I francesi all’attacco: “Elliott e Calenda smantellano Tim”

Da ieri sera Telecom Italia, infrastruttura decisiva per l’Italia, è ufficialmente campo di battaglia a disposizione delle scorrerie di affaristi stranieri. L’azionista di controllo, la francese Vivendi, ha fatto dimettere otto consiglieri di amministrazione, cioè la metà più uno dei 15 componenti, e ha così provocato (come comanda il codice civile) la decadenza dell’intero consiglio. È già convocata per il 4 maggio un’assemblea per la nomina del nuovo cda. Il colpo di scena di ieri è la risposta del presidente di Vivendi, Vincent Bollorè, alla sfida lanciata dal fondo americano Elliot il 6 marzo scorso.

Elliott, che ha come stratega l’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni (imputato in due processi per corruzione internazionale) e come sponda politica il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, aveva chiesto di mettere all’ordine del giorno dell’assemblea di bilancio del prossimo 24 aprile la revoca dei sei consiglieri diretta espressione di Vivendi, a cominciare dal presidente Arnaud de Puyfontaine, e la sostituzione con altrettanti manager italiani capitanati dall’ex ad dell’Enel (ed ex braccio destro di Scaroni) Fulvio Conti. Obiettivo dichiarato di Elliott, che ha detto di aver rastrellato poco più del 5% delle azioni di Telecom, è quello di imprimere un’accelerazione alle strategie del gruppo telefonico per accelerare lo scorporo della rete telefonica all’interno di un disegno di maggior valorizzazione dell’azienda.

De Puyfontaine ha dichiarato ieri al termine della riunione del cda che Vivendi a sua volta vuole difendere Telecom dalle mire di Elliott, che secondo gli azionisti francesi punta a “smantellare” Tim, frase piuttosto ruvida che viene rivolta anche al governo italiano che ha seguito con simpatia l’iniziativa di Elliott, fatto salvo l’altolà di Calenda sull’ipotesi di Scaroni alla presidenza.

La contromossa di Bollorè complica la faccenda per Elliott. Vivendi ha il 24% delle azioni e alle assemblee partecipa in genere il 55-60% del capitale, in mano ai grandi fondi d’investimento, i quali, convergendo su una linea comune sono in grado di battere l’azionista di controllo. Ma i fondi per loro natura e per loro strategia non assumono il controllo di società né tantomeno le funzioni di direzione e controllo. Nell’assemblea di quattro anni fa l’allora azionista di controllo Telco (che univa Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Assicurazioni Generali) fu mandato sotto dai fondi proprio sull’elezione del cda, ma furono ugualmente eletti i candidati di Telco, guidati dal presidente Giuseppe Recchi.

È probabile che Elliott avesse messo in preventivo la contromossa di Bollorè e abbia già predisposto un piano B. Lo scenario delle prossime settimane potrebbe anche dare corpo a un’ipotesi che circola da tempo: che sia in preparazione una scalata o che addirittura siano già stati raccolti significativi pacchetti di azioni parcheggiati presso mani amiche in vista della resa dei conti. Nel frattempo ieri il cda ha risolto una delle grane più imbarazzanti per i francesi. L’ex numero uno di Telecom, Franco Bernabè, già consigliere, è stato nominato vicepresidente con deleghe operative riguardanti la sicurezza e le rete internazionale di Telecom Italia Sparkle. Si tratta di responsabilità che non posso essere affidate a cittadini stranieri, né al presidente francese né all’ad israeliano Amos Genish. La storia a suo modo gloriosa di Telecom è finita così in un mostruoso incrocio tra un romanzo di Tom Wolfe e una spy story. È la conseguenza diretta, inevitabile e prevista dell’errore compiuto vent’anni fa dal governo D’Alema che consentì la scalata dei “capitani coraggiosi” di Roberto Colaninno. Da allora un’azienda che rappresenta il sistema nervoso di una grande nazione industriale è diventata preda delle avventure finanziarie di affaristi senza scrupoli, prima italiani e poi stranieri. Intanto l’azienda è a pezzi, come sanno i suoi dipendenti, migliaia dei quali in esubero, e i suoi clienti trattati ogni giorno di più come polli da spennare per portare bonus e dividendi ai furbetti del telefonino.

Cumulo pensioni, per il ministero l’Inps sbaglia: firmi subito

“Sul cumulo gratuito dei contributi previdenziali il ministero del Lavoro ha dato ragione agli enti di previdenza dei professionisti. Boeri dunque deve firmare subito”. È una nota dell’Adepp, l’associazione degli enti previdenziali privati, a sollecitare l’Inps che nei giorni scorsi aveva sospeso le pratiche di pensionamento in attesa di capire chi pagasse i costi burocratici legati al calcolo del cumulo contributivo. “È emerso come già il 14 marzo il ministero avesse inviato all’Inps una risposta a firma del Capo di Gabinetto che non avallava la richiesta dei 65 euro. Nel documento, che rimandava la convenzione alla valutazione dell’Inps e delle Casse, viene richiamato e allegato il parere rilasciato dalla Direzione Generale delle Politiche Previdenziali del Ministero dove viene dichiarato che: ‘Non è possibile accondiscendere al sistema di compartecipazione agli oneri definiti con la convenzione trasmessa da Inps, mentre appare ragionevole l’eventuale limitata partecipazione ai costi che sono stati, ad esempio, già individuati nelll’articolo14 della convenzione deliberata dall’Inps nel 2007 ai fini della erogazione del trattamento pensionistico in totalizzazione”, spiega.

Dal clic alle urne? Non proprio. Viaggio nella filiera dei dati

Dati rubati, profilati, sottratti: la politica italiana è diventata improvvisamente esperta di privacy. Aizza le masse, chiede alla vigilanza di vigilare, alle procure di indagare. Condanna genericamente l’uso dei dati social per la propaganda politica. Come se esistesse un nesso causa – effetto automatico tra un contenuto elettorale o una fake news e il voto nelle urne, come se avere i dati di 50 milioni di americani garantisce 50 milioni di voti per Trump (o per la Lega). Ma le cose non stanno proprio così. E in Italia, non c’è questo rischio.

Il tecnico. “Qui è impossibile che sia stato utilizzato il metodo di Cambridge Analytica. E se anche fosse, l’esito delle elezioni non sarebbe cambiato”. Dino Amenduni è un comunicatore politico e pianificatore strategico di Proforma, agenzia di comunicazione di Bari che ha curato le campagne del Pd. Parte da una premessa: il dato di cui si parla tanto non corrisponde a un nome e un cognome. Non è personale. È un identikit con associate caratteristiche sociodemografiche che, eventualmente, possono essere incrociate con la navigazione. Esempio: 30 anni, milanese, maschio, ha messo “mi piace” alla pagina di tizio. Questo dato arriva nelle mani di Cambridge Analytica. Che però usa anche il modello psicografico.

Il dato in sé, infatti, non basta per la propaganda. Serve un modello per l’utilizzo. Quello elaborato da Cambridge Analytica è basato su uno studio accademico del 2012 che incrociava lo stile di navigazione degli utenti su Facebook, con i tratti di personalità estrapolati da un test diffuso sul social network. Incrociando i due elementi si potevano fare delle previsioni: una persona affetta da nevrosi potrebbe essere più sensibile a un messaggio che incuta paura. “Non esistono però evidenze scientifiche che dimostrino la correlazione diretta tra l’esposizione a un messaggio e il voto. Bisogna ragionare sul funzionamento della propaganda”. Diversa infatti è la combinazione tra l’esposizione a messaggi veicolati con la psicografia e il vissuto personale. “Se vedo un messaggio che mi dice che i migranti sono cattivi e poi vedo un bus pieno di migranti allora potrei pensare che quel messaggio sia verosimile – dice Amenduni – Ma senza il contesto, il messaggio non serve a nulla”. Il metodo potrebbe essere stato utile quindi solo negli Stati dove Trump ha vinto per pochi voti. “Non a New York, per dire”.

La pianificazione social è prevista in tutte le campagne elettorali con lo stesso metodo delle pubblicità: messaggi personalizzati tramite inserzioni microtarghettizzate di Facebook. In media in Italia valgono il 15% del budget.

Parliamo con uno dei social media manager di ISayData, società che in passato ha curato l’immagine web di alcuni politici, tra cui Ignazio Marino o Gianni Cuperlo. “L’uso dei dati non è negativo – spiega – . Ricevere campagne personalizzate evita di essere inondati da quelle inutili”. Sostiene che siano più efficienti di quelle tradizionali. I contenuti sui social possono essere monitorati con più facilità, osservando le interazioni. “Studiando le reazioni si può capire come hanno votato.

Ma come funziona la filiera? Si elabora un contenuto, lo si carica nella sezione delle inserzioni di Facebook e si indica il pubblico di riferimento. Il social permette un estremo livello di personalizzazione. Non puoi arrivare a dire voglio parlare con Tizio a meno che non ti abbia dato il suo indirizzo di posta (perché si può creare un pubblico personalizzato) ma, per dire, si può decidere che arrivi a tutte le persone che hanno 30 anni, donne, sposate, interessate alla politica, ai cani, all’allattamento al seno, che abbiano N amici, che siano legati a una pagina Facebook e non a un’altra. Nulla di straordinario. Lo si fa per la pubblicità e anche per la politica. Basta pagare. Il costo.Dipende dalla durata dell’inserzione, dal pubblico e dai destinatari. Più è grande il pubblico più servono soldi. Più è piccolo più servono soldi: targettizzare l’audience aumenta il prezzo.

Varia anche in base al numero di inserzioni online contemporaneamente su un determinato territorio o segmento sociodemografico. Se tutti vogliono parlare con i 35enni residenti in Wisconsin durante le elezioni, allora il costo aumenta. “Costa però infinitamente meno rispetto ai media tradizionali – spiega Amenduni -. Uno spot per il Super Bowl costa 5 milioni di dollari. Con la stessa cifra Trump sui social può campare per mesi”. E infatti ha speso 5 milioni per Cambridge Analytica.

E la psicologia? Riguarda anche la creatività di chi pensa la campagna. Il team di Trump ha sviluppato decine di migliaia di messaggi diversi al giorno per personalizzarli il più possibile. “L’attività per far fruttare quella mole di dati è spaventosa – dice Amenduni – In Italia non saremmo in grado di produrre una cosa del genere. I budget per le campagne stanno pure diminuendo”.

Nuove accuse per Facebook. Ora in Italia indagano i pm

Il caso Cambridge Analytica finisce in Procura. A Roma è stato aperto un fascicolo, per ora senza indagati nè reati, dopo che l’associazione dei consumatori, Codacons, ha presentato un esposto affinchè vengano svolte “verifiche in ordine alle presunte ripercussioni” e sul “coinvolgimento degli utenti italiani alla luce dell’aggravarsi dello scandalo sull’utilizzo dei dati sensibili degli utenti ai fini elettorale”.

Insomma, l’associazione chiede ai pm capitolini (ma la denuncia è stata inviata anche in altre procure, da Milano a Siracusa), se in Italia Facebook e società a questo legate abbiano usato “in spregio delle norme e per profilazioni politiche” dati e profili dei cittadini, violando così il codice sulla privacy: in particolare violando l’articolo 167 del decreto legislativo 169 del 2003, che riguarda il trattamento illecito di dati e l’articolo 169 sulle “misure di sicurezza”. Il riferimento è al fatto che nel 2012 la Cambridge Analytica avrebbe lavorato per un partito italiano aiutandolo a profilare al meglio l’elettorato di riferimento.

Il Garante della Privacy, Antonello Soro, ha annunciato l’apertura di un’istruttoria e ha inviato una lettera ad Andrea Jelinek, presidente del gruppo che raccoglie i Garanti europei, per proporre l’estensione del mandato della Task force già operante su Facebook al caso specifico di Cambridge Analytica. “Le autorità di protezione dati della ‘Task Force di Facebook’ hanno già raccolto importanti informazioni – scrive Soro – sul livello di conformità dei trattamenti svolti, da parte di questa società, alle norme europee. Tali informazioni possono essere utilizzate per chiarire il caso in esame”. Matteo Renzi, invece, ha annunciato che proporrà una commissione d’inchiesta.

Intanto ieri, oltreoceano, ci sono stati altri due importanti tasselli nella vicenda: il procuratore speciale del Russiagate (lo scandalo che aveva portato alla luce l’uso improprio delle mail private di Hillary Clinton), Robert Mueller, ha iniziato a indagare sui legami tra la campagna di Donald Trump e la società Cambridge Analytica e sarebbero già stati sentiti alcuni ex manager della campagna del tycoon. Altre rivelazioni anche per quanto riguarda Facebook. Secondo quanto rivelato dal Guardian , il social network avrebbe fornito in passato al ricercatore Aleksandr Kogan (al centro dello scandalo: è il creatore della app che ha raccolto i dati poi traslati a Cambridge Analytica contro le norme d’uso di Facebook e a cui il fondatore Mark Zuckerberg ha di fatto addossato la responsabilità) un insieme di dati aggregati su un totale di 57 miliardi di amicizie. Facebook avrebbe fornito il set di “ogni amicizia formata nel 2011 in tutti i Paesi del mondo aggregati a livello nazionale” al laboratorio dell’Università di Cambridge gestito da Kogan. La conferma è in un comunicato stampa dalla stessa università di Cambridge, pubblicato il 10 settembre 2015, che vantava “un nuovo studio che sfrutta i dati Facebook, incluso un dataset di 57 miliardi di amicizie”.

“Stazione spaziale cinese potrebbe franare sull’Italia”

Il rientro incontrollato della stazione spaziale cinese Tiangong 1 nell’atmosfera “potrebbe interessare il territorio nazionale” e l’eventuale caduta di frammenti potrebbe avvenire nei giorni di Pasqua, “tra il 28 marzo e il 4 aprile” e riguardare “le Regioni a sud dell’Emilia-Romagna”. È quanto si legge in una circolare diffusa ieri dalla Protezione civile a tutti i ministeri e alle Regioni. “La finestra temporale e le traiettorie di impatto al suolo potranno essere definite con maggiore precisione nelle 36 ore precedenti il rientro”, si legge nel documento, che sottolinea come l’organizzazione e l’interpretazione dei dati sia compito dell’Agenzia Spaziale Italia, che “curerà la fase di organizzazione e interpretazione dei dati avvalendosi del supporto di altri Enti, nazionali e internazionali”. Nel frattempo, la Protezione civile rende noto che è stato istituito il tavolo tecnico di lavoro, previsto in circostanze del genere, al quale partecipano, insieme all’Asi, il consigliere militare della Presidenza del Consiglio, i ministeri di Interno, Difesa e Esteri, Enac, Enav, Ispra, la commissione speciale di Protezione civile.

Una delle sue vittime morì sotto un treno dopo un raid di vendetta

Tre mesi faun ragazzo di 19 anni morì travolto da un treno mentre fuggiva dopo avere incendiato, insieme a un amico, l’auto del suo aguzzino. È uno degli episodi al centro di una indagine che ha smascherato un pedofilo pisano di 75 anni arrestato ieri dalla Squadra Mobile in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Entrambi i giovani furono vittime degli abusi dell’orco quando erano ancora minorenni, in alcuni casi avvenuti proprio sull’auto incendiata. L’uomo è accusato di episodi ripetuti su almeno 4 vittime già identificate in un periodo compreso tra il 2010 e il 2018. Tra di loro un quattordicenne abusato nelle scorse settimane. A denunciare l’uomo nel 2016 era stato un giovane marocchino appena maggiorenne, pure lui abusato, che lo aveva visto passare in auto insieme a un ragazzino. La svolta delle indagini proprio nello scorso dicembre, con la morte del 19enne.

Il paziente non è urgente, quindi può anche morire

Pur essendo gravemente sottofinanziata rispetto ai Paesi a noi paragonabili (andiamo verso il 6,5% del Pil, contro una quota intorno al 10% di Francia, Germania, Regno Unito, per non dire dei Paesi scandinavi), la sanità italiana è a tutt’oggi una delle migliori del mondo. Non mancano, tuttavia, criticità: l’inaccettabile divario tra Sistemi sanitari regionali (Ssr); la tendenziale privatizzazione di rilevanti settori (odontoiatria e oculistica su tutti) con la connessa crescente privatizzazione della spesa (oramai un quarto del totale); l’abuso dei farmaci di marca a discapito di quelli generici; la carenza di personale; l’insufficienza dei posti letto; i tempi d’attesa; la vetustà delle strutture. Tra tutte queste criticità, una ha acquisito urgenza: l’abbandono della categoria dei malati non autosufficienti. Le regioni reagiscono con strategie diverse nel contenuto, ma omogenee nelle conseguenze: procrastinare il più possibile la presa in carico del malato non autosufficiente, scaricando l’onere dell’assistenza sanitaria sulle famiglie.

Esemplare il caso della Regione Piemonte, che ha realizzato, attraverso alcune delibere della Giunta regionale (approvate dal centrodestra e poi fatte proprie dall’attuale centrosinistra), un sistema nel quale a nessun malato non autosufficiente è assicurata l’immediata presa in carico da parte del Servizio sanitario regionale. Fulcro del sistema è l’Unità di valutazione geriatrica (Uvg), alla quale il malato è inviato dal medico di base che ne ha certificato la condizione di malattia. All’Uvg è rimessa una seconda valutazione, articolata in due profili: sanitario e l’altro sociale. L’esito di tale ulteriore valutazione può condurre all’inserimento del malato in una delle seguenti categorie: quella dei “differibili”, quella dei “non urgenti” o quella degli “urgenti”. Per i primi (“differibili”) non è previsto un tempo di risposta, ma solo un monitoraggio periodico; per i secondi (“non urgenti”) è previsto un tempo di risposta di un anno dalla valutazione; per i terzi (“urgenti”) è previsto un tempo di risposta di 90 giorni dalla valutazione. Colpisce che anche nei casi certificati come maggiormente gravi (malati totalmente dipendenti, indigenti e privi di una rete sociale di sostegno) non vi sia alcuna garanzia che la presa in carico avvenga in tempi adeguati.

Per un verso, il Servizio sanitario regionale certifica la condizione di malattia, per altro verso, si astiene dal porre in essere le necessarie prestazioni sanitarie. Si è così prodotta una sterminata lista di persone (almeno 30.000) che, nell’attesa di ricevere le cure cui avrebbero costituzionalmente diritto, restano a carico della famiglia, con tutto l’impegno economico, emotivo e temporale che ciò comporta. L’unica reale possibilità di accesso alle cure sanitarie è quella che passa per la via del Pronto soccorso e della successiva ospedalizzazione. Anche in questi casi le pressioni per le dimissioni sono formidabili (l’occupazione di un letto d’ospedale ha un costo stimabile in 500 euro al giorno) e solo lo strumento della lettera di opposizione riesce, per il momento, a far desistere le direzioni sanitarie dal procedere.

Per concretizzare, facciamo riferimento al recente caso di un paziente piemontese, il Signor A.L. Ricoverato in ospedale nel dicembre scorso, queste sono le condizioni in cui versa il 16 gennaio: “Scadute condizioni generali, deglutisce con difficoltà, non parla più, difficile valutare il suo orientamento spazio temporale. Politraumatizzato: frattura in seguito a caduta dalle scale della 1ª, 2ª, 3ª costola, della clavicola e della milza. Ha il morbo di Parkinson, ha avuto la tubercolosi, ha la broncopneumopatia ostruttiva cronica e soffre di patologia neuromuscolare/neurovegetativa. Ha una piaga da decubito del 1° stadio in zona sacrale”. A fronte di un primo tentativo di dimissione, respinto con lettera di opposizione, i familiari attivano il 19 gennaio la valutazione dell’Uvg, chiedendo la prosecuzione delle cure presso una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa), pur consapevoli che la retta sarebbe stata a loro carico per il 50% e a carico del Servizio sanitario regionale per il resto. L’Uvg risponde il 6 febbraio disponendo l’inserimento in Rsa e assegnando la qualifica di “non urgente”: vale a dire rinviando ogni risposta attuativa a un’ulteriore valutazione da ripetersi … l’anno successivo! Intanto i familiari devono opporsi a un nuovo tentativo di dimissioni. Appena otto giorni dopo la decisione dell’Uvg, il 14 febbraio il Signor A.L., “non urgente”, è morto.

Questa è la condizione in cui versano decine di migliaia di malati non autosufficienti nella Regione Piemonte e nel resto d’Italia. Invitato a prendere parte a una seduta speciale del Consiglio comunale di Torino dedicata al problema della non autosufficienza, l’Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Antonio Saitta, ha replicato: “Non è mia consuetudine aderire alle richieste di presenziare a sedute di Consigli comunali sui temi di natura sanitaria; sono certo che ben comprenderà la mia impossibilità di garantire la presenza nei 1.197 Comuni del nostro Piemonte e non voglio privilegiarne uno a discapito di altri”. Come se il peso demografico del Comune di Torino non avesse alcun rilievo. E, soprattutto, come se l’articolo 32 della Costituzione non sancisse che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”.

Il candidato M5S La Gaipa patteggia due anni di reclusione

“Da una parte gli onesti, noi, dall’altra tutti i partiti”. È lo slogan usato in campagna elettorale dall’albergatore agrigentino Fabrizio La Gaipa, nel corso delle elezioni regionali, dove aveva raccolto oltre quattromila preferenze, risultando il primo dei non eletti nel M5S. A novembre scorso il movimento lo aveva sospeso, perché arrestato per estorsione. A denunciarlo erano stati tre suoi dipendenti, che lavoravano nella struttura alberghiera di San Leone, accusandolo di aver estorto loro parte dello stipendio. Utilizzando il metodo del ‘cavallo di ritorno’, La Gaipa chiedeva, pena il licenziamento, la restituzione in contanti di oltre un terzo di quanto previsto in busta paga, e versato con un bonifico. Tra gli elementi probatori, anche due conversazioni registrate di nascosto da uno dei dipendenti, in cui La Gaipa concordava i termini e le modalità della restituzione del denaro al suo impiegato. L’albergatore ha patteggiato la pena di due anni di reclusione per estorsione, con condizionale, insieme al fratello Salvatore, 1 anno e otto mesi, e risarcito le vittime.

Ercolano, la corruzione con l’acqua calda

La corruzione dell’acqua calda. Un assessore del Pd si sarebbe fatto corrompere facendosi comprare e installare in casa una caldaia da 1.000 euro. Un servizio offerto dall’impresa che stava realizzando i lavori di recupero di una ex clinica e del comando di polizia municipale da riconvertire a sede della nuova compagnia dei Carabinieri. È accaduto ad Ercolano (Napoli), dove il Partito Democratico – afferma la Procura di Napoli sull’avviso conclusa indagine – è il “partito egemone in città da epoca risalente e comunque dal 1995”. L’ormai ex assessore ai Lavori Pubblici si chiama Salvatore Solaro ed è solo uno tra i 27 indagati di un’inchiesta che ha passato al setaccio i lavori pubblici dell’amministrazione dem guidata fino al 2015 dal sindaco Vincenzo Strazzullo, anche lui indagato. L’avviso è un trattato dei principali reati di pubblica amministrazione – corruzione, abuso d’ufficio, falso, turbativa d’asta – contestati a vario titolo ad un elenco di big locali del Pd prima dell’avvento di Ciro Buonajuto, il renzianissimo sindaco in carica, estraneo alle indagini. Nelle carte si racconta la storia di come, secondo l’accusa, alcuni appalti di Ercolano – la nuova caserma, il restauro di Villa Campolieto, i lavori di Pugliano – divennero oggetto di spartizione di tangenti e di assunzioni di favore. A Solaro, l’impresa avrebbe regalato anche 2000 euro in contanti. E odorerebbe di mazzetta pure il duplice bonifico per quasi 18.000 euro alla Saab Progetti srl amministrata dall’ex assessore: la Procura li ritiene frutto di pagamenti per prestazioni mai eseguite. Al numero 20 della lista c’è Luisa Bossa, parlamentare uscente eletta due volte nel Pd (ma ora milita in LeU), già due volte primo cittadino. È indagata per turbativa d’asta e per traffico di influenze illecite “come Tiziano Renzi”, scrive il portale www.giustizianews24.it che ha anticipato la notizia, ricordando l’analogia con il papà dell’ex premier ed indagato più celebre d’Italia per questa recente fattispecie di reato. Secondo i pm Celestina Carrano e Valter Brunetti, Bossa e Solaro con altri indagati avrebbero pilotato l’assegnazione del restauro di Villa Campolieto (un edificio vanvitelliano del XVIII secolo, usato da Dino Risi nel film cult ‘Operazione San Gennaro’) per favorire un subappalto all’impresa di Mariano Nocerino “esponente influente del Pd di Ercolano in grado di controllarne le vicende mediante un cospicuo pacchetto di tessere (…)”. Un tassello di un puzzle di interessi pubblico-privati grazie al quale avrebbe trovato un lavoro pure il figlio dell’ex deputata.

Villa Borghese si dà all’ippica Parco occupato per 4 anni

“Noi abbiamo introdotto nel regolamento la Carta di Firenze secondo la quale il giardino storico è considerato un monumento. In virtù di questo punto fermo, nessun evento potrà essere ospitato in una villa storica se non giudicato coerente con il suo valore culturale o se minimamente comporti il rischio di pregiudicare la sua conservazione”. Così proclamava, solenne, l’assessore capitolino alla Sostenibilità Ambientale, Pinuccia Montanari nel settembre scorso. Conoscendola quale amministratrice esperta e di saldi principi, pensiamo che quanto detto sei mesi fa valga tuttora, integralmente, per il parco storico forse più prezioso di Roma, Villa Borghese. E pure per l’uso irrispettoso e prolungato che se ne fa col Concorso Ippico, con un contorno sempre più insopportabile di tende e tendoni commerciali, con danni evidenti agli alberi e alle siepi. Villa che lo Stato acquistò nel 1901 dai principi Borghese (accusati di qualche ripensamento lottizzatorio) e la donò al Comune di Roma affinché tutti potessero usufruirne in santa pace, serenamente. Precedendo la Carta di Firenze del 1981 che ha un valore mondiale. Senza contare che la Villa, dove sorge la seicentesca Galleria Borghese, unica al mondo, è soggetta a tanti e giustificati vincoli, regionali e statali, nonché alle regole severe dell’Unesco.

Orbene, domattina in piazza di Siena il Coni e la Federazione Sport Equestri (Fise) presenteranno il Concorso Ippico ormai imminente, ma parleranno, forse, dei loro progetti di trasformare Piazza di Siena in un luogo permanente, cioè con tribune e altre strutture stabili. Non per un concorso all’anno, ma per quanti ne vorranno organizzare, con lo sconquasso non meno permanente in un’area vasta facilmente quantificabile. Il tutto per quattro anni, ovviamente rinnovabili. A tale scopo la Casina dell’Orologio sede dei Vigili Urbani (e la vigilanza nelle ville storiche non è mai troppa) risulta già svuotata e ceduta ai due enti per cocktail, aperitivi, apericene, prolongè e quant’altro può giovare a una festaiola accoglienza.

Gli Amici di Villa Borghese, guidati da Alix Van Buren, e altri comitati hanno tempestato di telefonate il Comune per sapere cosa stia realmente avvenendo – per ora senza trasparenza di sorta – fra il Campidoglio, il Coni e la Fise, e quale futuro si prepari per la più stressata delle Ville romane. Nessuna risposta. Soltanto voci. Le più allarmanti. Per questo oltre 100 intellettuali romani hanno sottoscritto in poche ore l’appello lanciato dal Comitato per la Bellezza e dall’Osservatorio Roma, promotore Carlo Troilo che da anni sta cercando di risparmiare alla Villa i colpi più duri, con ogni tipo di Giunta. E fra i firmatari ci sono i fondatori di Italia Nostra, Desideria Pasolini, del WWf, Fulco Pratesi, di Legambiente, Gianni Mattioli e poi Dacia Maraini, Valerio Magrelli, Alberto Asor Rosa, Adriano La Regina, Fausto Zevi, Licia Vlad Borrelli, Alberto Benzoni, Giorgio Nebbia, Pio Baldi, Bernardino Osio, Massimo Teodori, Andrea Manzella, Giorgio Boscagli, Alberto Abruzzese, Mario Morcellini, Stefano Sepe, Guido Melis e tanti altri nomi di prestigio. Anche da fuori Roma come gli ex soprintendenti Jadra Bentini (Emilia-Romagna) e Nicola Spinosa (Napoli, Capodimonte), storici dell’arte.

Paventano che il “monumento” – come dice l’assessore Montanari – subisca un altro intervento pesante: infatti, al di là del viale San Paolo del Brasile, nella parte bassa, la Fise ha fatto studiare un altro progetto impegnativo: trasformare il semi-abbandonato Galoppatoio comunale in un’altra sede stabile di concorsi ippici minori. A questo punto si profila una “occupazione” privata della Villa. La quale, in pratica, viene messa al servizio degli sport equestri da un capo all’altro, con un viavai continuo di van, coi e senza cavalli, di furgoni, di macchine, magari di auto blu. Pure nel viale interno verso il Flaminio. In una zona di traffico già “impiccato”.

I 100 dell’appello appoggiano iniziative compatibili, come la Casa del Cinema o come la Ludoteca nella Casina di Raffaello (si salverà dall’assedio?). E avanzano proposte concrete: il Concorso Ippico Longines è stato ospitato con successo allo Stadio dei Marmi. Perché non trasferire colà nel 2019 pure il Concorso Ippico Internazionale, oppure nel bell’impianto militare dei Lanceri di Montebello a Tor di Quinto? Perché tacciono il ministero della Cultura, la Regione, la Sovrintendenza capitolina, il comitato italiano dell’Unesco? Aspettano l’inesorabile fatto compiuto?