Tempa Rossa, sì del governo all’estrazione

Dopo anni di stop Tempa Rossa ottiene il via libera. Il governo ha infatti sbloccato l’avvio dei lavori nella raffineria Eni di Taranto che consentiranno lo sfruttamento del giacimento petrolifero lucano superando il dissenso della Regione Puglia. Era dal 2011 che si attendeva il rilascio della Valutazione di impatto ambientale e dell’Autorizzazione integrata ambientale. Poi nel 2016 erano state avviate con fatica una serie di negoziazioni con le amministrazioni locali ma tutto sembrava essersi impantanato.

Oggi, con l’ok di Palazzo Chigi, in attesa dell’autorizzazione unica del ministero dello Sviluppo, i lavori per collegare il greggio estratto in Basilicata alla raffineria di Taranto potrebbero subire un’accelerata.

Una decisione questa in netto contrasto con il parere della Regione Puglia secondo cui il progetto avrebbe gravi ripercussioni ambientali, ma anche con le preoccupazioni espresse da cittadini e amministratori lucani. A regime, infatti, l’impianto di Corleto Perticara (Potenza) avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50 mila barili di petrolio, 230 mila metri cubi di gas naturale, 240 tonnellate di Gpl e 80 tonnellate di zolfo.

Il via libera, contenuto in una delibera del governo, consentirà “la prosecuzione del procedimento per l’adeguamento delle strutture di logistica presso la raffineria di Taranto richiesto da Eni con riferimento all’autorizzazione paesaggistica”. Secondo il deputato di M5S, Diego De Lorenzis “quello del governo è un modus operandi antidemocratico, moralmente e politicamente discutibile”. A far discutere è anche la rapidità della decisione. Le opere da realizzare sono due serbatoi di stoccaggio da 180 mila metri cubi nella raffineria e l’allungamento di oltre 500 metri del pontile petroli. Saranno fatti dalla joint venture Total, Mitsui e Schell che gestisce il giacimento Tempa Rossa. Costo dell’opera: 300 milioni e due anni di lavoro per 300 persone. Il cantiere coinvolgerà 50 imprese. Fino a quando i lavori non saranno finiti, però, il greggio arriverà da Tempa Rossa attraverso l’oleodotto della Val d’Agri e verrà stoccato nei serbatoi già presenti nello stabilimento tarantino. Ma secondo i 5Stelle pugliesi “sarebbe stato corretto aspettare la nomina del nuovo governo, piuttosto che velocizzare un progetto non gradito, soprattutto dopo lo scandalo che ha travolto il governo Pd e che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro Federica Guidi”.

Dello stesso avviso è anche Rocco De Franchi, vicesindaco di Taranto che però non si dice preoccupato per l’aspetto ambientale: “La delibera è un passaggio di un iter amministrativo, non politico. Bisognerebbe chiedere al governo perché sia stato fatto ora. Per l’ambiente, però, è meglio usare un oleodotto esistente che incrementare il traffico di autobotti”. Qualche mese fa, infatti, per superare la situazione di stallo, era stata ipotizzata la possibilità di utilizzare autocisterne per far viaggiare il petrolio di Tempa Rossa agli impianti di Falconara e Roma. Un’ipotesi non ancora messa da parte, ma che si fa più lontana. De Franchi ha poi auspicato un atteggiamento responsabile e partecipativo verso la città: “Credo che si debba ricostruire un rapporto tra presenza industriale e comunità tarantina attraverso nuovi rapporti anche di carattere economico, oltre che culturale. Non potendo noi ottenere royalties perché non è a Taranto che si estrae il petrolio, mi auguro che questi grandi gruppi industriali intendano finanziare mostre, dottorati e borse di studio”.

Migranti, la Corte dei Conti: “L’Ue paga il 2,7% delle spese”

Sul tavolo dei governi dell’Ue sta per arrivare la riforma della Convenzione di Dublino, vale a dire dell’accordo con cui – a più riprese – l’Italia e la Grecia si sono lasciate abbandonare dai partner europei nella gestione dei flussi migratori dall’Africa (l’accordo dal 2003 prevede che il primo Paese che individua il rifugiato dovrà poi gestirlo e, in sostanza, tenerselo). Purtroppo la riforma non va nella direzione auspicata dal nostro Paese: nella “bozza zero” – che andrà discussa a livello ministeriale – il principio del “primo approdo” non viene messo in discussione e, per di più, i meccanismi per re-distribuire chi ha diritto alla protezione vengono resi non obbligatori. Questo mentre si tenta di estendere l’accordo con la Turchia che, a pagamento, chiude agli emigranti la via balcanica facendo felici i Paesi di Visegrad e la Germania, indirizzando i flussi verso l’Italia via Libia.

Curioso che la notizia arrivi nello stesso giorno in cui la Corte dei Conti diffonde la sua relazione sulle spese per l’accoglienza in Italia tra il 2013 e il 2016, relazione che contiene molte conferme e un paio di novità sorprendenti. Partiamo da queste ultime: nel 2016 il sistema dell’accoglienza ha comportato impegni finanziari per lo Stato pari a 1,7 miliardi di euro (il governo ha certificato a Bruxelles per il 2016 spese totali per 3,6 miliardi chiedendo la relativa flessibilità sul deficit). Scrive la Corte: “Siccome l’Unione europea ha contribuito a sostenere le politiche di accoglienza tramite le erogazioni effettuate, nel 2016, dall’agenzia Frontex per 8,1 milioni e dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) per 38,7 milioni, le stesse complessivamente rappresentano soltanto il 2,7 per cento rispetto all’onere gravato sul bilancio dello Stato”. La solidarietà europea, in sostanza, è una goccia nel mare.

Nella relazione dei magistrati contabili c’è anche un’altra stilettata al comportamento dei Paesi dell’Unione e riguarda i cosiddetti “ricollocamenti”: un accordo del 2015 stabiliva, infatti, che – visto l’incredibile aumento degli sbarchi – un certo numero di richiedenti asilo fossero spostati da Italia e Grecia verso gli altri Stati dell’Ue.

Scrive la Corte: “Alla data del 15 ottobre 2017 risultavano ricollocati dall’Italia 9.754 richiedenti su un totale di 39.600 persone da rilocare”. Questo non è senza effetti: il costo per l’Italia delle “mancate ricollocazioni di migranti negli altri paesi europei, al 15 ottobre 2017, ammonta a non meno di 762,5 milioni”. E si tratta, aggiunge il rapporto, di una stima “certamente approssimata per difetto”.

Più ovvia e conosciuta è la sottolineatura dell’incremento del fenomeno migratorio verso l’Italia nel triennio che ha comportato un relativo aumento di costi: per l’accoglienza l’Italia spendeva 300 milioni nel 2013 e, come detto, 1,7 miliardi nel 2016, quasi sei volte di più.

Note, ma non meno meritevoli di attenzione, le critiche dei magistrati al sistema messo in piedi dal Viminale: poco coordinato, senza un controllo razionale dei costi (che variano moltissimo da regione a regione) e, soprattutto, lento. “Tutti coloro che arrivano – scrive la Corte – sono immessi nel ‘sistema di richiesta d’asilo’, che attualmente è l’unica modalità per stabilirsi legalmente in Italia” e lì restano almeno per sei mesi e spesso per anni: “Si dovrebbe evitare di riconoscere un ‘diritto di permanenza indistinto’ a tutti coloro che sbarcano e, quindi, ammettere un’accoglienza di molti mesi (se non anni) durante i quali i migranti, non avendone titolo, vengono di fatto inseriti anche nei cosiddetti ‘percorsi di formazione professionale’ finalizzati all’integrazione, con oneri finanziari gravosi”.

Nel 2016, ricordano infine le toghe, il 56% delle richieste di asilo sono state respinte e quelli che “non ottengono alcuna forma di protezione diventano sostanzialmente irregolari. Poiché rimpatriarli è complesso e oneroso, essi restano sul territorio senza diritti”.

Buccinasco, il boss ai cronisti: “Siete voi la ’ndrangheta”

“La ’ndrangheta siete voi”. Il boss Rocco Papalia sbotta contro i giornalisti quando gli viene chiesto se i clan siano ancora presenti a Buccinasco, il Comune alle porte di Milano in passato considerato “la Platì del nord”. L’incontro con Papalia, scarcerato l’anno scorso dopo 26 anni di prigione, avviene davanti alla sua porta di casa nel momento in cui nell’altra parte dell’immobile, quella che gli è stata confiscata, si sta tenendo una riunione della giunta comunale. Un’iniziativa voluta dal sindaco di centrosinistra Rino Pruiti nella giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie. Infastidito per questa iniziativa? “Sapete cosa mi interessa a me”, risponde Papalia, che invece entra nel merito della questione del cortile in condivisione, non confiscato e attualmente al centro di una contesa tra la sua famiglia e il Comune: “Faremo causa”. E si innervosisce di nuovo quando gli si parla del rischio per lui di perdere la libertà vigilata e tornare in carcere, dopo che due settimane fa è stato sorpreso a guidare nonostante la sua patente sia stata revocata: “Ma che rischio? È solo quello che sperate voi giornalisti. La guida senza patente è stata depenalizzata”.

Indagato il capo (ferito) dei pompieri morti a Catania

“Nell’attività compiuta dai pompieri ci sarebbe stata una cattiva valutazione dei fatti e avrebbero lavorato su una porta pensando non fosse collegata allo stesso locale già saturo di gas”. Per questo la Procura di Catania ha aperto un’indagine (“è un atto dovuto”, spiegano) per disastro colposo e omicidio colposo plurimo nei confronti di Marcello Taormina, caposquadra dei pompieri intervenuti nella sera di martedì nel centro storico etneo, dove a seguito di un’esplosione di gas hanno perso la vita i due vigili del fuoco Giorgio Grammatico (37 anni) e Dario Ambiamonte (39 anni). Taormina è ricoverato per trauma cranico, mentre il collega Giuseppe Cannavò ha riportato una grave lesione polmonare. Alle 19:25 di martedì quando la centrale operativa del 115 riceve la segnalazione di una fuga di gas da un vicino dell’abitazione dell’anziano Giuseppe Longo, artigiano di 75 anni. I vigili del fuoco intervengono in tempi rapidi, e dopo un primo sopralluogo, decidono di entrare da un ingresso secondario.

Secondo un testimone i vigili avrebbero utilizzato “un arnese per tagliare il lucchetto della seconda porta dell’abitazione”, che avrebbe quindi provocato la scintilla. La ricostruzione è smentita da Costantino Saporito, sindacalista dell’Usb, che al Fatto spiega: “Gli uomini della squadra hanno superato una cancellata, si sono trovati davanti a una porta a vetro, e hanno visto l’uomo che voleva togliersi la vita tenendo in mano l’accendino, che ha provocato l’esplosione”. L’azienda che distribuisce il gas nella città etnea (Asec) ha dichiarato che non risulta nessuna perdita in quell’area. La salma dell’anziano Longo è stata rinvenuta carbonizzata all’interno del deposito, dove gli inquirenti hanno trovato diverse bombole a gas. Per il funerale, il sindaco Enzo Bianco ha annunciato una giornata di lutto cittadino.

Bologna processa Cavallini (Nar) e tutte le piste

Bologna

Un solo imputato, un centinaio di potenziali testimoni, dieci avvocati: a Bologna è iniziato il nuovo processo per la strage del 2 agosto 1980 (85 morti, 200 feriti). L’unico imputato è Gilberto Cavallini, l’ex terrorista nero dei Nar che avrebbe aiutato i tre neofascisti giudicati esecutori materiali dell’esplosione in stazione. Per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini c’è infatti una sentenza definitiva, l’unica per le stragi di quegli anni fino a quella recentissima su piazza della Loggia contro il leader di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Da quel giorno d’estate sono già passati 38 anni “eppure una verità accertata non c’è ancora”. Su questo sono tutti d’accordo.

Sull’ammissione dei testimoni si deciderà ad aprile. Potrebbe deporre il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, indicato dalle parti civili: per la Cassazione lui e altri ex di Terza Posizione, che alla fine degli anni Settanta riuniva alcuni dei criminali più violenti della destra eversiva, quell’anno scapparono all’estero per non rivelare ciò che sapevano sul 2 agosto. E poi l’ex direttore del Sisde Mario Mori, ovviamente Mambro e Fioravanti e persino un esperto di clima interpellato per calcolare quanto il caldo abbia inciso sulla detonazione.

Cavallini, detenuto semilibero a Spoleto, ci sarà, assicurano i suoi avvocati, Gabriele Bordoni e Alessandro Pellegrini, e parlerà “per dichiarare la sua estraneità”. Per la Procura bolognese l’obiettivo è provare invece l’aiuto offerto dall’ex Nar agli allora sodali neofascisti: li avrebbe ospitati la notte prima della strage e sempre lui gli avrebbe fornito l’auto, con patente falsa, per raggiungere Bologna. Per il pm Enrico Cieri non bisogna perdere tempo “ne è passato molto e per quello che ci riguarda ci assumiamo le nostre responsabilità ma ora è necessario un processo rapido”. Le udienze calendarizzate intanto arrivano già a luglio. I legali di parte civile hanno chiesto, tra l’altro, di acquisire le dichiarazioni rese da Mambro e Fioravanti a Giovanni Falcone sull’omicidio nel 1980 del governatore della Sicilia Piersanti Mattarella, fratello del Presidente della Repubblica, per i quali Fioravanti e Cavallini furono poi assolti. Non manca la Loggia P2 di Licio Gelli: la Procura generale di Bologna, che nel 2017 ha avocato il nuovo fascicolo sui mandanti, ha avviato infatti una rogatoria in Svizzera sui movimenti per diversi milioni di dollari, ritenuti legati all’eccidio, sarebbero partiti da un conto bancario elvetico riconducibile al maestro venerabile, poi condannato per depistaggio su Bologna. E certo si parlerà ancora dalla “pista palestinese”, archiviata qualche anno fa dalla Procura.

Le mamme smascherano il prete accusato di abusi

“Èstato il vescovo ausiliario di Napoli a chiederci di ospitare quel sacerdote. Ma non ci ha detto che era accusato di pedofilia. Ha detto solo che aveva un esaurimento nervoso. Per di più quel prete aveva un nome falso”. Don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria (Pavia), giura che non sapeva nulla. E non sapevano niente nemmeno decine di parrocchiani che hanno affidato i loro figli per il catechismo a un sacerdote accusato di abusi sessuali.

Una vicenda che fa tremare la diocesi di Napoli da cui proviene don Silverio Mura che copriva la sua vera identità con il nome di Saverio Aversano (cognome della madre).

Tutto comincia il 7 marzo quando Le Iene trasmettono un servizio sulle accuse a don Silverio. E in paese qualcuno strabuzza gli occhi: “Ma quello è don Saverio, il sacerdote ausiliario che dal 2016 è ospite in parrocchia”. Finalmente la notizia arriva ai genitori dei bambini: “Siamo rimasti di sasso. Tutti i sabati noi affidavamo i nostri figli di otto anni a quel prete. Stava da solo a insegnare catechismo nella canonica di San Michele Arcangelo”, cerca di trattenere la rabbia Simona Cremonesi che con le altre mamme ha creato un gruppo. Tutte insieme hanno cercato don Silverio: “Siamo andate in parrocchia, ma lui era sparito con la sua Punto scura. È scappato, poche ore dopo essere stato nelle nostre case a benedire. Il farmacista dice che la sera prima ha fatto incetta di medicinali”. Chissà dov’è finito, forse in Sardegna, forse a Milano. “Gli ho detto che non poteva più stare qui. Lui mi ha risposto che era distrutto, che quelle accuse erano false. Ma qui non poteva stare”, racconta don Simone. La voce spezzata, per la disperazione e la rabbia: “Nessuno ci ha detto niente. E neanche i miei superiori sapevano. Perché la richiesta di ospitarlo veniva dal vescovo vicario di Napoli. E lui ha parlato solo di depressione, ci ha chiesto di ospitare quel prete che avrebbe potuto darmi una mano”. Addirittura la posta era indirizzata a don Saverio Aversano, il nome falso.

Fu il Fatto a svelare la storia di Diego E. (il nome è di fantasia), una guardia giurata napoletana oggi quarantenne. Nessuno smentì le sue parole. “Era il 2010 – racconta Diego – un giorno all’improvviso fui preso da un crisi di panico. E dentro di me si riaprì una voragine: rividi gli abusi che avevo subìto dall’insegnante di religione quando avevo 13 anni. E io sono solo una delle vittime, ce ne sono almeno altre dieci”. Diego, che nel frattempo si è fatto una famiglia, decise di denunciare: “Un giorno alla mia porta si presentarono delle persone. Dissero di venire per conto del cardinale Crescenzio Sepe. Mi offrirono una busta bianca, dentro c’erano 250 euro”. Ma Diego è andato avanti: “Non è solo il male che hanno fatto al mio corpo. È il dolore perché la denuncia che ho presentato non è andata avanti per la prescrizione. È l’umiliazione di essere trattato come un pezzente”. Diego ha scritto al Papa e dalla Segreteria di Stato è arrivata una lettera firmata dall’arcivescovo Angelo Becciu: “Ella ha confidato al Santo Padre una particolare situazione… Sua Santità la ringrazia e invoca su di lei la protezione della Vergine Maria… Quanto è stato da lei comunicato è stato portato all’attenzione del dicastero competente”.

Don Silverio non è mai stato processato perché i fatti – se fossero dimostrati – sono prescritti. Ma nei mesi scorsi Papa Francesco ha detto che per il Vaticano il caso è ancora aperto. “Intanto, si diceva, don Silverio era in un convento. Invece era in una parrocchia e diceva messa. Per di più sotto falso nome. Questo getta delle ombre pesantissime sulla Curia di Napoli e mette in discussione la volontà del Vaticano di combattere la pedofilia”, commenta Francesco Zanardi che con la rete L’Abuso è stato il primo a seguire il caso. Oggi Diego aspetta ancora risposte, mentre la sua vita è devastata: “Ho avuto delle crisi nervose, mi hanno tolto il porto d’armi che per una guardia giurata è tutto. Ogni volta che andavo in Curia loro chiamavano la polizia”. Ma attende risposte anche la gente di Montù: “Il primo contatto dei nostri bambini con la Chiesa è stato un prete accusato di pedofilia. Abbiamo perso la fiducia. Ora devono dimostrarci che possiamo credere in loro”. Ed è rimasto solo anche don Simone, il parroco: “I miei fedeli sono in crisi. E li capisco. Anch’io sono in una crisi profondissima”.

Calabria, le strade spuntano a caso

La Calabria delle case e delle strade sembra molto simile a quella degli arbusti che spuntano a caso in mezzo alla strada. È come se qui l’unico piano urbanistico possibile fosse la primavera. E quando vai in giro solo raramente senti la pressione di un mondo organizzato nei suoi lavori. Si lavora ma c’è tempo per l’indugio. Ognuno anche qui ha le sue traiettorie, ma sono meno dritte, a un certo punto le perdi di vista. E poi i calabresi rimasti in Calabria non sono tanti. E a me piacciono i luoghi con poca gente. Mi piace camminare davanti al mare senza vedere nessuno. Quando vedo uno spazio bello che non sta usando nessuno mi pare che questo spazio sia ancora più prezioso. Qui quello che vedi non è frutto di un progetto ma di una smania. La modernità come fioritura selvaggia più che come acquisizione lenta, condivisa. E poi la modernità qui sembra una rivalsa contro l’orografia. Le montagne ci hanno procurato tanta fatica. Ci vendichiamo costruendo tutte le case nelle pianure (che qui hanno la forma che hanno le unghie). Il calabrese ha un sangue forte perché il sangue deve scendere e salire. E la discussione subito si fa accesa, i toni non sono mai moderati. Anche la vita emotiva pare senza progetto, pare una fioritura primaverile. Qui non c’è il clima depressivo col grigio chiaro che ti avvolge nelle grandi pianure. Qui hai un filamento cupo che sta nel fascio dei nervi, come se tra i colori dell’arcobaleno ci fosse anche il nero.

Zucca rischia, i Regeni lo difendono

Il pm del G8 finisce sul banco degli accusati. Tocca a Enrico Zucca, magistrato genovese che per anni si è impegnato, nonostante depistaggi e omertà, per individuare i responsabili delle torture durante il G8 di Genova. Inchieste condotte in solitudine. E di nuovo Zucca ieri si è ritrovato solo: criticato dai vertici della Polizia, da esponenti politici, ma anche da membri del Csm. Mentre si apre una pre-istruttoria disciplinare. Oggetto degli attacchi le opinioni di Zucca, espresse a Genova durante un convegno su Giulio Regeni: “L’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un Paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia. Come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.

Le critiche paiono essere rivolte al ruolo assunto da Gilberto Caldarozzi che dopo la condanna a 3 anni e otto mesi per falso durante il G8 è tornato in Polizia ed è diventato numero due della Dia. Ma potrebbe riferirsi anche alla posizione di Pietro Troiani, anche lui condannato per falso, che oggi dirige il Centro Operativo Autostradale di Roma.

È la tesi dell’accusa: il falso nei fatti avrebbe consentito agli autori delle violenze di farla franca. Mentre l’Italia, 15 anni dopo il G8, ha approvato una legge sulla tortura che va in direzione diversa rispetto alle pronunce della Corte europea. Il primo a reagire alle parole del pm è stato il capo della Polizia, Franco Gabrielli che parla di “arditi parallelismi e infamanti accuse che qualificano soltanto chi li proferisce”. Aggiunge Gabrielli: “Noi facciamo i conti con la nostra storia ogni giorno, sappiamo riconoscere i nostri errori”. Critico a metà Raffaele Cantone, presidente dell’Anac: “Credo che un magistrato debba evitare commenti così forti… ma si deve capire il contesto. Comunque evidenzia qualche problema reale, non sta inventando niente”. Diviso il Csm: per il vicepresidente Giovanni Legnini “È stata una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata” e ha espresso “stima e fiducia ai vertici delle forze di polizia”. Contro anche il presidente della Prima commissione, il laico centrista Antonio Leone che ha chiesto l’apertura di una pratica. Per il togato Claudio Galoppi (Mi) “Le parole di Zucca sono di inaudita gravità”. A fianco di Zucca, invece, si sono schierati i togati di Area Ercole Aprile: “Evitiamo giudizi sommari. Verifichiamo il contesto, leggiamo le dichiarazioni nella loro completezza” e Piergiorgio Morosini: “Prima di dare giudizi anche deontologici è bene conoscere integralmente l’intervento, dato la delicatezza dei temi affrontati”. A fianco di Zucca anche il procuratore generale di genova Valeria Fazio: “Ha fatto un discorso molto articolato e pienamente condivisibile. Sono dispiaciuta per le incomprensioni, ma il suo intento non era certo quello di fare paragoni inappropriati tra uno Stato democratico e una dittatura”.

Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio hanno voluto esprimere tutta la loro “gratitudine e stima” al pm.

Lettera di Ratzinger “ritoccata”: Viganò lascia, i veleni restano

La commedia ha avuto inizio nel tardo pomeriggio di lunedì 12 marzo. A Roma, nella “Sala Marconi” della Radio Vaticana, il Prefetto della Segreteria della Comunicazione vaticana, monsignor Dario Viganò presentava La teologia di papa Francesco, una raccolta di undici scritti accademici sul magistero pontificio. Idealmente, era un omaggio che alcuni tra i maggiori teologi europei facevano al papa regnante, più prosaicamente era la prima fatica editoriale della nuova direzione della LEV, la Libreria Editrice Vaticana, affidata al 39enne francescano Giulio Cesareo. A chiamarlo in questo ruolo, per il quale il nuovo direttore non aveva maturato esperienza, era stato monsignor Viganò scegliendolo perché “giovane professore di Teologia con un dottorato a Friburgo, la conoscenza di sei lingue e una grande dedizione al mondo della cultura”. Insomma nuovo direttore, nuova collana e un evento da “pompare”.

Così dal cilindro del Prefetto della Comunicazione spunta una lettera del papa emerito Benedetto XVI che, apparentemente, prima bolla come “stolto pregiudizio” l’affermazione secondo la quale il suo successore non avrebbe avuto statura teologica mentre lui, papa teologo, sarebbe stato soltanto un teorico senza però riuscire a comprendere la vita del cristiano di oggi; poi, di seguito, garantisce una “continuità interiore” dei due pontificati.

Che qualcosa non andasse, è stato subito chiaro ai giornalisti presenti perché la lettera letta dal prefetto conteneva un paragrafo assente dalla copia distribuita ai presenti. Inoltre, anche la foto distribuita, raffigurante la lettera e la collana di libri, appariva sfocata proprio nella sua parte finale. È stata la corrispondente dell’Associated Press, Nicole Winfield, a scoprire e a spiegare come il testo e la foto fossero state taroccate inducendo così la comunicazione vaticana a rendere pubblico un paragrafo nel quale il papa emerito confessava senza giri di parole che non aveva letto i libri e non aveva intenzione di leggerli, togliendo valore ai primi due paragrafi. Non era ancora finita: il 17 marzo, la lettera viene pubblicata integralmente e così si apprende che il papa emerito era anche infastidito perché “tra gli autori figura anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per aver capeggiato iniziative anti-papali”. Ma la pubblicazione finale è solo una toppa messa in ritardo sullo strappo, quando la figuraccia è diventata mondiale. Oltretutto, nonostante il commento del mite Joseph Ratzinger, molti in Europa e nel mondo hanno notato che per spiegare la Teologia di papa Francesco il “giovane professore di teologia con un dottorato a Friburgo” a capo della LEV aveva chiamato a raccolta diversi autori anti ratzingeriani: tra di loro almeno un paio di redattori di scritti facinorosi e offensivi.

Inoltre, la risposta di Ratzinger a Viganò che gli chiedeva una “breve e densa pagina teologica”, era stata vistata da Benedetto XVI come “riservata e personale”. E quindi non destinata a fungere da lancio all’iniziativa editoriale della LEV. È stata la stampa anglosassone a mettere il Prefetto della Comunicazione con le spalle al muro: qualche settimana fa, il papa ha pubblicato il messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Il tema si concentra sulle fake news e, alla luce di quanto era accaduto, diventava oggettivamente insostenibile qualunque richiamo del responsabile della Segreteria per la Comunicazione all’etica e alla correttezza. La voce delle dimissioni di monsignor Viganò circolava già nel pomeriggio del 20 marzo. Sono state formalizzate il 21 con l’inedita pubblicazione sia della lettera con la quale venivano presentate sia di quella con la quale venivano accettate. “In questi ultimi giorni si sono sollevate molte polemiche circa il mio operato che, al di là delle intenzioni, destabilizza il complesso e grande lavoro di riforma che Lei mi ha affidato”, spiega Viganò. Dopo aver accolto le dimissioni “non senza qualche fatica”, il Papa continua: “Le chiedo di proseguire restando presso il Dicastero, nominandola come Assessore per il Dicastero della comunicazione per poter dare il suo contributo umano e professionale al nuovo Prefetto sul progetto di riforma voluto dal Consiglio dei Cardinali, da me approvato e regolarmente condiviso. Riforma ormai giunta al tratto conclusivo con l’imminente fusione dell’Osservatore Romano all’interno dell’unico sistema comunicativo della Santa Sede e l’accorpamento della Tipografia Vaticana”.

Tradotto dall’ecclesiastichese in italiano corrente, la decisione papale significa che, dopo avergli creato una funzione ad hoc (finora, solo in segreteria di stato esiste il ruolo di “assessore”: è il numero tre dell’organigramma e gestisce il personale), il monsignore dimissionario resta nella segreteria e farà in modo che “il progetto Viganò” di ristrutturazione dei media vaticani vada avanti senza ostacoli. Commedia finita? Forse siamo solo al primo atto.

’Ndrine, camorra e l’amico di Carminati 19 arresti per droga

Gestivano un traffico milionario di cocaina tra San Basilio e il litorale a sud della Capitale, con comparsate anche nella movida di Ponte Milvio. Sgominate ieri due distinte ma sinergiche organizzazioni criminali dedite al narcotraffico nella Capitale, una camorristica riconducibile ai Casalesi e l’altra legata alla ‘ndrangheta reggina, confermando la “tradizione” che vede la cocaina esportata a Roma dalle mafie campane e calabresi. Fra i 19 arrestati c’e’ anche Arben Zogu detto “Riccardino”, boss di origini albanesi legato agli ultras della Lazio e considerato vicino a Massimo Carminati. Il Nucleo investigativo dell’Arma e la Dda di Roma, in particolare, hanno ricostruito l’approdo in città, negli anni 90, dei fratelli Salvatore e Genny Esposito, legati al boss di Secondigliano Pasquale Noviello, a sua volta vicinissimo al più noto “Sandokan” Schiavone. L’ingresso nel mercato della droga capitolino, secondo gli inquirenti, fu favorito da Michele Senese detto “O’ Pazzo”, storico referente della Camorra a Roma – nonché interlocutore di Carminati – e, fra le altre cose, regista della pax mafiosa di Ostia d’inizio decennio.