Il tempo per farlo, volendo, c’è ancora. Perché il piano internazionale per bloccare i finanziamenti alle trivellazioni, firmato in extremis dall’Italia dopo lo scontro tra Roberto Cingolani e Daniele Franco, non entrerà in vigore prima di un anno. I 20 governi che hanno aderito durante la Cop26 promettono che attraverso le loro banche pubbliche non finanzieranno più progetti per l’estrazione di petrolio, gas o carbone. Non subito, però: entro la fine del 2022. Data che lascia aperta la porta all’Italia per l’ultimo giro di giostra. Partecipare a uno dei principali sfruttamenti di fossili in corso, la trivellazione dell’Artico russo. Una partita che solo per la Sace potrebbe valere 1 miliardo di euro, cui si aggiungono gli interessi di Saipem e Intesa Sanpaolo. Si capisce perché la firma dell’Italia a Glasgow sia stata tormentata: gli interessi sul tema sono pesanti.
Quanto sarebbe utile tagliare i finanziamenti alle trivellazioni lo dice una ricerca condotta di recente da un team della University College of London. Per riuscire a rispettare l’obiettivo fissato a Parigi di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi, dovrebbero rimanere sottoterra l’89% delle riserve mondiali di carbone, il 58% di quelle petrolifere, il 59% di quelle di gas. L’accordo di Glasgow non impedirà i finanziamenti delle banche private, ma in progetti del genere quasi sempre, senza un garante pubblico, il privato non mette i soldi. Uno studio di Oil Change International ha stimato che i 20 Paesi firmatari, insieme alle loro società pubbliche – Sace per l’Italia, Bpi per la Francia, KfW per la Germania – ogni anno garantiscono crediti per 17 miliardi di dollari. Il progetto di trivellare l’Artico è uno dei più grandi, e l’Italia non ha ancora deciso cosa vuole fare. Si chiama Arctic Lng 2 e vale 21,3 miliardi di dollari, di cui 11 garantiti da istituzioni pubbliche. L’obiettivo è estrarre gas in una delle zone incontaminate della Russia, trasformarlo in liquido ed esportarlo via nave nel mondo. Capofila è la russa Novatek, in società con la francese Total, le cinesi Cnooc e Cnpc, le giapponesi Mitsui e Jogmec. Nel progetto c’è Saipem, gruppo Eni, e da tempo dicono di essere intenti a valutare l’operazione Intesa Sanpaolo e Sace. “Stiamo valutando di partecipare”, ha dichiarato a ottobre Antonio Fallico, storico presidente di Intesa Russia. In teoria la banca finanzierebbe Saipem, e Sace garantirebbe. Un miliardo di euro, secondo il piano firmato dalla francese Bpi, che a sua volta metterà 1 miliardo, cui se ne aggiungono 2,5 della giapponese Jibc, 1,5 miliardi della Russian Bank Facility, 5 miliardi della cinese Cdb.
Le garanzie su prestiti sono solo uno dei tanti sussidi pubblici ai combustibili fossili. Secondo l’ultimo report del Fondo monetario internazionale, la produzione e l’uso di petrolio, gas e carbone nel 2020 hanno ricevuto aiuti di Stato per 5.900 miliardi di dollari, il 6,8% del Pil mondiale. A sussidiare di più le fossili sono nazioni petrolifere come Venezuela, Arabia Saudita, Algeria, Libia. “Nazioni dove la spesa pubblica per gli sgravi energetici supera di molto quella per l’assistenza sociale”, ha scritto Max Roser, direttore di Our World in Data, presentando una ricerca internazionale sui sussidi alle fossili. Viene fuori che l’Italia non è messa bene in Europa. Sebbene abbia quasi dimezzato negli ultimi cinque anni la spesa, Roma finanzia i fossili più di quasi tutti gli altri: 159 dollari pro capite all’anno, nel 2019. Peggio di noi solo Belgio, Svezia e Finlandia. D’altra parte l’attenzione delle istituzioni sul tema è nota, come insegna la vicenda Sad, i Sussidi ambientalmente dannosi. L’Italia spende ogni anno 19 miliardi di euro per questi sussidi, che vanno dagli aiuti per le trivellazioni agli sgravi sul diesel per le aziende di trasporto. Nel 2019 l’allora ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, tentò di inserire nel decreto Clima la riduzione dei Sad del 10% all’anno, ma non passò. Si decise di stabilirla di anno in anno ma con la finanziaria, nel 2020, stesso risultato. Rimase il “Comitato interministeriale per la transizione ecologica”, che dal marzo 2021 dovrebbe decidere sulla “rimodulazione dei sad”. Il comitato, presieduto da Draghi, presenti sia Cingolani che Franco, per ora non ha partorito proposte su come ridurli.