“La lunga guerra fredda di Putin”

Se questo sarà il suo ultimo mandato presidenziale – e tendo a crederlo, perché 24 anni al potere saranno molto lunghi – Putin si dovrà occupare, tra le altre cose, del posto a lungo termine della Russia nel mondo. Anche di come Mosca si potrà riavvicinare all’Occidente. Che da parte sua ha il compito di chiarire quale ruolo assegnare alla Russia, quali sono gli spazi legittimi di quest’ultima in Europa, e quali sue pretese sono invece inaccettabili”. Giancarlo Aragona, ex ambasciatore italiano in Russia agli albori dell’Era-Putin (1999-2001) ed ex presidente dell’Ispi, evoca l’orizzonte della “fine della storia” – l’aspettativa del passaggio di Mosca al fronte atlantico dopo la caduta dell’Urss – per auspicare la fine dell’attuale “antagonismo passivo della Russia rispetto all’Occidente”.

Eppure la tensione con l’Occidente è fortissima, per via del caso Skripal.

È nell’interesse del Cremlino dimostrare la propria estraneità portando elementi convincenti. A ora l’effetto ottenuto non è certo favorevole a Mosca, che ha compattato contro di sé Europa e Usa.

La Russia è stata accusata d’aver condizionato il voto in Usa e il referendum su Brexit, e di aver tentato di orientare le elezioni in Francia e magari anche in Italia. Realtà o contro-propaganda occidentale?

In Usa nessuno mette più in discussione l’attività di hackeraggio e disinformazione di matrice russa. Il nodo da sciogliere nell’inchiesta Russiagate riguarda eventuali collusioni con l’organizzazione della campagna elettorale di Trump. In Europa non si è trattato tanto di disinformazione, quanto di palese valorizzazione e sostegno di leader politici euroscettici. Marine le Pen e Matteo Salvini sono stati ricevuti con grandi riguardi a Mosca.

Pensa che con il nuovo mandato a Putin la proiezione internazionale della Russia cambierà in qualche modo?

La politica estera russa di questi anni si è dimostrata decisa e aggressiva. Per questo è stata apprezzata dall’opinione pubblica interna. A ben vedere, tuttavia, i successi sono accompagnati da costi, tra cui le sanzioni. Se Mosca ha ottenuto importanti risultati in Siria e Medio Oriente, con però in prospettiva dei problemi, diversa è la valutazione sul fronte europeo, come nella crisi Ucraina. Per risolvere il conflitto nel Donbas, sarà necessario il riconoscimento da parte di Kiev dell’autonomia della regione, ma non senza il rispetto da parte di Mosca della piena sovranità e indipendenza dell’Ucraina. Per l’attuazione degli accordi di Minsk c’è ancora molto da fare. Senza ipotizzare repentine svolte, non possiamo escludere che Putin, dopo avere riaffermato il peso del proprio Paese, consideri un nuovo approccio internazionale.

La Siria non rischia d’essere il nuovo Afghanistan, un pantano da cui non si viene fuori?

Le situazioni sono diverse ma capisco il paragone. Mosca apparentemente offre un sostegno pieno ad Assad, adesso lanciato alla riconquista del Paese. Il problema è che così facendo il leader alawita può spingere la crisi siriana verso sbocchi sul piano regionale problematici per la Russia. Mosca deve conciliare obiettivi contraddittori e tenersi in equilibrio tra Iran, Israele – Paese con in quale ha un profondo rapporto – Arabia Saudita, partner quale produttore di greggio, Turchia. Nonostante l’alleanza che ha giovato a tutti e due, Mosca e Damasco non hanno per forza gli stessi obiettivi.

Nel cuore russo di Londra tra i rifugi dorati degli oligarchi

Chelsea, Kensington, Belgravia, Westminster. Nei quartieri più esclusivi di Londra ricchi uomini d’affari arrivati dalla Russia, politici, ex funzionari delle aziende di Stato e uomini dei servizi segreti comprano case costosissime. E spesso lo fanno nascondendo le loro identità e le loro fortune dietro società di comodo con sede nei paradisi fiscali. Qualcosa però mette in pericolo queste proprietà dalle facciate tinteggiate di bianco e a volte protette da cancelli altissimi. Il comitato ClampK (Committee for Legislation Against Moneylaundering in Properties by Kleptocrats) torna a chiedere al governo di Theresa May di intervenire contro il riciclaggio di denaro di questi imprenditori ben descritti nella serie tv della Bbc McMafia, tratta dal libro di Misha Glenny. Sull’onda degli intrecci tra Donald Trump e la Russia, dell’avvelenamento dell’ex agente dello spionaggio militare russo (e talpa dell’MI6) Sergei Skripal a Salisbury e della rielezione di Putin, il comitato ha organizzato un tour tra i quartieri di Londra in cui si trovano le dimore di imprenditori e oligarchi, il “Kleptocracy Tour”. “Ne abbiamo fatti molti, ma questo è il primo dedicato esclusivamente alla Russia – spiega Roman Borisovic, nato a Mosca, ex uomo d’affari e fondatore del comitato anticorruzione. Vogliamo riportare il tema all’attenzione del governo, che è stato negligente”.

Appuntamento a Whitehall Gardens, giardini sul Tamigi a due passi dal Parlamento e dalla sede di Scotland Yard. Al lato sud dei giardini si affacciano due appartamenti del palazzo al 4 di Whitehall Court, appartamenti che il dissidente Alexey Navalny sostiene siano di una società di Igor Shuvalov, vice primo ministro russo. Costo totale: 11,44 milioni di sterline, circa 13 milioni di euro. Secondo gli attivisti di Transparency International, con il suo stipendio ufficiale Shuvalov impiegherebbe 76 anni a pagare queste case a Westminster. “Transparency International ha trovato in Gran Bretagna proprietà per 940 milioni di sterline riconducibili a russi – spiega Rachel Davies, head of advocacy della ong – Lo abbiamo scoperto tramite atti giudiziari, Panama Papers e registri e forse è soltanto la punta di un iceberg”.

Ma cosa attrae questi facoltosi russi nella City? “Ci sono molti servizi per chi vuole spendere e nascondere le sue proprietà, dalle agenzie immobiliari ai professionisti che possono aiutare nelle compravendite, case d’asta dove acquistare opere d’arte e rimanere anonimo. A Londra puoi comprare nel segreto”.

Prossima tappa Eaton Square: “Chiamata la piazza rossa”, ironizza Borisovic. Casette bianche disposte a rettangolo circondano giardini curati, un ambiente elegante e riservato come quello della vicina zona Belgravia. “Qui vivono l’establishment inglese e gli oligarchi. In più ci sono le ambasciate”, spiega Borisovic. Al numero 5 di Belgrave Square c’è la dimora di Oleg Deripaska, imprenditore del settore dei metalli: “Uno degli oligarchi più vicini a Putin”. Lì vicino possedeva alcuni appartamenti l’oligarca Boris Berezovsky, morto nel 2013 in circostanze misteriose, legato all’ex spia dell’Fsb Alexander Litvinenko, avvelenato col polonio e ucciso nel 2006. Sempre nella zona di Belgravia ha una casa più modesta (dal costo di 3,3 milioni di sterline) Roman Rotenberg, cittadino britannico e figlio e nipote di due amici di vecchia data di Putin e fornitori di gasdotti al colosso energetico russo Gazprom. “Putin è l’uomo più ricco del mondo, non perché possiede ricchezze, ma perché le controlla”, afferma Luke Harding, giornalista del Guardian e autore di libri sull’affare Litvinenko e Collusion (Mondadori) sugli intrecci tra Trump e la Russia.

A Kensington c’è una strada privata della Crown Estate, la Palace Gardens, in cui ci sono residenze degli ambasciatori, ma non solo. Al 15b, a due passi dalla casa dell’ambasciatore russo, c’è una villa con 13 camere da letto, con una piscina coperta e una scoperta. Valore totale: circa 200 milioni di sterline. Appartiene a Leonard Blavatnik, imprenditore angloamericano nato a Odessa nel 1957.

Di fronte c’è quella del più noto tycoon russo trapiantato a Londra, Roman Abramovic, imprenditore del settore della metallurgia e proprietario del Chelsea. La dimora è leggermente più piccola: avrebbe solo 10 dieci stanze. La strada è presidiata da guardie private e polizie. Hellen Goodman, deputata laburista, da tempo propone una legge contro il riciclaggio: “Abbiamo sempre avuto il governo contro, ma dopo il caso Skripal qualcosa è cambiato”. “Molti deputati vorrebbero vedere un’attitudine più decisa sul denaro sporco che arriva nelle banche e nella City protetto da avvocati inglesi”, aggiunge il collega Chris Bryant.

Le vivaci notti di Salvo Sottile oltre la barriera “marzullina”

Ènotte alta e Salvo Sottile è sveglio, è sempre la cronaca il suo chiodo fisso, a orario continuato. In Prima dell’alba (Rai3, lunedì, seconda serata) si concentra su quella residua fascia oraria disertata dai politici, le tre o quattro ore oltre la barriera marzullina in cui non si palesano nemmeno Fiano o Di Girolamo; invece Sottile indossa il suo chiodo, sale in macchina e fa la spola per l’Italia. Infaticabile, saltabecca tra le sale bingo di Roma e le discoteche di Latina con puntate su Firenze e Bari: da Palazzo Vecchio a piazza San Nicola tutto in una notte, come Jeff Goldblum. Nessun allarme sicurezza. Al posto suo, Salvini girerebbe in ruspa blindata; lui avvicina sorridente chi capita, con l’aria di chi il bingo l’ha fatto davvero, e sono sempre piacevoli incontri; studia la Borsa di Singapore con il broker, aggiusta i fanali con il lampionaio, si fa invitare dall’uomo Tigrotto, versione nottambula del Cangurotto, a un party animalier, “dove ci si tocca, ma non con le mani”.

In questo interessante reportage sulle notti di Salvo Sottile c’è un’Italia che tira tardi, forse perché si è sparsa la voce che c’è in giro Sottile, e c’è un’Italia che si alza presto come i Sikh dell’Agro Pontino, braccianti a quattro euro l’ora. Su Rai2 il Boss in incognito premia a sorpresa i suoi dipendenti; se invece qualche Sikh si sente male (capita, lavorando 16 ore al giorno), i caporali in incognito li lasciano a casa. Poveri Sikh, si vede che hanno sbagliato canale.

Maroni minaccia Salvini, ma ormai è uscito dai radar

Se c’è uno che è rimasto spiazzato dal risultato elettorale del 4 marzo (che già di suo ha spiazzato mezza Italia) è Roberto Maroni. Credeva di aver avuto un’idea – anzi un’ideona, ma che dico: due idee – dimettendosi da presidente della Regione Lombardia senza ricandidarsi per il bis, che avrebbe vinto facile. Con una mossa sola si era liberato dall’incubo che non lo faceva dormire: la possibile condanna nel suo processo in corso a Milano, che avrebbe fatto scattare la legge Severino con immediata decadenza da presidente della Lombardia. E si era tenuto pronto per un ruolo da salvatore della Patria (ministro, superministro, addirittura presidente del Consiglio) per mettere insieme berlusconiani, leghisti e renziani dopo la prevedibile (grazie alla legge elettorale fatta apposta) non vittoria di tutti il 4 marzo. Una scelta, due risultati. Ovvero, come trasformare un pericolo (a Milano) in una opportunità (a Roma).

Poi però le cose non sono andate come previsto. I Cinquestelle hanno vinto un po’ troppo, e soprattutto Silvio Berlusconi ha perso un po’ troppo. La Lega è uscita dalle urne trasformata: non più la Lega maroniana di “prima il Nord”, ma la salviniana Lega nazionale che ha assunto la guida di tutto il centrodestra, strappata al vecchio Silvio. In queste condizioni, Maroni si è sì salvato dalla Severino, ma vede ridotte al lumicino le possibilità di servire a Berlusconi per dare una spruzzata di leghismo (buono, non quello cattivo di Matteo Salvini) a un eventuale governo con il Pd: missione impossibile. Prospettiva uscita dai radar.

Ma che deve fare, povero Bobo, non può mica darsi per vinto, in questa situazione in cui nessuno sa che cosa può succedere. Eccolo allora tornare in tv per provare a rilanciare il suo progetto, minacciando sfracelli in caso di alleanza Lega-Cinquestelle. “Vedo impossibile un governo assieme tra Lega e grillini, sarebbe un ritorno indietro alla Prima Repubblica, ai governi balneari”. Segue minaccia mirata: “Un eventuale governo Lega-M5S metterebbe in grande imbarazzo le alleanze di centrodestra che governano in Lombardia e in Veneto. Se ci fosse la rottura dell’alleanza del centrodestra, qualche conseguenza sul governo delle regioni ci sarebbe, è una questione di coerenza politica. Penso sia una cosa da evitare”. L’avviso è a Salvini: se vai con i Cinquestelle, io sfascio le maggioranze che reggono la Lombardia, il Veneto e la Liguria. Sulla Liguria di Giovanni Toti, Maroni può poco (anche se “ha una maggioranza risicatissima”, fa osservare Bobo). Qualcosa forse può sul Veneto di Luca Zaia. Può tutto invece sulla Lombardia di Attilio Fontana, che ha scelto di persona e portato a una vittoria netta.

“Salvini è un ragazzo giovane, molto ambizioso e capace, ha una strategia in mente, può aspettare”, ha spiegato Maroni a Lucia Annunziata. “Può essere leader del centrodestra senza dividerlo. Io mi auguro solo che il patrimonio che io, Bossi, Berlusconi abbiamo costruito, tutto quello a cui abbiamo lavorato in questi anni, non venga buttato via. Sono certo che Salvini possa valutare i tempi giusti per la sua leadership”, altrimenti quella del 4 marzo potrebbe ridursi a “una vittoria di Pirro”.

Dove abbiamo già sentito le minacce di Maroni? Ah ecco, a chi ha un po’ di memoria, le sue parole non possono non far venire in mente quelle dette da Berlusconi nel 2013: “Se la Lega ci farà difficoltà al governo a Roma, potremmo sempre far cadere le giunte delle tre regioni Piemonte, Veneto e Lombardia”. Ma i tempi son cambiati, Bobo.

Caso Facebook, Il nuovo segreto di pulcinella

Scoprono gli scandali quando i buoi sono scappati dalla stalla. Le notizie che in queste ore hanno investito Facebook e gli altri social hanno aperto una voragine. Le anime candide la scoprono solo ora. Non sapevano di traffici ancora peggiori? I guai sono iniziati anni fa quando alcune case farmaceutiche, entrate in possesso di dati sensibili che ci riguardano, hanno costruito immense banche dati del nostro vissuto. Una volta che queste informazioni vengono registrate nei loro archivi, non ci appartengono più. Fare norme per proteggere la privacy è pia illusione, anche se la raccolta si ammanta del ruolo di “ricerca a scopo scientifico”.

Tempo fa Jessica Hamzelou, giornalista specializzata in scienze mediche, ha raccontato su New Scientist che la multinazionale 23andMe possiede informazioni riservate di milioni di persone, senza che lo sappiano. Per farne che? Per venderle al migliore offerente. Altro che “fini politici”, come nel caso odierno di Facebook. Nessuno al mondo, lo spiega John Perry, scienziato genetico all’Università di Cambridge, è in grado di reclutare tanti dati personali. Sanno di noi tutto, dai gusti alimentari sino alle nostre tendenze sessuali. Una parte viene resa nota ai ricercatori scientifici, “ma i rapporti con le case farmaceutiche sono molto più redditizi”. Veniamo così a scoprire che le nostre informazioni sono immesse sul mercato a chi le paga di più.

Vogliamo parlare di cifre? La rivista Forbes ha scoperto che la Genentech, altra multinazionale delle biotecnologie (con ramificazioni anche in Italia) “ha pagato 60 milioni di dollari per avere l’intero genoma di 3 mila clienti della 23andMe”. Fate un po’ di calcoli, moltiplicate per milioni di profili e vedrete quanti miliardi incassano. Domanda: perché a guadagnare è solo chi si arricchisce grazie ai nostri dati? Se proprio non vogliono riconoscerci un equo compenso, diciamo 50%, almeno una piccola percentuale neppure? Nessuno si pone questi quesiti, ma lo scandalo Facebook dovrebbe aprirci gli occhi. Cambridge Analytica, di cui si parla ora, ha fatto lo stesso: ha venduto milioni di profili, utilizzati durante la campagna presidenziale per far prevalere Trump sulla Clinton.

Secondo me è uno scandalo di portata più devastante del Watergate, che nel 1972 segnò la caduta di Nixon. Là c’era lo spionaggio, qui c’è il furto di identità di milioni di cittadini, i quali ingenuamente hanno consegnato vita, morte e miracoli personali a compagnie da cui sarebbe meglio stare alla larga. Mi sorprende che il mondo si sia stupito solo ora, quando è da anni che sappiamo una scomoda verità: i social network cedono i nostri segreti persino alle agenzie di spionaggio. Lo ha dimostrato Julian Assange, allorché fece divampare Wikileaks, evidenziando come l’intelligence di mezzo mondo registri le nostre conversazioni, mail e quant’altro. Alle sue rivelazioni, sono seguite quelle dell’ex agente Cia, il giovane Edward Snowden.

Eppure già nel 2016 si era saputo, dagli atti del Comitato del Congresso americano, come Facebook avesse venduto 100.000 dollari di spot elettorali a una compagnia legata al Cremlino, in occasione delle elezioni presidenziali americane. Trump “ha pagato 15 milioni di dollari a Cambridge Analytica (eccola tornare), per profilare e targetizzare milioni di americani”, carpendo da Facebook i loro profili. È di queste ore la notizia che sia Obama che la Clinton hanno fatto altrettanto, lui nell’elezione del 2012, lei nel 2016. Ha ragione un giovane commentatore di laggiù, Will Oremus, quando scrive che “il vero scandalo non è quanto ha fatto Cambridge Analytica, ma che Facebook l’abbia reso possibile”. Infatti, commentando le elezioni del 2016, Newsweek ha scritto che i big della rete “hanno usato i dati personali di milioni di persone per manipolare le notizie e influenzare il voto”. Chissà quando smetteremo di affidare a simili malandrini il nostro privato.

L’Europa si rassegni: ai russi Putin piace

Come da facile previsione Vladimir Putin ha vinto di gran lunga le elezioni russe del 18 marzo, giorno in cui quattro anni fa la Crimea è ritornata russa. Al di là della grande vittoria del presidente Putin e l’avanzata oltre le previsioni del partito comunista del nuovo segretario Pavel Grudinin, è necessario chiedersi quali saranno le conseguenze per la Russia e le relazioni internazionali di una così notevole espressione di gradimento per la classe dirigente guidata da Putin.

Queste elezioni testimoniano, al di là di tutte le critiche all’amministrazione Putin, un vasto appoggio popolare che riconosce notevoli meriti al rieletto presidente. Il primo merito è quello di aver migliorato il tenore di vita dei cittadini russi ponendo fine a quello stato di povertà e di sofferenza rappresentato dagli anni eltsiniani. I russi usano per quel periodo l’espressione “smutnoe vremia”, tempo dei torbidi, espressione che indica il periodo tra la fine del cinquecento e i primi anni del seicento, quando i polacchi bruciarono Mosca e la Russia non riusciva a trovare un nuovo Zar. Il ricordo dei terribili anni Novanta del secolo scorso è diventato uno dei pilastri del sentire politico del popolo russo che chiede stabilità e un migliore tenore di vita. In Europa il momento eltsiniano al contrario viene considerato il periodo in cui il liberalismo politico ed economico era finalmente introdotto nella vita russa, non tenendo conto che per i russi invece ha significato decivilizzazione, bombardamento del parlamento ed arricchimento di pochi.

L’altro fondamento dell’appoggio popolare a Putin è il sentimento di orgoglio che la politica economica interna ed estera dell’attuale amministrazione ha ridato al popolo russo. Uno degli errori dell’ex presidente Usa Barack Obama è stato definire la Russia una potenza regionale, grande offesa a tutta la classe dirigente russa. La Federazione Russa condivide con gli Stati Uniti la quasi totalità degli armamenti nucleari, anche se da un punto di vista economico la Russia è certamente molto fragile.

Le elezioni hanno anche confermato che soluzioni di tipo ucraino, come le rivoluzioni di piazza Maidan del 2014 o quella “arancione” del 2004, non hanno probabilità di riuscire in Russia. Le fantasie anglosassoni su possibili moti popolari contro il putinismo, moti più forti delle manifestazioni del 2011 e 2012 contro i brogli elettorali , non si concretizzeranno.

Viene anche sottovalutata l’importanza del patriottismo nella scala di valori dei cittadini russi: la classe dirigente accentua l’uso politico della storia russa, ma i 28 milioni di cittadini sovietici morti nella seconda guerra mondiale non sono facili da dimenticare e il reggimento degli immortali che sfila nelle città russe nel giorno della vittoria testimonia un sentimento reale e profondo.

Putin governerà per altri sei anni ed avrà di fronte molti problemi. Il punto più debole della politica putiniana è il basso tasso di crescita reale e potenziale dell’economia che si aggira intorno al 1,5 -2 %. Se la Russia vuole migliorare il tenore di vita dei suoi cittadini e conservarne il consenso deve crescere almeno al 4% e giocare un ruolo internazionale che non dipenda solo dalle proprie testate nucleari. Questo significa aumentare la quota degli investimenti sul reddito con una crescita dell’intervento dello stato. Il grande capitalismo russo degli oligarchi non è in grado di garantire questo salto nella accumulazione. Ne è pensabile che gli investimenti stranieri possano essere rilevanti, viste le tensioni politiche. L’economia resta poi dipendente dal prezzo del petrolio e deve diversificare. Ma ’unico nuovo settore esportatore, accanto a energia e armi, è il settore agricolo.

Le elezioni mettono l’Europa di fronte al fatto che in Russia non vi sono all’orizzonte forze politiche di opposizione su cui puntare per un cambiamento che porti a una europeizzazione della Russia. Ne è pensabile che l’Unione europea icontinui a seguire la linea antirussa dettata dal blocco di Gran Bretagna, Svezia, Polonia e paesi baltici, a meno di non voler rischiare un conflitto con la Confederazione Russa. Un miglioramento della attuale situazione non può prescindere da un tentativo di soluzione della questione ucraina, che ponga fine alla guerra a bassa e media intensità che si svolge nel Donbass, accettando il fatto che l’Ucraina, dalla sua fondazione nel 1991, si è rivelato un paese che difficilmente riesce ad autogovernarsi. L’Ue deve fare pressione su Kiev per giungere a una cessazione dello scontro armato, sottolineando la difficoltà, se non l’impossibilità in queste condizioni, di un ingresso di Kiev nell’Unione e nella Nato.

I cittadini russi decideranno se vorranno avanzare lungo la via di una ulteriore democratizzazione: per ora la grande maggioranza approva la attuale configurazione economica e politica.

Mail box

 

Solidarietà a Zucca, reo di aver espresso un giudizio informato

Esprimo la mia piena solidarietà al magistrato Enrico Zucca, per la sua coraggiosa denuncia degli scandalosi avanzamenti di carriera dei rappresentanti delle forze dell’ordine, responsabili accertati di violenti comportamenti – dichiarati vere e proprie torture dalla Corte di Strasburgo – inflitti a cittadini inermi in occasione dei fatti del G8, nel 2001 a Genova. Il giudice Zucca ha espresso un giudizio informato e argomentato, che trova riscontro in fatti obiettivi, ovvero le immotivate promozioni accordate ai condannati, non appena rientrati nei ranghi della Polizia dopo la sospensione dovuta al periodo di pena. Le “torture di Genova” restano una macchia indelebile per chi le ha compiute e per coloro che le hanno successivamente coperte con disonorevole corporativismo, in spregio alla Costituzione. Che sul tema è molto chiara: “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (art. 13, 4 comma). Pertanto, chiediamo che il giudice Zucca sia non solo esentato da ogni procedimento disciplinare, ma sia riconosciuto magistrato integerrimo e servitore leale dello Stato di Diritto. Nel contempo, come cittadini, gli riconosciamo di essersi comportato con disciplina e onore. E lo sosteniamo per avere con le sue parole onorato la parte sana delle Forze dell’Ordine, con verità e la giustizia.

Massimo Marnetto

 

Il senso della politica sta tutto nelle massime di Montanelli

“La politica” diceva Montanelli “è come la trippa, la si allarga sempre dalla parte che ci serve”. Ma se ormai da decenni la scienza ci ha mostrato anche la particella di “Dio” e l’origine dell’universo, la politica non riesce neppure a trovare un quadro sinottico degli elementi comuni da monitorare qualunque parte abbia il potere. Certo è che se uno si serve della maggioranza per governare avuta in un modo o in un altro ma poi fa come diceva Montanelli, senza rispettare le regole fondamentali di base condivise come parametro di misura, da cui si parte allora la politica resterà come fin ora è stata solo un caos non al servizio del popolo sovrano ma al servizio dei giochi di potere. Un quadro sinottico su cui basarsi sapendo che a seconda delle scelte delle parti responsabili di governo questo quadro potrà variare ma entro i limiti predefiniti e condivisi prima. Perlomeno anche il popolo sovrano, dato questo sistema di controllo comune a tutti, potrà verificare i cambiamenti e gli effetti di una guida o di un’altra. Oggi ancora nonostante i progressi scientifici e tecnologici di cui disponiamo anche per fare simulazioni su cose impensabili fino qualche anno fa, politicamente non ne vogliamo tenere conto si fa come ai tempi di Demostene nell’Atene di 2500 anni fa perchè anche la politica per dare maggiore chiarezza ai popoli non si serve di questi mezzi?

Franco Fanciullacci

 

Consultazioni: Mattarella temporeggia sul da farsi

A meno che da vecchio abbia perso la memoria del passato, non ricordo che i presidenti della Repubblica abbiano ritardato le consultazioni, quasi aspettando il girare a vuoto– alla ricerca di una maggioranza da parte delle forze politiche vincitrici. So bene che gli esperti del Quirinale diranno che Mattarella aspetta l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato, che è avulsa dalla ricerca del governo (il che è tutto da vedere). Ma, mi chiedo, c’è un impedimento tecnico-costituzionale per iniziare le consultazioni al più presto per guadagnare tempo?

Insomma, posso sbagliarmi, ma sembra che Mattarella indugi, come il famoso condottiero romano Fabio Massimo, per scendere in campo quando i contendenti saranno stremati.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Paolo Romani non può essere il presidente del Senato

Mi esprimo in merito alla proposta di Forza Italia di candidare alla presidenza del senato Paolo Romani. A parte la condanna per peculato, cosa non da poco, mi chiedo che educazione ha dato alla figlia che in un anno solo di telefonate ha speso 12.883 euro, per giunta perdendo il cellulare, ma prontamente sostituito con una nuova sim dal genitore. Una ragazza che non ha contezza nè delle cose nè del valore del denaro. Al sud con la stessa somma ci vive per un anno una famiglia di sei persone. E noi dovremmo avere come presidente del senato, la seconda carica dello Stato uno che non sa neppure educare i propri figli?

Ida Testa

 

Il Movimento “restauratore” di questa nuova fase

Da quando sono comparsi sulla scena politica i 5Stelle, sento dire che si tratta di un Movimento “antisistema”, con la evidente frenesia di volerlo dipingere come eversivo e quindi pericoloso per le istituzioni democratiche, sperando così di dissuadere chi avesse voglia di votarlo per via del famigerato “salto nel buio”. In realtà (e i cittadini lo hanno percepito con sempre maggiore chiarezza, man mano che aumentava la potenza della macchina del fango scatenata contro di loro) i grillini erano semplicemente nuovi e con l’intenzione di entrare nelle istituzioni seguendo le regole democratiche e la legalità (non a caso si sono schierati a difesa della Costituzione più volte oggetto dell’assalto “riformatore” o meglio “deformatore” dei partiti tradizionali), con rigore e intransigenza. Non dimentichiamo che la lotta alla corruzione e ai privilegi della Casta è stata al centro della loro affermazione. Proprio questo rigore e questa intransigenza metteva paura agli esponenti politici e li faceva gridare al “pericolo” per la democrazia, in realtà, per la loro posizione di predominio.

Pina Cusano

Cinque stelle. Lo stipendio è dimezzato, ma le imposte le pagano per intero

Sono una vostra lettricee vi scrivo in merito all’articolo a firma di Luciano Cerasa apparso sul Fatto di sabato 17 marzo 2018. Mi riferisco in particolare all’affermazione dell’autore che, commentando i redditi percepiti dai pentastellati, sostiene che Di Maio e Di Battista sui quei redditi “hanno dovuto però pagarci anche le imposte”, a differenza dei loro colleghi parlamentari sospesi o espulsi per la questione “rimborsopoli”. Ma che significa? Tutti i parlamentari hanno versato le imposte semplicemente perché è lo stesso Parlamento che applica le ritenute alla fonte alla corresponsione del reddito. Basta confrontare le Certificazioni di Di Maio e della Sarti per accorgersi che l’ammontare delle imposte trattenute è identico. Se invece il riferimento era ai rimborsi spese, il confronto non regge perché questi ultimi sono notoriamente esentasse.

Gentile Caterina,come lei stessa osserva più avanti nella lettera inviataci e che abbiamo dovuto sintetizzare per ragioni di spazio, “si dimezzano lo stipendio, ma pagano le tasse sull’intero reddito percepito dalle Camere (il famoso “98471”), ma non solo. Omettono di dirci che sullo stesso importo sono calcolati i contributi e l’indennità di fine mandato. Questo significa che sia la pensione sia l’indennità di fine mandato (chissà se Di Battista ha restituito anche la metà di quella) la riceveranno parametrata a un reddito di 10.000 e non di 5.000” ed è esattamente quello che ho rilevato nel mio articolo. È chiaro che rispetto a tutti gli altri colleghi che non versano nel Fondo per la Microimpresa (o come dicono i Cinque Stelle non “restituiscono” quanto loro corrisposto) e che impiegano la retribuzione parlamentare ricevuta a uso privato o come meglio credono, la penalizzazione cui si sottopongono volontariamente i parlamentari per mettersi in regola con lo Statuto M5S è tripla: stipendio dimezzato, più tasse e contributi da pagare in proporzione (circa 35 mila euro di trattenute).

Mps crolla in Borsa per 12 volte: lo Stato già perde 3,4 miliardi

Crollo del 5,2% ieri in Borsa per le azioni Monte dei Paschi. I titoli sottoscritti dal Tesoro nel novembre scorso a 6,4 euro valgono ora 2,6 euro: una perdita di 3,4 miliardi netti per lo Stato. Ancora peggio è andata agli azionisti privati coinvolti nel salvataggio/aumento di capitale. I risparmiatori, a cui l’ex premier Matteo Renzi nell’impropria veste di promotore finanziario aveva consigliato l’investimento, si sono infatti visti convertire le obbligazioni subordinate a un prezzo per azione maggiore di quello riservato al tesoro: 8,65 euro l’una, il risultato è una perdita del 70% in quattro mesi. A pesare sulla banca sono ancora i crediti di difficile riscossione, un problema evidentemente non risolto con le massicce smobilitazioni di non performing loans (Npl) degli ultimi anni. I dati sul quarto trimestre 2017 presentati a febbraio agli analisti mostrano una perdita netta di 502 milioni in tre mesi, in buona parte dovuta ad accantonamenti per i rischi e rettifiche su crediti. La perdita netta del 2017 è di 3,5 miliardi. Se a questo quadro si aggiunge il prossimo giro di vite Bce sui nuovi Npl, si capisce come sul mercato si sia fatta insistente l’ipotesi di un nuovo aumento di capitale. Ipotesi smentita dai vertici Mps.

Voleva abolirlo, ora Treu si dà dei collaboratori

Lo scontro sui destini del Cnel è da legge del contrappasso. Il presidente Tiziano Treu, l’uomo che voleva abolirlo, ieri si è erto a difensore dell’ente salvato dalla vittoria dal No al referendum. Ma è anche lo stesso che per la prima volta da tempo può disporre di un bilancio che consente le spese per le attività ordinarie. E così ne ha approfittato proponendo di stanziare 150 mila euro a supporto del suo lavoro, tra il malumore dei consiglieri.

Andiamo con ordine. Il Cnel è un organo costituzionale. Fornisce pareri al governo e promuove iniziative legislative in campo economico e sociale riunendo il mondo del lavoro e delle professioni. Finora ha lavorato poco, ma potrebbe fare molto e la legge di bilancio gli affida il compito di elaborare i nuovi indicatori Bes (Benessere equo e solidale). Matteo Renzi ha usato la sua abolizione per far vincere il Sì al referendum. Fallita l’opera, a maggio 2017 il governo Gentiloni ha nominato Treu presidente, nonostante l’ex ministro del Lavoro del governo Prodi fosse stato tra i grandi sponsor del Sì e firmatario di un documento per l’eliminazione del Cnel. Ad agosto, poi, Palazzo Chigi ha deciso di nominare 48 nuovi consiglieri riconfermando tutte le categorie già rappresentate. Dopo una raffica di ricorsi degli esclusi, mercoledì scorso ha confermato in extremis le nuove nomine, scatenando le polemiche visto che il governo è in carica solo per l’ordinaria amministrazione.

Ieri Treu è stato costretto a diramare una nota dura contro il Corriere della Sera, che contestando la nuova infornata ha accusato il governo di aver ripristinato le indennità ai consiglieri del Cnel. In realtà le indennità sono state abolite nel 2014 insieme ai rimborsi spese per i consiglieri (nel tentativo di affamare un ente alle prese già con tagli drastici). L’ultima legge di Bilancio ha ripristinato solo i rimborsi per i consiglieri che vengono da fuori Roma e la capacità di spesa per le attività ordinarie.

Da quando ha assunto l’incarico (gratuito), Treu sembra, bontà sua, aver cambiato idea sull’ente. Ora lo vuole rilanciare. Solo che si è più volte scontrato con i consiglieri attuali, in proroga dalla scorsa estate, sulla strada scelta. Ha tentato inutilmente di far approvare il bilancio di previsione 2018 (visto dal Fatto) il 25 gennaio e poi il 20 febbraio scorso senza però trovare l’accordo con i consiglieri, che hanno votato per un rinvio, anche perché ritengono debba essere la nuova consiliatura a occuparsene. E così adesso l’ente è in esercizio provvisorio. Il nodo del contendere sono diversi capitoli di spesa su cui i consiglieri hanno chiesto spiegazioni. Tra questi ci sono 150 mila euro a disposizione della presidenza che – pare – dovrebbero servire per due o tre incarichi di supporto alle attività di Treu (50 mila euro più di quanto stanziato per i rimborsi spese), che ha deciso di ripristinare questa voce cancellata nel 2014. Tra le altre previsioni di spesa figurano anche 30 mila euro per viaggi e delegazioni in Italia e all’estero della presidenza o dei consiglieri incaricati di rappresentare il Cnel. Dubbi sono stati sollevati anche sui 400 mila euro alla voce “servizi globali”, e su altre spese per studi e indagini. Il bilancio 2018 vale in tutto di 8,3 milioni, 7 dei quali messi dal Tesoro. Cifra lontana anni luce dai fasti del passato.