A Foggia don Ciotti sfida con Libera la mafia “tricefala”

Foggia è la terra dei 300 omicidi negli ultimi 30 anni. Le mafie foggiane sono quelle della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto, quattro morti sul selciato, compresi due contadini innocenti. “Foggia è un banco di prova” scrive la commissione Antimafia. Foggia è il luogo scelto da Libera per celebrare ieri la giornata del ricordo delle oltre 970 vittime di mafia. Quarantamila persone in corteo guidato dal fondatore don Luigi Ciotti, “un milione nel resto d’Italia” comunica l’associazione. Qui a Foggia la notte prima è stata incendiata l’auto dell’ex capogruppo Pd Peppino D’Urso. Ma ieri il capoluogo pugliese è stato l’epicentro di chi non vuole smettere di cercare tutti i colpevoli.

Promette Pietro Grasso: “Mi impegno a presentare un disegno di legge per la istituzione di una Commissione di inchiesta su tutte le stragi che non hanno avuto una soluzione completa sotto il profilo della verità”. Don Ciotti aveva appena snocciolato cifre durissime: “Il 70% dei famigliari delle vittime innocenti non conosce ancora la verità: non è possibile”. Come ogni anno la lettura dei loro nomi ha caratterizzato la manifestazione. Stavolta l’ultimo nell’elenco è quello di Antonietta Tarantino, uccisa per errore in un agguato a Bitonto, sempre in Puglia: aveva 84 anni. La Puglia, infatti, è l’ultimo fronte caldo. La mafia “tricefala” del foggiano che combatte per il controllo della droga che arriva dall’Albania e che rende il territorio “funestato dalle estorsioni”, scrive la commissione Antimafia. Che pone una domanda: “Perché una criminalità discontinua e con modesto retroterra sociale ha potuto impunemente crescere in un capoluogo di provincia e in una delle più pregiate aree turistiche del Paese?”. La risposta è che abbia vinto “il pregiudizio secondo cui ‘qui la mafia non esiste’”. Il quieto vivere.

Ingroia contro gli ex colleghi: “Errori e abbagli per colpirmi”

Parla di indagine “grottesca” fatta di “errori” e di “abbagli”, qualcuno anche in malafede, come la notifica del sequestro a Fiumicino fatta dalla Guardia di Finanza con una fretta inusuale “come se fossi un latitante”, per coprire l’ennesima “fuga di notizie” che alimenta un’“indecente lapidazione mediatica” per la quale annuncia un esposto a Caltanissetta.

Indagato per peculato, con il conto corrente e la casa di famiglia di Calatafimi (Trapani) sequestrata, Antonio Ingroia torna pm per un giorno e nella conferenza stampa convocata al Colonna Palace hotel di Roma si scaglia contro i suoi ex colleghi, accusandoli di essere stati forti contro di lui, e deboli contro i gestori di una società, la “Sicilia e Servizi”, “nata ai tempi di Cuffaro e diventata luogo del magna magna con Lombardo, carrozzone mangiasoldi” trasformato in “uno dei più gravi e criminali saccheggi della storia della regione siciliana”: “Non c’è stata una sola indagine della Procura di Palermo sulle mie denunce, non sono mai stato sentito e non c’è stata nessuna indagine della Procura della Corte dei conti. Se il budget è sceso del 50 per cento, in quali tasche è finito il resto del 50 per cento? Io, invece, sono stato sottoposto a quattro procedimenti penali”. Esordisce: “Potevo attendere il momento per spiegare le mie ragioni, ma di fronte alla massiccia disinformazione che ha investito l’opinione pubblica ho sentito il dovere di parlare”. Un esempio? “Il riconoscimento dell’indennità di risultato per il lavoro di risanamento avviato nell’aprile 2013 e concluso nel luglio 2014. Anche questo è un abbaglio della Procura di Palermo”.

Nel mirino c’è il procuratore capo, Franco Lo Voi, con cui “è noto, non ci sono mai stati rapporti facili che non ho mai nascosto: dichiarai che aveva meno le carte in regola per poter fare il procuratore rispetto agli altri due competitori, Guido Lo Forte e Sergio Lari”. Al capo della Procura che lo accusa (dove fino a quattro anni fa era l’aggiunto di punta), Ingroia pone una considerazione e una domanda (“oltre a sperperare centinaia di milioni, gli amministratori passati hanno preso le mie stesse indennità e rimborsi spese, eppure sono stati risparmiati dalle indagini: devo pensare che si vuole punire chi ha denunciato?”), aggiungendo poi che Lo Voi era il “candidato prediletto di Napolitano” che quando il Csm stava per indicare uno dei suoi competitori “intervenne con il suo peso per rinviare la nomina”, poi orientata su Lo Voi grazie a una “maggioranza trasversale, prevalentemente di nomina politica”. E da Napolitano, protagonista del conflitto di attribuzione sollevato alla Consulta contro Ingroia e i suoi colleghi per le sue telefonate con Nicola Mancino, al processo in corso nell’aula bunker il passo logico è stato breve, utilizzato per sfoderare un argomento caro ai suoi ex “clienti” imputati: “Sono uno dei padri della Trattativa e la mia incriminazione arriva oggi a distanza di qualche settimana dalla sentenza di quel processo, non voglio parlare di giustizia a orologeria e non dico che c’è collegamento tra le due cose, ma c’è una contestualità temporale che devo denunciare”.

E dopo avere solidarizzato con Nino Di Matteo (“è stato di fatto neutralizzato con furti e furtarelli e sostanzialmente costretto ad andare via alla Dna”), l’ultima stoccata è ancora per Lo Voi: “Nel ’92, l’indomani delle stragi, il dottore Lo Voi non fu tra quelli che prese posizione dimettendosi dalla Dda contro il procuratore capo del tempo (Pietro Giammanco, ndr), cosa che fecero altri, Scarpinato, Morvillo: i cosiddetti ribelli, di cui facevo parte anch’io, che hanno fatto assai meno carriera”.

Fotografo torinese arrestato in Serbia: si muove la Farnesina

Mauro Donato,fotoreporter torinese è stato arrestato in Serbia con l’accusa di aver aggredito tre profughi afghani. Nonostante sia stato scagionato dalle vittime, da sei giorni è in carcere. È stato fermato venerdì scorso e rischia fino a quindici anni per rapina aggravata. La polizia ha fermato il fotografo, che era lì con un collega per documentare il passaggio dei profughi verso l’Europa, dopo un’aggressione avvenuta in un capannone che da tempo ospita molti irregolari; una rapina per pochi soldi, che ha registrato due feriti. Al termine di un’indagine sommaria, la polizia ha fermato il fotografo perché due vittime hanno riconosciuto Donato nella fotografia della sua carta di identità, per quanto l’immagine in fotografia non corrisponderebbe al suo aspetto attuale. Per sei giorni- nonostante sia anche intervenuta l’ambasciata italiana- il tribunale si è rifiutato di ascoltare le prove a discolpa di Donato. Lunedì il giudice ha interrogato le vittime della rapina, sottoponendo Donato a un confronto in aula: “Non è lui la persona che ci ha aggredito” hanno detto. Ma il tribunale non è convinto: da martedì le indagini proseguono e il fotografo rimane in cella. Del caso si sta occupando anche l’Unità di crisi della Farnesina.

“C’è una cimice in facoltà”. Sospesa la selezione

Il Bicoccagate è ancora sotterraneo. Per ora sono bisbigli imbarazzati nei corridoi dell’Università Milano Bicocca, tra i professori e tra i funzionari. Niente di più. I pochi che sanno si chiedono: chi ha messo una “cimice” in una saletta dell’ateneo dove si tengono le riunioni riservate? A che cosa serviva quella microspia trovata per caso?

I fatti sono del gennaio 2018. In una sala del rettorato, usata di solito per gli incontri dei revisori dei conti, sono riuniti i membri della commissione di gara che deve scegliere il capo della comunicazione dell’università. Il concorso amministrativo è stato bandito a dicembre 2017, per rimpiazzare Giuseppe Festinese, che si è trasferito all’università di Napoli. Presenti all’incontro: la professoressa Chiara Maria Valsecchi, ordinaria di Diritto privato a Padova, nominata presidente della commissione, e i quattro componenti (gli “esperti della materia” Rosa Gatti e Monica Bonfardini, il dirigente area finanziaria Giuseppe Sinicropi e il segretario Paola Teoldi). La presidente si accorge che c’è uno strano oggetto attaccato con il nastro adesivo a una parete, in basso, poco distante dal pavimento. Lo osserva. Lo stacca. Lo esamina. Poi lancia l’allarme: è una “cimice” che stava registrando la discussione in corso.

Vengono subito avvertiti il rettore, Cristina Messa, il direttore generale, Loredana Luzzi, il direttore del personale, Elena La Torre. Il ritrovamento viene tenuto segreto, ma intanto il concorso è sospeso e la responsabile dell’ufficio legale, Emanuela Romeo, manda alla Procura della Repubblica di Milano la microspia e una nota che racconta l’accaduto. Si “segnala il rinvenimento, a opera della commissione, di un dispositivo di registrazione che ha violato la necessaria segretezza delle operazioni concorsuali”. Un apparecchio, neanche troppo sofisticato, in grado comunque di registrare ciò che viene detto nella stanza. Chi ha piazzato la microspia? Per ottenere quale risultato? Doveva carpire proprio le parole della commissione di gara o altri discorsi riservati fatti nella saletta del rettorato?

Di certo la “cimice” aveva già registrato anche le riunioni precedenti della commissione. La gara (due prove scritte, una orale, più la valutazione dei titoli) aveva avuto qualche intoppo: alla prima riunione, un membro della commissione si era subito dimesso denunciando una sua incompatibilità (è incompatibile chi ha rapporti di parentela o di amicizia con qualcuno dei candidati). Era stato sostituito. Le due prove scritte si erano tenute senza altri problemi. Fino alla riunione fatale di gennaio in cui viene scoperto il “cimicione”. Ora la Procura di Milano è al lavoro.

Ibernata la gara, le prove scritte sono state annullate, perché qualcuno potrebbe aver saputo in anteprima i temi proposti. Il concorso è da rifare, sempre con gli stessi 120 concorrenti che si erano iscritti alla prima tornata.

Con 33 mila studenti, 3 mila docenti e 800 addetti del personale amministrativo, la Milano Bicocca è la più giovane delle università milanesi, nata nel 1998 nell’omonimo quartiere cittadino, già sede della Pirelli, progettato da Vittorio Gregotti. Il sito dell’ateneo, anche nelle pagine “amministrazione trasparente”, non lascia trasparire i segni di questa brutta avventura, ancora misteriosa. Il Bicoccagate cova ancora sotto la cenere.

Il prof che deride gli aspiranti giudici lascia il concorso

Era il concorso per magistrati sotto i riflettori, doveva filare tutto liscio dopo il caso Bellomo e, invece, è finito con le dimissioni di un membro della Commissione: il professore e avvocato Roberto Calvo, illustre civilista. Tutta colpa di una serie di post su Facebook in cui si è preso gioco dei candidati, suscitando lo sconcerto di molti di loro.

Ufficialmente, però, il professore si è dimesso “per motivi personali e impegni accademici”, si legge nella lettera che ha inviato al Csm.

Il concorso, comunque, è salvo. Le correzioni dei temi proseguiranno perché in questa fase non è obbligatoria la presenza di tutti i commissari. Ora spetta al Cun (il Consiglio Universitario nazionale) comunicare chi sostituirà Calvo in “quota” docenti universitari della Commissione composta anche da magistrati e da avvocati. I membri togati, nominati dal Csm, dopo una prima selezione sono stati sorteggiati in diretta streaming per volere della Terza commissione presieduta da Valerio Fracassi, in segno di “assoluta trasparenza”. La lettera di dimissioni del professore arriva dopo una polemica via social network deflagrata in seguito a post quasi in tempo reale alle correzioni delle tracce del concorso.

“Oggi ho sentito parlare del ‘rimedio annullatorio’ (Sic!). Ma dove siamo finiti? Mia madre che ha la terza elementare inorridirebbe” scrive Calvo. Qualcuno degli aspiranti magistrati ha provato a ribattere: “Gli sforzi andrebbero sempre apprezzati”, e lui: “Quelli muscolari”. E ancora: “La civilistica italiana è allo sfascio” .

Quello che si è svolto due mesi fa era il concorso preceduto dalla cacciata da palazzo Spada del consigliere di Stato Francesco Bellomo, docente di una delle scuole private per aspiranti magistrati, che aveva architettato il dress code per chi voleva entrare nella sua cerchia di borsisti. Durante gli scritti una concorsista ha denunciato su Facebook una perquisizione da parte di due agenti donne della polizia penitenziaria estremamente invasiva: “Dottoressa abbassi le mutande”, le avrebbero detto in cerca di bigliettini.

Ora arrivano le dimissioni di un commissario. La rabbia tra i candidati che si sono imbattuti nei post di Calvo è tale che qualcuno scrive: “Peggio del caso Bellomo, questo è un insulto ai nostri sacrifici e alle nostre ore sui libri. Mi sento umiliata e insultata”.

Il professore si scaglia anche contro la scarsa conoscenza dell’italiano: “Nei corsi di Giurisprudenza, anziché dedicare spazio a cattedre inutili occorrerebbe forse insegnare la grammatica italiana”. Ma qualche ripetizione, forse, dovrebbe farla anche lui dato l’uso intransitivo improprio che fa di un verbo: “In questo periodo sto osservando all’imbarbarimento della lingua nel concorso in magistratura”. Tra i concorsisti c’è anche chi ha messo in dubbio che fosse legittimato a far parte della Commissione perché, secondo il decreto 2017, non può farne parte chi negli ultimi 10 anni abbia avuto un ruolo in una delle scuole che preparano gli aspiranti magistrati. Secondo quanto ci risulta, il professor Calvo ha insegnato Diritto civile fino al 2011 presso la scuola Caccia di Torino “per professioni legali”, ma solo per formare aspiranti avvocati e non magistrati.

La Fed Usa accelera la stretta e alza i tassi d’interessi

La crescita economica accelera e la Fed alza di un quarto di punto i tassi di interesse, segnalando anche che il prossimo anno e quello successivo il ritmo dei rialzi potrebbe velocizzarsi. Un avvio di presidenza quindi da “falco” per Jerome Powell, all’esordio alla guida della banca centrale americana. Wall Street è salita dopo l’annuncio della Fed per poi rallentare digerendo le parole della banca centrale. L’Europa, già chiusa quando Powell appare per la sua prima conferenza stampa, archivia all’insegna della debolezza una giornata trascorsa con gli occhi alla Fed. “Le prospettive economiche si sono rafforzate negli ultimi mesi” afferma Powell, annunciando il sesto rialzo dei tassi di interesse della Fed dalla crisi finanziaria, con il costo del denaro che sale in una forchetta fra l’1,50% e l’1,75%. Per quest’anno – secondo quanto emerge dalle “dot plot”, le tabelle con le previsioni dei governatori – sono previsti ulteriori due rialzi dei tassi di interesse. Ma il numero dei partecipanti della Fed che ritengono necessari quattro rialzi dei tassi di interesse aumenta: sale a sette su 15, rispetto ai 4 su 16 di dicembre. La maggioranza resta comunque per tre rialzi quest’anno, incluso quello di oggi.

L’Onu stronca la Polizia arbitro della verità sul web

La sintesi è durissima: la lotta alle fake news messa in piedi dal ministero dell’Interno viola la libertà di espressione dei cittadini italiani ed è “incompatibile con gli standard internazionali fissati dalle leggi sui diritti umani”. Parole del Relatore speciale per la promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione e di espressione dell’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu. In una lettera di 5 pagine inviata ieri al governo italiano, l’inglese David Kaye fa a pezzi lo strumento istituito dal ministero durante la scorsa campagna elettorale, bollandolo come un’iniziativa da Paese non proprio democratico.

Breve riassunto. Il 18 gennaio scorso, il ministro Marco Minniti e il capo della polizia Franco Gabrielli hanno presentato il cosiddetto Red Button per segnalare le fake news (definite “notizie false”) direttamente dal portale del commissariato digitale della polizia postale. Una scelta che ha scatenato polemiche feroci, visto che non è compito dello Stato stabilire la verità, anche perché vincolata solo alla durata della campagna elettorale. Attraverso il pulsante gli utenti potevano “indicare contenuti attribuibili a notizie false” attivando così gli agenti della postale, incaricati di “viralizzare contro-narrative istituzionali”, scrive Kaye, cioè dare risalto a smentite ufficiali. In un primo comunicato la polizia parlava addirittura di “oscuramento di contenuti inappropriati”, senza specificare quali, e “identificazione degli autori”, salvo poi eliminare il passaggio (senza comunicarlo). Queste cose le può decidere solo un giudice, non la Polizia.

Nella sua lettera Kaye si dice “preoccupato” e chiede al governo di ripensare il provvedimento, che cozza con gli standard internazionali per la tutela della libertà di espressione. Secondo il Relatore Onu, il “pulsante rosso” è incompatibile con i criteri di “legalità, necessità e proporzionalità” fissati dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici – sottoscritta dall’Italia nel 1978 – in difesa del “diritto di ogni individuo di avere un proprio parere senza interferenze e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo e con qualsiasi media”. Secondo l’Onu, i criteri per individuare le fake news fissati dal protocollo della Polizia sono “indefiniti e quindi sollevano preoccupazioni sulla loro vaghezza”. Non solo. Il protocollo lega la lotta alle fake news alle leggi penali contro la diffamazione, che in Italia, secondo Kaye, sono già molto pesanti perché impongono “sanzioni significative”. L’Onu cita un rapporto dell’ottobre 2016 che parla di oltre 5000 denunce per diffamazione presentate in Italia ogni anno. Secondo il documento, nel 2015 i tribunali hanno condannato 475 giornalisti per accuse di diffamazione, con 320 condannati al pagamento di un’ammenda e 155 a pene che prevedono la reclusione. “Sono preoccupato – spiega il relatore dell’Onu – che ciò conferisca al governo una discrezionalità eccessivamente ampia per perseguire dichiarazioni che sono critiche nei confronti di personalità pubbliche e politiche. La mancanza di chiarezza su come opererebbe il Protocollo, unita alla minaccia di sanzioni penali, solleva il pericolo che il governo diventerà arbitro della verità nel campo pubblico e politico. Di conseguenza, temo che il Protocollo sopprimerebbe in modo sproporzionato un’ampia gamma di condotte espressive essenziali per una società democratica, comprese le critiche al governo, le notizie, le campagne politiche e l’espressione di opinioni impopolari, controverse o di minoranza”. Secondo Kaye, insomma, la lotta alle fake news tentata dal governo italiano è molto più pericolosa per la democrazia delle stesse fake news. Il Relatore dell’Onu sollecita l’esecutivo a prendere in considerazione “misure alternative”, come “la promozione di meccanismi indipendenti di controllo dei fatti, il sostegno dello Stato a mezzi di informazione pubblici indipendenti, diversi e adeguati, e l’educazione pubblica e l’alfabetizzazione mediatica, che sono stati riconosciuti come mezzi meno invasivi per affrontare la disinformazione e la propaganda”. Considerazioni che in tempo i datagate sembrano scritte non solo per il caso italiano, ma quasi ad arginare, per così dire, la tendenza di certi pezzi di classe dirigente in diversi Paesi di scegliere la scorciatoia della censura di Stato invece di capire come mai l’elettorato non vota come vorrebbero.

“L’iniziativa aveva il solo scopo di facilitare, in un periodo pre elettorale, la possibilità per i cittadini di segnalare una notizia falsa che avrebbe potuto condizionare “l’opinione pubblica orientandone pensiero e scelte”, ha spiegato ieri il Viminale. Il contrario dei rischi rinvenuti da Kaye. Dopo il 4 marzo, il ministero ha rimosso il “Pulsante”. Sui suoi risultati è buio fitto. Secondo il Corriere, a fine febbraio erano state “bloccate” “128 fake news”. Come riportato da Valigia blu, però, gli unici risultati disponibili parlano di sole 14 smentite di fake news.

Web tax, offensiva Ue per far pagare 5 miliardi ai colossi

L’Europa in cerca risorse per rimpinguare le casse degli Stati provati dalla crisi, prova a fare quello che finora nessuno al mondo ha osato: tassare i colossi del web che hanno utenti in molti Stati, ma pagano le tasse in uno soltanto, quello con la tassazione più favorevole, come la Apple e Facebook in Irlanda, Booking.com e Uber in Olanda o Amazon in Lussemburgo. Per non perdere tempo e far guadagnare ai governi almeno 5 miliardi di euro all’anno, la Commissione europea propone una tassa al 3% su alcuni tipi di ricavi, in attesa di trovare una soluzione globale a livello Ocse. E parte il pressing dei Paesi del G5 (Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) sulla Ue, perché la approvi il prima possibile. Ma il fronte dei contrari è ampio (i Paesi che sono già sede dei big digitali) e l’unica possibilità è mandarla avanti con una cooperazione rafforzata. “Non è una tassa Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple), né anti-Usa, non è una rappresaglia” contro i dazi americani, ma colpisce “120-150 aziende europee, statunitensi, asiatiche, e del resto del mondo, ed è in cantiere da mesi”, ricorda il commissario Ue alla fiscalità Pierre Moscovici.

Non è vero che sul web non ci si può nascondere

È davvero così difficile non lasciare tracce sul web? No. Ci sono diversi accorgimenti che possono essere applicati da tutti senza dover essere degli esperti.

Sono metodi Segreti? No. Spesso semplicemente non si sa dove cercare oppure non si fa caso ai messaggi che gli stessi social lanciano perché magari non si fa attenzione.

Nascosti?Certo. I termini d’uso sono spesso sterminati e difficili da leggere. Quasi sempre si accettano automaticamente senza davvero leggerli. Lì, però, è indicato cosa si sta accettando e quali autorizzazioni si concedono quando si scarica un’applicazione, quando ci si iscrive a una piattaforma o a qualsiasi servizio online.

Dati in vendita?Sì. Le inchieste negli ultimi mesi hanno raccontato di società di “broker di dati” che creano microtargetizzazioni e forniscono dati aggregati, anche a Facebook. Per averli è probabile abbiano attinto a informazioni pubbliche disponibili online grazie a autorizzazioni rilasciate dagli utenti incautamente.

Facebook sa.Vero. Lo dice agli altri? Vero, ma solo se gli è permesso. Il social network ha una funzione che permette all’utente di decidere cosa condividere o meno. Si può disattivare la possibilità che gli inserzionisti incercettino la sua navigazione o abbiano informazioni su suoi gusti.

Dove.Per il social network di Zuckerberg è tutto nel menù a tendina del profilo, alla voce “Impostazioni”: lì si possono regolare le proprie preferenze sulla privacy e quelle sulla gestione delle inserzioni. Si può verificare quali categorie siano state attribuite e in base a quali dati vengano cucite addosso pubblicità e contenuti. E disattivarlo.

Fuori Facebook. Sono tracciati anche gli spostamenti degli utenti sui diversi siti web e le informazioni sono usate per personalizzare navigazione e pubblicità. Per evitare il tracciamento dei dati per il cui trattamento non è stato dato il consenso esplicito è possibile evitare che sia monitorata la navigazione.

In incognito. Si può impostare la modalità “anonima”. I programmi per navigare sul web, i “browser” (Safari, Chrome, Mozzilla, Explorer) hanno la funzione di navigazione “privata” o “in incognito” che permette di non essere tracciati o per lo meno di ridurre al minimo la possibilità di essere schedati. Spesso basta cliccare sui menù nella barra in alto e selezionare l’opzione “apri finestra con la navigazione in incognito” o “navigazione privata”.

Strani test “Scopri come sarai da vecchio”, “Guarda il tuo volto sulla Hall of fame di Hollywood”, “Scopri quando morirai”: sono solo alcuni esempi di iniziative, servizi, giochi e app diffuse su Facebook. Sono sviluppate da società esterne che hanno accesso – anche perché gli viene concesso dagli utenti che le scaricano – alle informazioni degli utenti. E da quel momento, non si sa dove vanno a finire i dati. È stata proprio un’applicazione ad aver ceduto a Cambridge Analytica i dati raccolti su Facebook.

Vale solo per Facebook?No. Si tratta di regole applicabili a quasi tutte le piattaforme web. Sarebbe ideale anche scegliere, sempre tramite il menù Impostazioni, di non far comunicare le applicazioni tra di loro. Meglio anche non registrarsi a siti e servizi utilizzando il login di altri (“Accedi con Facebook” o “Accedi con Google”) così da poter controllare meglio le informazioni che si condividono.

Localizzazione.Facebook ascolta le telefonate? Finora non è stato dimostrato e ha sempre negato. Di sicuro, traccia la posizione. Fondamentale è poi sospendere, quando non utilizzati, i servizi di geolocalizzazione sui propri dispositivi e negare l’accesso alla posizione alle applicazioni. Vi è mai capitato di entrare in un negozio e poi scoprire che Facebook vi consiglia di mettere “Mi Piace” proprio a quel brand? Ecco svelato l’arcano.

La privacy. Tutti assicurano che i dati scambiati restano comunque anonimi. “Statistici” è la definizione più usata. Per fare un esempio: è come se si creasse una profilo dettagliato dei gusti, delle caratteristiche e delle abitudini di un utente che però saranno associate a un generico “XYZ”. È questo “utente generico” (dietro cui ci siamo noi) che viene raggiunto da annunci su misura. In questo modo non viene commesso un reato, ma resta una pratica ai limiti della violazione della privacy.

“È colpa mia”: Facebook ammette falle ed errori

Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati, e se non riusciamo a farlo non meritiamo di essere al vostro servizio”: ieri sera (per l’Italia) Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha piegato virtualmente il capo di fronte ai suoi utent con un post sulla sua pagina.

Ricostruisce e conferma quanto emerso in questi giorni ma si limita alle implicazioni sulla privacy. La politica non è inclusa. Dalle autorizzazioni concesse alle app esterne, al successivo divieto imposto nel 2014, dall’ammissione di aver saputo della cessione dei dati a Cambridge Analytica nel 2015 all’accusa rivolta alla società, che non avrebbe cancellato quei dati come comunicato e dimostrato (ipotizzabile sottotesto: “Se poi li hanno usati per la campagna di Trump, noi non lo sapevamo”). “La buona notizia è che le azioni più importanti per evitare che una cosa del genere si verifichi di nuovo sono state già intraprese anni fa”.

Elenca poi la strategia futura: restrizioni maggiori per gli sviluppatori di app, monitoraggio più approfondito delle società che li gestiscono e per gli utenti accesso più facile alle impostazioni per gestire la propria privacy. “Io ho dato vita a Facebook e, alla fine, sono io il responsabile per ciò che accade sulla nostra piattaforma”. Il mea culpa arriva nel giorno in cui viene intentata una class action e mentre su Twitter, Carol Davidsen, (che su Linkedin dichiara di aver lavorato come analista di dati di Obama for America campagna di Obama nel 2012) racconta in modo dettagliato che Facebook si sarebbe accorto che utilizzavano una app per risucchiare dati di milioni di utenti e dei loro amici su cui poi modellare la campagna. “Sono venuti in ufficio e ci hanno detto che ci avrebbero permesso di farlo perché erano dalla nostra parte”, ha scritto. Il giorno precedente era poi stato confermato dalla fonte Chris Wylie che il programma per la raccolta di dati fu avviato nel 2014 sotto la supervisione di Steve Bannon, l’ex stratega politico di Trump. Ieri, uno dei fondatori di WhatsApp, Brian Acton, si è apertamente schierato con il movimento #deletefacebook, invitando i suoi follower su Twitter a cancellarsi dal social: “It’s time”, è tempo di farlo, ha scritto.