Due caccia rompono il muro del suono inseguendo un Boeing

Due boatihanno diffuso il panico in mezza Lombardia nella mattinata di ieri, prima che intervenisse l’Aeronautica militare a chiarire la vicenda.

Intorno alle 11.30 in molte province lombarde si sono sentite due esplosioni, senza che in molti riuscissero a capirne la causa. Poi la spiegazione dei militari: due caccia F-2000 Eurofighter dell’Aeronautica hanno rotto il muro del suono, provocando i boati, mentre tentavano di affiancare un Boeing 777 dell’Air France che, partito dall’Isola della Reunion e diretto a Parigi, non rispondeva al contatto radio con l’Agenzia italiana del traffico aereo.

A quel punto il Boeing francese ha ripreso i contatti radio, facendo immediatamente cessare la paura generale di un dirottamento in corso. “I casi in cui i caccia si alzano in volo per intercettare velivoli sospetti – ha spiegato l’Aeronautica – non sono rari”. Per ridurre al minimo i tempi d’intervento, legati alla particolare situazione di necessità, i velivoli militari in questi casi superano la velocità del suono, provocando boati udibili a chilometri di distanza.

La tv dei vescovi racconta gli “angeli” sotto inchiesta

Ibambini giocano anche qui. Non piangono, non sono stanchi, non sono tristi. Giocano, e corrono sul ponte di una nave che li ha salvati dal buio, di notte, nel mare. Una scialuppa arancione, lì accanto, trasporta il cadavere di una ragazza avvolta in un telo bianco. Non ce l’ha fatta, quand’era quasi l’alba. Gli scafisti libici volevano gettare il corpo in acqua, ma gli altri migranti si sono ribellati per regalare a una ragazza sconosciuta, però con un destino simile, l’ultimo ritorno a casa e una degna sepoltura.

Il documentario Angeli del mare, prodotto da Samarcanda Film, finanziato da Tv2000 (la televisione dei vescovi, che lo trasmette) e patrocinato dal Vaticano, è girato anche a bordo di Open Arms, l’imbarcazione di Proactiva, la Ong spagnola accusata dai magistrati catanesi di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Open arms, il corpo del reato, è sequestrata.

Per due settimane fra novembre e dicembre – partenza da Malta e sbarco a Lampedusa – operatori e fotografi di Samarcanda Film hanno ripreso il salvataggio di centinaia di migranti. Oggi Proactiva è coinvolta in un’inchiesta giudiziaria, ma per la televisione dei vescovi il documentario è sempre il programma principale del palinsesto del prossimo autunno: andrà in onda da settembre per dieci puntate da trenta minuti ciascuna. “Ieri è stata una giornata molto lunga. Non possiamo fare di più, assistiamo oltre quattrocento persone”, dice Marc Reig Creus, comandante di Open arms, anch’egli indagato. “Il nostro primo compito è soccorrere e poi denunciare quello che succede”, aggiunge Riccardo Gatti, il capo missione. E le telecamere inquadrano un mestolo che tira su un po’ di latte, parecchio trasparente, da un immenso contenitore di acciaio.

Ogni immagine – senza orpelli e con le parole necessarie – racchiude un’emozione. Non di chi assiste a una storia tragica che da tempo si ripete, ma di chi fa parte, suo malgrado, di quella storia. Madamy è una ragazzo guineano: “Nei campi libici ti torturano, ti fanno morire di fame. Io non lo sapevo, sennò sarei rimasto a Conakry. La gente preferisce morire in mare pur di lasciare quell’inferno. Ti ordinano di chiamare i genitori. Poi ti picchiano con i tubi per farti piangere al telefono così pagano il riscatto. Ma non basta pagare una volta. Vi scongiuro, aiutate la gente a uscire dalla Libia. Rimpatriate chi volete, non in Libia. Se li mandate in Libia è la fine: se non hai soldi, non servi più e ti ammazzano”.

Un militare della Guardia Costiera, in servizio sul pattugliatore Dattilo, mostra dei pacchi per i bambini: “Body, calzini, magliette, pantaloncini. Mia moglie li ha lavati e stirati. Abbiamo capito cosa affrontano queste persone, cercano la fortuna, vogliono soltanto vivere. Su questa nave sono nati tre bambini”. La Conferenza episcopale – soprattutto il quotidiano Avvenire – ha criticato aspramente la linea sulle Ong di Marco Minniti, il ministro dell’Interno. Complice un incontro riservato fra il premier Paolo Gentiloni e papa Francesco, poi, il Vaticano ha sostenuto l’azione di Minniti e adesso la Cei collabora con il Viminale perché – affermato senza esitazioni – i trafficanti di essere umani sono criminali. Il militare ha spiegato l’integrazione a suo figlio, quattro anni: “Ha giocato con un bambino africano. E un giorno mi ha chiesto: dov’è il mio amico con la faccia marrone? Io gli ho risposto: senti, ha la pelle di colore diverso, viene da lontano, ma è un bambino come te. Lì non c’è lo scivolo dove vai tu, lì non c’è l’asilo dove vai tu, la mamma e il papà cercano un lavoro per lavorare come me e tua mamma. Non ci sono differenze, chiaro?”.

Musumeci traballa, Cancelleri (M5S) : “Stagione del dialogo”

L’avventuradi Nello Musumeci (in foto) a capo della Regione Sicilia, partita da poco, pare più complicata del previsto: dopo quattro mesi è già rimasto senza maggioranza e ieri lui e i gruppi del centrodestra che lo sostengono lanciavano offerte di confronto – franco e aperto come si conviene – alle minoranze. A sorpresa, ancor prima che Musumeci e i suoi aprissero bocca, nella difficoltà politica dei vincitori si era infilato lo sconfitto, cioè il leader siciliano del M5S, Giancarlo Cancelleri, che in un’intervista a La Sicilia ha aperto alla possibilità di una “stagione del dialogo” in Sicilia: “In campagna elettorale Musumeci ripeteva che se i suoi gli avessero messo i bastoni fra le ruote si sarebbe dimesso subito. Ebbene, è successo: sia coerente e si dimetta. Oppure ci dica, pubblicamente, quali sono le sue priorità, i punti-chiave della finanziaria. E a quel punto gli diremo se siamo interessati”. Ovviamente questo dialogo non potrà avvenire “al tavolino del bar o nelle segrete stanze” ma durante “un passaggio istituzionale” sulla crisi: “È l’unica garanzia contro gli inciuci: deve essere una richiesta formale. E il M5S deciderà se aprire la stagione del dialogo. Non per salvargli la faccia, ma per il bene della Sicilia che affonda”.

“Assunto dall’armatore cui diede concessioni”

Prima era presidente del Porto di Genova. Poi consulente del ministro Graziano Delrio. Infine è diventato direttore delle relazioni istituzionali per l’Italia della Msc, colosso della navigazione che ha rapporti concessori con il porto di Genova. E non solo. Per questo l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha censurato Luigi Merlo, una delle figure più in vista nel mondo portuale italiano, a cavallo tra pubblico, privato e politica. L’Anac seguiva la questione da un anno. Erano stati acquisiti i documenti sui rapporti tra Msc e il porto ligure, il più grande d’Italia. Nelle undici pagine della delibera Anac c’è un passaggio che spiega le ragioni della censura: “Vi sono stati – si legge – diversi e consistenti rapporti sia di natura autorizzativa sia concessoria” e Merlo “in qualità di presidente dell’ente ha personalmente sottoscritto numerosi di tali atti”. Secondo l’Anac, la legge dispone che i “dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autorizzativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni” non possono “svolgere nei tre anni successivi… attività lavorativa presso soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione”.

Una decisione che potrebbe avere conseguenze molto pesanti, perché in teoria – come ha anticipato il sito TheMeditelegraph – se il contratto fosse annullato Merlo rischierebbe di dover restituire quanto percepito. Per Msc potrebbe scattare il divieto di contrattare con la Pubblica amministrazione per tre anni. Una bomba nel mondo portuale italiano. Anche se l’Anac ricorda che non si sa chi debba applicare la sanzione. Insomma, rischia di restare solo sulla carta. L’Autorità si riserva di “presentare un eventuale atto di segnalazione a governo e Parlamento”.

Merlo ricorrerà al Tar: “Prima di assumere l’incarico presso Msc avevo chiesto un parere legale e avevo interpellato il Ministero dei Trasporti. Fino al 2016 i contratti di dipendenti e presidenti delle autorità portuali venivano ritenuti privati. La nuova disciplina, applicata dall’Anac, è entrata in vigore quando ero già andato via. Non si può applicare in modo retroattivo”. Resta comunque la questione di opportunità: “Mi sento tranquillo”, ribatte Merlo, “Gli atti sono stati presi in sede di Comitato Portuale, a livello collegiale. Anzi, io ho anche revocato una concessione a Msc”.

Ma quanto percepisce Merlo per la consulenza? “Non mi sento di dirlo, riguarda una società privata”. Impossibile avere risposte da Msc: è riservato.

Merlo ha un passato da giornalista, assume poi l’incarico di assessore ai Trasporti nella passata giunta regionale ligure di centrosinistra guidata dal renziano Claudio Burlando. Di qui passa a guidare il porto di Genova (con altri incarichi tra Assoporti e anche Unicredit). Dopo le dimissioni, nel 2015, diventa consulente del ministro Graziano Delrio al ministero dei Trasporti (“Un incarico gratuito”, giura Merlo). Infine, caduto il governo Renzi, passa a Msc. Occupandosi, questo fece storcere il naso, proprio di relazioni istituzionali.

Una famiglia, la sua, che in Liguria è stata potentissima. Merlo alla guida del porto, la moglie Raffaella Paita (Pd renziana) assessore regionale e poi candidata alla presidenza della Regione. Andò diversamente: Paita a sorpresa perse contro Giovanni Toti. Alle ultime politiche, però, Paita è stata candidata e ha vinto in un collegio blindato. Voluta, si dice, da Luca Lotti.

Corte dei conti e Anac: vertici Rai e Fazio a rischio

Gli accertamenti sul contratto Rai per il programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, durano un’intera stagione televisiva: al termine, la Corte dei conti dovrà valutare se i costi sono stati giustificati dai ricavi. A settembre l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, ha iniziato a indagare sui contratti relativi a Che tempo che fa, passato da Rai3 a Rai1, ora ha finito il suo lavoro e presto pubblicherà la delibera sul suo sito, il ritardo dipende dalla Rai che sta cercando di omissare quanto più possibile del testo con la motivazione di non dare informazioni alla concorrenza (che nel mercato televisivo italiano non è altissima). Intanto l’Anac ha trasmesso la delibera alla Corte dei conti. E il responso dei magistrati contabili può avere conseguenze sia sui destini della trasmissione sia sugli equilibri interni alla Rai, visto che a luglio arriva a scadenza il Cda nominato ai tempi del governo Renzi nel 2015.

Il contratto di Fazio vale 2 milioni e 240 mila euro a stagione per quattro anni (in totale 8,9 milioni). Per i diritti del format per quattro stagioni, inoltre, Viale Mazzini pagherà 2 milioni e 816 mila euro per i 4 anni (704 mila euro a stagione). Poi ci sono 12 milioni di euro alla società Officina per l’anno 2017-2018 per la produzione e la realizzazione del programma, cifra che comprende anche la trasmissione di Massimo Gramellini, Le parole della settimana. Non è compito dell’Anac valutare se Fazio è pagato “troppo”. Il contratto con il conduttore e con le società connesse è artistico quindi, per sua natura, discrezionale e non deve rispettare gli obblighi di gara previsti dal codice degli appalti.

Ma è comunque regolato dall’articolo 4 del codice: “L’affidamento dei contratti pubblici aventi ad oggetto lavori, servizi e forniture, dei contratti attivi, esclusi, in tutto o in parte, dall’ambito di applicazione oggettiva del presente codice, avviene nel rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità, pubblicità”. Ed è proprio sul criterio di “economicità” che l’Anac di Cantone si è concentrata. Tradotto: i costi del programma sono certi – ed elevati –, i ricavi molto aleatori. Poiché i costi sono stati giustificati dalla Rai proprio sulla base dei ricavi, se a fine stagione questi dovessero rivelarsi molto diversi da quanto stimato tutta l’operazione risulterebbe non più giustificata. E dunque potrebbe giustificare l’accusa da parte della Corte dei conti di un danno erariale.

Già nell’agosto del 2017 il direttore generale Rai, Mario Orfeo, alla commissione parlamentare di vigilanza aveva assicurato: “Il contratto con Fazio artista si ripaga già integralmente con le 13 puntate in onda nell’autunno 2017”. E lo stesso Fazio aveva detto al Corriere della Sera che “il programma è pressoché interamente ripagato dalla pubblicità”.

Stabilire se sta succedendo è più complesso di come sembra. La Rai sostiene che Fazio ha fatto risparmiare 12 milioni di euro a stagione, perché prima la domenica sera su Rai1 c’erano fiction più costose del pur costosissimo show di Fazio. Ma il bilancio andrebbe visto nel complesso: al “risparmio” di Rai1 vanno sottratti i danni a Rai3. Fazio si è portato dietro un tesoretto da 3 milioni di euro circa, avanzi degli incassi pubblicitari dei tempi di Vieni via con me con Roberto Saviano. E Rai3 non ha più una prima serata altrettanto forte. Domenica 19 marzo 2017, per esempio, la somma dello share di Rai1 e Rai3 era 24,7 per cento. Domenica 18 marzo, nonostante il successo di Storie Maledette su Rai3, lo share totale delle due reti era 23,6 (in Rai si consolano col fatto che da gennaio la media di rete sul terzo canale è 6,86 per cento contro il 6,79 del 2017).

Fazio ha il contratto blindato per quattro anni. Ma la decisione di dove e come collocare Che tempo che fa va rinnovata a ogni stagione. Orfeo o il suo successore rischiano di doversi trovare a scegliere se confermare una trasmissione che può essere fonte di danno erariale o rimetterla in discussione, con tutto quello che comporta. Un bel dilemma.

La gelataia non vuol servire il leghista e se ne va: licenziata

Si era rifiutatadi servire il gelato a Matteo Salvini: la gelateria dove era in prova l’ha lasciata a casa. “Non c’entra Salvini – spiegano dalla gelateria milanese Baci Sotto Zero – ma la ragazza ha lasciato il turno e il posto di lavoro senza giustificazione”. La vicenda risale a martedì, quando il leader della Lega è arrivato con la famiglia alla gelateria. Quando Salvini stava per chiedere il gelato alla commessa, la giovane si è rifiutata di servirlo, dicendo di non voler “servire i razzisti”. Dopo una discussione con la titolare, la commessa, in prova da dieci giorni, avrebbe lasciato il posto di lavoro. A diffondere l’episodio hanno contribuito i social network, dove la madre della ragazza coinvolta ha riversato la propria delusione, accusando Salvini di aver telefonato alla titolare di Baci Sotto Zero per chiedere il licenziamento della commessa.

“Da noi può essere servito chiunque con qualunque ideologia politica – dicono dalla gelateria – mentre la signorina se n’è andata lasciando i suoi colleghi e il posto di lavoro”. Sulla vicenda è poi intervenuto anche Salvini: “Non ho chiamato per licenziare nessuno, ovviamente tornerò in quella bottega per un altro gelato!”.

La vertiginosa ascesa della ex di Salvini

Non è più soltanto l’ex compagna di Matteo Salvini e madre di Mirta, secondogenita di 5 anni dell’aspirante premier. Giulia Martinelli da Como, classe 1979, avvocato, ormai balla da sola. Certo in quel Carroccio che incidentalmente è il partito guidato dall’ex nonché padre di sua figlia e certo nel feudo leghista che è la Regione Lombardia dove sbarcò nel 2014 per chiamata diretta nella segreteria della leghistissima Cristina Cantù, già potente direttore generale dell’Asl milanese, assessore della Sanità prima e del Welfare poi, dirigente del Pio Albergo Trivulzio e ora eletta al Senato nelle liste salviniane.

In questi pochi anni però Martinelli si è saputa distinguere. Sia al Pirellone sia nel partito. Tanto da aver giocato un ruolo determinante nella campagna elettorale di Attilio Fontana, che ha portato il quasi sconosciuto ex sindaco di Varese a conquistare la presidenza della Lombardia. Così ora anche per lei arriva la più che meritata poltrona.

Nell’immediatezza della sbornia di voti ottenuti il 4 marzo, per Martinelli si era ipotizzata la guida di un nuovo super assessorato che unisse deleghe di casa, terzo settore e ambiti socio assistenziali vari. Lo aveva immaginato proprio lei, disegnato in base alle proprie competenze. Ma nella fase di spartizione tra alleati, passata l’ubriacatura, Forza Italia ha posto un veto, ritenendo esagerato l’incarico. Così si è ripiegato sulla nomina di Martinelli a capo della segreteria di Fontana.

Le formalità non sono ancora terminate – deve prima deve insediarsi la presidenza – ma l’ex signora Salvini sta accompagnando a ogni incontro istituzionale il neo governatore lombardo e ormai l’investitura è data per acquisita, nonostante gli alleati forzisti abbiano ancora da bofonchiare. Lei, giustamente, ritiene più che lecito l’incarico da quasi 100 mila euro annui, rispetto ai 70 mila del precedente. E, rivendicando le proprie inequivocabili capacità professionali, nega con forza che la sua repentina e irresistibile ascesa sia dovuta al ruolo dell’ex compagno, per caso capo indiscusso del partito alla guida della Regione dal 2013 e per i prossimi cinque anni.

Del resto, a guardar bene, Martinelli più che con Salvini ha ormai interessi e rapporti più solidi e profondi con altri leghisti. Se del governatore Attilio Fontana sarà capo segreteria ed è legatissima a Cristina Cantù, Martinelli dal lontano 2010 detiene il 10% della Brando srl, società proprietaria di numerosi bar e ristoranti, insieme a ben tre esponenti del Carroccio: Eugenio Zoffili, Fabrizio Cecchetti e Gianmarco Senna. Zoffili, coordinatore sia federale sia lombardo del movimento giovani padani, come Martinelli nel 2014 era sbarcato in Regione per chiamata diretta alla dirigenza dello staff dell’assessore Simona Bordonali e adesso, insieme alla sua ex capa Bordonali, è stato eletto a Montecitorio. Idem Cecchetti, anche lui approdato alla Camera dopo essere stato, da pretoriano salviniano sul territorio, vice presidente della Regione e coordinatore provinciale del Carroccio.

Infine Senna, socio di maggioranza della Brando. Personaggio quanto mai distante dai canoni leghisti eppure candidato capolista del partito al Pirellone.

Senna, 47 anni, vive sopra il Blue Note all’Isola, il quartiere radical chic e bohémien di Milano, insieme alla sua compagna, una giovane ecuadoregna, e adora la sua Harley Davidson con sella pitonata.

Per ufficializzare la sua candidatura ha organizzato una festa al Jazz Café in Corso Sempione, storico ritrovo dei giovani socialisti della Milano da bere. Amicissimo di Salvini e di Martinelli pure socio nonché, ora, collega in Lombardia. Affari e politica, si sa, legano più dei sentimenti.

d.vecchi@ilfattoquotidiano.it

Elogio della fuga di Dibba (ora, però, non ci ripensi)

Oggi saliamo sul carro dei vincitori. I Cinque Stelle. Per dare un’occhiata in giro. C’è grande fermento: Di Maio, Grillo, Casaleggio, Fico, Taverna, Fraccaro. Si parla di presidenze, di governi, dei più prestigiosi incarichi istituzionali. Magic Moments. Manca qualcuno? Alessandro Di Battista. Non pervenuto. Anzi sì. C’è un trafiletto sul Corriere della Sera. Leggiamo che, mercoledì, si è visto a Montecitorio per alcuni adempimenti burocratici. “Il quasi ex deputato M5S era con la compagna Sahra e con il figlio Andrea di 6 mesi e ha detto: Che goduria non vedere più certe facce”.

Pensiamoci un attimo. Il “quasi ex deputato” ha 40 anni, è un giovane uomo all’apice del ciclo vitale e del successo politico. Nel mondo grillino gode di una popolarità straordinaria (forse solo Grillo è più amato). Dunque, avrebbe potuto benissimo essere il nuovo presidente della Camera (o del Senato). Senza contare che in un possibile governo pentastellato era già pronta per lui la poltronissima di ministro degli Esteri o di altro adeguato peso. Non sarà così perché Alessandro non si è candidato. Non si è candidato perché ha scelto un’altra vita. Con Sahra e Andrea tra qualche mese andrà in America Latina per osservare, conoscere, imparare, respirare. In una parola: per sentirsi vivo. Lo farà anche “per non vedere più quelle facce”. Potrebbe ritornare tra sei mesi o tra un anno o protrarre il viaggio verso confini più estremi. A questo punto i dieci lettori potrebbero insorgere accusandomi: uno, di essermi venduto ai grillini e due, di propinare sul Fatto minestre riscaldate essendo tutto ciò saputo e risaputo. Sulla prima accusa non ho difesa, a tutela delle segretezza del mio voto che definirei terra terra: un paio di pneumatici sventrati sulle strade dell’Urbe non mi hanno messo dell’umore giusto per fidarmi ancora del nuovo che avanza. Quanto al secondo possibile rimprovero provo a ribaltarlo con l’argomento opposto. La sindrome (nazionale) del “tanto sono tutti uguali” ha talmente offuscato il nostro sguardo sulla politica (e sui politici) da impedirci di cogliere le “differenze”. Di Battista non è un leader straordinario anche se, come si dice di certe promesse del calcio, ha ampi margini di miglioramento. Possiede un certo talento oratorio, sa essere trascinante ma – giudizio del tutto personale – gli capita sovente di eccedere con la retorica della facile indignazione (probabilmente la stessa che ha seminato il terreno del “tanto sono tutti uguali”).

Detto questo, non valutare come tale la straordinarietà di un gesto forse senza precedenti in un mondo dove ci si scanna per uno strapuntino, non aiuta noi a comprendere che il cambiamento tanto invocato comincia proprio dall’esempio del si può fare. Da uno scatto interiore che sappia mettere davanti all’esercizio del potere la ricerca della felicità (che gli americani hanno scritto nella Dichiarazione d’indipendenza). Lo so che i dietrologi in servizio permanente effettivo hanno già sanzionato che Di Battista la sa lunga, che la sua pausa di riflessione gli consentirà comunque di conquistare le redini del Movimento “dopo”, nel caso il gemello diverso Luigi Di Maio fallisse la scalata di Palazzo Chigi. E anche se fosse?

P. S. L’unico rischio di questo articolo è che, all’ultimo momento e per un qualunque motivo, Di Battista rinunci a realizzare il suo sogno (un po’ come avvenuto con la mancata fuga di Veltroni in Africa). Alessandro, ti prego, non mi rovinare.

Maroni, “2 anni per il viaggio a Tokyo”

Due anni e mezzo di carcere. È la pena chiesta dal pm di Milano Eugenio Fusco per il presidente uscente della Lombardia, Roberto Maroni, accusato di avere fatto pressioni illecite perché Maria Grazia Paturzo, sua ex collaboratrice ai tempi del Viminale, potesse partecipare a un viaggio a Tokyo per promuovere Expo. Una richiesta di partecipazione motivata secondo il pm solo dalla “relazione affettiva” tra i due.

Accusa a cui si aggiunge quella sulle presunte pressioni per fare ottenere a un’altra ex collaboratrice, Mara Carluccio, un contratto in Eupolis, società legata alla Regione. Nel corso della requisitoria Fusco ha sottolineato che Paturzo sarebbe dovuta andare a Tokyo non in virtù di ragioni professionali. Una trasferta in agenda a metà 2014 a carico della società Expo, dove Paturzo era stata assunta “in quanto raccomandata dal governatore”. Raccomandazione “accettata dal commissario unico Giuseppe Sala, che però sulle spese di viaggio aveva allargato gli occhi”.

Di qui – sostiene l’accusa – la necessità per Maroni di fare pressioni sull’allora direttore generale di Expo, Christian Malangone, attraverso Giacomo Ciriello, capo della sua segreteria politica. Alla fine Maroni rinunciò al viaggio, per il pm, per la gelosia della storica portavoce Isabella Votino. A quel punto anche Paturzo “scomparve” dalla delegazione. Questa la ricostruzione in una requisitoria arrivata a più di due anni dall’inizio del dibattimento, caratterizzato da una lunga serie di rinvii ottenuti dalla difesa, che ha fatto valere più volte il legittimo impedimento di Maroni e lo stop del processo sotto elezioni.

La relazione tra Paturzo e Maroni è stata negata, oltre che dalla difesa di Maroni, anche nelle testimonianze rese in aula dalla stessa Paturzo, dalla Votino e da Cristina Rossello, amica della Paturzo, legale di Silvio Berlusconi nella causa di separazione da Veronica Lario, nonché neoeletta alla Camera per Forza Italia. Il pm ha ritenuto le loro dichiarazioni “mendaci” e ha chiesto la loro trasmissione alla procura per valutare la falsa testimonianza.

Fusco ha fatto anche riferimento a quello che appare un ostacolo per arrivare a una condanna di Maroni, cioè la sentenza con cui la Corte d’Appello ha assolto per gli stessi fatti Malangone dopo una condanna in primo grado a 4 mesi. Per il pm, i giudici di secondo grado hanno sbagliato a non considerare come “un’induzione indebita” le pressioni su Malangone, visto che sono state caratterizzate da “reiterazione, insistenza, perentorietà e carattere ultimativo”.

Il pm ha infine ripercorso la vicenda del contratto ottenuto da Mara Carluccio in Eupolis, ritenendo la procedura di selezione “truccata”. Imputati con Maroni sono anche Ciriello, per il quale sono stati chiesti 2 anni e 2 mesi, Andrea Gibelli, ex segretario generale del Pirellone e oggi presidente di Fnm (per lui chiesto un anno) e la Carluccio (10 mesi).

“Sono tranquillo – commenta Maroni – sono accuse ridicole e prive di riscontri”.

Babbo Renzi attacca le Procure “Non mi faccio più interrogare”

La domanda era semplice: “Caro Tiziano Renzi, ci spiega perché le società di famiglia hanno fatturato nel giugno 2015, dopo che suo figlio era diventato premier da un anno e mezzo, 195 mila euro alle società di Luigi Dagostino, il re degli outlet?”. Anche la ragione della domanda dei pm era semplice: “L’oggetto della fattura più grande, quella da 140 mila più Iva, ci pare un poco vago. Che sono questi studi sulla ‘struttura ricettiva food e relativi incoming asiatici’?”.

Il padre di Renzi non ha risposto, come era suo diritto. Quindi per sapere perché quei soldi sono andati alla società Eventi 6 (amministrata dalla moglie Laura Bovoli, indagata anche lei per false fatture con Tiziano e Dagostino) e di proprietà della stessa moglie con le due figlie di Tiziano, bisognerà chiedere a Dagostino. Legittimamente il padre dell’ex premier ha scelto di non rispondere. Quello che è meno normale è la nota stampa. Un vero e proprio atto di sfida a tutti i pm. Compresi quelli di Roma che lo aspettavano per chiarire i dubbi sul caso Consip. Un atto di sfiducia che Matteo non scarica, ma sembra condividere.

“Oggi mio padre ha deciso di scrivere una nota nella quale, urlando la sua innocenza, ma confessando la sua stanchezza, chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità”. Così scrive Matteo Renzi nella sua Enews.

Poi prosegue: “Da quattro anni le persone a me vicine sono state oggetto di indagini di vario genere, di vario tipo. Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove”.

E così dopo che gli interrogatori sono stati rinviati, con una scelta di “giustizia a orologeria al contrario” dopo le elezioni, i pm sono stati ripagati con questa moneta.

Ma torniamo alla nota diramata dall’avvocato di Tiziano Renzi, Federico Bagattini, che di fatto anticipa anche ciò che avverrà a Roma, dove (dopo esser stato interrogato il 3 marzo 2017) il padre dell’ex premier deve tornare perché accusato di traffico di influenza. La nota ricalca all’inizio la tesi sostenuta da mesi dal figlio Matteo: “Dopo anni di onorata carriera – è scritto nella nota – senza alcun procedimento penale (…), mi sono trovato improvvisamente sotto indagine in più procure d’Italia per svariati motivi. (…) Dal 2014 la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali”. Il problema è quindi il cognome, non le sue leggerezze: “Non ho mai commesso il reato di traffico di influenze per il quale sono stato messo sotto indagine a Napoli prima e a Roma poi; non ho mai fatto fatture false come si ipotizza a Firenze. (…) Ma dopo 4 anni di processi sui giornali con uno stillicidio di anticipazioni, notizie, scoop senza che mai ci sia un solo responsabile per le clamorose e continue fughe di notizie, adesso dico basta. (…) Si facciano (i processi, ndr) nelle aule di tribunale, non sui giornali”.

E così “ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. (…) Ancora oggi dovevo essere interrogato a Firenze e ore prima dell’appuntamento con i pm le redazioni dei giornali erano già state allertate”. Il problema è quindi la stampa. E poi ci sono i magistrati. “Sono un cittadino italiano stupito da ciò che è avvenuto nei procedimenti giudiziari che mi riguardano – scrive – a cominciare dalla evidente falsificazione di presunte prove nei miei confronti, falsificazione così enorme da suonare paradossale”. Tiziano Renzi impugna alla grande l’alibi che gli è stato offerto dal presunto falsificatore, il maggiore Scafarto.

La Procura di Roma ha dedicato una mezza dozzina di interrogatori al carabiniere presunto falsificatore e uno solo al Babbo presunto traffichino. Ma lui confonde il Noe che – secondo l’accusa – avrebbe taroccato le carte per incastrarlo e poi avrebbe diffuso la notizia per diffamarlo, con i pm che quell’ufficiale hanno messo sotto inchiesta. Eppure nell’indagine Consip ci sono altri elementi. Come le conversazioni del suo amico Carlo Russo che chiedeva soldi – secondo i pm – anche per lui. Non ci sono passaggi di denaro e i magistrati stanno cercando di verificare se Russo abbia millantato, anche con un interrogatorio, come quello del sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, sentito ieri a Roma per confermare quanto già detto nel libro ‘Di padre in figlio’ dieci mesi fa, cioé che Russo ha millantato il suo nome. “Chiedo – continua la nota – che si celebrino i processi (…). Passerò i prossimi anni nei tribunali per difendermi da accuse insussistenti e per chiedere i danni a chi mi ha diffamato. Ma almeno potrò dire ai miei nipoti che la giustizia si esercita nelle aule dei tribunali e non nelle fughe di notizie e nei processi mediatici”.