Giorgetti, la solitudine dei numeri 2 (senza voti)

Se Gianfranco Fini fu rovinato dal cognato e Angelino Alfano dalla mancanza del quid, a Giancarlo Giorgetti l’hanno messo nei guai i giornalisti con cui, confessa, “non so gestire i rapporti”. La solitudine dei numeri 2 nasce soprattutto a destra dove ci sono i capi che mietono voti (Berlusconi, Salvini) e i vice che una volta messi in salamoia si macerano nella irrilevanza e col tempo tendono a trasformarsi da vicari in sicari. Nel caso di Giorgetti sembra tutt’altra storia, perché fino a quando di lui si sapeva poco (e da quel poco si evinceva una personalità stile nebbia in Valpadana) veniva lasciato in pace. Tutt’al più le iene dattilografe lo liquidavano in un paio di capoversi come uno sgobbone che sapeva far di conto (laurea in Economia aziendale alla Bocconi di Milano). Poi, però, dovendo proprio scegliere un antagonista del leader del Papeete mai avrebbero pensato all’uomo di Cazzago Brabbria (dove è nato nel dicembre del 1966).

A farlo diventare migliore è stato il Governo dei Migliori (un po’ come il sedano nel carrello dei bolliti) dove è approdato come ministro dello Sviluppo e con la fama di draghiano ante litteram. Cosicché gli immaginifici addetti ai retroscena lo hanno inserito, di diritto, nella élite dei più Competenti. Appena un paio di gradini sotto l’ex presidente Bce, ma accanto a Renato Brunetta che mancò il Nobel per un pelo. E da qui fiumi di articolesse su quanto fosse figo Giorgetti e figa la Lega di governo. Ma il guaio peggiore fu che, interpellato per il presepe di Bruno Vespa, lo sciagurato rispose con la tremenda metafora Bud Spencer-Meryl Streep. Per dire che Salvini doveva smetterla con i brutali western sovranisti e candidarsi all’Oscar per la commedia moderata del Ppe. Il problema è che Giorgetti di suo non ha un voto, mentre quell’altro ha subito schierato le truppe (come Stalin che chiedeva quante divisioni avesse il Papa). Mesto finale con le sentite scuse del vice che finalmente ci rivela il suo cruccio: lui chiama, ma Matteo non richiama. Pensavamo fosse altrimenti ci arrabbiamo. Era piange il telefono.

Bmj e la credibilità dell’azienda americana

Pochi giorni fa, il British Medical Journal ha pubblicato un lavoro che non avremmo mai voluto leggere. Riporta le rivelazioni di Brook Jackson, ricercatrice e direttore regionale, con 15 anni di esperienza negli studi clinici, di Ventavia Research Group, società di ricerca, che risulta subappaltata da Icon, l’organizzazione di ricerca a contratto con cui Pfizer ha collaborato alla sperimentazione del nuovo vaccino. La ricercatrice si è soffermata sulle cattive pratiche adottate lungo tutta la sperimentazione, sollevando interrogativi sulla validità dei dati e sulla supervisione normativa. Dopo aver informato Ventavia di questi problemi, ha inviato un reclamo alla Fda statunitense che, pare, non abbia risposto. Ventavia l’ha licenziata lo stesso giorno. Jackson ha fornito al Bmj dozzine di documenti aziendali interni, foto, registrazioni audio e mail. In pratica, la società ha falsificato i dati, ha impiegato vaccinatori non formati ed è stata non accurata nel seguire gli eventi avversi riportati nello studio cardine di fase III di Pfizer. A documentare le sue dichiarazioni, mail, video e foto. Un dirigente di Ventavia, prima di un ispezione di Fda, aveva identificato tre membri dello staff del sito con cui “esaminare il problema del diario elettronico/falsificare i dati, ecc.”. A uno di loro è stato “consigliato verbalmente di modificare i dati e di non annotarlo”. Questa notizia è davvero sconcertante e mette in dubbio la credibilità dell’azienda che ha qualche scheletro nell’armadio. Pfizer è stata condannata dalla Corte d’appello di Milano, riconoscendo a un uomo un risarcimento di mezzo milione di euro, per non aver informato adeguatamente sugli effetti collaterali di un suo farmaco, il Cabaser utilizzato (efficacemente) nella cura del Parkinson. La stessa azienda, nel 2009 aveva pagato agli Usa la multa più salata mai prima inflitta per scorrettezze commerciali. Chi sta continuando a pagare una somma mai prima elargita per un farmaco, dovrebbe effettuare più controlli, soprattutto quando in gioco c’è la vita di milioni di persone.

 

Dalle trivelle artiche alle lobby: l’Italia non riesce a ridurre i sussidi ai fossili

Il tempo per farlo, volendo, c’è ancora. Perché il piano internazionale per bloccare i finanziamenti alle trivellazioni, firmato in extremis dall’Italia dopo lo scontro tra Roberto Cingolani e Daniele Franco, non entrerà in vigore prima di un anno. I 20 governi che hanno aderito durante la Cop26 promettono che attraverso le loro banche pubbliche non finanzieranno più progetti per l’estrazione di petrolio, gas o carbone. Non subito, però: entro la fine del 2022. Data che lascia aperta la porta all’Italia per l’ultimo giro di giostra. Partecipare a uno dei principali sfruttamenti di fossili in corso, la trivellazione dell’Artico russo. Una partita che solo per la Sace potrebbe valere 1 miliardo di euro, cui si aggiungono gli interessi di Saipem e Intesa Sanpaolo. Si capisce perché la firma dell’Italia a Glasgow sia stata tormentata: gli interessi sul tema sono pesanti.

Quanto sarebbe utile tagliare i finanziamenti alle trivellazioni lo dice una ricerca condotta di recente da un team della University College of London. Per riuscire a rispettare l’obiettivo fissato a Parigi di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi, dovrebbero rimanere sottoterra l’89% delle riserve mondiali di carbone, il 58% di quelle petrolifere, il 59% di quelle di gas. L’accordo di Glasgow non impedirà i finanziamenti delle banche private, ma in progetti del genere quasi sempre, senza un garante pubblico, il privato non mette i soldi. Uno studio di Oil Change International ha stimato che i 20 Paesi firmatari, insieme alle loro società pubbliche – Sace per l’Italia, Bpi per la Francia, KfW per la Germania – ogni anno garantiscono crediti per 17 miliardi di dollari. Il progetto di trivellare l’Artico è uno dei più grandi, e l’Italia non ha ancora deciso cosa vuole fare. Si chiama Arctic Lng 2 e vale 21,3 miliardi di dollari, di cui 11 garantiti da istituzioni pubbliche. L’obiettivo è estrarre gas in una delle zone incontaminate della Russia, trasformarlo in liquido ed esportarlo via nave nel mondo. Capofila è la russa Novatek, in società con la francese Total, le cinesi Cnooc e Cnpc, le giapponesi Mitsui e Jogmec. Nel progetto c’è Saipem, gruppo Eni, e da tempo dicono di essere intenti a valutare l’operazione Intesa Sanpaolo e Sace. “Stiamo valutando di partecipare”, ha dichiarato a ottobre Antonio Fallico, storico presidente di Intesa Russia. In teoria la banca finanzierebbe Saipem, e Sace garantirebbe. Un miliardo di euro, secondo il piano firmato dalla francese Bpi, che a sua volta metterà 1 miliardo, cui se ne aggiungono 2,5 della giapponese Jibc, 1,5 miliardi della Russian Bank Facility, 5 miliardi della cinese Cdb.

Le garanzie su prestiti sono solo uno dei tanti sussidi pubblici ai combustibili fossili. Secondo l’ultimo report del Fondo monetario internazionale, la produzione e l’uso di petrolio, gas e carbone nel 2020 hanno ricevuto aiuti di Stato per 5.900 miliardi di dollari, il 6,8% del Pil mondiale. A sussidiare di più le fossili sono nazioni petrolifere come Venezuela, Arabia Saudita, Algeria, Libia. “Nazioni dove la spesa pubblica per gli sgravi energetici supera di molto quella per l’assistenza sociale”, ha scritto Max Roser, direttore di Our World in Data, presentando una ricerca internazionale sui sussidi alle fossili. Viene fuori che l’Italia non è messa bene in Europa. Sebbene abbia quasi dimezzato negli ultimi cinque anni la spesa, Roma finanzia i fossili più di quasi tutti gli altri: 159 dollari pro capite all’anno, nel 2019. Peggio di noi solo Belgio, Svezia e Finlandia. D’altra parte l’attenzione delle istituzioni sul tema è nota, come insegna la vicenda Sad, i Sussidi ambientalmente dannosi. L’Italia spende ogni anno 19 miliardi di euro per questi sussidi, che vanno dagli aiuti per le trivellazioni agli sgravi sul diesel per le aziende di trasporto. Nel 2019 l’allora ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, tentò di inserire nel decreto Clima la riduzione dei Sad del 10% all’anno, ma non passò. Si decise di stabilirla di anno in anno ma con la finanziaria, nel 2020, stesso risultato. Rimase il “Comitato interministeriale per la transizione ecologica”, che dal marzo 2021 dovrebbe decidere sulla “rimodulazione dei sad”. Il comitato, presieduto da Draghi, presenti sia Cingolani che Franco, per ora non ha partorito proposte su come ridurli.

 

Cop26, i giovani si tirano fuori. Greta&C.: “È già un fallimento”

È stata, ieri a Glasgow, la giornata dei giovani attivisti per il clima, quella in cui il ministro Roberto Cingolani ha presentato il Manifesto “Youth 4Climate”, con i risultati della Conferenza tenutasi a Milano. “Dalla protesta alla proposta”, ha detto trionfale. Peccato che, però, ieri sia stato anche il giorno della frattura. Quella, pesantissima, aperta da Greta Thunberg, che proprio ieri ha dichiarato, a pochi giorni dall’inizio: “Questa Cop26 è un fallimento”.

Per Greta, e gli attivisti dei Fridays For Future, Glasgow è stata l’occasione per un chiarimento. Già dalla pre-Cop di Milano circolava la domanda se non fosse un autogol farsi immortalare con i capi di stato: foto buone solo per rinverdire i loro profili sociali, ma nessun cambiamento di azione. Da sempre, Greta si è mossa con abilità, e fatica, tra la protesta e la partecipazione ai tavoli istituzionali. Mercoledì la svolta, quando ha deciso di uscire durante il convegno sulle compensazioni di carbonio dicendo “Basta greenwashing!”. Qualche ora più tardi, su Twitter, parole dure come le pietre: “Questa Cop è un festival del greenwashing. Due settimane di celebrazione del ‘business as usual’ e del blablabla”. Così ieri un fiume di ragazzi ha sciamato per le vie di Glasgow, proprio in occasione del 167esimo sciopero del venerdì (il primo fu il 20 agosto del 2018, davanti al Parlamento svedese) per dire, senza mezzi termini, che preferisce stare fuori dalle sedi istituzionali e spingere dal basso, sempre più impetuosamente. Per mettere a nudo le inadeguatezze dei leader e costringerli ad agire, impedendogli di imitare e usare i loro slogan. “Abbiamo notato che alcuni capi di stato hanno adottato le nostre parole. Ma si canta vittoria per piccole cose che rimangono passi troppo piccoli per risolvere questa crisi di dimensione epocale”, dice al Fatto Martina Comparelli, portavoce a Glasgow dei Fridays for Future Italia. Che fa notare l’assurda contraddizione: “Prendiamo l’accordo per smettere di deforestare entro il 2030. Pensate se con il Covid avessero detto: ‘La gente sta male però ci siamo messi d’accordo e nel 2030 andremo in lockdown e vaccineremo. Sarebbe stato impensabile. Sul clima invece è così, sembra solo l’occasione per una passerella politica”.

Nel frattempo, volano verso due milioni le firme della petizione lanciata da Greta Thunberg, insieme alle altre attiviste Vanessa Nakate (Uganda), Dominika Lasota (Polonia) e Mitzi Tan (Filippine). Petizione che comincia con una parola, “Tradimento”, e chiede un’immediata cessazione degli investimenti in combustibili fossili, stop al conteggio creativo della CO2 e 100 miliardi ai paesi poveri”. Sul sito di Avaaz.org i nomi dei ragazzi si susseguono velocissimi, ciascuno accompagnato da una bandiera di un paese diverso del mondo. Impressionante. Perché quello dei giovani contro l’emergenza climatica è forse il movimento di protesta più globale mai esistito. Che ieri, sull’emergenza climatica, e di fronte a dati sempre più allarmanti, ha deciso: no a qualsiasi forma di compromesso.

Balneari, salvi i privilegi: ora la Ue attacca Draghi

Bruxelles non ha atteso neanche 24 ore per farsi sentire (di nuovo) contro l’ennesima omissione italiana. La cronaca è nota. Giovedì, il ddl Concorrenza portato in consiglio dei Ministri dal premier Draghi ha evitato fischiettando una delle partite più complicate, le concessioni balneari, perdendo l’occasione di sgomberare il campo dall’ennesima proroga della direttiva Ue “Bolkestein” che, dal 2006, prevede la messa a gara delle concessioni e che da quello stesso anno non viene applicata, tra procedure d’infrazione (2009) e lettere di messa in mora (2020) e continue proroghe. L’ultima, nella legge di Bilancio del 2018 quando Lega e 5S ne hanno rimandato ancora l’applicazione al 2033 .

Il governo ha preso una decisione tanto tattica quanto politica: oltre al favore alla Lega, sulle proroghe delle concessioni si attende fra un paio di settimane una sentenza del Consiglio di Stato – dopo quelle contrastanti dei Tar – che sarebbe stata molto utile al premier e che invece impiegherà ancora un po’ (e probabilmente rimanderà la palla alla Corte di giustizia Ue). Intanto, il governo si è impegnato a mappare le concessioni pubbliche con i relativi canoni. “Un’operazione trasparenza” l’ha chiama Draghi che “mostrerà la scarsa redditività per lo Stato della maggior parte delle concessioni”.

Non abbastanza. Nel giro di poche ore, Bruxelles ha riportato il governo ai fatti. “La Commissione Ue è al corrente dei recenti sviluppi nella legislazione italiana – ha detto un portavoce –. Decidere come affrontare la riforma delle concessioni balneari è competenza nazionale. Per la Commissione Ue ciò che è importante è il contenuto e non la forma, e che le autorità italiane procedano rapidamente a riportare la propria legislazione e le proprie pratiche riguardanti le concessioni balneari in conformità con il rispetto del diritto europeo e con la giurisprudenza della Corte europea di Giustizia”. Nel 2016, infatti, il sistema di proroga senza gara era già stato bocciato dai giudici del Lussemburgo ma l’Italia era riuscita a prorogare (e poi ri-prorogare) in attesa di una riforma che è non è mai arrivata, grazie anche alle pressioni della Lega per cui è una battaglia inspiegabilmente (se non con una buona rete di relazioni) identitaria.

Se è vero infatti che lo Stato incassa briciole dalle concessioni balneari, dietro c’è un business molto remunerativo come raccontano da anni i rapporti di Legambiente, tra i più completi sull’argomento. Secondo i dati dell’ultimo monitoraggio – che arrivano da Sistema informativo demanio marittimo – le concessioni balneari sono 12.166 con un aumento del 12,5% in tre anni. In sostanza, meno di metà delle spiagge del Paese è liberamente accessibile e in alcune Regioni, come in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti. “Nel Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, tutte le spiagge sono in concessione – si legge – ma anche a Pietrasanta, Camaiore, Montignoso, Laigueglia e Diano Marina siamo sopra il 90% e rimangono liberi solo pochi metri spesso agli scoli di torrenti in aree degradate. Per non parlare dei canoni che si pagano per le concessioni, ovunque bassi, e che in alcune località del turismo di lusso come la Costa Smeralda o la Versilia, risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari”.

Quest’anno si è aggiunto il problema trasparenza, con dati spesso incompleti o opachi, senza indicazioni di cifre dovute. “Un passo indietro rispetto all’elenco delle concessioni pubblicato nel 2018” che forniva interessanti dettagli. Si rilevava infatti l’esistenza di canoni demaniali bassissimi per concessioni molto remunerative (spesso meno di 2 euro a metro quadrato) come il Lido Punta Pedale di Santa Margherita Ligure che versava un canone 7.500 euro all’anno, l’hotel Regina Elena che pagava 6.000 euro, il Metropole 3.614 euro e il Continental 1.989 euro. A Marina di Pietrasanta lo stabilimento Twiga con una superficie di 4.485 metri quadri, secondo l’associazione pagava un canone di 16mila euro all’anno, mentre a Forte dei Marmi il Bagno Felice versava 6.560 euro per 4.860 metri quadri. In generale, nelle casse dello Stato arrivano briciole: circa 115 milioni di euro, di cui solo 83 davvero riscossi. A Marina di Pietrasanta, cita il rapporto 2021, “2 letti marocchini, tavolo centrale, 4 lettini, possibilità di avere su richiesta televisione e musica” del Twiga costa 1.000 euro al giorno. “Due lettini, 2 sdraio, tavolino, 4 seggiole e 3 teli da mare” all’Excelsior di Venezia ne costano 410.

Il sottosegretario Freni e il conflitto di interessi Sisal

Nel vorticare delle porte girevoli di ex magistrati e grand commis divenuti avvocati e avvocati diventati sottosegretari, il vecchio team Gentiloni batte la nuova squadra Draghi. Lo dimostra la vicenda della sentenza del 2 settembre della Corte di giustizia europea che ha fatto a pezzi il ricorso presentato nel 2018 dai colossi dei giochi Sisal e StanleyBet contro l’Agenzia dogane e monopoli (Adm) del ministero delle Finanze per la proroga della concessione del “Gratta e Vinci” all’ex Lottomatica per nove anni, dal 2019 al 2028. La Corte Ue ha stabilito che quella decisione era allineata al diritto europeo e ha rinviato la palla al Consiglio di Stato, il massimo organo di giustizia amministrativa, che gliela aveva girata l’anno scorso. Ora i giudici amministrativi romani dovranno esprimersi nel merito, ma la strada è segnata. La battaglia legale vede Vincenzo Fortunato e Luigi Baratta, avvocati di Lottomatica, prevalere su quelli di Sisal, Luigi Medugno e Annalisa Lauteri. Ma il senatore Elio Lannutti, ex M5S, chiede al Mef di chiarire se nella vicenda ci siano rischi di conflitti di interesse del sottosegretario Federico Freni.

Il 24 settembre Freni è stato scelto da Salvini per rimpiazzare Claudio Durigon, dimessosi il 26 agosto dopo le polemiche per la proposta di intitolare un parco di Latina ad Arnaldo Mussolini (togliendo il posto a Falcone e Borsellino). Come scrive Lannutti nell’interrogazione al ministro dell’Economia Daniele Franco, Freni è docente di Diritto amministrativo alle Università Luiss e Pegaso e “dal 2016 fino alla sua nomina è stato responsabile del diritto amministrativo allo studio legale Quorum”. Secondo Lannutti, il sottosegretario nel 2014 “è stato socio fondatore di ‘Mvl avvocati’ insieme a Medugno, con il quale aveva già collaborato”. Di Mvl, “che opera anche nelle concessioni di giochi e scommesse, ha fatto parte anche Lauteri, anch’essa per molti anni legata professionalmente a Medugno, che ora fa parte dello studio Fair Play Lawyers che supporta legalmente le imprese operanti nei giochi”. Il senatore chiede al ministro se, al momento di nominarlo sottosegretario e assegnargli la delega ai giochi, conoscesse il curriculum di Freni, se vi sia un conflitto di interessi “in quanto ex partner degli avvocati” Medugno e Lauteri e se ritenga che il sottosegretario debba “astenersi da questioni su Sisal, visto che i suoi ex colleghi la rappresentano al Consiglio di Stato”.

La torta del Gratta e Vinci, d’altra parte, è ricca: vale 10 miliardi. La proroga della concessione decisa dal governo Gentiloni, che sostenne fosse consentita da una legge del 2009, fu senza gara e con oneri per Lottomatica immutati: 800 milioni in 9 anni a fronte di un aggio di 400 milioni l’anno. Nel 2009 al Tesoro c’era Giulio Tremonti, che come capo di gabinetto aveva lo stesso Vincenzo Fortunato che ora difende Lottomatica, poi divenuta GTech e fusa in Igt, quotata a New York e controllata dal Gruppo De Agostini. Fortunato è anche ex giudice del Tar ed ex vicepresidente del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo che decide le carriere dei giudici di Tar e Consiglio di Stato. Con Fortunato c’è Roberto Baratta, dal 2006 al 2014 consigliere giuridico dell’Italia alla Ue e del ministero dell’Economia sino al governo Gentiloni. Ora anche la ricorrente Sisal, controllata dal fondo di private equity Cvc Capital Partners, vuole quotarsi in Borsa Italiana con una valutazione potenziale superiore a 2 miliardi. Nel 2020 i ricavi di Sisal erano di 827,9 milioni, il margine operativo lordo di 256,4 e la perdita di 40,3 a fronte di debiti netti per 1,03 miliardi.

L’anno scorso i giochi, settore ad altissimo tasso di vertenze legali, sono stati colpiti duramente dalla pandemia: la raccolta è calata del 20% a 88,38 miliardi, le vincite del 17,2% a 75,36, i ricavi delle imprese del 33% a 11,36 e gli incassi per l’erario del 36,3% a 7,24 miliardi. Contattati, il Tesoro, Freni, Medugno, Lauteri e Sisal non hanno risposto.

L’incubo bussa alla porta: Draghi senza Colle se ne va

C’è un ritornello che si sente ripetere da mesi ormai: “Mario Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi”. Lo dice chi s’immagina una sorta di Draghi premier per sempre, chi in realtà vede meglio al Quirinale qualcun altro, chi lavora su più tavoli, a carte ovviamente coperte.

Ma il rischio è di non considerare uno scenario alternativo. Ovvero che sia lo stesso Draghi a quel punto a rovesciare il tavolo. Perché non è affatto detto che l’ex presidente della Bce voglia rimanere premier, nel caso non andasse al Colle. Sulla propria candidatura al Colle Draghi ovviamente è una Sfinge. E tra i motivi che lasciano dei margini di incertezza, c’è il Parlamento. Ci sono i peones, che vogliono arrivare a fine legislatura e i partiti in crisi perenne e con scarso controllo dei leader dei gruppi parlamentari. Ma ci una cinquantina di persone, tra deputati e senatori, iscritti al Gruppo Misto, senza una compagine di appartenenza, di cui nessuno conosce davvero idee e orientamenti. Nessuno li controlla. Senza contare la variabile Matteo Renzi, che pure se ormai fa praticamente un altro lavoro, non rinuncerà a cercare di fare l’ago della bilancia.

Dunque, il rischio che Draghi sia impallinato nell’urna quirinalizia esiste. Rischio che difficilmente il premier correrà. Ma questo non significa che sarà a capo del governo in ogni caso fino a fine legislatura. Tra i giochi incrociati di questo momento, il Parlamento potrebbe portare sul Colle un candidato di centrodestra (non tanto Silvio Berlusconi, ma la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, che ci sta lavorando da tempo) o un candidato di centrosinistra, magari votato con parte di Forza Italia, ancora non troppo identificabile (da Romano Prodi, a Dario Franceschini, passando per Rosy Bindi e Paolo Gentiloni) o magari un più trasversale Pier Ferdinando Casini. A quel punto, la situazione politica, già piuttosto complessa, potrebbe diventare più difficile da gestire. E poi Draghi non ha nessuna intenzione di guidare una maggioranza diversa da quella attuale. Cosa che diventerebbe quasi inevitabile nel caso si arrivasse ad eleggere un presidente della Repubblica di parte. Ed ecco, che si torna al punto di partenza. Ovvero la coppia Draghi- Sergio Mattarella. Perché alla fine l’unico che potrebbe garantire questa maggioranza (e dunque questo premier) è l’attuale presidente. Sempre che Lega, Forza Italia, Pd e Cinque Stelle non trovino un altro candidato unitario. Cosa al momento nell’ordine dell’impossibile. Insomma, per continuare ad avere Draghi a Palazzo Chigi serve un Mattarella bis. E non è un dettaglio che così a fine legislatura la staffetta con il premier sarebbe quasi naturale.

Draghi guarda a tutta questa vicenda con meno distacco di quello ostentato. Intanto perché al Quirinale ci pensa eccome, nonostante la narrazione che lo vuole pronto a ricoprire un qualche incarico alla guida dell’Europa. E poi perché la maggioranza sempre più sfarinata indebolisce l’azione del governo. D’altra parte, la riforma della giustizia prima dell’estate è stata un vero e proprio parto, la riforma fiscale è stata fatta con una legge delega che lascia aperti quasi tutti i nodi, sulle pensioni si è arrivati a un compromesso, che rimanda il problema. E la legge sulla concorrenza, approvata giovedì sera, non risolve il conflitto con l’Unione europea sulle concessioni balneari che l’Italia avrebbe dovuto mettere a gara al più presto. Tanto che da Bruxelles è arrivato il richiamo formale. Con un eventuale Vietnam parlamentare durante il voto per il Quirinale, le cose sono destinate ad andare peggio.

Sarà anche per questo che l’uscita di Giancarlo Giorgetti su Draghi che potrebbe guidare il governo anche dal Colle, dando vita a una sorta di semi presidenzialismo, non è stata vista benissimo a Palazzo Chigi. Se voleva dare una mano all’ex Bce nella partita del Colle, è riuscito ad ottenere l’effetto contrario.

Numeri e vendette: il risiko di Conte, Di Maio e Dibba

Lo stato delle cose nel M5S lo dipinge un parlamentare, uno di quelli che sanno far di conto: “Nel Movimento nessuno controlla davvero nessuno”. Ed è il primo grano del rosario di spine per Giuseppe Conte, che per giocare al tavolo per il Quirinale dovrebbe presentarsi con truppe compatte, e invece ha dei gruppi parlamentari dove regnano il malessere e la voglia di vendette. Con un generale, Luigi Di Maio, che pare al centro di ogni cosa anche quando sta fermo, e un ex ufficiale, Alessandro Di Battista, che minaccia di farsi un suo esercito, ma potrebbe ancora rientrare nei vecchi ranghi, però alle sue condizioni. Così Conte deve sbrigarsi, a trovare soluzioni.

Capigruppo rogna Camera

“Chi ci vuole divisi non coglie mai nel segno” ha assicurato Conte giovedì sera davanti a Montecitorio, mentre annunciava che la nuova capogruppo in Senato sarà Maria Domenica Castellone, al posto dell’uscente Ettore Licheri. Erano entrambi accanto a lui, tra abbracci e sorrisi, mentre l’avvocato provava a sminuire la portata di un pasticciaccio politico. Perché è un fatto che Licheri, sostenuto da Conte, si sia fatto da parte per evitare guai peggiori dopo che la prima votazione tra i senatori aveva portato a un clamoroso 36 a 36 con la Castellone, prossima a raggiungere il quorum dei 38 voti. Al leader non era servito neppure muovere appositi emissari (il vicepresidente del M5S, Mario Turco, ad esempio). Così la vittoria di fatto di Castellone – anche lei contiana, ed è un paradosso – conferma che il gruppo fibrilla anche nel Senato, che pure è sempre stato il fortino dell’ex premier. E alimenta i timori per ciò che potrà avvenire alla Camera, dove il capogruppo Davide Crippa rimarrà al suo posto almeno fino al 12 dicembre, nonostante Conte ne reclamasse le dimissioni anticipate per sostituirlo con Alfonso Bonafede. Ma Crippa, forte anche del sostegno di Beppe Grillo, è rimasto dov’era. E sta seriamente pensando di ricandidarsi, peraltro con buone possibilità di farcela, nonostante la rumorosa frattura con Conte, con cui i rapporti sono a oggi inesistenti. Per questo alcuni pontieri lavorano per evitare una sfida con Bonafede, che potrebbe avere conseguenze ferali a ridosso dalle votazioni per il Colle. Mentre si fanno anche altri nomi, come quello di Vittoria Baldino.

Di Maio il 2 che si muove

Il nodo delle votazioni passate e di quelle future incrocia quello del peso di Di Maio, l’altro leader. Voci contiane lo accusano di aver spostato voti in favore della Castellone, con apposite telefonate. Più verosimile che vero. Di sicuro ha dato fastidio la ressa di big alla presentazione del suo libro, proprio il giovedì in cui Licheri “scivolava” in Senato. E di certo Di Maio, non dissimula il suo attivismo tra una pizza con Giancarlo Giorgetti per parlare di Quirinale e Rai e un G20, quello che a Conte è sembrato un mezzo flop e che il ministro invece ha celebrato con note da trionfo. Per gestire la partita per il capogruppo di Montecitorio si dovrà passare anche da lui, per nulla ostile a Crippa. Perché è l’unico, a parte l’avvocato, che possa muovere ancora qualche eletto. Conte lo sa. Ma tra l’ex premier e Di Maio sono tornati i soliti sospetti.

Di Battista dentro e fuori

Sarà anche per i viaggi che ha fatto in Bolivia, ma a Di Battista la guerriglia politica piace. Così l’ex 5Stelle gira l’Italia in tour e continua a ventilare di farsi un suo partito. “Non escludo di formare un nuovo movimento” ha ribadito a Tpi. L’ex deputato è assaltato da ex grillini e parlamentari ancora nel M5S, perché le sue idee da Movimento prima maniera e la sua ostilità al governo Draghi piacciono. Ma sa che costruire qualcosa di nuovo sarebbe complicato (“ci vuole molto tempo”). E con certe garanzie tornerebbe in un M5S che uscisse dal governo Draghi. In questi giorni, raccontano, ha risentito Conte, con cui il filo non si è mai spezzato. L’ex premier spera ancora di recuperarlo, lo dice ovunque. Ma Di Battista aspetta segnali concreti, e nell’attesa scuote l’albero con il tour (la prossima tappa dovrebbe essere in Sicilia, entro fine mese). Nei colloqui privati si paragona al Grillo che nel 2006 portò all’allora premier Romano Prodi un elenco di proposte. “Se non ci ascoltano li licenziamo” disse a suo tempo il comico. Anni dopo, Di Battista sente di poter condizionare il suo ex Movimento. “Intanto creo consenso, poi si vedrà” ragiona con i suoi. Perché lui di fretta non ne ha.

“Nuova convivenza non esclude diritto all’assegno”

Una nuova convivenza non comporta di per sé la perdita automatica e integrale del diritto all’assegno di divorzio in favore del coniuge economicamente più debole, tuttavia la scelta di avviare un nuovo percorso di vita non è irrilevante: la conseguenza è che l’ex coniuge non può più pretendere la componente assistenziale dell’assegno, ma ha diritto alla liquidazione della componente compensativa, quantificata tenendo conto di parametri come durata del matrimonio, suo apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e perdita di chance professionali. Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione “intervenute a definire la sorte dell’assegno di divorzio in favore del coniuge economicamente più debole, qualora instauri convivenza stabile con un nuovo compagno”.

Saga Coffee, sindacati: “Chiude, 220 esuberi”

Lo stopalla produzione avverrà entro il 31 marzo e lo stabilimento chiuderà entro il 2022. A lanciare l’allarme sulla Saga Coffee di Gaggio Montano (Bologna) sono la Fiom Cgil e la Fim Cisl, dopo l’incontro di ieri nella sede di Confindustria Emilia Area Centro con l’azienda, rappresentata dall’ad Andrea Zocchi. In Saga Coffee – di proprietà del gruppo bergamasco Evoca dal 2017 (prima si chiamava Saeco Vending) – lavorano 220 dipendenti, per l’80% donne: l’anno scorso erano 280, prima di un accordo che aveva portato a una sessantina di uscite. “Un atto di sciacallaggio nei confronti dei lavoratori, nonché una vera e propria violenza verso il territorio”, attacca la Fiom.