Una mattinatadi incontri, in ricordo del magistrato Mario Almerighi, scomparso un anno fa. Domani, dalle ore 9 alle ore 13, l’associazione culturale Isonomia e l’associazione Sandro Pertini organizzano nell’Aula Magna della Corte di Cassazione un convegno dedicato al giudice. A introdurre l’evento sarà Vito D’Ambrosio, già sostituto Procuratore Generale di Cassazione e presidente dell’associazione Sandro Pertini. Una decina gli interventi programmati: da Giovanni Bachelet (Professore ordinario di Fisica a La Sapienza di Roma) a Carlo Brusco (già Presidente di sezione della Corte di Cassazione) , passando per Alessandro Cassiani (consigliere dell’Ordine Avvocati di Roma). Con loro anche Fernanda Contri (già Vicepresidente della Corte Costituzionale), Mario Fresa (Sostituto Procuratore Generale di Cassazione), Adelmo Manna (professore ordinario di diritto penale all’Università di Foggia), Silvana Mazzocchi (Giornalista e scrittrice), Francesco Monastero (presidente del Tribunale di Roma) e Giuseppe Zupo (avvocato). A concludere la giornata di incontri sarà Leonardo Agueci (presidente di Isonomia e già Procuratore della Repubblica aggiunto del Tribunale di Palermo).
Milan, Li nei guai: fallita la sua società
Passo dopo passo, rivelazione dopo rivelazione sui cinesi, prestito dopo prestito per tenere in piedi il bilancio, il Milan si avvicina al fondo Elliott.
I dubbi sul nuovo proprietario del club Yonghong Li e sulla consistenza del suo patrimonio non erano poi così infondati, come dimostra il fallimento della sua holding in patria. E da ambienti giudiziari arriva la conferma dell’apertura a Milano di un fascicolo (per il momento senza indagati, né reati) sulla vendita della società che fu di Silvio Berlusconi per 740 milioni di euro, dopo le segnalazioni per operazioni sospette trasmesse dall’Uif (Unità di Informazione finanziaria) alla Guardia di Finanza.
A questo punto i rossoneri rischiano di passare nelle mani del fondo d’investimento che si è fatto garante dell’operazione con un prestito da 300 milioni. Magari addirittura di finire all’asta.
Del resto, nel Cda dei rossoneri è già presente Paolo Scaroni, ex amministratore di Eni, milanista doc, numero due di Rothschild (advisor dell’affare) ma soprattutto uomo legato a Elliott, che potrebbe gestire la fase di transizione verso un nuovo compratore. L’ultimo colpo alla credibilità del magnate cinese viene dall’Oriente: come riportato dal Corriere della Sera, la Shenzen Jie Ande è fallita. Si tratta della stessa holding con cui Li deteneva l’11,39% di Zhuhai Zhongfu, una delle proprietà dichiarate come sue credenziali, che un’inchiesta di Milena Gabanelli lo scorso febbraio aveva rivelato essere insolvente già al momento dell’acquisto del Milan.
Gli interrogativi su Li, comunque, aumentano. E così, dopo aver già finanziato l’operazione d’acquisto, il fondo Elliott potrebbe sostenere il club anche nelle prossime scadenze: gli incontri con la Uefa, la chiusura del bilancio, forse pure il prossimo aumento di capitale che farebbe crescere ulteriormente il debito, sempre più difficile da onorare (ammesso che Li abbia mai avuto intenzione di farlo). Visto che in pegno sono state poste proprio le azioni del club, per il passaggio di mano pare solo questione di tempo.
La presenza di Elliott è però probabilmente anche la migliore garanzia per il futuro del club, ben più solida del patrimonio di Li. Perché i fondi di questo calibro sono abituati a fare soldi, non a rimettercene. Il prestito iniziale di 300 milioni era un investimento: se le cose fossero andate bene Elliott ci avrebbe guadagnato gli interessi, in caso contrario (come sembra sempre più probabile) gli permetterà di entrare in possesso del Milan per una cifra tutto sommato contenuta.
Lo stesso vale per i prossimi versamenti: è suo interesse che il club non perda di valore, per poterlo rivendere in futuro ad una somma maggiore.
I tifosi rossoneri possono stare tranquilli: comunque si risolvano i guai finanziari di Li, il Milan non fallirà. Ma forse presto dovrà trovarsi un vero proprietario.
I vertici del gruppo Espresso indagati per truffa all’Inps
Il cuore del Gruppo Gedi, la società che edita il quotidiano Repubblica e il settimanale L’Espresso (estranei alla vicenda), finisce sotto inchiesta. Truffa ai danni dell’Inps è il reato che la Procura di Roma contesta all’amministratore delegato Monica Mondardini, al direttore delle Risorse umane Roberto Moro e a Corrado Corradi, capo della Divisione Stampa Nazionale. Per questo ieri i finanzieri sono entrati nelle sedi della Gedi – il gruppo che oggi edita anche La Stampa di cui è presidente onorario Carlo De Benedetti, presidente il figlio Marco – e della Manzoni Spa, la concessionaria di pubblicità del gruppo editoriale, per acquisire documentazione relativa al prepensionamento concesso, secondo la Procura senza averne diritto, ad alcuni dirigenti di nove società del gruppo.
Il punto è questo: il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall’Olio sospettano che per far ottenere il prepensionamento, ossia il riposo anticipato, ad alcuni dirigenti che non avevano accesso al beneficio, siano stati utilizzati alcuni escamotage come il demansionamento a quadri o i trasferimenti. Da ciò la presunta truffa di milioni di euro. Le contestazioni riguardano fatti dal 2012 a oggi. L’indagine – che ora crea qualche grana al gruppo che nel 2016 vantava 705 milioni di euro di ricavi e 11,9 milioni di utili – nasce da un’informativa dell’Ispettorato del lavoro che evidenzia le anomalie nell’ottenimento dei benefici dei prepensionamenti, e che è stata inviata in Procura.
Le ispezioni della Direzione Vigilanza dell’Inps, da cui si sono avviate le indagini della Procura di Roma, hanno avuto impulso da una notizia del Fatto del settembre 2016, in cui si riportava il carteggio interno tra la presidenza, la direzione generale e alcune direzioni dell’Istituto scaturito da alcune email di denuncia, inviate al presidente Tito Boeri a partire dal maggio precedente. Una figura evidentemente a contatto con la società editoriale e poi ascoltata dagli inquirenti capitolini, segnalava a Boeri una presunta truffa per decine di milioni di euro ai danni dell’Inps operata dal gruppo editoriale tra il 2012 e il 2015.
La questione si rimpalla per diverso tempo tra gli uffici fino a quando Boeri decide di inviare una ricostruzione di quanto accertato dalle sue direzioni al ministero del Lavoro e incarica il direttore generale pro tempore, Massimo Cioffi – dimessosi di lì a poco per i forti contrasti con il presidente sulla gestione dell’Ente –, di stendere una lettera da inviare al ministro del lavoro, Giuliano Poletti. In questa lettera, Cioffi racconta che in occasione di due operazioni di ristrutturazione aziendale – la prima che si è conclusa nel 2012 e la seconda nel 2015 –, la società Manzoni Spa avrebbe chiesto 117 esuberi: poco prima lo stato di crisi però aveva assunto altro personale, proveniente – ipotizza l’Inps –, da società appartenenti al medesimo gruppo e in qualche caso anche dall’esterno.
Cioffi scrive così che nell’ambito dei citati 117 esuberi sono stati segnalati all’istituto 7 nominativi di dirigenti, trasformati in quadri per poter essere prepensionati.
Sempre secondo le segnalazioni pervenute all’Inps, tutti i dipendenti assunti non sarebbero neppure usciti dalle aziende di origine. Dalla banca dati ministeriale delle comunicazioni obbligatorie sono emerse 248 segnalazioni di inizio di attività lavorativa nei 4 mesi che hanno preceduto la dichiarazione di esubero e la conseguente messa in cassa integrazione straordinaria dei dipendenti, con il prepensionamento di poligrafici e giornalisti.
Tra il 2011 e il 2015 sono stati concessi per decreto ministeriale al gruppo editoriale Gedi e alla Manzoni spa 187 prepensionamenti di poligrafici e 69 di giornalisti, mentre per altri 554 lavoratori sono stati attivati contratti di solidarietà. Il direttore dell’Inps accludeva anche la scheda di ciascuno dei dirigenti che sarebbero stati demansionati a quadro per permettere loro di accedere al pensionamento anticipato.
L’iniziativa di Cioffi arrivava dopo una serie d’informative interne che gli organismi centrali e regionali dell’Inps si scambiano fin dall’aprile del 2012. Tra silenzi e solleciti di verifiche, il rimpallo all’interno dell’istituto va avanti da anni. Le ispezioni avviate hanno investito anche altri gruppi editoriali, come la Mondadori, il gruppo Riffeser e del Sole 24 Ore (gruppi estranei all’indagine).
A dare notizia della presenza dei finanzieri nelle proprie sedi, ieri, è stato lo stesso gruppo Gedi. “L’ufficio del personale del Gruppo – scrivono in una nota – sta fornendo piena collaborazione agli inquirenti per consegnare copia dei fascicoli dei dipendenti demansionati e trasferiti. La Società fa sapere di avere piena fiducia nell’operato della magistratura e si dice certa di dimostrare la assoluta regolarità delle pratiche di accesso alla cassa integrazione e al prepensionamento”.
Mastella, incidente in auto e amputazione della falange di un dito
Il sindaco di Benevento ed ex ministro Clemente Mastella è rimasto ferito in un incidente stradale: l’auto su cui viaggiava si è scontrata con un’altra vettura che avrebbe effettuato una brusca inversione di marcia.
L’incidente è avvenuto nei pressi dell’uscita di Dragoni (Caserta), lungo la statale Telesina, proprio la strada a scorrimento veloce per la quale Mastella si era interessato qualche giorno fa sollecitando i vertici dell’Anas a intervenire per lo stato in cui versa il manto stradale.
Mastella ha riportato lesioni a una mano e l’amputazione della falange di un dito, ma le sue condizioni non destano preoccupazione. Dopo esser stato soccorso all’ospedale di Piedimonte Matese (Caserta) è stato trasferito in un reparto specialistico del Gemelli di Roma.
“Eravamo di ritorno da Roma – ha raccontato – insieme al consigliere comunale di Benevento Renato Parente, che era alla guida, quando ci siamo scontrati con un’altra auto guidata da una signora. Sono stati attimi terribili: ho visto la morte con gli occhi”.
Popolari, la Consulta salva la riforma Vicenza: sequestrati 19 milioni a Zonin
La riforma delle banche popolari supera il rischio più grande: l’esame della Corte costituzionale. Secondo la Consulta la legge che ha terremotato il settore del credito cooperativo, nato su una legislazione di oltre 150 anni, non ha violato la Carta. Sono dunque infondate le questioni di costituzionalità sollevate dal Consiglio di Stato che con due ordinanze aveva portato il testo davanti ai giudici.
Come è noto, la riforma varata dal governo Renzi a gennaio 2015 ha imposto alle 10 banche popolari più grandi di quotarsi in Borsa e trasformarsi in Spa rinunciando al “voto capitario” tipico della natura cooperativa (una testa un voto, a prescindere dalle azioni) e di fatto al ruolo di banche del territorio. In pratica dovevano diventare contendibili sul mercato. Gli effetti non sono stati dei migliori, con Banca Etruria, Pop Vicenza e Veneto Banca finite in dissesto, altre due – Pop Bari e Pop Sondrio – gettate in un limbo in attesa della Consulta e le altre cinque che devono fare i conti con i fondi esteri attratti dalle “sofferenze” (i crediti inesigibili) che in alcuni casi, come Creval e Ubi, sono ormai maggioranza. Secondo Palazzo Spada il governo aveva violato la Carta scegliendo di usare un decreto legge senza che vi fossero “i caratteri di necessità e urgenza”, così come il meccanismo usato per blindare le trasformazioni in Spa bloccando il diritto di recesso ai soci contrari; scelta peraltro affidata a norme attuative scritte da Bankitalia grazie a una sorta di “delega in bianco” a un istituto “privo di legittimazione democratica. Per la Consulta, invece, tutto è rimasto nell’alveo della Costituzione. Il Consiglio di Stato ha invece cancellato il divieto imposto da Bankitalia ai soci degli istituti di creare una holding cooperativa per controllare le banche. Ora Popolare Sondrio e Bari dovranno trasformarsi in Spa.
Resta aperto invece il fronte delle presunte soffiate arrivate a ridosso del decreto a Carlo De Benedetti, il patron del Gruppo Espresso che ha detto al telefono di aver avuto la notizia direttamente da Matteo Renzi prima di ordinare al suo broker Gianluca Bolengo di investire sulle Popolari (incassando 600 mila euro). Dopo le segnalazioni della Consob – che aveva ravvisato il reato di insider trading ma poi ha archiviato – la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta indagando il solo Bolengo per ostacolo alla vigilanza. De Benedetti non è mai stato indagato. I pm hanno chiesto l’archiviazione ma il Gip ha fissato per domani un’udienza con le parti in causa (Bolengo e il pm). Dopodiché deciderà se archiviare o chiedere nuove indagini.
Sempre in tema di Popolari, ieri il Tribunale di Vicenza ha deciso il sequestro di 19 milioni di euro a Gianni Zonin, l’ex padre padrone della Popolare indagato per il dissesto della banca costato 6 miliardi.
“Rosatellum: l’effetto flipper non è un errore, c’è stato dolo”
Di leggi elettorali ha contribuito ad affossarne già due. Felice Besostri, avvocato, candidato non eletto con Liberi e Uguali alle ultime elezioni, ha sostenuto i ricorsi in Corte Costituzionale contro il Porcellum e l’Italicum. “E adesso aspetto che si esprimano sul Rosatellum”, dice, anche se i primi quattro ricorsi presentati da Besostri sono stati dichiarati inammissibili.
Ma al di là delle criticità costituzionali, il Rosatellum ha dimostrato tutti i suoi difetti durante i giorni dello spoglio. Ieri la Cassazione, diciassette giorni dopo il voto, ha dovuto ripubblicare il verbale che ufficializza i nomi dei nuovi deputati, prendendo atto del riconteggio in extremis della Corte d’appello di Catanzaro che ha scatenato un effetto flipper in quattro Regioni e ha costretto la Suprema Corte a invalidare il precedente verbale.
Avvocato Besostri, come mai tutti questi problemi?
Nessuno ci ha capito nulla, né allo spoglio, né in fase di verifica delle schede contestate. Persino le Corti d’appello sono in difficoltà: in Puglia hanno rilasciato le copie dei verbali a chi ha annunciato ricorso, in altre zone d’Italia no. Ma anche in fase di spoglio le singole Corti mandavano i risultati in Cassazione senza poter sapere se i loro eletti erano passati anche in un’altra circoscrizione, attraverso le pluricandidature. Conteggiare i resti è stato complicatissimo.
Piccoli spostamenti di voti a livello locale hanno provocato un effetto domino in mezza Italia.
E pensare che nella sentenza della Consulta che ha bocciato l’Italicum si citava una decisione del Tribunale federale tedesco del 2012, stabilendo che nessun candidato può essere favorito o sfavorito dal comportamento elettorale di candidati di altre circoscrizioni. Qui è avvenuto l’esatto contrario. Pochi voti spostati in Calabria hanno fatto saltare seggi in Veneto o in Trentino.
Colpa di chi questa legge l’ha votata?
Dicevano di volere una legge elettorale che desse un vincitore la sera stessa del voto, ma ne hanno approvata una che dopo quindici giorni non ha dato neanche un Parlamento. Questa non è soltanto una legge elettorale scritta male: c’è un dolo da parte dei principali partiti che l’hanno voluta, cioè Forza Italia e Pd. Era tutto preparato per creare coalizioni finte e avere mani libere dopo il voto, in vista di un accordo.
Non è andata così.
Pd e Forza Italia non si aspettavano che sarebbero stati così duramente puniti dal voto. E ora si ritrovano con una legge da buttare e senza più avere il controllo del Parlamento.
Dopo il Porcellum e l’Italicum, anche il Rosatellum rischia di passare dal giudizio della Consulta.
I partiti lo hanno approvato all’ultimo momento proprio per questo, per poter fare come con il Procellum: la Consulta dichiarò incostituzionale la legge, ma il Parlamento ormai si era insediato ed è rimasto in carica.
Su che cosa rischia il Rosatellum?
Prima di tutto mancano il voto disgiunto e lo scorporo dei voti. E poi i listini corti diventano un problema, se la legge consente così tante pluricandidature. Spesso nelle circoscrizioni c’erano meno candidati di quanti seggi avesse vinto un partito, e così è stato ripescato qualcuno che non c’entrava nulla col voto espresso dai cittadini di quel territorio.
Adesso tutti assicurano che la legge elettorale sarà tra le priorità per qualsiasi nuovo governo. C’è da preoccuparsi, visti i precedenti?
Il problema è che i due partiti vincitori, Lega e Movimento 5 Stelle, non sono d’accordo sull’eventuale premio di maggioranza. La Lega ha bisogno di premiare la coalizione, i grillini sanno bene che correranno da soli e punteranno su un premio al singolo partito.
Quindi come ne usciremo?
Di certo è impossibile che si faccia una nuova legge in pochi mesi. Aspetteranno cosa dirà la Consulta sul Rosatellum: può anche darsi che ne esca un sistema subito applicabile.
Se il Parlamento non si accontentasse di delegare alla Consulta una nuova legge, il problema sarà sempre trovare un bilanciamento tra rappresentanza e governabilità. C’è un modo per riuscirci, rispettando la Costituzione?
Di certo non è quello che stanno prospettando alcuni esponenti di centrodestra in questi giorni. Chi prende il 37% alle elezioni non può ottenere il 55% dei seggi, è un premio spropositato. Un modo per assegnare un premio di maggioranza costituzionale ci sarebbe, ma preferisco non dirlo: è un sistema che a me non piace e non sia mai che lo mettano in pratica.
Figurine post elettorali: c’è chi appare dal nulla e chi svanisce nell’oblio
Non ci dormiamo la notte. Prima delle elezioni c’era una pletora di candidati (che nell’antica Roma si chiamavano così perché indossavano una toga candida che li rendeva riconoscibili prima e dopo) che poi, a elezioni tenute, sono spariti, mentre altri sono magicamente apparsi dal nulla. Perché sono cambiati gli attori in gioco? Chi siamo andati a votare? Prodigi del Rosatellum, fatto in modo che l’elettore eleggesse chi non voleva. Ecco la galleria di figurine in ascesa e in discesa dopo la farsa elettorale.
Berlusconi Silvio È come lo Stregatto. Appare, scompare; nel buio del nulla catodico resta la scia odontoiatrica del suo sorriso. Persino da detenuto in regime alternativo filtravano sue immagini: l’epica del ravveduto che raccontava barzellette e suonava il piano per gli anziani (il tribunale ritenne che avessero anche loro qualcosa da scontare). Una sua foto esiste del giorno in cui varcò la soglia del Nazareno con Verdini per siglare la segreta “profonda sintonia” con Renzi. Adesso, dopo la ristrutturazione somatica a Merano, il servizio da Kennedy versione Scarface a Villa Maria con la Pascale, la bulimia delle apparizioni Tv (glassato come la maschera funebre di Tutankhamon, sempre più bleso e scassato come un carillon del 1930), è sparito. Il 14%, nella sua brutalità di cifra, lo ha ricondotto alla sua dimensione d’elezione, quella di fenomeno da avanspettacolo che fa la stagione e poi si eclissa. All’estero, dove già lo vedevano capo di una grossa coalizione antipopulista (sic) insieme a Renzi e per interposta persona-pupazzo di Tajani, fischiettano vaghi.
Bongiorno Giulia Noi questa avvocata, famosa per aver difeso Andreotti dall’accusa di mafia, Sollecito da quella di omicidio e Ghedini di aver corrotto testimoni, la ricordavamo in una recente gloriosa apparizione Tv mentre maneggiava una pistola si spera giocattolo e illustrava al Paese il futuro programma politico: “In casa mia devo poter sparare ai delinquenti”. La sua campagna elettorale, durata il tempo di una conferenza stampa (quando si dice il legame col territorio), le ha fruttato l’elezione come senatrice della Lega e quindi la candidatura alla presidenza del Senato della Repubblica. Se non c’è di meglio, stiamo messi bene.
Bonino Emma Ci sono volute più persone per disinstallare i maxischermi luminosi della campagna elettorale di +Europa dalle stazioni di quante ne sono bastate per non farla entrare in Parlamento.
Boschi Maria Elena Trionfante a Bolzano, si narra abbia già imparato a fare lo Strudel e a dire otto parole in tedesco. Inconsolabili ne danno il triste annuncio gli orafi aretini.
Calenda Carlo È vero che lo Sviluppo economico ha fatto un balzo da tigre asiatica da quando c’è lui, ma ci voleva la rottamazione di Renzi per proiettare questo talentuoso romanordino nei cieli del governo del Paese. Due ore dopo aver preso la tessera del Pd, già dava ordini e si atteggiava a capo. Benvisto da Scalfari, che ha passato con lui un’ora “a parlare di Diderot e Montaigne”, ha tolto a Matteo lo scettro di Mister Compulsivo di Twitter. E, si sa, da lì alla gloria è un attimo.
Dudù Dopo il servizio su Chi, l’aspirante First dog è sparito nel nulla insieme alla Brambilla. Da chiamare l’Enpa.
Giorgetti Giancarlo Adesso voi ci giurate che conoscevate questo Giorgetti prima delle elezioni senza essere i responsabili del catering alla festa della Lega di Borgomanero (Novara). Ora viene fuori che questo padano rudemente sexy (un mix tra il Bossi dei tempi d’oro e un carburatorista di Ingria) era il vero regista delle strategie di Salvini. Tanto da dettare condizioni, da vice del terzo partito d’Italia, a nome di tutto il centrodestra: “O si fa un governo che dura o si va al voto”. L’abbiamo ascoltato a Porta a Porta: se impara l’italiano potrebbe essere il nuovo Cavour.
Grasso Pietro Il suo nome sul simbolo. Una scelta talmente imbroccata da fruttare a LeU il 3,2%. Ma che fine ha fatto questo trascinatore di popoli? S’è ritirato in convento? È scappato in Sudamerica? Una spedizione di speleologi, alpinisti e subacquei è al lavoro per ritrovarlo. Non si interrompe così un’emozione.
Lorenzin Beatrice Non ci viene in mente niente.
Lotti Luca L’eroica campagna elettorale (due tweet e l’inaugurazione di un campetto sportivo) lo ha portato al trionfo a Empoli. Se la giustizia a orologeria non ne arresterà l’ascesa farà molta strada (nel Copasir).
Martina Maurizio Questo Big Jim con la faccia da televenditore di materassi è l’attuale capo “reggente” del Pd, per dire come Renzi ha ridotto il Pd. Quando parla lui, in direzione i colleghi compulsano i telefonini. Tutti su Google a cercare “Maurizio Martina chi è”.
Minniti Marco Sua Eccellenza il ministro del Regno Marco Minniti, dopo la fastosa campagna di Libia, è stato sconfitto a Pesaro da tale Cecconi (eletto coi 5Stelle che l’avevano espulso). Dopo si è fatto ritrarre da La Stampa nello studio che fu di Giolitti e Mussolini, seduto al tavolo, amaro: “Il Pd rischia di scomparire”. Poi ha ricevuto Merlo di Repubblica e si è messo a declamare Majakovskij. Ha detto: “Il mio è un compito maieutico: tirare fuori la verità con le tenaglie da ciascuno”. Prozac compresse 1 volta al giorno al mattino, Xanax 15 gocce la sera prima di coricarsi.
Renzi Matteo Che non conti più niente è stato chiaro quando Lucia Annunziata, elogiando in Tv la sua tenerissima tenuta da tennis, l’ha definito “simpatico” e il pubblico ha applaudito. Se c’è una cosa che Renzi non è mai stato, comprese quelle che ha fatto finta di essere, è “simpatico”. È il segno che ormai è totalmente innocuo. Potrà racimolare qualche carica per i suoi gerarchetti, da incompresi ministri costituenti a capi della intelligence, purché il suo nome non compaia sotto gli occhi degli elettori che non fanno che punirlo dal 2014. Questo fenomeno che urlava “gli italiani sono con noi” e ha fatto perdere al Pd sei milioni di voti dal 2008 dovrà accontentarsi di fare l’onorevole nel Senato che voleva abolire, ma è litigatissimo nella Silicon Valley e come influencer di Instagram, dove posta ogni dì poetici selfie con la figlia Ester, racchette, albe, tramonti. Lui lo hanno rovinato le elezioni, sennò chissà dove arrivava.
Tajani Antonio Il Guido Bertolaso del Parlamento europeo, usato da B. come controfigura per l’incidente elettorale, ha fermato l’ordine per le targhette di ottone con su scritto “Pres. del Consiglio” appena in tempo.
Zingaretti Nicola Appena riconfermato governatore del Lazio si è candidato per le primarie del Pd del 2019, fregandosene di ciascuno dei 1.018.736 voti ricevuti. Premio della critica.
I renziani disertano il “caminetto”. E il Pd non incontra nessuno
Alla fine nel Pd, venne il giorno del famigerato “caminetto”. Ovvero la riunione dei vertici, così definita in modo dispregiativo da Matteo Renzi all’indomani del voto, nell’annuncio delle dimissioni: “Ora niente caminetti e niente inciuci”. E infatti al caminetto andato in scena ieri sera al Nazareno – convocato per discutere la strategia sull’elezione dei presidenti di Camera e Senato – i renziani di più stretta osservanza non hanno partecipato. Oltre all’ex premier hanno dato forfait anche Luca Lotti e Maria Elena Boschi. È un segnale di sfiducia nei confronti del segretario reggente Maurizio Martina, già criticato dopo la partecipazione al convegno della sinistra Pd di sabato scorso. Alla riunione erano presenti invece i leader della minoranza Andrea Orlando e Michele Emiliano, Dario Franceschini, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Ettore Rosato, Luigi Zanda e Matteo Orfini. Durante la riunione si è deciso di non partecipare agli incontri con gli altri partiti per decidere le presidenze: “Il Pd – è stato comunicato in una nota – non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c’è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi l’ha fatto se ne assuma tutta la responsabilità”.
“Ora è il momento di ripartire”, Richetti pensa alle primarie
“È il momento di ripartire discutendo insieme non solo di ciò che è accaduto (il passato) ma anche di quanto ci aspetta, qual è la direzione di marcia, il futuro”. Lo scrive su twitter il “diversamente renziano” Matteo Richetti. L’ex spalla di Renzi sul palco della Leopolda ora lancia la sua proposta personale per il rilancio del Pd. “Avrei voluto fare mille telefonate – aggiunge – e spedire mille email a ognuno di voi. Ho scelto il mezzo più veloce per invitarci a rialzarci subito e camminare insieme, con più entusiasmo e passione di prima. Vi aspetto sabato 7 aprile alle ore 10:00 all’Acquario Romano. Parola d’ordine harambee“. Ovvero un termine swahili che significa più o meno “oh issa!”, che è anche il titolo dell’ultimo libro di Richetti. Potrebbe essere proprio lui, il deputato emiliano, la prossima carta dell’area renziana in vista delle primarie del Pd. Lui stesso non aveva negato questa ipotesi, pochi giorni dopo le elezioni, interrogato al riguardo da Lilli Gruber durante una puntata di Otto e mezzo: “Io candidato? Quando decidiamo il giorno delle primarie, risponderò a questa domanda”.
“Niente trabocchetti, i due presidenti bisogna sceglierli senza fare scherzi”
“Se si inizia con i veti incrociati non è un bell’inizio di legislatura. I presidenti delle Camere andrebbero eletti con il maggior consenso possibile…”. Paolo Cirino Pomicino, più volte ministro democristiano nella Prima Repubblica nonché esponente di punta della corrente andreottiana, segue con attenzione e con qualche perplessità i movimenti delle forze politiche in vista, domani, della prima seduta del Parlamento.
Onorevole Pomicino, ha visto? Il candidato del centrodestra per Palazzo Madama al momento è il forzista Paolo Romani, ma il M5S non lo voterà.
Porre veti personali sui candidati è sbagliato, perché ogni singolo parlamentare ha diritto a candidarsi per lo scranno più alto di Montecitorio o Palazzo Madama. Detto questo, arrivare all’elezione dei due presidenti con astensioni incrociate, uscite dall’Aula o espedienti vari non sarebbe un bello spettacolo. I presidenti dovrebbero unire intorno a sé il maggior numero di consensi possibile. A causa del risultato elettorale, senza un vero vincitore, questa è di per sé una legislatura complicata. Almeno si parta senza scossoni.
Lo schema che prevede Camera al M5S e Senato a Forza Italia la convince?
Sì, perché il movimento di Beppe Grillo è il primo partito italiano, mentre il centrodestra è la coalizione che ha ottenuto più voti. Proprio perché i presidenti di Camera e Senato sono figure di garanzia istituzionale, la spartizione è corretta. Ed è anche giusto che – dato che Salvini è il capo della coalizione di centrodestra – Palazzo Madama spetti a Forza Italia. Lo schema per le Camere non è particolarmente complicato.
Sì, ma è uno schema che rischia di saltare. C’è modo di blindarlo?
Premesso che è una situazione anomala, perché le forze uscite vittoriose dalle urne non sono in grado di esprimere una maggioranza, il mio consiglio è quello di giocare alla luce del sole, senza troppe tattiche parlamentari o, peggio, trabocchetti d’aula. Non ci si appresta a votare qualche emendamento alla finanziaria, ma ad eleggere la seconda e la terza carica dello Stato. Non fate scherzi, siate leali. Ripeto: due presidenti eletti con astensioni o assenze sarebbe un pessimo inizio.
Nella Prima Repubblica non accadeva.
Ai miei tempi era consuetudine dare una Camera alla maggioranza e l’altra all’opposizione. Così abbiamo eletto, per esempio, Pietro Ingrao e, in seguito, Nilde Iotti a Montecitorio. Purtroppo questa consuetudine si è persa negli ultimi anni, dove chi vince prende tutto. Oggi tutto si complica perché non c’è una vera maggioranza, quindi nemmeno un’opposizione.
Dopo l’elezione dei presidenti cosa accadrà?
Io non credo che un accordo tra centrodestra e M5S sui presidenti sia il primo passo per un’intesa anche sul governo. Parlamento e Palazzo Chigi sono due partite differenti.
Al momento, però, l’unico dialogo in corso è tra Lega, FI e M5S.
Sì, ma un’intesa di governo Lega-5Stelle farebbe saltare il centrodestra. Mentre vedo assai arduo un coinvolgimento di Berlusconi da parte dei grillini. Confido nella saggezza del presidente Sergio Mattarella e nel senso di responsabilità delle forze politiche. Vedo però qualche segnale positivo…
Quale?
Il fatto che i partiti abbiano abbandonato i toni della campagna elettorale e inizino a parlarsi. Credo però che un futuro governo passi per la scomposizione e la ricomposizione dell’attuale quadro.
Ovvero?
O un governo del presidente, dal profilo istituzionale, senza esponenti diretti dei partiti oppure un esecutivo politico con dentro tutti. Per ottemperare agli impegni con l’Ue, rifare la legge elettorale e tornare a votare tra un anno, magari in contemporanea alle elezioni europee.