 28 anni: La tenerezza, sempre diretto da Amelio, gli è valso il premio David di Donatello quale migliore attore protagonista. Ha ricambiato subito, regalando le parole, e le lacrime, più belle della 62esima edizione: “La tenerezza è una virtù rivoluzionaria. C’è anche la cortesia, ma nella cortesia c’è un pizzico di ipocrisia. Il rischio ogni tanto fa bene”. Il giorno dopo il settantacinquenne – li compirà il 2 aprile – Carpentieri è ancora “in subbuglio”, non si capacita, ma vuole dire. Della tenerezza, che è “un afflato verso l’altro”, e della cortesia, che al contrario “è il modo più educato per tenere qualcuno a distanza”.

Carpentieri, il nostro cinema è stato cortese con lei?

Se, magari. Nemmeno quello.

Amelio, Daniele Luchetti (“Il portaborse”), Nanni Moretti (“Caro diario”) Gabriele Salvatores (“Puerto escondido”, “Sud”), i fratelli paolo e Vittorio Taviani (“Fiorile”) Mario Martone (l’esordio “Morte di un matematico napoletano”, “Noi credevamo”): ha un ruolino prestigioso, qual è il problema?

Attore protagonista: prima de La tenerezza, lo sono stato solo un’altra volta, ne L’attesa del 1991. Anzi, due, ma il film girato in Bulgaria non lo ricordo. Il problema è che i protagonisti vengono messi in condizione di crescere, sperimentare, dunque, provarsi inediti e migliorarsi, i comprimari molto più raramente: nel loro caso, si viene scelti per quel che si è.

Viceversa, ne “La tenerezza” che accade?

Lorenzo all’inizio è come me, riservato, burbero, scontroso, e via dicendo. Ma nella seconda parte cambia drasticamente, ed è lì che Amelio mi ha voluto condurre: quello non è più Renato, ho dovuto imparare, applicarmi. Per Le porte aperte Gianni mi prese dopo tre ore di colloquio, senza provino, mi trovai davanti Gian Maria Volonté: lui si chiese chi fossi, io capii che cos’era il cinema.

Torniamo ai David.

La notizia non è che abbia vinto io, ma che in un film ci fossi io per protagonista. Che non faccio parte dello star-system, che non sono del giro. D’abitudine, manca il coraggio: in Italia ci sono tanti attori, tanti attori bravi e tanti attori bravi a spasso. Come posso coltivare, ammesso di averlo, il mio talento, come posso provare il mio valore, se non me ne viene data l’occasione?

“La tenerezza” lo è stata.

Oramai non solo non me l’aspettavo più, nemmeno ci speravo. Per questo le lacrime sul palco: avrei voluto essere più sobrio, me l’ero ripromesso, ma sono arrivate e non ho potuto farci nulla. In fondo, ognuno di noi vuol essere riconosciuto, meglio, vuole che sia riconosciuto il proprio lavoro. Sì, il David da protagonista è stato una liberazione.

A giudicare dalla locandina del film, il protagonista non era lei, Carpentieri: i faccioni di Micaela Ramazzotti, Giovanna Mezzogiorno ed Elio Germano sparati, lei piccino in campo lungo, e suo il nome per ultimo.

Non lo nascondo, ci rimasi male. Un’anomalia, chiamiamola così, di cui scriveste anche voi, e ci fu persino un cinema, a Torino, che manipolò quella locandina e (ride, ndr) fece découpage e giustizia. Ecco, forse ora avrò il rispetto che meritavo.

Che ha pagato fino a oggi?

Non ho particolari rimpianti al cinema: ci sono arrivato a 46 anni, consapevole, e mi sono accontentato. Sconto l’aver fatto teatro a Napoli, la mia città: lì i critici non arrivano, e quelli del luogo non proiettano la luce giusta.

Sicché?

Quando mando proposte ai Teatri Stabili o ai Tric (Teatri di interesse culturale) finanziati dal Ministero, puntualmente vengono respinte, anzi, diciamo che nemmeno le leggono né rispondono. Quando va bene, si trincerano dietro un “la stagione è già chiusa”, e poi la inzeppano di nomi televisivi. Ma io non mollo, sto aprendo a Napoli uno spazio di teatro studio per i ragazzi: sia chiaro, è una fucina, devono anche loro dare a me. Uno scambio reciproco.

Al cinema?

La prima regia di Valerio Mastandrea, Ride, il nuovo di Roberto Andò, Una storia senza nome, poi forse a maggio Luchetti. Soprattutto, nutro un dubbio: non è il caso di smetterla di fare film solo di giovani con giovani per giovani e di riscoprire che il cinema come il teatro è il mondo, ed esistono generazioni, età diverse e la possibilità che s’incontrino?

Ha un sogno?

Fare Prospero con la regia di Andò al Teatro Biondo di Palermo. E poi un altro, nuovissimo: che questo David non sia cortese, ma tenero verso chi verrà. Dopo di me, come me: c’è ancora speranza, voglio dirlo.

Una bambola con la voce da aliena: Mina è tornata

“Maeba”: è un acrostico? È un anagramma? O un scherzo? A-be-ma questo è l’ultimo album di Mina, con buona pace dei solutori di enigmi. Dopo Selfie del 2014 e Le migliori con Adriano Celentano del 2016, Maeba esce oggi alla vigilia del compleanno dell’artista, che domenica compirà 78 anni.

Prodotto dal figlio Massimiliano Pani con la Pdu, la casa discografica fondata da Mina 51 anni fa, e distribuito da Sony Music, l’album è disponibile in tre versioni (Cd, Vinile black e Vinile picture) e raccoglie dodici brani – più una ghost track finale –, di cui dieci inediti e due cover: Last Christmas di George Michael e Heartbreak Hotel di Elvis.

In apertura compare il singolo, anticipato in radio e in digitale, Volevo scriverti da tanto, una ballata classica, subito seguita dal pezzo ironico Il mio amore disperato, che cita il Libertango di Grace Jones. “È un disco molto vario”, ha spiegato Pani ieri, presentando l’album direttamente nello studio di registrazione luganese di Mina, di una elegantissima sobrietà ticinese, a parte qualche dettaglio scaramantico: ad esempio, un triangolo sgualcito di stoffa arancione, spillato con una graffetta sulla poltrona della cantante. È quel che rimane della storica sedia del primo studio milanese di Mina, detto “La basilica” perché ricavato da un ex spazio sacro, poi reclamato indietro dalla curia. “Mia madre non rinuncia mai anche al suo microfono personale, marchiato da un filo di lacca per unghie… Arriva in studio che sa già tutto, e registra al massimo due piste: di solito, è buona la prima, ma per sicurezza se ne incide una seconda. Non le interessa la perfezione formale, ma l’emozione”.

Cangiante, proteiforme, Maeba rispecchia l’istrionismo, sin burlone, della cantante, la prima ad aver giocato con la propria immagine, seguita a ruota, molti lustri dopo, da Madonna e Lady Gaga: qui si fa ritrarre in primo piano e di profilo in copertina, a metà tra una bambola di porcellana e una aliena umanoide. Il cortocircuito tra gli stili anima anche il disco, in cui “non c’è un genere di riferimento”: si va da A minestrina in pseudo-napoletano, in cui duetta per la prima volta con Paolo Conte, all’inedito di Giorgio Calabrese Al di là del fiume (su musica di Franco Serafini), dal soul di Ci vuole un po’ di R’n’R all’elettronica di Un soffio, arrangiata da Davide Dileo dei Subsonica.

Altrettanto assortito è il parterre dei collaboratori, con nomi noti (Danilo Rea, Luca Meneghello…) e giovani semisconosciuti (tipo Federico Spagnoli, autore di Ti meriti l’inferno): “Mia madre è il più forte talent scout d’Italia: ascolta tutto, senza pregiudizio. E sceglie quello che le piace, sostenendolo con grande coraggio, ma entrando in punta di piedi nelle canzoni altrui e interpretandole secondo la propria intuizione e sensibilità: un’operazione impensabile per chiunque altro nel mondo musicale odierno”.

Pure il suo pubblico di riferimento è quanto mai vario: “Per questo Mina è contemporanea: perché è extra-generazionale. Ed è il personaggio più famoso tra gli sconosciuti: ne parlano tutti, anche se pochi la conoscono davvero”. Lontana dalla televisione da decenni – “ormai la tv è fatta dai politici, non dagli artisti”, spiega il figlio, “non si parla più la stessa lingua, non ci sono interlocutori” –, Mina è diventata un’icona per sottrazione, un’artista in contumacia, un ologramma di pura voce.

I suoi primi dischi a nome Mina – dopo che per anni si era firmata “Baby Gate” – risalgono a 60 anni fa: Il cielo in una stanza, su tutti. “Ma non festeggeremo, lei non ama le celebrazioni”.

Quindi non c’è speranza che torni a mostrarsi in pubblico? “Una volta in studio, scherzando, abbiamo provato ad abbozzare una scaletta di pezzi che ‘non puoi non fare dal vivo’. Sono 48: sarebbe un concerto di oltre tre ore e mezza. Impossibile”.

Moro, il vecchio “album di famiglia” ha le foto sbiadite

Il 28 marzo 1978 Rossana Rossanda pubblicò su il manifesto un articolo in cui analizzava il linguaggio usato dai brigatisti nei loro due precedenti comunicati e affermava che le sembrava “di sfogliare l’album di famiglia”: “Chiunque sia stato comunista negli anni 50 riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Brigate rosse. Ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria”.

In un secondo articolo sullo stesso giornale, che sin dal titolo riproponeva l’immagine dell’album di famiglia, sempre la Rossanda si chiedeva con malizioso stupore: “Il Pci si è sentito offeso, chissà perché. I suoi nemici sono stati felici, chissà perché”. La fondatrice de il manifesto si riferiva a un intervento del dirigente del Pci Emanuele Macaluso, il quale si era chiesto quale mai fosse “l’album” conservato dalla Rossanda, certamente, a suo dire, privo della foto di Palmiro Togliatti. Inoltre, Macaluso aveva fatto notare che della stessa opinione della Rossanda erano “quei fogli conservatori come il Giornale di Montanelli che si è affrettato a pubblicare questa sua ‘testimonianza’, ma anche alcuni esponenti della Dc e redattori de il Popolo”, per non parlare della campagna di stampa sullo “stalinismo” in cui si distingueva anche Lotta Continua così da realizzare una convergenza “degli anticomunisti di destra e di sinistra veramente impressionante”.

In effetti, negli anni successivi, l’espressione “album di famiglia” sarebbe diventata quasi proverbiale, conseguendo un vasto, trasversale e duraturo successo presso l’opinione pubblica italiana che cominciò a utilizzarla per accreditare la tesi di una filiazione diretta delle Brigate rosse dal Pci. Una “famiglia” da cui la Rossanda era stata radiata nove anni prima, al termine di una conflittualità interna che aveva lasciato una reciproca scia di incomprensioni e di risentimenti.

In realtà, se si eccettua Prospero Gallinari, da ragazzo militante nei giovani comunisti di Reggio Emilia e allontanato “da sinistra” dal partito in quanto tardivo epigone della tradizione “secchiana”, ostile a Togliatti prima e a Berlinguer poi, la stragrande maggioranza dei componenti brigatisti protagonisti dell’operazione Moro provenivano da diversi filoni e percorsi politici. A partire dal loro capo, Mario Moretti, che alla fine degli anni Sessanta aveva frequentato gli ambienti cattolici di “Gioventù studentesca” e si era iscritto all’Università del Sacro cuore di Milano.

La stragrande maggioranza degli altri (Rita Algranati, Barbara Balzarani, Anna Laura Braghetti, Alessio Casimirri, Adriana Faranda, Alvaro Lojacono, Germano Maccari, Gabriella Mariani, Antonio Marini, Valero Morucci, Bruno Seghetti, Teodoro Spadaccini, Enrico Triaca) aveva militato in Potere operaio e, dopo il suo scioglimento, aveva intrapreso la strada della lotta armata all’interno di una serie di sigle, comitati e collettivi (Fac, Co.co.ce, Tiburtaros, Viva il comunismo) poi confluite nella colonna romana delle Br. Come è noto Potere operaio era sorto sul finire degli anni Sessanta in radicale conflittualità con il Pci e, sin dalle origini, aveva avversato la cultura stalinista e il modello sovietico, cui aveva preferito il marxismo critico dell’autonomia operaia e della “nuova sinistra” radicale statunitense e suggestioni guerrigliere di derivazione guevarista e terzomondista.

Di conseguenza, non sorprende affatto che se entriamo, grazie a un verbale di perquisizione dei carabinieri, in un covo brigatista nel 1978, ad esempio quello milanese di via Monte Nevoso, riaffiori dalla polvere una piccola biblioteca che non può essere ricondotta all’armamentario tipico del lettore iscritto al Pci negli anni di zdanoviana memoria come la Rossanda riusciva a far credere tra il compiacimento dei suoi avversari.

Vi troviamo, infatti, La resistenza eritrea di Piero Gamacchio, Prateria in fiamme, ossia il programma politico dei “Weather Underground” il movimento di ispirazione marxista statunitense; la Lotta armata in Iran di Bizhan Jazani, teorico socialista iraniano morto nel 1975; Tupamors: libertà o morte di Oscar Josi Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas oppure La rivoluzione in Italia di Carlo Pisacane, eroe risorgimentale riscoperto nel corso della Resistenza da Giaime Pintor. E ancora: l’edizione einaudiana del Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht a cura di Cesare Cases e il classico del femminismo Vassilissa della rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj, allontanata dall’Urss da Stalin. In camera, in un comodino di fianco al letto, La lotta di classe in Urss con annotazioni del marxista critico Charles Bettelheim, le Opere scelte di Mao Tse-tung e il feltrinelliano Il sangue dei leoni che pubblicava un lungo discorso del leader congolese Edouard Marcel Sumbu.

Come si vede si tratta di un pacchetto di libri che costituiva le letture tipiche della nuova sinistra extraparlamentare di quel decennio, con influenze anticapitalistiche, trotskiste, maoiste, guevariste, terzomondiste, genericamente rivoluzionarie e libertarie, di certa ispirazione antistalinista e antisovietica.

Ciò nonostante la formula “album di famiglia” ebbe un duplice successo propagandistico che meriterebbe di essere approfondito nel suo sviluppo e radicamento nel dibattito nazionale: alla destra del Pci, perché amplificava una generale ossessione anticomunista (democratica e anti-democratica) e permetteva di riattualizzare lo stereotipo della doppiezza togliattiana; alla sinistra di quel partito, in quanto consentiva di rimuovere, o almeno di stemperare in una vaga aria di famiglia, il nodo centrale – che in quelle ore e in quei mesi era anzitutto di carattere giudiziario e penale – del rapporto di contiguità culturale e generazionale tra il variegato mondo extra-parlamentare, la lotta armata e la pratica della violenza politica all’interno della multiforme costellazione del “Partito armato”.

Un laccio intricato e scivoloso, strettosi sempre più nel corso degli anni anche grazie a una serie di ambiguità, reticenze, omissioni e qualche indulgente connivenza di troppo. In realtà, Zdanov e il Moloch sovietico degli anni Cinquanta c’entravano assai poco e rischiavano di trasformarsi in un comodo alibi purificatore per non guardare in faccia la realtà, la metastasi cresciuta dentro il corpo estremistico e radicale della società italiana.

Anzi, quei percorsi biografici e quei libri sono lì a ricordare che quel manipolo di giovani brigatisti non erano dei marziani scesi sul pianeta terra, ma erano a loro modo, con granitica intransigenza e allucinata coerenza, dentro la cultura, le letture, le pratiche politiche e valoriali del movimento studentesco e operaio italiano dal 1968 in poi, come se le differenti realtà ed esiti dei tanti percorsi esistenziali fossero stati però attraversati da uno stesso sistema di vasi comunicanti.

Questo è il nodo storico che bisogna sciogliere, al di là della nevrosi cerimoniale degli anniversari che ripropone ormai stancamente i soliti dibattiti, se vogliamo per davvero comprendere quegli anni: questo è l’album di famiglia che bisognerebbe avere il coraggio e l’umiltà di sfogliare.

(2/continua)

Gli indipendentisti bruciano il terzo candidato: 3 mesi senza presidente

Nessun president della Generalitat è stato eletto ieri nella sessione d’investitura convocata in tutta fretta dal presidente Torrent: la Candidatura d’Unitat Popular si è astenuta su Jordi Turull, proposto da Junts per Catalunya ed Esquerra Republicana, facendogli mancare i voti necessari alla maggioranza assoluta richiesta, perché “Non possiamo condizionare la nostra azione politica all’azione repressiva dello Stato”. Turull potrebbe essere eletto domani con la maggioranza semplice dei voti, basterebbe che Puigdemont e Comín in esilio rinunciassero al titolo di deputato. Ma il giudice del Tribunal Supremo Llarena ha convocato le parti interessate nella causa contro l’indipendentismo, in particolare gli ex-consiglieri Dolors Bassa, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull, l’ex-presidente del Parlament Carme Forcadell e la segretaria di Erc Marta Rovira, con possibile modifica delle misure cautelari a loro carico fino alla carcerazione preventiva, rendendo impossibile l’elezione.

Turull è il 3° candidato proposto dalla maggioranza indipendentista dopo Jordi Sánchez e Carles Puigdemont, impediti a presentarsi dalla giustizia spagnola. La sua candidatura, malvista alla Moncloa essendo Turull in libertà vigilata, si sarebbe dovuta votare la settimana prossima. Ma lo scacco del giudice Llarena spingeva i due principali gruppi dell’indipendentismo a giocare d’anticipo, attivando una procedura express di elezione già utilizzata in passato, che la Cup ha però affondato. A tre mesi dalle elezioni non c’è ancora governo in Catalogna e se lo Stato spagnolo usa la giustizia per imporre un candidato gradito, i partiti indipendentisti sono divisi sulla strategia. Finora i candidati son stati scelti per evidenziare l’autoritarismo dello Stato, ma le differenze all’interno del blocco indipendentista sono sulla valutazione dello scorso autunno e sulle priorità della nuova legislatura. Sono tra chi punta sull’approfondimento del conflitto e la sua internazionalizzazione, così da far risaltare il deficit democratico dello Stato e chi privilegia il recupero delle istituzioni catalane sottraendole al commissariamento di Madrid.

Russiagate, anche l’avvocato di Trump si stufa e lo molla

Gli avvocati come i consiglieri: invece di ascoltarne i pareri, Trump si disfa di quelli che non lo assecondano. Così, John Dowd, suo legale personale, se ne va: il capo del team che segue il Russiagate toglie il disturbo perché Trump ignora i suoi consigli e non è d’accordo sulla strategia da tenere nell’indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller. La goccia che fa traboccare il vaso è la decisione del presidente di mettersi in squadra un avvocato più aggressivo, Joseph di Genova, che lo asseconda nel desiderio di vedere il procuratore Mueller, mentre Dowd gli ha sempre chiesto di non farlo. Trump, dal canto suo, non fa mistero di avere ormai perso fiducia in Dowd e nei suoi metodi. John Maguire Dowd, 77 anni, non è un avvocato qualsiasi: ha esperienze nell’Amministrazione, oltre che nell’apparato legale dei marines, ed è uno dei massimi conoscitori dei cosiddetti “crimini dei colletti bianchi”. La sua fama risale a casi di corruzione nel mondo del baseball negli Anni ’80 e ’90. Trump lo assunse, con Ty Cobb, nel giugno 2017, ma prima di Natale l’intesa s’era già incrinata. Suggellando la rottura, il presidente ha ieri ribadito la disponibilità a farsi ascoltare da Mueller: “Mi piacerebbe rispondere alle sue domande”, ha detto. Secondo la stampa Usa, Trump è stato più volte sul punto di fare saltare Mueller. Il Russiagate s’è arricchito di un nuovo filone: il procuratore sta indagando sui legami tra la campagna di Trump e la Cambridge Analytica, società che usò i dati di 50 milioni di utenti Facebook a fini politici.

Sarkozy e l’intrigo libico: “Io, vittima dei sicari di Gheddafi”

Sono vittima di un complotto del clan Gheddafi”: a poche ore dalla sua iscrizione al registro degli indagati Nicolas Sarkozy ha preso la parola in tv per difendersi dalle accuse di finanziamento illegale della campagna elettorale per l’Eliseo del 2007. In diretta al telegiornale delle 20 di TF1 l’ex presidente della Repubblica ha affermato che contro di lui non ci sono “prove materiali concrete” ma solo “calunnie”: “Non ho mai tradito la fiducia dei francesi. È la verità e lo proverò, ci volessero anche 10 anni” (la stessa durata della pena che rischia, ndr), ha detto. Sarkozy è stato iscritto al registro degli indagati per corruzione passiva, finanziamento illegale della campagna elettorale e occultamento di fondi pubblici libici al termine di un fermo di più d 25 ore (sospeso solo durante la notte per concedere all’interrogato di andare a casa a dormire) negli uffici della polizia anti-corruzione di Nanterre. Uscito libero dopo l’interrogatorio fiume, Sarkozy si trova ora in libertà vigilata con il divieto di recarsi in 4 paesi d’Africa, Tunisia, Libia, Sudafrica e Egitto. Non ha perso tempo nel contraccattare. Già ieri mattina le sue dichiarazioni ai magistrati erano state rivelate dal quotidiano Le Figaro. La sua linea di difesa è chiara: “Il clan di assassini di Gheddafi mi copre di calunnie. Sono stato io ad accogliere all’Eliseo il Consiglio nazionale di transizione in Libia, gli oppositori di Gheddafi. Sono stato io a ottenere il mandato dell’Onu per colpire lo stato libico e a guidare la coalizione internazionale”, ha detto, lo sguardo scuro, al tg più seguito dai francesi. “L’intervento è iniziato nel marzo 2011 ed è durato otto mesi – ha aggiunto –. Gheddafi è morto a ottobre. Avrebbe avuto diversi mesi per trasmettere gli elementi. Perché non lo ha fatto?”. Poi attacca il figlio del colonnello: “Il 16 marzo 2011 Saïf al-Islam mi ha intimato di restituire i soldi sostenendo di essere in possesso di foto, estratti conti. Sette anni dopo non c’è ancora niente, solo odio e fango”.

L’inchiesta sui presunti finanziamenti illegali libici era stata aperta nel 2013 dopo le rivelazioni di Mediapart. Il giornale on line aveva pubblicato nel 2012 un “accordo di principio” sottoscritto da dignitari libici per un versamento di 50 milioni a favore di Sarkozy. Da tempo l’ex presidente sostiene che si tratta di un “falso”. Ne agita una copia in tv “Anche gli inquirenti dicono che esiste un’alta probabiltà che si tratti di un falso”. La sua querela contro il giornale si era chiusa con un non luogo. I sospetti contro l’ex presidente si basano su alcuni documenti e le testimonianze di ex dignitari libici e dell’uomo d’affari franco-libanese Ziad Takkiedine, che sostiene di aver fatto da mediatore tra fine 2006 e inizio 2007 trasportando da Tripoli e Parigi valigie con 5 milioni di euro destinate a Sarkozy e a Claude Guéant, all’epoca suo direttore di campagna, anche lui indagato per riciclaggio e frode. Sarkozy nega di aver incontrato Takkiedine nel periodo considerato dall’inchiesta: “Le sue sono solo menzogne – assicura – Porterò la prova che ha mentito”.