Via un altro assessore in Puglia: è il quinto in meno di tre anni

L’assessoreallo Sviluppo economico della Regione Puglia, Michele Mazzarano (Pd), ha rassegnato le dimissioni dopo un servizio trasmesso da Striscia la Notizia, in cui un testimone lo accusa di avergli promesso di assumere i suoi due figli in cambio della concessione gratuita di un locale per la campagna elettorale delle Regionali del 2015. Sale a cinque il numero degli assessori della Giunta Emiliano che in quasi tre anni di amministrazione si sono dimessi. Mazzarano è il terzo del Pd. Il 7 febbraio scorso fu l’assessore regionale all’Ambiente, Filippo Caracciolo (Pd), indagato per corruzione e turbativa d’asta. Nel luglio 2017, si era dimesso l’assessore regionale ai Trasporti e Lavori pubblici, Gianni Giannini (Pd), indagato su presunte tangenti in cambio di appalti in alcuni comuni nel barese. Nemmeno una settimana dopo si dimise, ma per motivi politici, l’assessore all’Ambiente, Mimmo Santorsola (Sinistra Italiana). Nell’ottobre 2015 tocca all’assessore al Turismo, Gianni Liviano D’Arcangelo (esponente di una lista civica), per un articolo in cui si parlava di un appalto per organizzare gli Stati generali della cultura affidato dalla Regione con procedura diretta a un amico dell’assessore.

Anche gli incensurati…

Oltre a quelli che hanno problemi con la giustizia accedono al Parlamento anche diversi candidati controversi. Tra i 5Stelle è stato eletto Emanuele Dessì, al centro delle polemiche per un video che lo ritraeva con Domenico Spada e per aver vissuto in una casa comunale pagata 7 euro al mese. Con lui anche 4 parlamentari accusati di non aver restituito parte dei rimborsi – Maurizio Buccarella, Andrea Cecconi, Carlo Martelli e Silvia Benedetti – e l’ex massone Catello Vitiello. A tutti loro il M5S ha chiesto di non iscriversi ai gruppi parlamentari. Nel centrodestra è eletto invece Claudio Fazzone, che nel 2009 avrebbe fatto pressioni sui consiglieri comunali di Fondi per dimettersi in blocco, consentendo nuove elezioni prima che il Consiglio del ministri sciogliesse il comune per Mafia. Nei gruppi Pd ci saranno invece Marianna Madia, che Il Fatto ha beccato a copiare ampi stralci della tesi di dottorato, e Franco Vazio, che – raccontò il Guardasigilli Orlando – chiese “di mandare gli ispettori per bloccare l’inchiesta Consip”.

La legislatura parte col gruppo di 45 fra condannati e inquisiti

Sono molti i neo-parlamentari che dovranno dividersi tra le aule delle Camere e quelle dei tribunali. Per loro fortuna, potranno contare sui consigli di parecchi colleghi con alle spalle una lunga carriera giudiziaria. Condannati, imputati&C. Oggi Paolo Romani (Forza Italia) è indicato come il nome forte per la presidenza del senato, ma di lui in passato si è dovuta occupare la giustizia: quando era assessore al comune di Monza, nel 2011, la figlia utilizzò la sim del cellulare fornito al padre dal Comune, spendendo oltre 9mila euro. Romani è condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi per peculato. Sulla sua candidatura a Palazzo Madama si esprimeranno anche Andrea Marcucci, eletto col Pd e condannato a dieci mesi per alcuni abusi edilizi nel 1993, e Salvatore Sciascia, fedelissimo di B., condannato a due anni per le tangenti Fininvest.

A Montecitorio, invece, ce l’ha fatta il forzista Vittorio Sgarbi, condannato in via definitiva per truffa ai danni dello Stato. Stesso partito di Antonino Minardo, condannato a otto mesi per abuso d’ufficio, ormai più di dieci anni fa.

In tanti, tra Camera e Senato, sono in attesa di giudizio definitivo. Su tutti Umberto Bossi, già condannato in primo grado a due anni e tre mesi per la vicenda dei rimborsi della Lega Nord. Ma la fila di quelli nei guai per i rimborsi è lunga, alimentata da reduci dai consigli regionali. Augusta Montaruli (Fratelli d’Italia) è stata condannata a quattro mesi per finanziamento illecito nel processo Rimborsopoli del Piemonte, stessa vicenda per cui invece sono stati assolti in primo grado – in attesa dell’appello – i leghisti Paolo Tiramani e Riccardo Molinari. In quel consiglio regionale sedeva anche Elena Maccanti, neodeputata, che per lo stesso scandalo sui rimborsi ha patteggiato un anno. Anche gli ex consiglieri liguri dovranno difendersi dalle accuse sugli sprechi di denaro pubblico. I leghisti Edoardo Rixi e Francesco Bruzzone sono imputati, mentre rimangono indagati Vito Vattuone e Sandro Biasotti, eletti al Senato. I rimborsi di un’altra Regione, la Lombardia, hanno portato a giudizio Jari Colla, eletto col centrodestra. In attesa del processo, è stato messo sotto inchiesta anche dalla Corte dei Conti e ha restituito alla Regione circa 37mila euro. Dodici mila euro in meno di quelli pagati da Fabrizio Cecchetti, eletto alla Camera con la Lega, anche lui imputato per i rimborsi in Lombardia. Imputato per i rimborsi è anche Francesco Acquaroli, deputato di Fratelli d’Italia. Ma non è finita: le “spese pazze” coinvolgono il Lazio, dove l’ex consigliere Bruno Astorre (Pd) è imputato, e l’Emilia Romagna, terra di Galeazzo Bigami, neodeputato di Forza Italia imputato nel processo sui rimborsi assieme al collega Enrico Aimi (Forza Italia). Non era in Regione, ma la Procura contesta circa 700 euro di appropriazione indebita di soldi del partito anche alla leghista Lucia Borgonzoni, che siederà a Palazzo Madama. Su questioni simili in Campania si è espressa la Corte dei Conti, che ha condannato Antonio Pentangelo (Fi) per l’assunzione di alcuni collaboratori e Raffaele Topo (Pd) per lo scandalo dei rimborso regionali.

Aspetta la sentenza in appello Ugo Cappellacci (Forza italia), ex governatore sardo eletto alla Camera, condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi per il crac di Sept Italia. Guai anche per un altro forzista: Antonio Angelucci, recordman di assenze al Senato nella scorsa legislatura, ritrova il suo scranno, ma intanto pensa anche ai suoi processi. Indagato per traffico di influenza per alcuni appalti della sanità del Lazio, è stato anche condannato in primo grado un anno e 4 mesi per truffa e falso per i contributi pubblici ai suoi giornali, Libero e Il Riformista.

La lista è ancora lunga: Cinzia Bonfrisco (Lega) è imputata per corruzione e associazione a delinquere nell’inchiesta sul Consorzio Energia Veneto, Massimo Garavaglia (Lega) è a giudizio per turbativa d’asta, Vito De Filippo (Pd) per truffa e peculato e Maria Cristina Cretta per falso e indebito utilizzo di dati personali. A Napoli Luigi Vitali (Fi) è imputato per falso, mentre Piero De Luca (Pd) risponderà a processo di bancarotta. Tra i forzisti c’è anche chi, come Giancarlo Serafini, ha patteggiato una pena per corruzione. Stessa strada per Giovanni Battista Tombolato (ancora Fi), che concordò 11 mesi per falso in atto pubblico e per Armando Siri (Lega), accusato di bancarotta fraudolenta. In Parlamento anche due prescritti: Francesco Scoma, eletto con Forza Italia, sopravvissuto a un processo per violazione delle norme del finanziamento ai partiti, Antonio Tasso (M5S), salvo dopo una condanna in primo grado per alcuni cd taroccati. Alla prescrizione ha invece rinunciato Luciano D’Alfonso (Pd), imputato per truffa e falso e indagato in concorso per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, istigazione alla corruzione e abuso d’ufficio in altre vicende.

Indagati.Tra chi non sa ancora se finirà a processo c’è Gianfranco Rotondi, deputato di centrodestra, indagato per finanziamento illecito e millantato credito. Se i rimborsi regionali hanno trascinato in tribunale molti neo-parlamentari, in Umbria per il momento sono soltanto indagate per truffa e peculato Franco Zaffini e Fiammetta Modena, coinvolte nelle spese pazze. Problemi anche per Umberto Del Basso De Caro(Pd), indagato per tentata concussione e voto di scambio. Accusa condivisa, quest’ultima, con Luigi Cesaro (FI), indagato per lo stesso reato in un’altra vicenda e accusato di minacce aggravate nell’inchiesta che ha già portato in carcere i suoi fratelli. Tra i 5 Stelle rischia Salvatore Caiata, indagato per riciclaggio. C’è un crac finanziario invece alla base delle indagini su Michela Vittoria Brambilla, accusata di essere coinvolta nel buco da 40 milioni dell’azienda di famiglia. Un’altra berlusconiana, Licia Ronzulli, eletta al Senato, è indagata per falsa testimonianza nel terzo filone del processo Ruby. Infine c’è Luca Lotti, indagato nell’inchiesta Consip per rilevazione di segreti d’ufficio.

Boldrini e Grasso presidenti in due giorni e al IV scrutinio

Nelle ultimesei legislature i presidenti dei due rami del Parlamento sono stati eletti il giorno dopo l’inizio della seduta, al quarto scrutinio. Nell’ultima legislatura le elezioni si sono svolte tra il 15 e il 16 marzo 2013. L’assemblea di Palazzo Madama fu presieduta durante le votazioni dal senatore a vita Emilio Colombo (classe 1920), per la rinuncia del senatore anziano Giulio Andreotti (classe 1919). Il presidente delSenato risultato eletto al IV scrutinio con 137 voti su 313, fu Pietro Grasso, esponente delPartito Democratico, dopo il ballottaggio con l’altro candidato che aveva ottenuto il maggior numero di voti al terzo scrutinio, il presidente uscente Renato Schifani. Le schede bianche furono 52 e 7 le nulle. L’elezione del presidente della Camera si svolse anch’essa tra il 15 e il 16 marzo. Il Presidente uscente era Gianfranco Fini. L’assemblea fu presieduta provvisoriamente da Antonio Leone. Laura Boldrini, esponente diSinistra Ecologia Libertà, fu eletta al IV scrutinio con 327 voti, superando il candidato dei cinquestelle Roberto Fico che si fermò a 108 preferenze. Le schede bianche furono 155, nulle 10 e ci furono anche 18 voti dispersi.

Schede e quorum: ecco come si arriva al seggio più alto

Le assembleedi Camera e Senato sono chiamate oggi (alle 11 a Montecitorio e alle 10:30 a Palazzo Madama) all’elezione dei successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso. Il voto è segreto e per schede. Nella prima votazione alla Camera è richiesta la convergenza dei due terzi dei componenti, pari a 420 voti. Per il secondo e terzo scrutinio il quorum si abbassa ai due terzi dei votanti, contando anche le schede bianche. Per gli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti, comprese le schede bianche. Al Senato il meccanismo assicura l’elezione del presidente entro la quarta votazione. Al primo scrutinio è eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti, a quota 161. Qualora non si raggiunga la maggioranza neanche al secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, a una terza votazione nella quale basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, contando anche le schede bianche. Se va a vuoto anche la terza votazione, il Senato procede nello stesso giorno a un ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto più voti. A parità è eletto il più anziano di età.

Il Pd per ora si astiene e spera di tornare in ballo

Due vice presidenze al Pd le ha offerte il centrodestra, da giorni, con la mediazione di Paolo Romani. Due vice presidenze le offre, a nome dei Cinque Stelle, Danilo Toninelli, nel vertice di ieri sera alla delegazione composta da Lorenzo Guerini e Maurizio Martina. Mentre l’accordo tra cetrodestra e M5s si rompe, la strategia portata avanti dai Dem in questa partita – ovvero “lasciar fare agli altri” come scrive Matteo Renzi redivivo in una E-news ieri sera, sembra essere servita a rendere il Pd un ago della bilancia, se non determinante, quanto meno appetibile. Con tutte le incognite del caso, visto che il partito è talmente diviso da essere sostanzialmente inaffidabile, tra chi vuole stare all’opposizione, chi punta ad entrare in un governo di scopo con i 5 Stelle e chi invece il governo di scopo lo vuole fare con il centrodestra. Ieri Martina e Guerini non si sono esposti, ribadendo che la trattativa sull’ufficio di presidenza si può fare quando è chiaro quali saranno i Presidenti, non prima.

A vertice finito, Martina si limita a ricordare che il Pd è convocato per stamattina alle 9. Forse i Dem voteranno scheda bianca, forse sceglieranno un candidato di bandiera. Poi, dovrebbero astenersi sia al Senato che alla Camera. La linea dell’astensione, in Senato, aiuterebbe Paolo Romani, candidato di Forza Italia (a meno che Berlusconi non cambi idea all’ultimo momento) a passare alla quarta votazione, con il ballottaggio.

Il Pd dall’inizio ha caldeggiato il capogruppo uscente degli azzurri quasi più di quanto abbia fatto la stessa FI. Romani ha collaborato con Maria Elena Boschi, durante l’iter delle riforme costituzionali, ha gestito praticamente tutta la legislatura appena finita con Luigi Zanda, capogruppo uscente del Pd. A portare avanti la trattativa sarebbero stati Luca Lotti e Gianni Letta. Nel pacchetto, ci sarebbero anche la vice presidenza della Camera per Ettore Rosato e quella del Senato per Anna Rossomando (area orlandiana) e due questori. Ma lo scenario è mobile.

“Siamo riusciti a far saltare il primo tavolo”, spiega un alto dirigente dem a metà giornata, quando diventa chiaro che l’accordo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è in alto mare. Il Pd aveva portato avanti la linea: “Non sosterremo candidati non condivisi”. Fatto sta che il disorientamento dem è tangibile. Andrea Orlando, Guardasigilli in scadenza, riunisce la sua corrente, poi si intrattiene nel Transatlanico. Dario Franceschini, ministro della Cultura uscente, seduto su un divanetto, si interroga su un occhio particolarmente arrossato. Lotti va al Nazareno da Maurizio Martina, il reggente, nel tentativo di concordare la linea. Matteo Renzi con Martina è già in rotta. L’assemblea dei gruppi, convocata per ieri pomeriggio, è rapida e interlocutoria. Riaggiornata a stamattina alle 9. Il grande assente resta Renzi, che alla riunione dei gruppi non va, in Senato si presenta stamattina. Le trattative sotterranee vanno avanti divise e ogni rivolo del Pd si gioca la possibilità di rientrare in gioco in un governo di tutti. Renzi non è abbastanza forte da decidere, ma lo è ancora abbastanza per far fallire ogni decisione altrui.

Con tutti, ma non col delinquente

Se i Cinque Stelle fanno un qualsiasi accordo con Berlusconi sono finiti. Nel dna dei Cinque Stelle ci sono elementi politici e culturali sia della destra che della sinistra, oltre a intuizioni del tutto originali come quella di privilegiare il “tempo liberato” sul lavoro. È quindi immaginabile un accordo sia con la destra sia con la sinistra. Con tutti tranne che col “delinquente naturale” perché vorrebbe dire sconfessare i princìpi per cui hanno lavorato per anni, dal primo Vaffa di Bologna del 2007, e che li hanno giustamente premiati.

La strategia quindi, se posso permettermi, dovrebbe essere quella di staccare Salvini ed eventualmente Meloni da Berlusconi, e non, come vorrebbe Paolo Flores d’Arcais, di dire un no totalitario alla destra in quanto tale, che è un ragionar da secolo scorso.

Non vorrei che finisse come nel 1994 quando al Nord si votò in massa la Lega con percentuali che andavano anche oltre il 50 percento, facendo così inconsapevolmente, nell’ansia di rinnovamento che animava l’Italia di allora dopo le inchieste di Mani Pulite, il gioco di Forza Italia che si presentava su tutto il territorio nazionale. Umberto Bossi si accorse della trappola e dopo un anno, col suo miglior discorso in Parlamento, tutt’altro che ‘rozzo’ (l’accusa che, mancandogli ogni altro dire, gli muovevano allora) sfiduciò il governo Berlusconi. Ma era ormai troppo tardi.

Nel giro di due soli anni, con i testimoni del tempo ancora in vita, grazie alla potenza di fuoco dei media berlusconiani, ma anche con la complicità della sinistra, i ladri divennero le vittime e i magistrati i veri colpevoli.

La Lega, che su Mani Pulite era cresciuta, così come Mani Pulite era stata possibile grazie alla Lega, perse una delle sue principali ragion d’essere. E fu la fine della speranza e l’inizio di un lungo periodo di alternanza fra berlusconismo (che chiamare destra è fare un’offesa alla destra) e sinistra che ci ha portato dove ci ha portato.

Se anche i Cinque Stelle cadono nella trappola di Berlusconi i giovani e anche i meno giovani italiani dovranno rassegnarsi a un altro ventennio di governi dei ‘soliti noti’, comunque mascherati.

Di Maio, Di Battista, Grillo pensateci bene. Il nostro futuro è nelle vostre mani.

Capricci, rincorse e paure M5S lancia l’amo ai dem

La foto seduto a un tavolo con Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, non ha voluto che finisse negli archivi dei giornali. Fa “i capricci”, dicono dell’ex Cavaliere. Si vuole togliere lo sfizio di farsi immortalare a fianco del capo politico del Movimento, per dimostrare che anche i Cinque Stelle adesso gli devono ridare quella dignità che pensavano di aver tolto al condannato il giorno della decadenza, a novembre di 5 anni fa.

Il giorno delle riunioni saltate, finisce invece con il primo tavolo congiunto dall’inizio delle trattative. E con la prima vera offerta dei Cinque Stelle al Pd: due vicepresidenze, quelle che ieri sera Danilo Toninelli ha sventolato davanti ai capigruppo democratici per provare a uscire dall’angolo in cui è finito il M5S. La risposta (ancora) non c’è stata. E la trattativa resta aperta anche con il centrodestra. Il problema è Forza Italia, che si è impuntata e vuole che il Movimento chini il capo davanti all’ex presidente del Consiglio. Condizione irricevibile, che nemmeno le telefonate di Matteo Salvini a Luigi Di Maio (“lo sento più della mia mamma”, ha detto) sono riuscite ad ammorbidire: “Siamo disposti ad incontrare solo lui, che per gli elettori è il leader del centrodestra”.

È stato il giorno delle riunioni saltate perché prima i Cinque Stelle hanno deciso di annullare l’assemblea degli eletti, convocata per ieri all’ora di pranzo. Volevano prima capire che intenzioni avesse il centrodestra, che li aveva invitati a discutere insieme agli altri partiti. Poi, quando hanno capito che l’obiettivo di Berlusconi era solo quello di sedersi allo stesso tavolo del leader grillino, hanno declinato l’invito. Di Maio ha ottenuto di vedere solo i capigruppo, che ieri sera alle 8 si sono presentati nella Sala Tatarella, al piano degli uffici del Movimento alla Camera. Un altro capriccio, stavolta soddisfatto.

Eppure, ieri, è stato soprattutto il giorno delle delusioni. La prima è quella di Roberto Fico. La sua candidatura alla presidenza della Camera pareva certa: Luigi Di Maio l’aveva pubblicamente benedetto davanti agli eletti, due giorni fa. Ieri mattina però gli è toccato ammettere che avevano fatto male i calcoli: così, lo stesso Fico ha fatto presente che non aveva nessuna voglia di farsi impallinare, visto che a Montecitorio fu già candidato di bandiera nel 2013. Oggi bisognerà capire se i Cinque Stelle proporranno già alla prima votazione un nome loro: se saltasse Fico, c’è la carta di Riccardo Fraccaro. Ieri, per qualche ora, c’è anche chi ha pensato di cambiare schema: visto che l’elezione alla Camera è più rischiosa, si è riflettuto, potremmo giocarci il Senato. Impresa spericolata, con il centrodestra che ha scelto Romani, un nome non sgradito nemmeno al Pd. Ma nel M5S spiegano che non è stata mai un’ipotesi presa sul serio: piuttosto, dicono, il tentativo di senatori e senatrici di farsi avanti, per pura ambizione personale. La stessa che ha spinto Carlo Sibilia, ieri, a trattare da solo con i leghisti. Luigi Di Maio è furibondo con lui.

B. batte i pugni con la Lega e chiede lo scalpo dei grillini

Senato del Popolo Romani? Come in una mano di poker al buio – ché questo è lo stato dell’arte prima della notte – Silvio Berlusconi non cede sull’impresentabile Paolo Romani, condannato per peculato, e anzi rilancia. Per il secondo giorno consecutivo è il capogruppo azzurro uscente a Palazzo Madama il candidato del centrodestra alla presidenza del Senato. Un nome “invotabile” per il M5s ma che il Pd, anche per non spaccarsi, potrebbe favorire con l’annuncio di astenersi. Cambierà qualcosa nella notte, prima della seduta inaugurale di oggi, con inizio alle dieci e trenta?

La mossa del Pregiudicato – che ha visto uniti i due grandi avversari del suo cerchio magico: Niccolò Ghedini e Gianni Letta – sospinge nell’angolo non solo Di Maio ma anche e soprattutto l’alleato vincitore della destra, Matteo Salvini. Ieri ancora un vertice a Palazzo Grazioli tra B., Salvini e Meloni di Fratelli d’Italia, dopo quello di mercoledì. Il leader del Carroccio, che ormai sente Di Maio al telefono più volte della mamma, ha tentato invano un “reset” della trattativa. Con una donna azzurra al posto del condannato Romani – Elisabetta Casellati oppure Anna Maria Bernini –l’accordo istituzionale per le presidenze delle Camera tra centrodestra e grillini si sarebbe chiuso in un minuto.

Invece no. Il pressing salviniano è stato infruttuoso e all’ultima riunione, quella di ieri sera tra i capigruppo di tutti i partiti, l’esuberante Renato Brunetta si è presentato con arrogante sicumera: “Noi di Forza Italia possiamo trattare solo sulle vicepresidenze, per le presidenze il nostro leader è Silvio Berlusconi”. Chiaro il messaggio per il M5s: se Di Maio vuole un accordo deve vedersi con l’ex Cavaliere. Una proposta inaccettabile per il candidato premier pentastellato ma il vero punto, molto più che simbolico, su cui si è giocata sinora la partita.

Berlusconi al tavolo con Di Maio sarebbe stata la foto dell’anno, ma l’ex premier è stato respinto senza una sola parola di solidarietà di Salvini. Di qui la tigna berlusconiana su Romani e le difficoltà gemelle dei due vincitori giovani del 4 marzo. Non solo. Lo stesso Romani ha marcato a uomo la sua candidatura. Presente anche lui ieri sera, mentre nell’assemblea pomeridiana dei gruppi di Forza Italia ha esordito così: “Il candidato sono io”.

Risultato: alle prime due votazioni di oggi il centrodestra voterà scheda bianca; dalla terza al ballottaggio della quarta comparirà il nome di Romani. A quel punto basteranno i voti del solo centrodestra, cui bisogna aggiungere l’astensione amichevole del Pd.

Nella riunione serale tra i capigruppo la rottura tra il centrodestra e il M5s sarebbe stata totale. Dopo l’ennesimo ultimatum forzista su un vertice di tutti con Berlusconi, Di Maio ha finalmente dato un segno di vita: “Sono disposto a incontrare Salvini, il leader del centrodestra”. Il puntiglio berlusconiano è tale che pure la proposta di mediazione di Ignazio La Russa, cioè una rosa con altri nomi del centrodestra, pone come condizione una sorta di Nazareno a cinque stelle istituzionale con Berlusconi e Di Maio. Altrimenti la coalizione vincitrice metterà per la Camera il nome del leghista Giancarlo Giorgetti.

Su queste basi si arriva oggi alla giornata inaugurale del Parlamento. A Palazzo Madama, epicentro della crisi, si tenterà di aprire nuovi spiragli di trattativa, visto che i primi due voti saranno “bianchi”. Domani il momento clou con l’eventuale ballottaggio. E se Romani dovesse scavallare da candidato anche la giornata di oggi, riuscirà a tenere compatto il centrodestra nel voto segreto? Senza dimenticare che la radicalizzazione della destra sul suo nome potrebbe generare sorprese di vario genere, compresa quella di una sponda ribelle della Lega e del Pd antirenziano a un candidato votato dai Cinquestelle. Un muro contro muro come quello di cinque anni fa tra il forzista Schifani e l’allora democratico Grasso.

Le partite delle presidenze sono sempre complicate e può capitare di andare a dormire da presidente in pectore e risvegliarsi il mattino successivo da candidato silurato. Il gioco comincia oggi. E sarà durissimo, non duro.

Tom Tom

Come i lettori avranno notato, dopo il voto il Fatto – un po’ per serietà un po’ per noia – si è sottratto al giochino del “chi telefona a chi”. Così ci siamo risparmiati quella dozzina di nuovi governi già fatti che quotidianamente i giornaloni hanno dato per certi, salvo annunciarne subito altri di segno opposto. La verità è che se un governo nascerà e, nel caso, quale, non lo sa nessuno: né Mattarella né i leader dei partiti, figurarsi noi giornalisti. Quel poco che sappiamo è chi ha vinto (M5S e Lega), chi ha perso (Pd e FI) e quali sono le 5 maggioranze di governo possibili sulla carta.

1) Lega+5Stelle: è il sogno del Pd e di Repubblica, ansiosi l’uno di riprendersi il monopolio sugli elettori di centrosinistra e l’altra di dimostrare che erano vere tutte le balle raccontate sui patti occulti Di Maio-Casaleggio-Salvini e sui 5Stelle fascio-razzisti; conviene a Salvini, che ucciderebbe B. con un paletto di frassino al cuore; ma non conviene a Di Maio, che perderebbe tutti gli elettori di centrosinistra (la maggioranza, specie dopo l’ultima tornata) e una parte dei suoi eletti (in gran parte meridionali); dunque è improbabile.

2) Centrodestra+Pd: è il sogno di B. (annacquerebbe Salvini e Meloni e tornerebbe all’amata sponda con gli inciucisti renziani) e di Renzi (rimetterebbe a cuccia la sinistra interna); potrebbe far comodo a Salvini, che darebbe le carte come leader del centrodestra; e pure ai 5Stelle, ricacciati per l’ennesima volta all’opposizione, stavolta però da soli, con la prospettiva di veder naufragare l’inciucione e capitalizzare il malcontento alle prossime elezioni, magari fra un anno con le Europee; quindi non è impossibile.

3) Centrodestra+5Stelle: piace a Salvini, che col M5S darebbe un segnale di novità e metterebbe in minoranza B.; non dispiace a B. come extrema ratio, per restare comunque determinante al governo piuttosto che irrilevante all’opposizione; ma sarebbe letale per i 5Stelle, che verrebbero linciati da elettori e militanti sulla pubblica piazza; dunque è improbabilissima.

4) Centrodestra+5Stelle+Pd: piace ai due sconfitti, cioè al Pd che non avrebbe nessuno all’opposizione e a B. che terrebbe un piede nel governo, sia pure non decisivo; ma sarebbe un suicidio per i due vincitori, perché né Salvini né Di Maio sarebbero determinanti e si perderebbero in un grande blob indistinto; dunque è improbabile.

5) 5Stelle+Pd+LeU: è puro veleno per gli sconfitti Renzi e B., che resterebbero totalmente fuori dai giochi; conviene ai 5Stelle, che potrebbero realizzare alcuni punti cardine del loro programma.

Fa comodo a un Pd derenzizzato e a LeU, che potrebbero riunirsi, dimostrare agli elettori superstiti e fuggiti di essere guariti, varare le politiche sociali attese dai milioni di esclusi e garantirsi 2-3 anni di tranquillità per ricostruire dalle macerie un nuovo centrosinistra; non dispiace a Salvini, che completerebbe la cannibalizzazione di FI in un nuovo centrodestra a trazione leghista; dunque è la meno improbabile. E anche la più auspicabile. O meglio: lo sarebbe se, nella politica italiana regnasse la logica. Invece domina la follia. Nessuno si fida di nessuno, perché due dei quattro giocatori sono pugili suonati che non hanno ancora deciso cosa fare: B. cambia idea a ogni stormir di fronda; e il Pd è in stato confusionale, senza nessuno che comandi e prenda decisioni. E le due opzioni meno impraticabili dipendono proprio dal Pd: se rimane renziano, guarda a destra; se si libera di Renzi, guarda al M5S e a LeU. Ma al momento resta nel guado, come l’asino di Buridano in mezzo a due secchi d’acqua e due di avena: guarda di qua, guarda di là, non si decide mai e alla fine muore di fame e di sete. Lo si è visto già nella partita delle presidenze delle Camere, che non richiede alleanze durature, ma solo intese tecniche e momentanee, visto che nessun gruppo ha i numeri per eleggersi i due presidenti da sé. Insomma, basta un pizzico di responsabilità, flessibilità e fantasia per garantire una degna rappresentanza istituzionale ai tre poli e ai loro elettori. Di Maio, Salvini e B. si sono mossi, il Pd è rimasto fermo. Salvo ieri chiedere tutto trafelato di rientrare in partita a tempo quasi scaduto. Se si fosse attivato per tempo, avrebbe potuto ottenere una delle due presidenze, essendo pur sempre il secondo partito: magari con l’aiuto dei 5Stelle, certamente meno imbarazzati a votare uno Zanda al Senato o un Franceschini alla Camera che un Romani o un Gasparri.

Ma finora chi sondava il Pd non sapeva con chi parlare e incontrava solo autocandidati privi dell’appoggio dei gruppi parlamentari, balcanizzati in sei o sette bande. Così, per ora, il Pd ha perso la partita per abbandono, senza neppure giocarla. Dopodiché, per quei misteriosi motivi che impongono sempre a Salvini di cedere a B. dopo tanto strepitare, la Lega vincitrice ha ceduto a FI sconfitta la presidenza del Senato. E così i maldipancia del M5S per l’accordo obbligato con chi ci stava (il centrodestra, in mancanza di meglio) sono diventati dissenteria e vomito, visto che B. non riesce a proporre che pregiudicati. Vedremo se il veto di Di Maio su Romani sortirà l’effetto sperato. Se B. insisterà sul condannato, i 5Stelle potrebbero convergere su Zanda (o chi per lui) e inguaiare il Pd, che vorrebbe astenersi per far passare Romani e preparare l’inciucio prossimo venturo. Se invece il Pd si asterrà fino all’ultimo, B. dovrà sperare di eleggersi Romani con tutti i voti del centrodestra (salvo scherzetti dei leghisti nel segreto dell’urna). Oppure mollare Romani e proporre figure meno sputtanate e sputtananti per chi le vota e per l’istituzione che dovranno rappresentare. Ma, com’è noto, un forzista incensurato è un ossimoro.