Cari dem, fate un referendum per le alleanze

Caro Partito democratico, ora che, come si dice a Roma, sei “arrivato” – ma, per carità, non poniamo limite al peggio – è il caso davvero di guardarsi in faccia e dirsi la verità.

Personalmente, ho sempre considerato naturale un incontro tra te e il M5S. Già nel 2013 ho pensato – sbagliando – che potesse/dovesse esserci sintonia tra voi su molti temi: ambiente, lavoro, battaglie civili, tagli a privilegi e costi della politica, questione morale, lotta a corruzione ed evasione fiscale… Mi sbagliavo, perché in questi 5 anni abbiamo visto tutt’altro. E non solo per colpa di Renzi.

Forse – dico forse – il M5S ha svelato un Pd e un centrosinistra imprevisti, illuminando ciò che erano stati per 20 anni di apparente opposizione al centrodestra berlusconiano. Forse – dico forse – il M5S è stato una sorta di cartina al tornasole, che ha spinto molti tuoi elettori a pensare (capire) che quella che avevano creduto opposizione in realtà era consociativismo (inciucio) su (quasi) tutto, e che le distanze erano sempre più sintonie.

Forse – dico forse – è per questo disvelamento progressivo che ti hanno bocciato il 4 marzo e hanno scelto le Stelle. Le analisi del voto sono chiare: i nuovi elettori 5S sono arrivati dall’astensione e – oltre 2 milioni – dal Pd e da chi nel 2013 aveva votato Scelta Civica; ora chi glielo spiega agli autorevoli editorialisti del “populismo” iracondo, che nel Movimento c’è più sinistra che destra e tanti moderati?

Ma il passato è passato, guardiamo al futuro: sai che forse – dico forse – queste elezioni possono essere per te una grande occasione? Come? Accordandosi su alcuni punti programmatici col M5S e sostenendo un suo governo. Tipo: taglio dei vitalizi (la legge Richetti non era tua?), nuova legge elettorale, reddito di cittadinanza (quello d’inclusione non è targato Pd?), superamento della Legge Fornero e del Jobs Act (quanti tuoi parlamentari le hanno votate obtorto collo?), etc…

Quali vantaggi avresti dall’offrire i tuoi voti senza avere in cambio poltrone? Intanto sarebbe epocale, e poi forse – dico forse – potresti recuperare credibilità di fronte al tuo elettorato smarrito (hai detto niente); per una volta, potresti tener fede alla parola data in campagna elettorale: “Non bisogna consegnare il Paese alle destre”; potresti essere un controllore inflessibile dell’azione di governo (facendolo “ballare” in caso di misure non condivise); ultimo, ma non ultimo, potresti realizzare davvero quel “senso responsabilità nell’interesse del paese”, di cui tutti vi siete riempiti costantemente la bocca in questi anni, per poi – altrettanto costantemente – rimangiarvelo.

Pensi che i tuoi non vogliano? Fai come l’Spd in Germania: un referendum alla luce del sole per chiedere agli iscritti se sostenere un governo grillino su quei punti o uno di centrodestra (a trazione leghista) o stare all’opposizione. L’ho proposto 10 giorni fa, ricevendo i cinguettii ironici di Anna Ascani: “Di Maio e Salvini non sono la Merkel” (Berlusconi, Alfano e Verdini, sì?). Difatti ora l’idea sta facendo breccia tra i dirigenti: il reggente Martina, Emiliano, Cuperlo, Richetti, Chiamparino, pure Rosato.

E più di loro contano gli elettori, che forse – dico forse – la pensano come me.

Un cordiale saluto.

Cassazione, il premio per l’onorevole Pd

Il Csm, giovedì scorso, ha deliberato di destinare alla Suprema Corte di Cassazione Donatella Ferranti, la magistrata in aspettativa per mandato parlamentare, non ricandidata dal Partito democratico alle scorse elezioni politiche. Si è, così, verificato quello che aveva preannunziato il settimanale l’Espresso che il 23 maggio 2016 aveva scritto “della ambizione della Ferranti di finire in Cassazione” quando fosse ritornata in magistratura.

Il Fatto Quotidiano, in più di un articolo, aveva, tenuto conto anche dello stato attuale della normativa, definita “paradossale” la possibilità per il magistrato, che rientri nell’ordine giudiziario dopo aver per anni svolto attività politico-parlamentare, di poter essere destinato alla Corte Suprema di Cassazione – che ha giurisdizione su tutto il territorio nazionale – sembrando inconcepibile che un magistrato il quale, da anni, non ha più scritto una sentenza, tenuta un’udienza, partecipato ad una camera di consiglio, potesse essere assegnato a quel massimo organo giurisdizionale che “forgia” i principi che regolano il diritto e che devono, poi, essere applicati nei casi concreti dai giudici di merito. Non a caso, l’art. 50 Dl.gs. n° 160/2006 prevede che il magistrato – cessato l’esercizio di una funzione elettiva extragiudiziaria – possa essere ricollocato in ruolo con assegnazione alla Corte di Cassazione sempre che, prima di assumere la funzione elettiva, fosse in servizio presso la Corte di Cassazione (o alla Procura generale della Corte ovvero alla Dna). Analoga previsione è contenuta nella circolare del Csm del 24 luglio 2014 secondo cui “i magistrati provenienti da uffici a giurisdizione nazionale sono restituiti al posto di appartenenza”, previsione ribadita nella delibera 21.10.2015.

Nonostante ciò, il Csm ha destinato alla Corte di Cassazione la Ferranti la quale: a) è stata per 10 anni deputata del Pd (2008/2018), con una forte caratterizzazione politica desumibile dall’essere stata presentata capolista a Roma nel collegio Lazio 2 nelle elezioni del 2013; b) è stata , per circa nove anni, nelle stanze del Csm, prima come magistrato-segretario, poi come vicesegretario generale e, infine, dal 2004 potente segretario generale, con una forte caratterizzazione in termini di appartenenza alla corrente associativa di Magistratura Democratica; c) non ha mai fatto, per venti anni, una sentenza, né tenuto udienze o camere di consiglio e, soprattutto, non ha mai svolto, nel corso della sua carriera, quelle “funzioni di legittimità” che le avrebbero consentito il ricollocamento in ruolo in Cassazione; ed è grave che la nomina a magistrato di Cassazione – (che riguarda il grado e la qualifica ed è presupposto per ottenere e svolgere le funzioni di legittimità, e necessaria alla Ferranti per ricoprire il posto di segretario generale) – sia stata equiparata all’effettivo esercizio delle funzioni di legittimità.

La nomina della Ferranti, approvata con il solo voto contrario del componente Morgigni, (e due astensioni), ha determinato un durissimo documento della corrente di “Autonomia e indipendenza” che ha denunciato essere la nomina “contraria alla legge e alle circolari del Csm” e tale da “legittimare chi abbia svolto rilevanti ruoli politici elettivi ad accedere senza concorso al supremo organo di giurisdizione in Italia”. Ma tale denuncia non sortirà effetto alcuno: il capo dello Stato, presidente del Csm, rimarrà silente, la Ferranti andrà tranquillamente in Cassazione ove, a breve, potrà diventare prestigiosa presidente di sezione, i componenti del Csm non saranno chiamati a rispondere ad alcuna autorità per avere adottato nell’esercizio delle funzioni un provvedimento “contrario alla legge e alle circolari”.

E allora, la ineludibile radicale riforma del Csm – di un organo affetto da cronica degenerazione correntizia e partitica – passa, anche e soprattutto, attraverso l’abolizione della immunità concessa ai suoi membri con legge n° 1.1981 secondo cui essi “non sono punibili per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni, e concernenti l’oggetto della discussione”.

Tale esimente, o scriminante, seppure concessa con legge ordinaria e non costituzionale, ha finito – soprattutto a seguito di una improvvida sentenza delle SS. UU. civili della Cassazione del 2002 (n. 3527) – per riguardare ogni tipo di responsabilità, non solo penale, ma anche civile, amministrativa, disciplinare; finisce, cioè, per consegnare al Csm una aperta qualificazione di totale irresponsabilità che appare, in concreto, di spessore ben più incisivo delle stesse “immunità” costituzionali: basta che il provvedimento del Csm sia adottato a seguito di una votazione per assegnare agli autori la franchigia auto-immunitaria. Il che in uno Stato di diritto è francamente intollerabile.

Mail box

 

Al momento Lega e 5Stelle non hanno interesse a unirsi

Di Maio e Salvini stanno infittendo i contatti per trovare un’intesa sulla possibilità di dare vita a un esecutivo in grado di governare. Non credo ci riescano, a meno che uno dei due non snaturi completamente i contenuti di quanto promesso in campagna elettorale. Cosa ne sarebbe di una Lega in gran parte depotenziata dei cavalli di battaglia storici quali lotta all’immigrazione, legge Fornero, politiche comunitarie? E come reagirebbero gli elettori dei 5stelle di fronte a una possibile resa sul reddito di cittadinanza contemplando nel contempo accordi con il nemico storico Berlusconi?

L’impressione è che nessuno abbia interesse a snaturarsi e che cerchi consensi attorno al suo progetto, anche se in politica l’arte sovrana della diplomazia offre risorse inaspettate. Dopo le consultazioni di rito e l’intervento del capo dello Stato, che si concluderanno probabilmente con un nulla di fatto, l’unica strada percorribile è quella di trovare un’intesa che produca una legge elettorale in grado di creare una maggioranza e ritornare nostro malgrado alle urne possibilmente in tempi brevi.

Giacomo Geninatti Chiolero

 

Una legge elettorale pensata per non dare governabilità

Politologi e costituzionalisti stanno lavorando alacremente, esponendo al popolo italiano le più

variegate alleanze politiche percorribili per giungere ad un qualche governo stabile e competente. Si stanno sprecando le suggestioni su quello che potrà accadere in Parlamento ma tutte le ipotesi di governo sono destinate a finire la loro breve corsa in un vicolo cieco, dove l’unica via di uscita sembra essere il ritorno alle urne. Il Pd ha scelto di stare all’opposizione mentre Lega e M5S hanno iniziato il gioco del cerino, un gingillarsi divertito già visto nel recente passato. Di Maio e Salvini si autodefiniscono il nuovo che avanza, invece dimostrano di aver assimilato il vecchio metodo di fare politica, non disdegnando una possibile alleanza verde-stellata da loro stessi definita inconcepibile fino a ieri. L’Italia è la fotografia di un labirinto, variabile a seconda delle geometrie configurate da maggioranze governative del momento. Il Rosatellum, come le ultime leggi elettorali, ha funzionato alla perfezione non consentendo una maggioranza parlamentare: governare sarà molto impegnativo per chiunque.

Silvano Lorenzon

 

Manca ancora una riflessione seria su questo voto

Vi sono due elementi che non vengono abbastanza rilevati in questa continua analisi del voto del 4 marzo, in attesa di cosa produrrà il tentativo di sanare la pazzia prodotta dal Rosatellum.

il primo elemento è la colpevolezza di Pd e FI nell’aver creato una trappola di ingovernabilità e instabilità, con i giornalisti che si limitano a dire a un Fiano con la faccia di bronzo che “qualcosina” da aggiustare nel Rosatellum c’è; lasciandosi rispondere che è stato fatto perché “gli altri” avrebbero affossato la legge elettorale alla tedesca (bugia che, ovviamente, non gli viene contestata).

Il secondo elemento è l’ormai acclarata irrilevanza in cui sono caduti i quotidiani di parte che hanno disperatamente cercato di condizionare il voto degli italiani pro Berlusconi o pro Renzi. E lo stesso dicasi per il Tg1 e il Tg2. Gli italiani sono stati più attenti alle loro bugie o mezze verità, cercando altri modi per informarsi; li hanno valutati per lo scadimento generale in cui sono caduti: bollettini di partito più che quotidiani o tg al servizio dei cittadini!

E hanno dato loro il ben servito, anche in termini di acquisto o audience.

Ma credo che i “colpevoli” non impareranno la lezione, almeno a sentire le analisi del voto fatte da alcuni giornalisti.

Barbara Cinel

 

Siamo destinati a un’altra “furbata” in vista delle urne

Dalle svariate ipotesi di accordi e accorducoli vari, che i nostri parlamentari stanno tentando di portare a conclusione per dare una maggioranza di governo più o meno stabile al nostro Paese, leggo una cosa che mi fa rabbrividire e che confermerebbe ciò che pensano a malincuore migliaia d’italiani. Cioè la totale indifferenza dei nostri politici a pensare realmente al bene comune, per dar sfogo a trame di partito degne del miglior Maurizio Sarri, ribattezzato “mister 33 schemi” per la sua duttilità tattica.

Non è possibile, che sia stata varata una legge elettorale come il Rosatellum, atta solo a cercare di non far vincere l’avversario, con tutto ciò che ne consegue ciò spettri come governi di larghe intese o peggio ancora, governi di scopo come paventa Padellaro nell’articolo di ieri. Se ciò fosse vero avrebbero il solo intento di cambiare una legge usata per tirare a campare e non soccombere totalmente alle elezioni, che per molti partiti già sembravano nefaste in partenza.

Ci ritroveremmo a distanza di un anno a parlare dell’ennesima “furbata”, pennellata su misura dagli eventuali partiti di governo, che con accorgimenti vari garantirebbero ancora l’ingovernabilità per se stessi e per gli altri, con la totale stasi del sistema Italia.

Il Parlamento purtroppo è pieno di “mister 33 schemi” ma contrariamente all’arte pallonara, questi fanno solo del male al Paese.

Lorenzo Acrisio

Facebook. I legacci che ci siamo imposti: quante volte si può perdere l’innocenza?

Nicolas Sarkozy è en garde a vu (fermo di polizia) per sospetti finanziamenti illeciti ricevuti dalla Libia di Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. Nel 2011, riconoscente, ha spinto Paesi Nato, fra cui gli immancabili italiani, a dichiarare guerra allo stesso Gheddafi, causandone la morte per linciaggio. Poi: fino a qualche giorno fa inneggiavamo al coraggio dei curdi e delle loro donne che a Kobane e in altri luoghi si opponevano con successo al Califfato islamico. Oggi lasciamo che i curdi siano massacrati da un membro Nato, la Turchia, che ha invaso a tal fine territori di uno Stato, almeno formalmente, sovrano. E poi, ancora, scopriamo che siamo spiati per indirizzare le nostre opinioni e i nostri voti politici, perché una società londinese, la Cambridge Analytica, viene accusata di aver violato gli archivi di Facebook per ottenere dati di milioni e milioni di persone negli Usa e molto probabilmente anche in Italia, ma non si sa per chi. Snowden però ce l’aveva detto, e Assange ce lo aveva dimostrato che queste nostre democrazie non funzionano come ci dicono. Fatti tra loro diversi, che lasciano un senso di inquietudine mista a rabbiosa impotenza.

Sergio Torcinovich

 

Non uso Facebook, seppur un altro social sì, faccio acquisti online, ma non metto like. Non so se lei ha postato questa lettera anche sul web, ma tutto ciò che fa è tracciato (ci sono un sacco di film americani che lo raccontano anche prima di Snowden, Assange e/o Bradley/Chelsea Manning). Ricordo l’entusiasmo del mio amico che partecipò alla prima riunione “fisica” dei membri di Facebook a Roma ben oltre 10 anni fa: erano attesi in centinaia, si presentarono in migliaia. “Il futuro entra in noi (per trasformarsi in noi), molto prima che accada” era lo slogan scelto per il congresso del Pds di D’Alema segretario, passo della famosa lettera di Rainer Maria Rilke del 1904 che parla della morte. Facebook&C. son stati magnificati e propagati come nuovo modello sociale virtuoso, sostenibile e libertario. Ero in Libia all’inizio e alla fine della guerra civile, forse troppo vicino per accorgermi di tutta la verità, ma non troppo lontano per vedere che il nesso tra i raid occidentali e la morte di Gheddafi fu assai tenue. Dal dopoguerra, dal benessere diffuso, dalla lontananza dalla paura dell’incertezza (se non quella della deterrenza atomica) decine di cause son state sposate e tradite da partiti ed elettori d’Occidente: prima se non scendevi in piazza per gridare “Giù le mani dal valoroso popolo palestinese” eri un qualunquista; oggi se non metti un like su una qualsiasi causa, sei un cinico snob.

Stefano Citati

Pacchi esplosivi, il serial bomber era il ragazzo della porta accanto

Un ragazzo che scriveva sul blog del college manifestando la sua insofferenza contro minoranze, aborto e matrimoni fra omosessuali. Mark Anthony Conditt, 23 anni, per la polizia è il “serial bomber” che nelle scorse settimane ha ucciso due persone e ne ha ferite altre quattro ad Austin, colpendo con pacchi-bomba. Conditt, secondo la versione delle forze dell’ordine, è morto nell’esplosione da lui stesso innescata per sfuggire alla cattura da parte della polizia. Il giovane bombarolo per i vicini era un ragazzo tranquillo con una bella famiglia; non era andato a scuola perchè i genitori avevano scelto l’istruzione in casa (home-schooling) fino al conseguimento del diploma superiore nel 2013; la madre seguiva l’istruzione a casa degli altri tre fratelli.

Dopo il diploma al community college, Conditt aveva iniziato a lavorare per una ditta di Austin, la Crux Semiconductor. Dallo scorso anno viveva in una casa alla periferia della città, Pflugerville, acquistata e ristrutturata con il padre.

Non sono chiari quali siano stati i motivi che hanno scatenato la rabbia del ragazzo, così come non è chiaro come la polizia sia arrivata a lui; di certo i genitori hanno collaborato, permettendo la perquisizione dell’abitazione.

Conditt era stato nel frattempo individuato in un albergo vicino, e quando una squadra speciale Swat si è mossa per catturarlo, è salito in auto per scappare; a questo punto l’esplosione che ha ferito in modo non grave un agente. Le indagini dunque da un lato mirano a scoprire cosa abbia spinto Conditt a spedire ordigni per posta alle minoranze in Texas, dall’altro se prima della sua morte abbia avuto il tempo di mandarne ancora; in questo caso sarebbero in circolazione, dunque il pericolo non è rientrato.

Monsanto-Bayer e l’oligarchia dei semi: il colosso agrochimico spaventa il mondo anti-Ogm

Il primo gigante al mondo di sementi e pesticidi nascerà con la benedizione dell’Ue. Per la Commissione europea non c’è più alcuna preoccupazione sui danni alla concorrenza dall’operazione dal valore di 56 miliardi di euro Bayer-Monsanto dopo i rimedi proposti dalla tedesca, che venderà alla Basf una parte del suo business per un valore di oltre 6 miliardi di euro. Il via libera dell’antitrust ha sollevato l’ira di ambientalisti, ong e associazioni agricole, che vedono grandi rischi dal matrimonio che concentra ancora di più il mercato mondiale dei fertilizzanti e delle sementi, ormai quasi completamente in mano a 3 grandi gruppi.

“Con la fusione tra Bayer e Monsanto, tra DuPont e Dow Chemical e l’acquisizione di Syngenta da parte di ChemChina si rischia che il 63% del mercato delle sementi e il 75% di quello degli agrofarmaci finisca nelle mani di sole 3 multinazionali con un evidente squilibrio di potere contrattuale nei confronti degli agricoltori”, spiega la Coldiretti. Ma la Commissione ridimensiona i timori.

“Ci saranno ancora 4 player nelle sementi, come prima”, e “5 nei pesticidi”, perché “Bayer può fondersi con Monsanto se vediamo che Basf può sostituirla come 4° attore acquisendo le attività sulle sementi. E continueranno ad avere la forte concorrenza di Dow/DuPont e Syngenta, e Limagrain e Kws”, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager.

Bruxelles aveva sollevato dubbi sull’operazione e aperto un’indagine, valutando oltre 2000 mercati di prodotti e 2,7 milioni di documenti interni. Concludendo che la transazione avrebbe ridotto significativamente la concorrenza su prezzi e innovazione. Inoltre, avrebbe rafforzato la posizione dominante di Monsanto (sinonimo di glifosato e Ogm, ndr) su alcuni mercati, dove Bayer è un importante sfidante.

Ma ora, gli impegni presentati “risolvono questi problemi di concorrenza”, scrive Bruxelles. Bayer si è tra l’altro impegnata a concedere una licenza per l’intero prodotto agricolo digitale globale, per garantire la continua concorrenza su questo mercato emergente.

Vestager ammette che i rischi dell’operazione non si limitano alla concorrenza. “C’è stato molto interesse pubblico, abbiamo ricevuto oltre un milione di petizioni, email e tweet”.

Scattò le foto del massacro in piazza Rabaa, Shawkan lasciato a morire in carcere

Peggiorano le condizioni di Mahmoud Abu Zeid, noto come Shawkan, il fotoreporter in prigione dal 14 agosto 2013. Il quadro preoccupante è emerso durante l’ultima visita nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, da parte dei familiari e del suo avvocato, Karim Abdelrady. Ultima visita coincisa con l’ennesima udienza della Corte rinviata, per la 53esima volta. Il tutto a pochi giorni dalla richiesta della Procura generale: condanna a morte per “adesione ad un’organizzazione criminale, omicidio, tentato omicidio”. I fatti risalgono al 13 agosto 2013 e da allora il fotoreporter è chiuso in prigione. Quel giorno Shawkan, professionista assunto da un’agenzia britannica, si trovava in piazza Rabaa dove i Fratelli Musulmani avevano indetto una manifestazione di protesta. Poche settimane prima il premier, Mohamed Morsi, uscito vincitore dalle urne del 2012, le prime elezioni dopo la caduta di Hosni Mubarak, era stato arrestato in seguito al golpe orchestrato proprio dal suo ministro della Difesa, il generale Abdel Fattah al-Sisi, l’attuale presidente dell’Egitto.

Una manifestazione repressa nel sangue: oltre 800 morti. Shawkan svolse il suo lavoro, fotografando le scene cruente del massacro. La richiesta di condanna per Shawkan – le sanzioni a lui addebitate comprendono la condanna a morte per impiccagione – è arrivata insieme ad altre 700 e formano un unico processo politico contro la Fratellanza Musulmana. Nel 2017 in Egitto ci sono state 53 condanne a morte, 29 soltanto tra dicembre e febbraio scorsi.

Segreti e affari, arrestato Ali Nejad il banchiere su cui indagava Daphne

Stavolta non gli è servito il passaporto del paradiso fiscale di St.Kitts e Nevis, per eludere le origini iraniane e sviare i sospetti dalle sue trame e affari borderline: l’enigmatico banchiere Ali Sadr Hashemi Nejad, 38 anni, presidente della Pilatus Bank di Malta al centro delle inchieste di Daphne Caruana Galizia, uccisa in un attentato il 16 ottobre scorso proprio per aver svelato la corruzione politico-affaristica maltese, è stato arrestato ieri a Dulles, in Virginia. Le autorità americane lo hanno accusato d’aver aggirato le sanzioni Usa nei confronti dell’Iran, violando l’embargo, facendo transitare attraverso il sistema finanziario Usa oltre 115 milioni di dollari grazie ad un contratto di costruzioni in Venezuela. Merito dell’Fbi e soprattutto dello U.S. Treasury Department for Terrorism and financial intelligence diretto da David S.Cohen (ex vicedirettore della Cia, esperto degli schemi finanziari russi di riciclaggio): hanno incastrato Nejad per arrivare a smascherare la sua rete offshore. Il banchiere, infatti, era diventato il fiduciario di clienti “politicamente esposti”, a cominciare dalla famiglia di Ilham Aliyev, il presidente-padrone dell’Azerbaijan. Ma non soltanto. Dietro la Pilatus Bank, secondo gli inquirenti americani, ci sarebbero state frequenti triangolazioni finanziarie illecite che avrebbero coinvolto l’ex presidente Hugo Chavez (flussi di dollari verso manager iraniani). Per la giornalista Caruana Galizia, la banca di Nejad era una sorta di hub finanziario per riciclare i capitali in nero e per gestire affari opachi. Nel suo blog Running Commentary, infatti, Daphne aveva rivelato che dall’Azerbaijan i soldi venivano dirottati anche in società-ombra come la Engrand che, per la Galizia, era riconducibile alla famiglia del premier maltese: circostanza che i Muscat hanno sempre negato. Lo scandalo aveva provocato elezioni anticipate (giugno 2017) ma Muscat aveva vinto. Caruana era riuscita a seguire le tracce dei fondi che arrivavano per Pilatus, dopo essere partiti dall’Azerbaijan e transitati per Dubai. Perchè Malta? Vige una bassa tassazione e una forte tutela dell’anonimato, perché la corruzione è estesa, perché in un’isola di soli 430 mila abitanti ci sono 53.247 società e 581 fondi d’investimento e da lì vengono pompati capitali nel resto dell’Ue, tendenza in crescita grazie a Brexit: “Mia madre si frapponeva tra lo stato di diritto e coloro che cercavano di violarlo”, ha detto suo figlio Matthew.

Cinque mesi fa, la commissione d’indagine dell’Europarlamento sullo scandalo Panama Papers (Galizia faceva parte del consorzio Icij, il pool dei giornalisti investigativi), confermò che “alcuni Paesi ostacolano la lotta al riciclaggio di denaro sporco e all’evasione e elusione delle tasse”. La banca Pilatus – undicesima nel ranking dell’isola – si è insediata a Malta nel 2014. Formalmente Nejad, residente Usa e domiciliato a Dubai, ne è presidente e anche il maggior azionista (tramite la Alpene ltd. di Hong Kong). Ma è davvero lui il proprietario? Tante ombre (i traffici con il Venezuela, in barba all’embargo) e poche luci (gli affari sono cresciuti in modo esponenziale, Nejad ha aperto un ufficio a Londra) sono ora all’esame della Procura di New York. Il procuratore Geoffrey Berman, ha detto che il banchiere aveva “creato una rete di aziende di copertura e di conti bancari per mascherare attività imprenditoriali iraniane in Venezuela ed evadere così le sanzioni Usa”. Pilatus aveva querelato Caruana Galizia per falso e diffamazione. Nel frattempo, in Grecia, Maria Efimova, russa – già consulente di Pilatus – che aveva lavorato tre mesi nel 2016 come impiegata, ha chiesto protezione alla polizia perché teme per la sua vita. Sarebbe stata lei la “gola profonda” di Daphne.

“Non saremo mai occidentali: Putin incarna il popolo”

Il bandito della letteratura russa guarda nello spioncino, decide che non c’è pericolo e apre la porta all’ultimo piano di un palazzo giallo, due passi da piazza Majakovsky. Mosca è ancora in pochmelie, sbornia elettorale. Davanti la muraglia di carta dei suoi libri in traduzione, in una delle tre stanze di casa, Limonov sorride pallido.

La prima parola è vybori, elezioni.
Il problema non è come si contano i voti, il problema è la lista dei candidati, un menu preparato dai Servizi di Putin. Candidati scelti unicamente per le loro non qualità, deboli che non avrebbero mai vinto una competizione con lui.
C’è qualcuno che può competere davvero con lui oggi in Russia?

Viviamo in un mondo politico artificiale. Dico quello che nessuno dice: le elezioni sono finite quando i candidati sono stati scelti, tutto il resto non era necessario. Guarda chi sono: Sobchak. Grudinin, che nessuno sa chi è. Un piccolo oligarca capitalista, che si definisce comunista, un non senso. Gli altri sono vecchia guardia, persone finite, monumenti di loro stessi, come Zhirinovski. Quando Putin ha preso la Crimea, ha avuto l’approvazione dei russi, la cosa migliore ora era risparmiare i soldi delle elezioni e nominare Putin di nuovo capo dello stato, perché, in realtà, è proprio quello che è successo.

E adesso?

La Russia diventerà più patriota, nazionalistica. Questo probabilmente è l’ultimo mandato per Putin, credo che sia la fine della sua éra. Ma qualcun altro verrà, e lui o lei, sarà obbligato a seguire i desideri delle popolo: eguaglianza sociale e riunire tutti i russi in uno Stato, come è successo con la Crimea, storicamente russa. Ci amavano tutti prima del 2014, eravamo obbedienti membri della comunità mondiale, leader come Gorbaciov, Eltsin hanno dato all’ovest tutto ciò che voleva. Ora è finita, la Russia vuole la sua parte di potere nel mondo. Insisteremo nel nostro diritto di essere come siamo, dopo Putin qualcuno verrà e obbedirà al popolo, che ora ha influenza, ma non con le elezioni. I russi amano essere una grande potenza, questa è la nostra ossessione, la nostra malattia.

Malattia?

Sì, siamo malati di mania di grandezza. Siamo stati sempre un impero, i grandi della Seconda guerra mondiale, abbiamo preso Berlino, questo ci è andato alla testa. Ma anche al cuore. Possiamo vivere molto male, per essere una grande nazione, è la nostra specialità.

Il popolo russo sa sacrificare la sua felicità per la Grande Madre Russia. E la libertà?

Abbiamo le nostre libertà, molte non sono possibili nemmeno all’ovest, quella politica nemmeno in America, dove ho vissuto. Ma io sono uno scrittore, un politico, non un borghese. La libertà non l’ho ceduta mai, nemmeno in prigione, ho sempre fatto quello che volevo, che si fottessero.

Dalla Russia al Russiagate di Trump.

Se fossi io il presidente russo, ci sputerei sopra. Hai visto invece Putin nelle interviste di Oliver Stone? È costantemente ossessionato dalle relazioni con l’America, con l’Ovest. Gli Usa sono messi male, di cosa cazzo si preoccupa? L’America non vuole dividere il potere, vogliono dettare la politica del mondo, fanno solo finta di non capire la Russia.

Non ci sarà mai un buon rapporto tra Russia e Occidente?

No, non ci sarà mai e non c’è mai stato.

Perché si relazionano alla Russia con valori occidentali?

La verità è che i valori dell’Occidente sono stati distrutti: da loro stessi, dalle circostanze, dai migranti in arrivo in Europa, dal confronto con il mondo islamico, quando sono esplose le torri americane. Ci sarà meno tolleranza, il mondo assomiglia sempre più a una merda, è sempre più razzista, più fascista.

Fascista? Ma c’è Mussolini sul suo anello.

Sì, e allora? Ho anche questi: guarda, un fossile di migliaia di anni fa e un totem primitivo simbolo del potere, li colleziono.

Fossili e totem. Torniamo all’Europa?

Io non c’ero alla fine dell’Impero romano, ma l’Europa mi sembra così adesso. Il risultato della crisi è imprevedibile. Le restrizioni cadono, milioni di migranti arrivano con un’altra cultura. Il poeta russo Lev Gumlev ha studiato la storia della Cina, con le orde dei mongoli che la invadevano costantemente, vivere insieme era impossibile, un massacro continuo. L’Europa probabilmente non legge Lev Gumlev. Solo gli stupidi yankee e gli stupidi europei potevano pensare che il mondo si potesse rendere omogeneo.

L’Europa e la Russia confinano in Ucraina. Lei ha previsto la guerra in Donbass in un’intervista del 1992.

Ho saggezza, ho esperienza. Ho visto cosa è successo in Serbia. L’Ucraina ora è una colonia occidentale, ma se vogliono essere ideologicamente puri, i ragazzi devono restituire le regioni polacche, ungheresi che sono entrate a far parte del loro territorio con il patto Molotov-Ribentropp. Terre conquistate dai soldati sovietici. Se la Russia vuole prendere Kiev, ha le armi per farlo, ma al Cremlino ci sono dei mezzi liberali, che solo nel 2014 con Maidan si sono svegliati e si sono ricordati che erano russi, che dovevano occuparsi di milioni di russi che vivono in Ucraina. Al Cremlino sperano ancora di poter fare patti con l’Ovest. Io credo il contrario, la Russia non farà mai parte del mondo occidentale, che ci guarderà sempre come barbari del nord.

Lei è lo scrittore e combattente russo Limonov, l’eroe del romanzo di Carrère?

Con quel libro ora mi conoscono anche in Giappone, fino in Brasile. Mi sento come uno scrittore morto che è stato resuscitato all’improvviso. Ma Carrère ha capito male molte cose, gli ho promesso di non riferirle mai, quindi non te le dirò ora.

Antitrust, stop agli aumenti dell’8,6% sulle fatture mensili

Nuovo colpo di scena nel caos delle bollette telefoniche a 28 giorni. Dopo che l’Autorità di vigilanza sulle telecomunicazioni (Agcom) ha invitato gli operatori a fare uno sconto sulla fattura mensile – imposta per legge e che scatterà da aprile – per rimborsare i clienti delle cifre indebitamente incassate con il trucco della tredicesima mensilità, ora arriva lo stop dell’Antitrust ai rincari dell’8,6% che tutti i gestori hanno annunciato lo scorso mese sulle nuove bollette. Si tratta di una “sospensione cautelare” imposta a Tim, Vodafone, Fastweb e Wind tre che arriva nell’ambito dell’istruttoria avviata a febbraio per verificare l’esistenza di un accordo tra i gestori che, tramite l’associazione di categoria Asstel, avrebbero adottato una strategia commerciale simile in grado di garantire gli stessi aumenti dopo il ritorno al mensile. Per questo il Garante ha intimato agli operatori di “definire la propria offerta in modo autonomo”.

Il nodo del contendere è il segreto di Pulcinella: con il ritorno alla fatturazione mensile è a rischio lo sconto dell’8,6%, un tesoretto che vale un miliardo di euro solo su rete fissa e che, secondo i gestori, dovrebbe restare incorporato nella tariffazione su 12 mensilità.