A novembre Milano ospiterà Book City, “senza competitività”

Sarà la BookCity del 15-18 (novembre): sono queste le date della 7ª edizione della rassegna che Milano dedica al libro e alla lettura. Cuore sarà il Castello Sforzesco, cui si affiancheranno altri “Punti Cardinali”: l’anno scorso sono state 200, per circa 1.100 eventi, 1.200 classi di studenti coinvolte e 175mila presenze. “Bulimia o crescita?”, si è chiesta la professoressa Paola Dubini della Bocconi. Ebbene, la crescita c’è ed è qualitativa: nei primi sei anni (2012-2017) le sedi sono aumentate di oltre il 100% e gli eventi di oltre il 200%, disseminati in tutta la città, non solo in centro. Su 73 Cap della grande Milano, l’ultima edizione ne copriva 49, cioè il 67% del territorio ha ospitato almeno un evento. Macro-temi del 2018 sono l’Individuo, la Collettività e la Tecnologia, strizzando l’occhio alla vocazione internazionale della manifestazione, che ha contribuito, nel 2017, al battesimo di Milano come “Città Creativa Unesco per la Letteratura”.

Filippo Del Corno, assessore alla Cultura – tra i promotori con l’Associazione BookCity (cioè le Fondazioni Corriere, Feltrinelli, Mondadori e Mauri) –, ha incensato il rapporto “coopetitivo, non competitivo, con le altre rassegne librarie cittadine”, dalla Milanesiana a Tempo di Libri.

Gregorio e Federico, la legge si fa storia

Ildebrando di Soana divenne Papa Gregorio VII nel 1073, ma da anni dominava la Curia romana. Il successore di Pietro era stato fin al suo avvento quasi un vassallo dell’Imperatore, e se non da lui veniva eletto dai nobili romani. Con Gregorio, che si emancipa da ambedue, incomincia una serie di Papi, giungente a Bonifacio VIII (morto nel 1303), quasi tutti armati di somma dottrina e invincibile volontà di potenza. La prima è al servizio della seconda nel dimostrare quale verità religiosa che, essendo il Pontefice il vicario di Dio, è anche la fonte del potere politico e della legge, e la sua autorità non ha superiori né pari. Anche l’Imperatore deve sottomettervisi.

Tra Impero e soglio di Pietro s’incuneano i regni. In apparenza un fenomeno di disturbo per ambedue. Ma forti di una fatalità storica; e usati dall’uno e dall’altro nel reciproco conflitto. All’epoca di Gregorio la gran parte d’Italia è possesso dei Canossa; ma nasceva il regno normanno. Ruggero I e II liberarono la Sicilia dai Musulmani; il Papa ebbe con loro conflitti e alleanze. Ruggero II si considerava pari agli Apostoli, come l’imperatore d’Oriente: il mosaico nella cattedrale di Palermo lo raffigura incoronato direttamente da Cristo, Re insieme e sacerdote: schiaffo senza pari al Papa. Ed ecco giunger un evento che la Santa Sede non immaginava nemmeno quale incubo. Il rampollo normanno era anche rampollo imperiale: Federico II diviene Imperatore e re di Sicilia, ossia dominus di uno Stato che dal Lazio e dagli Abruzzi giunge ininterrottamente alla Trinacria.

In quanto re di Sicilia, egli era nominalmente un vassallo del Papa; in quanto Imperatore, venne da Innocenzo III allevato e, per la dottrina papale, era della Chiesa un devoto figlio. La sua volontà di potenza si scontra con quella dei pontefici. Essa non è solo personale; di più, è quella delle due istituzioni che in lui s’incarnano. Il conflitto durerà tutta la vita di Federico, porterà a una continua giostra di scomuniche, riconciliazioni, persino a una Crociata (mentre si svolgeva il Papa tentò di detronizzarlo), la vittoria di Federico nella quale diede fastidio al vicario di Dio.

Il punto più alto del conflitto principia nell’estate del 1231: Federico sta per emanare, come poi emana, una Costituzione del regno. Atto inaudito: per Roma, un Re non ha facoltà di legiferare. Le due cancellerie redigono documenti insieme ricattatorî, mendaci, di alta dottrina e persino sostenenti verità generali, principî di umanità e libertà sul piano del diritto. Vicenda capitale alla scaturigine dell’identità europea. Ortensio Zecchino la narra in modo scientificamente profondo, storicamente e letterariamente appassionante. La interpreta in senso novativo, apporta documenti o non ben conosciuti o non ben interpretati, la silloge dei quali è poi, nel testo latino originale, presente nel volume: Gregorio contro Federico. Il conflitto per dettar legge, Salerno editore, Roma, 2018, pp. 285, euro 22. L’Autore è uno storico del diritto e uno dei più grandi esperti viventi della storia dei Normanni e di Federico II: onde il libro, che si diparte da temi giuridici, acquista sin dall’iniziale ricostruzione il tono alto della storia, percepibile sin dalla augurale citazione di Benedetto Croce. Il senso del racconto è nel titolo dell’ultimo capitolo, Due buone ragioni in conflitto. Zecchino ricorda che legge immutabile della storia è l’eterogenesi dei fini, onde due volontà di potenza possono, pur se in mala fede, fare un proclama di libertà. La quale, poi, a volte incomincia a percorrer da sé il suo cammino.

 

Sei stato uno scrittore poliedrico, Giovanni Arpino

Randagio è l’eroe, recita uno dei titoli più indovinati di Giovanni Arpino – scrittore tra i più grandi della nostra narrativa, vincitore di Strega e Campiello e ispiratore di film di successo – e randagia è la sua parabola editoriale, scandita da anni di oblio (c’è un Novecento italiano che fuori dalle prescrizioni scolastiche e dal turn over degli umori critici fatica a guadagnarsi visibilità), riemersioni (gli anniversari tondi propiziano la ripubblicazione di testi dimenticati giusto il tempo di aggiornare la contabilità delle resurrezioni) e continue migrazioni (scadenze di diritti riscattate da editori che lasceranno riscattare a loro volta i diritti da altri editori).

Lo scorso anno, felice intersezione di una doppia ricorrenza (90 anni dalla nascita e 30 dalla morte), sugli scaffali delle nostre librerie si è materializzato un discreto bottino di opere. Su tutte La suora giovane, a suo tempo lodato da Montale: pudori e trasgressioni sentimentali tra un ragioniere e una novizia in una livida Torino invernale del 1950. Ponte alle Grazie lo ha ristampato nella sua collana principale di narrativa, restituendogli le insegne di una novità e non di un tascabile con riproduzione fotostatica (brutto vizio di certa editoria sui classici di ieri e di oggi). Singolare che a ravvivare la memoria di Arpino (nato a Pola ma torinese d’adozione, anzi torinese per antonomasia) siano state per lo più sigle piemontesi. Araba fenice ha riproposto Gli anni del giudizio (le disillusioni di un operaio comunista alla vigilia delle elezioni del 1953), Slow food L’ultima osteria (racconti intorno al cibo tra bar e ristoranti) e Lindau Racconti di vent’anni (corposa raccolta di 700 pagine di “un’umanità stretta tra le necessità del reale e la fuga nel fantastico”) e Le mille e una Italia (romanzo picaresco dedicato alla Storia d’Italia). Lindau, in questi ultimi anni, si segnala per il programmatico repêchage delle opere di Arpino, configurandosi di fatto come il catalogo di riferimento. Certo, raccogliendo il testimone da Baldini e Castoldi e Bur che in precedenza o in parallelo hanno reso di nuovo reperibili romanzi come Il buio e il miele, da cui il celebre Profumo di donna con Gassman o Azzurro tenebra, il più bel romanzo italiano sul calcio (e vale la pena richiamare l’Arpino giornalista sportivo, con i pezzi dettati a braccio sempre impeccabili e la rivalità a colpi di virtuosismo con Brera). Lindau, tra gli altri, ha riportato in libreria due anni fa L’ombra delle colline, premio Strega 1964, viaggio nel passato di un uomo schiacciato da rimpianti e sensi di colpa dopo la lotta partigiana.

Arpino – monumentalizzato in un Meridiano nel 2005 e con una presenza editoriale pur intermittente e frammentata tra più cataloghi (chissà che destino diverso avrebbe la sua produzione nobilitata da una Adelphi) – si distingue eccome da tanti sommersi del nostro Novecento. E tuttavia non si può non rilevare che ad Arpino sfugga ancora l’allure di autore ineludibile, di quelli che piacciono alla gente che piace. Per questo è degno di nota che minimum fax, nella sua storica collana dei Classics, accanto a maestri di lingua inglese come Malamud o Yates, inauguri l’ingresso del tricolore proprio con Sei stato felice, Giovanni, esordio di Arpino del 1952 nei Gettoni einaudiani.

Il romanzo, con prefazione di Gianni Mura, esce il 28 marzo e segna un cambio di prospettiva nella ricezione dell’opera di Arpino. La casa editrice romana, crocevia di un lettorato sensibile alla qualità che diventa tendenza, è come se applicasse una mano di vernice glamour sopra un muro di carta in una stanza semivuota. La storia, ambientata tra i caruggi della Genova del Dopoguerra, racconta la personale ricerca della felicità di ragazzi spiantati in un affresco da lost generation alla Fitzgerald, dove la smania di spreco tipica della giovinezza regala una libertà forse impossibile da riscattare nel secondo tempo della vita. Sei stato felice, Giovanni ritorna in un’edizione che può essere ficcata in tasca, passare di mano in mano, interagire con il mondo di oggi. Una riscoperta che vale la pena.

“La privacy per noi è l’ultimo bastione sacro della libertà”

Non solo un blockbuster, ma “un atto di difesa dell’ultima libertà, la privacy”: Ready Player One arriva il 28 marzo nelle nostre sale, il suo regista Steven Spielberg è stato insignito del David di Donatello alla carriera.

Spielberg, perché ha deciso di adattare il best-seller di Ernest Cline?

Non leggevo qualcosa di così entusiasmante dai tempi di Jurassic Park di Michael Crichton, ho pensato subito si potesse trarne un film popolare. Mi ha attratto l’idea di questi due mondi, reale e virtuale: è solo questione di anni, e pure noi avremo l’equivalente dell’Oasis creato da James Halliday, un social network nel cyberspazio.

Anche lei è un creatore di mondi.

E mi identifico in Halliday, con qualche differenza: io non sono totalmente timido, soprattutto, io amo le persone, mentre lui ne ha paura. Anch’io, poi, sono un nerd della prima ora, ma all’epoca non era così popolare esserlo, viceversa, oggi chiunque faccia cinema sembra voglia entrare nel club. Io ho fatto progressi, sono diventato un geek.

Forse non era nerd Stanley Kubrick, ma in Ready Player One gli tributa grandi onori. Omaggia Shining e ricrea l’Overlook Hotel.

L’Overlook Hotel: Stanley per la prima volta l’ho incontrato lì, su quel set. I falegnami e i pittori avevano appena finito di allestirlo, eravamo solo noi due, nessun’altro. È nata una splendida amicizia, durata per 19 anni, fino alla morte di Kubrick.

Nemmeno tre mesi fa ha portato in sala The Post, un peana alla libertà di stampa: che cosa tiene insieme i due lavori?

Possiamo leggere i giornali e contemporaneamente fruire un’esperienza virtuale, innanzitutto. Io i giornali li leggo ogni mattina, di carta, voglio poterli sfogliare. Venendo ai film, The Post è ambientato nel mondo reale, analogico; quest’ultimo nel mondo virtuale, digitale. Per gli effetti speciali di Ready Player One c’è voluto un anno e mezzo, un lasso di tempo in cui ho potuto realizzare The Post.

All’ordine del giorno c’è lo scandalo Cambridge Analytica, un’azienda di marketing online che avrebbe utilizzato scorrettamente una mole di dati prelevati da Facebook. Nel suo film si parla di una “evil corporation” informatica…

La IOI, acronimo di Innovative Online Industries: una multinazionale cattiva, che ha distrutto l’originaria purezza di Oasis per ottenere profitti pubblicitari. Al vertice c’è Nolan Sorrento, che cerca di acquisire il controllo del cyberspazio: Halliday l’aveva tenuto sgombro da spot e shopping, intendendolo quale luogo di gioco, istruzione, amicizia e amore, viceversa, Sorrento vuole inzepparlo di cookies e assicurarsi l’Easter Egg. Un’illusione, Oasis, che la commercializzazione manda in frantumi.

C’è un corollario fondamentale: la minaccia alla privacy.

La distruzione della privacy mette ogni utente a nudo. Tutti desiderano preservarla, e non stupisce: la privacy è l’ultimo sacro bastione della libertà. E Ready Player One suona come un monito. Nel suo prevalente intrattenimento è insito un cautionary tale, una storia ammonitrice, con un messaggio politico: i problemi vanno affrontati nel mondo reale, nel presente. Io ho sette figli e quattro nipoti, il primo ha già avuto lo smartphone. Oggi anche quando i ragazzini si incontrano fisicamente è per giocare online: si perde il contatto visivo, il contatto umano, le emozioni vengono affidate a un emoji. Almeno in Oasis col visore non c’è il problema di dolori al collo e cervicale, viceversa, qui stanno tutti piegati sui telefonini.

Lei è nato nel 1946, un’altra epoca.

Sì, sono nato BTV: Before Television. Noi avevamo la radio, e la guardavamo pure, nel senso, osservavamo la grana della vernice. Poi sono arrivati i primi apparecchi, la tv ha iniziato a sedurre, facendo la guerra al cinema e inchiodando le persone a casa. Ma per me piccolo la grande fuga dalla realtà era la letteratura.

Il David in bacheca e un film su Edgardo Mortara in cantiere, anche Spielberg è un po’ italiano. Nel nostro cinema qualcosa si muove sul versante femminile, Dissenso Comune prende esempio da Time’s Up.

Io e mia moglie abbiamo finanziato Time’s Up, fornisce alle donne vittime di abusi sessuali e ineguaglianza di genere – che per la stragrande maggioranza non sono celebrities – assistenza legale. Da sole non potrebbero sostenerla per cui tacerebbero: è un’azione importante.

Colapesce: “Basta vittimismo, ribelliamoci”

“C’è una predisposizione al pensiero mafioso a Catania difficile da sradicare”. Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, 34 anni, cantautore catanese d’adozione ama alla follia la Sicilia e, per questo, non le risparmia critiche: “Buttare soldi in sagre della salsiccia con carretti siciliani e cannoli non valorizza la tradizione ma danneggia solo i giovani artisti da cui bisognerebbe ripartire”.

Quanta Catania c’è nelle sue canzoni?

Il legame è fortissimo, ho studiato qui alla Facoltà di Lettere, respiro tra queste strade assolate. Soprattutto nell’ultimo album, Infedele (2017), c’è molta influenza della città.

I catanesi fanno abbastanza per opporsi alle mafie?

È un tasto dolente. Penso che la Sicilia tutta debba ancora fare molti passi avanti. Il pensiero mafioso è talmente radicato… La coscienza anti-mafia è confinata in una piccola minoranza e negli studenti: ecco, essere una città universitaria aiuta Catania, nonostante gli scandali all’interno dell’ateneo, dipendenti dalla politica, di qualche tempo fa. Puntare sulle nuove generazioni è l’unica possibilità.

Catania, la Sicilia, il Sud: sono abbandonati?

A volte diventa vittimismo di comodo per dire: così ce la sbrighiamo noi. Nucleo del pensiero mafioso. D’altra parte la tendenza al lamento è radicata nell’animo siciliano come hanno spiegato meglio di quanto potrei farlo io Giovanni Verga, Luigi Capuana, Luigi Pirandello o Gesualdo Bufalino. Le cose si lasciano correre. La ribellione non è contemplata. Detto questo, c’è la parte sana della Sicilia con qualità immerse nel “bello” e nella cultura.

Ha scelto un nome impegnativo: “Colapesce” è la leggenda di un ragazzo che porta sulle spalle il peso della Sicilia.

(ride) Non sento questa eccessiva responsabilità diciamo, ma mi piaceva molto l’idea del “sacrificio per qualcosa che ami”. Oltre al fatto che mia mamma mi raccontava sempre quella storia quando ero piccolo.

Quale futuro per Catania?

Ci sono dei piccoli germi di arte e cultura, penso al Teatro Coppola occupato, da cui si può ripartire. Abbiamo una tradizione artistica, da Bellini a Battiato, poi sopita e che ora va ripresa. Purtroppo…

Purtroppo?

Ad esempio io lavoro poco a Catania, vado più al Nord. Qui in Sicilia si buttano via soldi con sagre della salsiccia di ogni tipo, con manifestazioni di dubbio gusto che mortificano il folklore riducendolo al carretto siciliano e al cannolo. Le tasche dei Comuni così si svuotano senza valorizzare la presenza culturale locale. Perché qui gli artisti ci sono e sono tantissimi. La musica alternativa è l’anticorpo culturale che andrebbe usato di più e meglio, anche contro la mafia.

I Briganti che salvano i giovani: 250 ragazzi arruolati dal rugby

C’è un piccolo stadio da rugby a Catania, inerpicato nella parte alta del quartiere Librino, il cui manto erboso sembra più quello di un campo di patate, purtroppo. Ma non basta certo a fermare la determinazione e la voglia di giocare con la palla ovale dei 250, tra bambini e ragazzi, che indossano le divise delle squadre maschili e femminili dei Briganti.

I Briganti Librino presidiano questo angolo di Catania, in realtà una città-satellite a ridosso dell’aeroporto di Fontanarossa, 100 mila anime tra palazzoni e cemento dove sarebbe dovuto sorgere, negli anni Settanta, un quartiere modello con un parco da 31 ettari e molti spazi verdi, come prevedeva il progetto che fu affidato al gruppo Kenzo Tange di Tokyo. Un sogno rimasto sulla carta, mentre l’urbanizzazione ha avuto un’evoluzione lenta ed estenuante. E mentre, come sempre avviene, nel “brutto” le piovre affondavano i loro tentacoli. Qui il clan Nizza lavora da anni per i Santapaola come gli Arena, tornati tra le braccia della “famiglia” storica dopo una pausa da fuoriusciti fra 2006 e 2011.

I 250 ragazzi dei Briganti potrebbero essere manovalanza criminale: l’impegno nel rugby toglie qualche possibilità, anche se non le elimina totalmente, al reclutamento delle cosche. Iniziano, invece, a correre verso la meta a otto anni, divisi in squadre fino alla categoria seniores, prossima alla promozione in serie C1, seguiti da una trentina di “adulti” fra allenatori ed educatori. Per questo motivo lo stadio dei Briganti, fatto anche di un paio di capannoni, palestra e libreria, è un’oasi fondamentale per il futuro del quartiere e della stessa Catania.

Il presidente Sergio Mattarella lo ha riconosciuto a gennaio, aggiungendo la visita nel suo giro in città, dopo l’incendio del club house – di origini dolose – che ha distrutto proprio parte della libreria dei Briganti. “Voi siete un punto di riferimento importante per i ragazzi di questo quartiere, dovete andare avanti”, parola del capo dello Stato. Sull’incendio si sono fatte diverse ipotesi, ancora nessuna ha trovato conferma, dalla “lezione” della mafia a una punizione dell’estrema destra, storicamente fortissima a Catania.

Perché i Briganti Librino non sono schierati politicamente come società, anche se all’interno del mondo del rugby sono considerati “rossi” non solo per le maglie. Ma almeno uno dei leader, l’allenatore Piero Mancuso non nasconde il suo cuore a sinistra, che lo ha portato anche a candidarsi alle ultime politiche sotto il simbolo di Potere al popolo. D’altra parte la storia dei Briganti nasce da un centro sociale, presente in questo stesso luogo per dieci anni, prima che il progetto-rugby “diventasse una cosa così seria da essere praticamente un lavoro a tempo pieno”, spiega lo stesso Mancuso. Che non ha problemi a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Se questo posto funziona credo sia un bene per tutta la città. Siamo un valore per il Comune, ma non sempre il trattamento che ci è riservato è adeguato e all’altezza del nostro compito”.

Mille promesse e complimenti, anche da parte del sindaco Enzo Bianco: “Questo è un quartiere simbolo delle nostre periferie – ha detto accompagnando Mattarella – Ci sono mille problemi da risolvere, ma qui si gioca il futuro della città”. E il “campo di patate”? Mancuso spiega: “A Palazzo degli Elefanti ci hanno promesso un intervento per sistemarlo più volte, l’ultima la scorsa estate. Ora ci hanno detto di aver trovato un fondo di 700 mila euro per stendere il sintetico. Speriamo sia la volta buona, ma quando si avvicinano le elezioni se le promesse non si concretizzano prima del voto il rischio è che poi vengano riposte nel cassetto”.

“Ciao mister”, alla chetichella mentre parliamo con Mancuso arrivano i “suoi” ragazzi, già in calzoncini e con le scarpette chiodate, pronti a iniziare l’allenamento.

“Sistema-Ciancio”, il padre-padrone è ancora alla sbarra: concorso esterno

Se c’è un volto che più di ogni altro rappresenta l’eterno e monolitico potere a Catania è quello di Mario Ciancio Sanfilippo, giornalista fondatore de La Sicilia, di cui è stato direttore, editore e di cui rimane il padre e padrone (l’erede è il figlio Domenico). Monopolista dell’informazione nella parte orientale dell’isola, è sua anche l’emittente Telecolor (“regalata” alla figlia Angela).

Adesso il “sistema Ciancio” va a processo, in quella che – come scrive la testata online Meridionews – “non sarà una passeggiata, ma una lunga maratona giudiziaria”. Ciancio ricomincia la corsa a 86 anni, nella città in cui il suo potere imprenditoriale non si è mai esaurito mentre quello politico dell’eterno sindaco Enzo Bianco pare ormai al tramonto e quello mafioso di Nitto Santapaola è, almeno in parte, sepolto al 41bis dalla cattura nel 1993. E Ciancio deve rispondere proprio dell’accusa di aver favorito la famiglia catanese di Cosa nostra.

Fu iscritto nel registro degli indagati nel 2010 e in questi otto anni è passato da una richiesta di archiviazione a un proscioglimento in udienza preliminare nel 2015 poi, però, annullato con rinvio dalla Cassazione. Fino al decisivo rinvio a giudizio del 1° giugno 2017. Saranno duecento le persone che sfileranno dal 10 aprile davanti al giudice, tra cui l’ex governatore Raffaele Lombardo, chiamato come teste dall’accusa, mentre la difesa di Ciancio ha inserito nella lista Bianco. Il sindaco uscente è protagonista con Ciancio dell’intercettazione rivelata da Meridionews nell’aprile 2013 sull’approvazione in Consiglio comunale del piano urbanistico. All’ultimo momento è arrivata anche la costituzione di parte civile del Comune di Catania, firmata in extremis proprio dal sindaco Bianco.

Secondo l’accusa Ciancio avrebbe messo a disposizione di Cosa nostra anche la linea editoriale de La Sicilia: la difesa guidata da Giulia Bongiorno ha prodotto un file con 80 mila citazioni della parola “mafia” comparse sul quotidiano, ma il giudice ha già respinto.

Catania clan e urne. Voto di scambio e “carusi” in attesa del posto da pusher

In fila al centro per l’impiego della cosca per iniziare la “carriera” a 13 anni. Succede nell’altra Sicilia, quella della mafia meno raccontata, della politica più compromessa, delle zone grigie che dominano un panorama con poche zone nere e ancor meno bianche. Perché qui niente è come sembra, il voto clientelare è ancora prassi, i “favori” sono la sopravvivenza. Palermo e “l’aristocrazia di Cosa nostra” di Stefano Fidanzati sono lontane, in uno scenario “liquido” il clan dominante oggi magari non lo sarà domani. I tentacoli della Piovra fino al 2010 hanno combattuto una guerra intestina, morti ammazzati tanti, ma adesso non si spara e i rapporti di forza sono più o meno consolidati: vige una pax mafiosa. La droga, che arriva via ’ndrangheta e Calabria soprattutto, racket e usura (70 milioni l’anno i proventi dei boss etnei e pochissime le denunce), sono le attività principali dell’economia per la città un tempo definita “Milano del Sud”.

Spaccio rione per rione e la mappa delle cosche

Catania è divisa in otto quartieri, per ogni quadrivio ci sono quattro o cinque piazze di spaccio. Vedette, pusher e manovalanza criminale sono ruoli e lavori ambiti, fin dai 13 anni. L’età di Antonio: “Qui non c’è lavoro, bisogna aiutare in casa, sto aspettando il mio turno, per la scuola c’è tempo e comunque i libri non ci danno da mangiare”. Racconta il ragazzo, capelli ordinati, sguardo vispo e Nike nuove ai piedi, aspettando da giorni un cenno dall’uomo seduto in una Bmw nera parcheggiata a qualche metro, in fondo alla strada. Il “suo turno” significa che Antonio è in fila, infatti, come ai vecchi uffici di collocamento, in attesa che dalla “piazza” del suo rione si liberi magari un posto da vedetta. Grazie alla progressione di carriera di un altro caruso, ad esempio, che può significare anche l’ingresso in una cella di qualche carcere.

Una “piazza” dà lavoro ad almeno sei carusi per turno; e vale ai clan, incasso a fine nottata, 15 mila euro al giorno per l’hashish e oltre 20 mila per la cocaina (sono 20 i chilogrammi venduti in media alla settimana). Posti di lavoro ambiti, quindi. Il tutto gestito da un gotha mafioso frammentato e indecifrabile: sono solo due le storiche famiglie affiliate a Cosa nostra (Santapaola e Mazzei), tutti gli altri – gruppi feroci e imprevedibili – non hanno mai messo piede all’interno della Cupola, ma pur senza “uomini d’onore” punciuti, a Catania hanno piena cittadinanza criminale.

Percorriamo la città per piazze di spaccio, per provare a ricostruire una mappa delle “famiglie”, seppur indicativa e suscettibile ai repentini cambiamenti di una realtà parcellizzata. Picanello, borgo marinaro Ognina: Santapaola-Ercolano e Laudani; Librino, la zona dell’aeroporto: Nizza (Santapaola) e Arena; San Cristoforo: Cappello-Carateddi; corso Indipendenza: Cappello e Cursoti catanesi; San Berillo Nuovo: Cappello e Cursoti milanesi; zona stazione: Pillera-Di Mauro; paesi pedemontani: Santapaola e Laudani. Le “piazze” sono divise, spartite, addirittura i clan si sostituiscono al cambio del “turno”. Ma all’elenco bisogna aggiungere un’altra famiglia, presente quasi in ogni luogo, i Mazzei: incutono timore più di tutti gli altri adesso, anche a Palermo.

È qui quel che resta dei Corleonesi

Affiliati a Cosa nostra, i Mazzei sono gli ultimi rappresentanti sull’isola – sconfitti dallo Stato i Corleonesi – ad aver aderito all’ala stragista di Riina; mentre Nitto Santapaola, al 41-bis dal 1993, “regnava” su Catania, sempre in accordo con i viddani, ma sposando e anzi anticipando, fin dagli anni Settanta, la strategia della sommersione di Bernardo Provenzano. E nel dna della città l’opacità di questo modus vivendi è rimasta. Niente attacchi allo Stato, niente omicidi eccellenti con le sole eccezioni, che confermano la regola, del giornalista Pippo Fava, ammazzato il 5 gennaio 1984, e dell’ispettore Giovanni Lizzio, ucciso il 27 luglio 1992. Perché alla mafia di Catania non è mai servita e non serve nessuna Trattativa, la compromissione è strisciante.

Raggiungiamo a Caltanissetta un uomo di Stato, il sostituto procuratore Pasquale Pacifico, minacciato di morte dal clan Cappello; ci spiega: “Che la politica e i suoi rappresentanti a Catania siano conniventi con i mafiosi non è un parere o una sensazione, ma una certezza. I modi di fare affari ci sono e oggi non serve neppure esporsi troppo. Purtroppo a Catania il livello della tensione morale, anche della società civile, è vicino allo zero”. Infatti gli arresti, scattati una settimana fa, di quattro funzionari e dirigenti del Settore ecologia del Comune di Catania per un maxi-appalto sui rifiuti da 350 milioni di euro, sono soltanto un piccolo esempio di quanto si muove, lentamente, come la lava del vulcano, sotto l’Etna.

La fine dell’era Bianco e la Primavera tradita

E il 10 giugno si torna a votare. L’era di Enzo Bianco, il sindaco della primavera incompiuta e tradita (dopo un breve mandato di un anno e quattro mesi tra 1988 e ’89 è stato sindaco dal 1993 al 2000 prima di ritornare nel 2013 a Palazzo degli Elefanti) questa volta sembra davvero al tramonto. Nonostante l’annunciata ricandidatura voluta al Nazareno dal Pd in disarmo, i successi elettorali del centrodestra, alle Regionali del novembre scorso, e del Movimento 5 Stelle, alle ultime Politiche, restringono lo spazio per un recupero del sindaco uscente, dato già per sconfitto dagli osservatori. Tutti scommettono su Salvo Pogliese, candidato di Forza Italia, il cui faccione sorridente saluta gli etnei dalle gigantografie a ogni angolo della città e promette “una scelta d’amore per Catania”. Il Movimento 5 Stelle, in una votazione del locale meet-up, ha scelto Giovanni Grasso, docente di Teoria e tecnica dell’interpretazione scenica all’Istituto musicale Vincenzo Bellini. Nonostante la valanga di voti delle Politiche pare una candidatura troppo debole, almeno sulla carta. Potere al popolo tirerà fuori dal cilindro un volto di sinistra il 28 marzo, mentre oltre la destra ufficiale e favorita c’è un consigliere comunale uscente, Riccardo Pellegrino, che risponde all’“amore” di Pogliese con la lista “Catania nel cuore”. O nel Caf, verrebbe da dire. Perché cade subito all’occhio, percorrendo strade e viuzze del centro come della periferia, che a Catania c’è un numero spropositato di Caf (centri per l’assistenza fiscale), un centinaio sparsi per tutta la città. E almeno sei di questi sono riconducibili proprio a Pellegrino, politico che rivendica l’amicizia con Carmelo Mazzei, incensurato, ma figlio del superboss Nuccio, ’u Carcagnusu al 41-bis da tre anni (mentre il nonno Santo è in carcere dal ’92), considerato ancora il capo famiglia e, soprattutto, il rappresentante a Catania di Leoluca Bagarella, il vice-Riina al 41bis dal 1995.

La borsa della spesa e poi la “x” sulla scheda

Un’amicizia, quella tra Pellegrino e Carmelo Mazzei, che insomma non imbarazza poi molto; tra i pochi a chiederne conto c’è stato, inascoltato, Claudio Fava, candidato sconfitto alla presidenza della Regione Siciliana contro il vittorioso Nello Musumeci. Pellegrino fa spallucce e il suo amico Carmelo non è mai finito nei guai per gli affari del clan, dall’arresto di Nuccio Mazzei governato strada per strada dai “colonnelli” Domenico Coglitore e Franco Raciti.

Ritorniamo ai Caf: tutti i “signori” della politica catanese ne hanno qualcuno a disposizione. “In campagna elettorale – racconta un investigatore – diventano luoghi per il voto di scambio. Si va là e si prende la ‘borsa della spesa’, che significa varie cose, dal pagamento delle bollette al pane assicurato per qualche settimana. Basta poco per un voto”.

Le prime elezioni social e Boldrini raccontate da Ennio Flaiano

La riflessione, si sa, è tutto. E infatti subito dopo le elezioni Laura Boldrini, pur eletta a Montecitorio nelle liste di Liberi e Uguali, si è presa qualche giorno di pausa e silenzio interrotto solo da un breve post su Facebook in cui diceva, appunto, che bisognava riflettere sulla sconfitta. Dopo un congruo numero di giorni l’ex presidente della Camera è invece tornata alla politica per così dire attiva e ora è in grado di spiegarci perché LeU ha preso gli stessi voti di Sinistra e Libertà nel 2013 nonostante fosse assai più onusta di leader, leaderini e leaderoni: “Abbiamo avuto poco tempo, poche risorse, poi abbiamo avuto il deficit più grande: non abbiamo capito che queste erano le prime elezioni digitali, le prime dei social media. E lì noi eravamo molto impreparati: si fa fatica a far capire ai nostri l’importanza della sfera digitale”, ha spiegato ieri a Milano. Problemi di linea politica, candidati, credibilità? Ma quando mai! LeU ha sottovalutato Facebook. E dire che Boldrini sono anni che lo dice: “Io avevo trattato tre anni fa, alla Camera, il tema dei dati raccolti in maniera non corretta (…) Zuckerberg lo convocano adesso, ma io a Zuckerberg scrissi lettere anni fa. E le risposte sono state inadeguate. Oggi sta venendo fuori che l’utilizzo dei dati altera la realtà e le elezioni”. Che poi Flaiano era riuscito a dire la stessa cosa in molte meno parole: “L’insuccesso mi ha dato alla testa”.

P.S. Restando a Flaiano, ci tortura una domanda: “Oggi il cretino è sempre più specializzato” vaticinava forse “le prime elezioni digitali”?

Le confessioni di Ettore, eroe

Del Rosatellum, sul Fatto, abbiamo scritto tanto e spesso, visto che la legge elettorale (approvata con ben otto voti di fiducia) regola il principio di rappresentanza. Ne abbiamo parlato prima che diventasse legge, e dopo; prima che venisse testato, e dopo. Nemmeno nelle nostre più nefaste previsioni, però, potevamo immaginare quel che, a diciotto giorni dal voto, abbiamo appreso e cioè che la conta degli eletti non finisce mai. Si aggiorna come il tabellone delle partenze e degli arrivi di una grande stazione, perfino dopo la proclamazione ufficiale della Corte di Cassazione (una cosa mai vista). L’effetto flipper della quota proporzionale spiega benissimo (e letteralmente!) l’espressione “non so più a chi dare i resti”. Perché sono proprio i resti a causare tsunami elettorali su e giù per lo Stivale, come ha raccontato Lorenzo Giarelli ieri sul nostro giornale. I riconteggi, anche con pochi voti di differenza, possono spostare un onorevole dalla Calabria in Veneto, con conseguente ricaduta a domino su altri eletti e altre regioni. Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da ridere. Per non dire dei drammi individuali di chi pensava di essere eletto, poi ha dovuto digerire un’esclusione e poi (forse) di nuovo l’orizzonte di un trasloco romano. Sono vivamente consigliati gli affitti temporanei. Per fortuna che s’invocava, da più parti, una legge che, poco dopo la chiusura delle urne, ci avrebbe detto immediatamente chi aveva vinto. “La sera delle elezioni si deve sapere chi governa” (come dicevano i renziani e non solo) è una frase da gente che confonde la politica con una partita di calcio, ma conoscere chi sarà a rappresentare la nazione in Parlamento due settimane dopo il voto, sarebbe invece un obbligo. E il minimo sindacale che si richiede a una legge elettorale.

Detto tutto ciò, dal 4 marzo uno spettro si aggira per gli studi televisivi: è il fantasma del Rosatellum e del di lui eroico padre, Ettore Rosato del Pd, che a reti unificate prova a salvare il salvabile, con ammirevole costanza. Martedì sera da Floris su La7, in studio ci sono i giornalisti Massimo Giannini, Massimo Franco e Maurizio Belpietro in collegamento. Al fuoco di fila di domande e critiche sull’inefficacia della legge, Rosato prova a tener testa, rigettando con sdegno l’accusa (mossa da Giannini) di aver voluto fare una legge che garantiva più che la governabilità, l’ingovernabilità: “È una banalizzazione da campagna elettorale!”. Oibò. Poi Belpietro sottolinea che il suddetto sistema serviva a favorire un accordo Forza Italia-Pd, poi rivelatosi impossibile per insufficienza numerica: “È la legge elettorale dell’inciucio”. E, nota Giannini, è tanto vero che Renzi e Berlusconi, con questo risultato che non rende possibile l’inciucio, si scoprono sprovvisti di un qualunque piano B. A quel punto interviene Massimo Franco: “Salvini ha capito che dalla legge elettorale si sarebbe avvantaggiata la Lega a spese di Forza italia. E il calcolo si è rivelato perfetto. Non vorrei essere offensivo, ma ho l’impressione che molti nel Pd e non solo possono venire definiti ‘grillini ad honorem’, perché quest’operazione di fare una legge di tutti per arginare i grillini, alla fine ha fatto un favore ai grillini”. E Rosato si arrende: “Concordo su questo”. A chi gli fa notare che ci poteva pensare prima, il babbo del sistema elettorale risponde allargando le braccia. Come dire: vabbè, è andata così.

Comunque Rosato, pur non particolarmente brillante nella complessa arte della legge elettorale, s’era impegnato tanto e questo per alcuni ha il suo peso: il Pd pensa di confermarlo capogruppo se non addirittura eleggerlo vicepresidente della Camera. Un onore più che meritato, evidentemente (sia detto allargando le braccia).