I 5 Stelle compatti su Fico. Ma lo sgambetto fa paura

Punteranno sul “rosso”. Su Roberto Fico, l’ortodosso degli ortodossi, con il cuore e le idee a sinistra. Quello che era grillino già molto prima del Movimento, tante volte contestatore del candidato premier e capo politico, insomma di Luigi Di Maio. È lui il candidato del Movimento alla presidenza della Camera, che per la prima, vera partita dopo il 4 marzo cala una carta per parlare al Pd, alla sinistra, in vista di un accordo di governo che ad oggi è una speranza remota.

Però prima bisogna eleggerlo Fico: facile, ma non scontato. Perché il vertice del centrodestra rilancia il nome di Paolo Romani come prima scelta per la presidenza del Senato. E il Movimento a stretto giro di posta ribadisce il suo no, tramite la capogruppo alla Camera Giulia Grillo: “Non veniamo meno ai nostri principi, non votiamo indagati o sotto processo”. Formula peraltro incompleta, visto che Romani è stato condannato in via definitiva per peculato, (mentre la pena è ancora suscettibile di sconto, visto che la Cassazione ha rimandato la sentenza alla Corte d’appello per l’eventuale riduzione). Ma il senso è quello. E sembrerebbe l’annuncio di uno scontro. Però in casa 5Stelle c’è grande ottimismo. “Se tutto va come deve, la chiudiamo facilmente” ragionava ieri sera un big. Ovvero, secondo il Movimento l’ipotesi Romani dovrebbe reggere poco. Il tempo di arrivare a una seconda opzione, ossia una tra Maria Elisabetta Casellati e Anna Maria Bernini, con quest’ultima che pare preferita dai 5Stelle. Ma il nodo è ovviamente Romani. E va risolto dentro il centrodestra. Come almeno apparentemente prova a fare Matteo Salvini, che ieri sera, a chi gli chiedeva del veto del Movimento al senatore forzista, ha seminato parole ecumeniche: “Ogni partiti ha nomi e cognomi condivisi da tutti”.

Tradotto, basta togliere Romani, perché con il M5S è già tutto fatto. Considerazione gradita dai 5Stelle, che sin dall’inizio hanno cercato l’intesa con il segretario della Lega. E che ora vedono vicino l’obiettivo. Ma è presto per festeggiare. Innanzitutto, perché non è affatto scontato che si arrivi all’accordo prima dell’inizio delle votazioni, domani mattina. E poi c’è anche lo scenario peggiore che qualche parlamentare del M5S ieri sera paventava, quello del braccio di ferro. Con il centrodestra che in cambio della testa del forzista potrebbe esigere quella di Fico: da sempre ostile ad accordi con la Lega, durissimo con il Carroccio. E allora nel gioco dei veti incrociati il Movimento dovrebbe rimettere in partita il deputato Riccardo Fraccaro: trentino, fautore delle autonomie locali, moderato. È un’ipotesi residuale, perché Di Maio ha deciso per l’ortodosso, e vuole tenere il punto. Tanto c’è già che chi parla di vicepresidenza per risarcire Fraccaro, favorito per giorni. Ma il quadro è ancora molto fluido, scivoloso. Quindi un piano B deve averlo, il Movimento, che oggi all’ora di pranzo riunirà alla Camera i suoi oltre 340 parlamentari.

La prima assemblea congiunta della nuova legislatura, in cui Di Maio spiegherà le ragioni della scelta per la presidenza di Montecitorio: pretesa dal Movimento per avere un uomo di fiducia “che non permetta ai partiti di usare la ghigliottina e altre schifezze in Aula”. Cautela fondamentale, soprattutto se il M5S non riuscisse ad andare al governo. Di sicuro Di Maio ha deciso di puntare sull’ex presidenza della Vigilanza Rai per lanciare l’ennesimo amo al Pd. Ma anche per ragioni interne. Perché la sua nomina è un chiaro trofeo per la minoranza ortodossa, a cui il capo politico potrà chiedere massima disciplina da qui in avanti.

Quasi un’ossessione per Di Maio, che da settimane ripete ai suoi l’esigenza di essere “compatti”. Ma non solo. Perché da presidente della Camera Fico non potrà più essere una voce così rumorosa e magari scomoda dentro il Movimento. Ergo, citare la massima latina del “promuovere per rimuovere” non sembra così improprio. Considerazioni a margine, prima delle votazioni in Aula. La prima sfida dopo il 4 marzo per Di Maio, uscito trionfatore dalle urne. Ma i sorrisi e gli applausi non sono eterni. E quella per Montecitorio è una corsa dove non può inciampare. Neppure lui, il capo che ha vinto.

Il bluff di B. su Romani, scudo umano per il M5S

Resuscita Paolo Romani, maggiordomo azzurro del Biscione condannato per un peculato da assessore monzese. E resuscita pure il “principio”, per dirla con un’ottimista Giorgia Meloni, della coalizione di centrodestra. Dopo giorni e giorni di “dialogo” tra Lega e Cinquestelle, i titoli vanno aggiornati con la sostituzione del fatidico centrodestra al posto della sola Lega salviniana.

Palazzo Grazioli è assediata dai cronisti, come ai vecchi tempi. Il padrone di casa mette a tavola i commensali della ritrovata alleanza: Berlusconi, Ghedini e Ronzulli per Forza Italia; Meloni e La Russa per Fratelli d’Italia; Salvini e Giorgetti per la Lega.

Un pranzo veloce rispetto alle attese. Dopo nemmeno due ore è tutto finito. Di Matteo Salvini, raccontano, colpisce l’eccessiva sicurezza da leader. Il capo del Carroccio si sente già premier pre-incaricato al primo giro di consultazioni. E dall’alto di questa sua sicurezza sancisce la svolta delle ultime 48 ore: il Carroccio rinuncia a correre per la presidenza di una delle due Camere e cede il passo a Forza Italia, che già reclamava la poltrona da settimane. Non a caso la prima scelta di Silvio Berlusconi è Paolo Romani, capogruppo uscente azzurro a Palazzo Madama. In palio c’è il Senato, appunto.

La decisione è arrivata in un cosiddetto pre-vertice berlusconiano, prima del pranzo, alla presenza anche di Gianni Letta, il Gran Visir del berlusconismo aziendale e governista. Il nome di Romani, in teoria, è bene specificarlo, dovrebbe tracciare il solco dell’accordo (istituzionale) con i grillini per le presidenze delle Camere. Ma Romani, per il M5s, è cosa notissima, è “invotabile”.

Forse anche per questo la rosa che oggi sarà offerta a tutti gli interlocutori chiamati a discutere dal centrodestra (il Pd ha già detto no) comprende altri due candidati. Due donne. La prima è l’ex ministro Anna Maria Bernini, indicata dallo stesso Berlusconi. La seconda è Elisabetta Alberti Casellati, sponsorizzata da Niccolò Ghedini con l’assenso del suo “avversario” Gianni Letta. Casellati è stata sottosegretaria alla Giustizia, con Alfano ministro, in un momento topico del berlusconismo a luci rosse: la ratifica parlamentare di Ruby nipote di Mubarak.

Le votazioni che si apriranno domani al Senato, alle dieci e trenta, tratteggiano dunque scenari incerti e complicati. Per ora c’è una sola certezza: Salvini, in nome del “dialogo” con i Cinquestelle, ha riequilibrato il centrodestra: lui incassa dagli alleati l’indicazione al capo dello Stato di essere il premier e anche la candidatura di Massimiliano Fedriga alla presidenza del Friuli Venezia Giulia; Forza Italia si prende il Senato. Il resto è affidato alla dinamica degli incontri delle prossime ore.

Prima ipotesi: Forza Italia non rinuncia a Romani, nonostante il veto pentastellato. Dice un senatore azzurro: “Paolo vuole andare sino in fondo, il suo nome verrà votato da mezzo Pd”. È la tesi di quanti soffrono dentro Forza Italia la presunta conversione grillina del Capo. Per loro la via principale resta la ricerca del dialogo con il Pd, con o senza Renzi, al punto da paventare un ribaltamento totale del tavolo: “Ci prendiamo Romani e poi facciamo saltare tutto, così alla Camera passa Giorgetti coi voti del Pd”. C’è persino chi azzarda che alla fine, in un modo o nell’altro, i mal di pancia grillini avranno una forma di silenzio-assenso. In ogni caso decisivo sarà il comportamento di Salvini, che ieri subito dopo i no del M5s a Romani ha ribadito che servono “nomi condivisi”. È il preludio al sacrificio di Romani? Il dubbio conduce alla seconda ipotesi.

Bruciato Romani, come preannuncia un altro senatore informato – “Siamo sicuri che Berlusconi voglia lui? Io non credo, purtroppo” – è l’ex ministra Bernini che ha le quotazioni più alte presso i grillini. La mossa di Berlusconi avrebbe una doppia valenza. Da un lato salverebbe il risorto “principio” di coalizione del centrodestra. Dall’altro confermerebbe la sua clamorosa apertura ai Cinquestelle. Dalla prospettiva berlusconiana non si escluderebbe nulla per il dopo, quando cominceranno le consultazioni. È il pragmatismo familiar-aziendale dell’Ottuagenario condannato: un patto con il diavolo a cinque stelle sarebbe meglio dell’incubo del voto anticipato, con un’ulteriore avanzata del M5s e il terrore per quello che potrebbe succedere in materia di conflitto d’interessi. La “roba” è sempre la stella cometa in casa berlusconiana. E chissà se oggi Berlusconi riuscirà a incontrare Di Maio.

Sono ladri questi Romani

Se tutto va bene, le nostre preghiere a Nostro Signore perchè dia lunga vita a Sergio Mattarella potrebbero addirittura spingersi ad auspicarne l’immortalità. Dio non voglia che abbia un mancamento, perchè da domani il presidente del Senato e dunque suo vice potrebbe essere il forzista Paolo Romani. Cioè un pregiudicato per peculato, che per giunta racconta un sacco di balle sulla sua condanna definitiva. Tipico caso di uno che non dovrebbe ricoprire cariche pubbliche non tanto per l’accusa, quanto per la difesa. Il peculato, secondo i migliori dizionari, è una “appropriazione indebita di denaro o altro bene mobile appartenente ad altri, commessa da un pubblico ufficiale”. Cioè un furto di soldi o beni pubblici. Quindi Romani è ladro e bugiardo: due requisiti essenziali per la seconda carica dello Stato. Lo racconta la sentenza della Cassazione del 29 maggio 2017. Nel gennaio 2011 Romani è contemporaneamente consigliere e assessore all’Expo al Comune di Monza, deputato Pdl e ministro dello Sviluppo. Il Comune gli dà un cellulare per le attività istituzionali. Lui lo gira alla figlia minore,che lo usa in esclusiva per 13 mesi, anche in un viaggio negli Usa, accumulando bollette per 12.883 euro. Tanto paga Pantalone.

Romani viene indagato e imputato per peculato. Si difende alla Scajola, col più classico degli insaputismi: con tutto quel che aveva da fare coi suoi quattro incarichi, come poteva mai accorgersi che il cellulare comunale lo usava sua figlia? Poi purtroppo i giudici scoprono che: la figlia lo usava anche per chiamare il papà;un giorno perse il telefonino e la denuncia di smarrimento la sporse il genitore; Romani ottenne una nuova Sim con lo stesso numero e la passò subito alla pargola. Dopodichè, quando fu beccato, si precipitò a risarcire il Comune. Ma se uno ruba un’auto e poi, quando lo scoprono, la restituisce al proprietario, non può dire di non averla rubata o lamentarsi se lo processano per furto. Romani sceglie il rito abbreviato, che prevede una pena ridotta di un terzo: infatti il gup parte dal minimo di 4 anni e poi, fra lo sconto di rito e le attenuanti, scende a 1 anno e 4 mesi. Sentenza confermata in appello e resa definitiva dalla Cassazione, che però rinvia il processo alla Corte d’appello perchè motivi meglio le mancate attenuanti per tenuità del reato; oppure le conceda limando un altro po’ la pena. Fermo restando che Romani è ormai condannato con sentenza irrevocabile: “Deve confermarsi la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto sussistente il reato di peculato”.

Motivo: è “dimostrato che l’imputato, dopo aver ricevuto dal Comune l’assegnazione di una scheda telefonica Sim per le sue funzioni di consigliere comunale, l’abbia ceduta alla figlia, che l’ha utilizzata in via pressoché esclusiva e continuativa, con il suo pieno consenso”. Il “pieno consenso dell’imputato” Romani è provato dalle “numerose telefonate che il Romani ha ricevuto dalla figlia che utilizzava l’utenza in questione”, ma anche dalla “denuncia di smarrimento presentata dal Romani” che “ottenne una nuova scheda col medesimo numero” e subito “la consegnò alla figlia”. Ora che si candida a presidente del Senato, Romani racconta la storia a modo suo al Giornale del padrone. E piagnucola, come se non fosse l’autore del reato, ma la vittima: “Mi scoccia dovermi difendere tanto la vicenda è assurda. Ero ministro e assessore, ero spesso lontano e mia figlia quindicenne prese il telefonino. Me ne accorsi quando arrivò una bolletta da 12 mila euro e andai subito a risarcire la somma”. Povera stella, vedi alle volte la malasorte come si accanisce su due creature innocenti. Per fortuna, “la vicenda è stata rinviata dalla Cassazione alla Corte d’appello per la revisione della sentenza in virtù della tenuità del fatto”. Purtroppo la revisione non riguarda la sentenza, definitiva, ma l’entità della pena.

“È stata una vicenda pesante, a livello familiare?”, domanda fra le lacrime l’intervistatore domestico. Lui annuisce con aria grave e occhio umido: “Mia figlia ha incautamente ma inconsapevolmente usato un dispositivo (sic, ndr) di cui ho dimenticato l’esistenza (anche quando lei gli telefonava dal dispositivo, anche quando lui ne denunciava lo smarrimento e poi riconsegnava alla figlia la nuova scheda, sempre a carico del Comune, ndr). Questo ha comportato per lei trovare nome e foto sui giornali con tutte le conseguenze immaginabili con amici, conoscenti e social”. Una vera tragedia, quella di usare un telefono del Comune per i fatti propri, che non auguriamo al nostro peggiore nemico. “La mia assenza e mancata vigilanza le hanno causato un danno di cui francamente non mi perdono”. Ma ora sarebbe ignobile privare il Senato di un presidente come Romani per “una mia mancanza nel ruolo di padre”, che attiene agli affetti più intimi e andrebbe taciuta per la privacy. “Se mi fossi chiamato Mario Rossi, non sarebbe successo”. Ma certo: nessun altro consigliere-assessore-deputato-ministro che fa usare alla figlia un cellulare pagato dai contribuenti verrebbe mai processato per peculato, a parte il martire Romani. Ora indovinate: chi mai potrebbe bersi un simile cumulo di cazzate? Alessandro Sallusti. Il quale scrive, restando serio e anche un po’ commosso, che “Romani ha in corso un processo per peculato” (peraltro già chiuso) perché un “aggeggio finì nelle mani della figlia minorenne”, insomma “incidenti che possono capitare nelle migliori famiglie”. Dite la verità, cari lettori: chi di voi non ha in casa almeno un cellulare comunale in cerca di un utilizzatore finale? Mi raccomando: passatelo subito a vostra figlia, sennò niente presidenza del Senato.

Zerovskij, la strada è cambiata. Renato no

Canta Renato Zero: “Non abbandonare i sogni, se puoi. Dagli forza e consistenza… e poi… Lascia siano loro a prenderti, a portarti un’altra volta via da qui”. Sogni, forza e consistenza, è la giusta triade, la versione cantata di quando Togliatti parlava di strategia e tattica; la versione cantata di quando Phil Jackson incitava Michael Jordan a vincere da solo il sesto titolo Nba; la versione cantata di quando Steve Jobs incitava i laureandi di Stanford a “essere affamati e folli”. Sport, politica, industria, non cambia, i sogni restano tali, e quasi sempre sono gli artisti a tracciare la strada, a percepire in anticipo dove e come andare; a esplorare, a disboscare le aree inesplorate della mente, a cercare o ritrovare emozioni, anche a costo di rimetterci. Sono loro a percorrere quei sentieri prima di tutti, a lasciare tracce sul percorso, non per tornare indietro, ma per consentire agli altri di seguirli, magari un giorno. Ed ecco Zero, classe 1950, in repertorio un numero tale di successi da coprire l’intera carriera di una decina di suoi colleghi di media levatura; potrebbe tranquillamente salire su un palco e inanellare sold out a ripetizione. Eppure ribalta tutto: l’anno scorso ha presentato Zerovskij solo per amore, un musical con 130 ragazzi impegnati tra palco e retropalco, quasi solo pezzi inediti sedotti da un’orchestra di alto livello, niente effetto karaoke, niente vittoria semplice, niente Carrozzone, Triangolo o Sbattiamoci, la strada è altrove. E dopo un anno, Zerovskij è arrivato al cinema (rifiutato dalla Rai), lunedì la prima con lo stesso Zero presente in un cinema di Roma (ieri a Milano) per guardare in viso i suoi fan: “Ora per un po’ mi fermo, devo ritrovare il legame tra i marciapiedi e il palco”. Nel frattempo i sorcini hanno piano piano recuperato quelle tracce lasciate sul percorso, risalito il cammino, e capito. “Magari a pezzi, ma con tanta dignità, noi siamo ancora qua”.

Nel “Deep State” niente è come sembra: è tutto molto peggio

Fino a che punto il mondo che crediamo di conoscere è davvero come crediamo che sia? Che cosa muove i destini della Storia? I grandi eventi collettivi o i maneggi di poche (e potentissime) persone? Cos’è la guerra, la prosecuzione della politica con altri mezzi – come diceva Von Clausewitz – oppure la prosecuzione degli affari con altri mezzi?

A giudicare dai primi due episodi, gli autori della serie Deep State, la prima produzione europea targata Fox presentata in anteprima mondiale a Londra il 15 marzo, hanno le idee molto chiare: il mondo non è ciò che crediamo che sia, i destini della storia sono nelle mani di pochi e la guerra è una forma di business, anch’essa nelle stesse mani. Nulla di nuovo, certo, semmai un’istintiva sensazione di peggioramento che tra le pieghe di Deep State si percepisce con una certa chiarezza: andrà sempre peggio. Per il resto la serie è una classica spy story a partire dall’inizio, dove infatti quel che sembra non è quel che è. Max Easton da dieci anni si è trasferito da Londra sui Pirenei, vive con la moglie e due figlie piccole in una casa isolata, per vivere ha messo su un laboratorio di falegnameria in tavernetta.

Ma chi è davvero Max Easton? Nemmeno la moglie lo sa. Alle spalle c’è una vita precedente e un figlio, Harry, che con il padre ha rotto ogni legame ma che, nonostante tutto, ha scelto di seguire le stesse orme, che non sono quelle dell’artigianato. Ed è proprio questo legame “professionale” a scaraventare Max, all’improvviso, nella sua vita precedente. Easton ha infatti un passato da agente segreto della Corona britannica e i suoi antichi capi lo richiamano in servizio sapendo che non potrà rifiutare: Harry è in missione in Oriente, qualcosa è andato storto e c’è bisogno del suo intervento.

È l’inizio di un intreccio fatto di azione (molta), suspense (inevitabile), effetti speciali sul campo (a opera di un service italiano) e, soprattutto, di immersione nel deep state, lo “stato nello stato”, termine anglosassone che indica una situazione politica in cui un organo interno allo Stato non risponde alla leadership politica civile. Nulla di quello che Max Easton vedrà è come si aspetta. Il gioco è molto più grande.

Deep State andrà in onda in Italia (e in contemporanea in altri 50 Paesi, anche negli Stati Uniti, di solito diffidenti sulle produzioni europee) dal 9 aprile su Fox.

Per il momento sono stati realizzati otto episodi, sull’eventualità di nuove stagioni, autori e produttori non si sbottonano.

Non indifferente il cast, a cominciare dal protagonista Max Easton, l’attore inglese di origine italiane Mark Strong, già attore con Roman Polanski in Oliver Twist e in Syriana di Stephene Gaghan. Accanto a lui Joe Dempsie (nel ruolo del figlio Harry) già noto al pubblico come il Gentry Waters di Game Of Thrones, Karima McAdams (Leyla), modella anglo-marocchina, ex volto di Lara Croft per il lancio del videogioco Tom Raider, alla prima grande esperienza sullo schermo (che con buone probabilità non sarà l’ultima).

Quindi Lyne Renée (la moglie di Max, ignara del passato del marito) e Anastasia Griffith, spregiudicato agente della Cia e – infine – Alistair Petrie (A Star Wars Story). Petrie interpreta George White, l’oscuro burattinaio dei servizi segreti, candidato quindi a essere il cattivo della storia. Una candidatura fin troppo scontata. Dunque, nel deep state, potrebbe essere anche il buono.

“Una donna interpreta Eracle. Inverto solo il gioco dei greci”

“Vorrei tante bambine sedute in platea, anche se fa un po’ film di Kubrick”. Emma Dante si augura che tra “i 6 mila posti del Teatro antico di Siracusa ci siano molte spettatrici”, ma il sogno grande è avere una “platea eterogenea”. Lei che da bambina proprio vedendo lì Antigone fu colpita dal demone del teatro. Lei che quest’anno, nella 54esima edizione del Festival della Fondazione Inda (dal 10 maggio all’8 luglio) con Eracle, sarà la prima donna a dirigervi un’opera. “È sempre così, qualunque cosa faccia, mi si chiede come mi sento a essere la prima donna a riuscirci”.

Da bambina avrebbe mai pensato di poter essere a Siracusa da regista?

Mai avrei immaginato di trovarmi a dirigere un evento così straordinario. Tra l’altro prima di allora non ero mai stata a teatro. L’ho scoperto tardi. La mia non era una famiglia che andava a teatro. Non è una malattia culturale la mia quindi, ma un amore istintivo, primordiale.

A proposito di eredità, lei non ne raccoglie da nessuna donna. È la prima a cimentarsi nella rassegna.

È inquietante. Perché se dopo di me si ricomincia con il metodo maschilista di soli autori uomini, non è positivo.

E il tema dell’edizione 2018 è “La scena del potere”.

Esatto. E il mio Eracle è interpretato da una donna. Perché parlo attraverso il teatro. Non mi occupo di politica, ma il mio teatro è politico, ha un’impostazione sociale. Cerco di scardinare dei concetti vecchi, di riscrivere anche una morale nuova e questa cosa della donna è un concetto a cui tengo tanto.

Perché l’ha fatto? Perché Eracle è donna?

No. Non è donna Eracle. Eracle è il personaggio che ha scritto Euripide, ma è interpretato da una donna, Perché quando i greci utilizzavano gli uomini, nessuno chiedeva loro: ‘Perché Antigone è maschio?’. Lei non mi può rivolgere questa domanda.

Ma le potrei porre la successiva.

Dica.

Dopo le polemiche per il cambio del finale della Carmen, non teme critiche per aver sovvertito la tragedia?

Questa è una domanda legittima. Ma non cambio niente. Il testo mi è stato consegnato nella traduzione di Giorgio Ieranò, devo rispettarlo per contratto. A differenza di come sono abituata, qui non ho potuto riscrivere niente, anche se sul resto mi è stata data carta bianca.

Quindi cosa ha modificato?

Eracle è un uomo, ma l’attore che lo interpreta è una donna, quindi un’attrice (Maria Giulia Colace, ndr) che si sta sottoponendo a un lavoro fisico per impersonarlo. È un gioco teatrale, non c’è nessuna mutazione di genere. Mi sto prendendo la briga di invertire il gioco dei greci.

Cosa rappresenta Eracle?

Più che una tragedia è un dramma psicologico, in cui il protagonista non si punisce, ma accetta il suo destino e continua a vivere. Uccide la moglie, stermina la famiglia e poi se ne va con il suo amico del cuore.

Come non sentire l’eco della cronaca…

Sì, certo. I greci hanno scritto tutto ciò che è nell’animo umano. Noi abbiamo copiato. Tutta la nostra iconografia, anche il Cristianesimo, viene da lì. Forse da alcune tragedie dovremmo imparare a ristabilire un senso di giustizia. Ad esempio Edipo, quando scopre di aver ucciso suo padre Laio, si dimette e si acceca. I politici oggi, non dico accecarsi, ma non si dimettono mai.

Come si rapporta il suo Eracle con le donne?

In Euripide non c’è il mangiatore di femmine. Ho voluto spazzare via l’immagine di Eracle con le creste iliache in avanti e il membro in evidenza e far lavorare la protagonista sulla grazia. Eracle è aggraziato, anche se molto fisico, come tutti i miei lavori.

Il coro invece è maschile?

Più che altro è costituito da vecchi. Mi piaceva il contrasto con le voci delle donne.

Un colpo di scena?

Non ho ancora iniziato a provare lo spettacolo, quindi potrei anche non riuscire a metterlo in scena. Ma pensavo di far disegnare a Eracle un enorme cerbero a terra, sulla finta cava di marmo. Nel disegnarlo, lo combatte e quando avrà finito, l’avrà sconfitto. Immortalato, reso icona.

Nostalgia pop: Spielberg centra anche il blockbuster

Ma dove esiste un regista capace in appena tre mesi di portare in sala The Post e Ready Player One? Solo nei nostri sogni, e in quel sogno realizzato che si chiama Steven Spielberg. Dovremmo limitarci a dire: “Io c’ero”. Nondimeno, il 18 dicembre Spielberg compirà 72 anni, splendidamente filmati: ha vinto tanto, ha alimentato l’immaginario collettivo ed è forse oggi il primo sinonimo di cinema. Chi glielo fa ancora fare? Che cosa gli fa portare sullo schermo a distanza di 90 giorni un film quale The Post e un movie – la distinzione l’ha fatta lui stesso al South by Southwest festival di Austin, Texas – quale Ready Player One, se non l’amore sconfinato per il suo mestiere e il nostro piacere? Frutto di multitasking produttivo e versatilità registica con pochi eguali, The Post è un memento sul giornalismo da 50 milioni di budget, scritto e recitato da Dio; Ready Player One è un intenzionale blockbuster, dicunt, da 175 milioni di dollari, tratto dall’omonimo best-seller di Ernest Cline (co-sceneggiatore) e pieno di CGI.

Le star vanno però in senso contrario: Meryl Streep e Tom Hanks per il peana alla libertà di stampa, interpreti non di prima grandezza per il secondo. Dal 2001, ossia dal non riuscito War Horse, SS ha smesso di realizzare film & movie sotto lo stesso titolo e diversifica: Lincoln (2012), Il ponte delle spie (2015) e il già ricordato The Post su un versante, Il GGG – Il grande gigante gentile (2016) sull’altro. Peccato, è un po’ rinnegare quel che l’ha reso Spielberg, vale a dire l’incommensurabile sintesi di E.T. l’extra-terrestre (1982) e progenie.

Ebbene, dietro le apparenze e dentro la sostanza di un prodotto di intrattenimento per il vasto pubblico, dai teenager di oggi a quelli degli anni 80, qualcosa è cambiato: Ready Player One è anche un film imperniato sulla nostalgia pop, eticamente costruito, a partire dalla prevalenza etica del reale sul virtuale, e dunque fedelissimo precipitato ideologico e poetico del Nostro.

È lui il giocatore, e accostare al gamer confesso che è Dostoevskij non è peregrino. Vi ritroviamo la Teoria dei giochi di John Nash, soprattutto, la teoria e tecnica del cinema di SS: intrattenimento aumentato o, se preferite, autorialità disponibile. Sulla scorta di Cline, e calmierando però i riferimenti spielberghiani della sua prosa, ci porta in un futuro distopico e ravvicinato, nel 2045, nella città brulicante di Columbus, Ohio, in un mondo in cui la gramissima realtà è stata soppiantata dall’universo virtuale di Oasis, dove l’unico limite è la propria capacità immaginifica: a crearlo è stato l’eccentrico e recluso James Hallyday (Mark Rylance, il nuovo attore feticcio di SS, superbo anche qui), che alla sua morte l’ha lasciato in dote al vincitore di una competizione in tre partite.

Una caccia al tesoro, l’Easter Egg di Hallyday, cui come tanti altri Gunter concorre Wade Watts (Tye Sheridan), Parzival per avatar, e il resto degli High Five, tra cui Samantha, ovvero l’alter ego Art3mis (Olivia Cooke): riusciranno a trovare le tre chiavi e a eludere la concorrenza del machiavellico Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn) a capo della corporation IOI?

L’avventura, ché infine si gioca proprio ad Adventure, il primo game Atari con Easter Egg, è delizia senza croce per nerd e geek, un’overdose tecnologica, effettistica e sincretica, un’abbuffata di cultura pop, un’ode agli anni Ottanta, in cui il citazionismo è imperante e appagante: da King Kong ai Duran Duran, da Batman al T-Rex di Jurassic Park, dalla DeLorean di Ritorno al futuro (da cui viene il compositore Alan Silvestri) a Stayin’ Alive, dai Goonies a Ghostbusters, è come aprire l’armadio di Narnia e tornare bambini, riscoprirsi ragazzi, e che magone. In fondo, Oasis è una macchina del tempo, avanti e indietro e di lato, un tutto possibile dove l’importante è non perdere il vero sé e – quelli che diverranno – i veri amici: oltre il visore e il virtuale, l’unione fa la forza, meglio, l’unione è la forza, innanzitutto quella cinematografica.

Certo, Spielberg molto concede allo sparatutto virtuale e, all’opposto, è sparagnino con la realtà, ma non molla di un centimetro: Ready Player One si sarebbe detto più congeniale ai suoi figli o nipoti d’arte?

Chissenefrega, la rottamazione può attendere, il re è ancora lui. Dura lex sed Spielberg: immaginazione al potere e valori al governo. Dal 28 marzo al cinema.

 

Striscia la violenza social che colpisce la “velina”

Il web partorisce mostri di continuo e ormai mi stupisco di rado, ma ogni tanto, qua e là, ci sono vicende che riescono ancora a tramortirmi per la miseria umana che lasciano intravedere. Sentite questa storia e capirete come è facile che possa riaccadere un altro caso Cantone. Un paio di anni fa circa, sui cellulari di un po’ di persone, cominciano a girare alcuni file audio provenienti da note vocali di WhatsApp in cui una ragazza parla con un certo Nic. Gli si rivolge a più riprese per raccontargli le sue gesta in discoteca qualche sera prima. Le gesta sono piuttosto inenarrabili.

La tizia, con un evidente accento milanese e un alto tasso di esaltazione, narra di orge con calciatori noti in famosi hotel meneghini, descrive rapporti sessuali lesbo ed etero nei bagni dell’Hollywood con utilizzo di bottiglie e oggetti vari, bestemmia ripetutamente, esprime giudizi dettagliati su durata e qualità delle performance sessuali di alcuni personaggi e infine afferma di drogarsi pesantemente. Insomma, pure per una persona di ampie vedute come me, il contenuto era un po’ forte.

Chi fosse la ragazza era un mistero, ma siccome sul web arriva puntualmente qualcuno che non resiste all’idea di infangare la reputazione di una donna e possibilmente di rovinarle la vita, il file comincia a girare anche su vari gruppi Facebook associato a nomi vari e del tutto casuali di ragazza famose. La cosa, per fortuna, rimane circoscritta ad alcune aree del web e dopo un po’ viene fuori il nome della vera mittente di quei messaggi, ovvero una barista che lavora a Milano. Il fatto che la tizia sia stata sputtanata dal suo amico gentiluomo Nic resta un qualcosa senza risvolti legali, pare, e la storia finisce lì, apparentemente destinata a esaurirsi. E invece, sotto il periodo delle elezioni, guarda caso, quei file audio ricicciano fuori, e indovinate associati a quale showgirl questa volta? Alla bella velina di colore Mikaela Neaze Silva. Un file con la sua foto e la frase “Sentite cosa dice la velina di Striscia!”.

Mikaela lo viene a sapere perché le cominciano ad arrivare frasi razziste condite dal solito tema “puttana” e indaga sul perché. Cade dalle nuvole. Immaginate una ragazza di poco più di 20 anni, tra l’altro mediaticamente esposta, a cui da un giorno all’altro attribuiscono frasi come “Mi sono infilata una bottiglia intera, tra un po’ me la dovranno ricucire!” e via dicendo.

A quel punto Striscia la notizia decide di supportarla legalmente e scatta una denuncia contro ignoti presso la polizia postale per diffamazione e reati accessori. Mikaela rilascia un’intervista in radio, spiega che questa cosa la fa soffrire ma che comunque lei è forte, è supportata da tante persone, ma si domanda come possa affrontare una cosa simile una ragazza qualunque, senza reti di protezione, magari sprovvista di una corazza sufficiente a reggere la vergogna.

I primi del mese finiscono le elezioni, ancora una volta la faccenda sembra scemare (sebbene sia ormai finita sulla scrivania di un commissariato) e invece questa domenica, una pagina web con migliaia di iscritti, pubblica il file audio con la foto delle due veline davanti al bancone di Striscia (in modo che si potesse pensare sia all’una che all’altra) e scrive “Ascoltate tutte le telefonate di questa velina… mi sa che ha preso più schizzi lei di uno scoglio!”. Nel giro di un paio di giorni il file viene condiviso da più di mille persone, ascoltato da 110 mila, commentato da migliaia di ragazzi e ragazze che sghignazzano, insultano, taggano l’amico e l’amica per richiamare l’attenzione di più gente possibile, radunano il branco. Sì, qualcuno prova sommessamente a spiegare che la storia è fake, ma c’è pure qualcuno che in segno di grande rispetto per le veline citate svela il nome e il cognome della vera ragazza degli audio, come a dire, “Vabbè, tanto quella è una zoccola, che male c’è a fare il suo nome pure se erano audio privati e inviati a un amico?”. Insomma, uno schifo inarrestabile.

In tutto ciò, il gestore della pagina se la gode per i clic e i visitatori. Appena scopro la faccenda, dopo aver segnalato tutto a Striscia la notizia, scrivo al gestore della pagina (la sua identità era facilmente rintracciabile accedendo alle informazioni di dominio del sito associato alla pagina Facebook) e gli chiedo se si rende conto di quello che sta facendo. Lui, serafico, dice che non aveva verificato “la veridicità della fonte e che al limite se ha sbagliato, chiederà scusa”. Chiederà scusa, capito? Non ha verificato, capito?

Ora, a parte il non verificare rischiando di mettere in mezzo una ragazza anziché un’altra (cosa che tra l’altro è avvenuta), il genio non ha capito che il problema non era di chi fosse quella voce, ma il fatto che quella voce fosse una conversazione privata via cellulare e che fosse finita sul web per sputtanare una ragazza. Non ha capito (o meglio, capisce, ma gli conviene far finta di non capire) che questo meccanismo inizia come un fiocco di neve per poi diventare una valanga inarrestabile di scherno, odio, vergogna. Non ha capito, nonostante Tiziana Cantone e molti ragazzini si siano ammazzati per la crudeltà del web, che questo è esattamente l’incipit delle tragedie 2.0. Sentirsi accerchiati, mortificati, impotenti e infine marchiati perché Mikaela potrà continuare a difendersi, a denunciare e a urlare come è giusto che faccia, però quel fetore del web che se la ride alle sue spalle, un po’ se lo sentirà sempre addosso. Anche quando la vedrete sorridente sul bancone di Striscia e sembrerà che la sua vita sia semplice come uno stacchetto.

Contro la povertà spendiamo molto, ma ai poveri briciole

 

Si dice sempre che l’Italia spende poco per le politiche sociali. Ma non è vero. Nel 2014 la spesa assistenziale ammontava a 72 miliardi di euro, 4,5 punti di Pil. L’Inps ne eroga 53 miliardi eppure al 44 per cento delle famiglie in povertà assoluta non arriva un centesimo, idem per il 24 per cento di quelle in povertà relativa (parliamo di famiglie che hanno un reddito di circa 500 euro al mese per vivere). Ovviamente la colpa non è dell’Inps, ma di un impianto di politiche contro la povertà vecchio e superato. Il libro di Emanuele Ranci Ortigosa, presidente emerito e direttore scientifico dell’Istituto per la ricerca sociale, aiuta a capire i numeri del disagio e quali sono le risposte di politica economica in campo. La vera discontinuità rispetto al passato è il Rei, il Reddito di inclusione che è partito davvero solo a gennaio 2018 ed è dal monitoraggio di quella misura, a sua volta evoluzione del “Sostegno di inclusione attiva”, che deve svilupparsi il dibattito sul reddito di cittadinanza, troppo spesso fermo agli slogan di principio. Già dai primi mesi di sperimentazione del Rei si è capito che i bisogni tra i poveri sono molto diversi, alcuni hanno bisogno di assistenza nella ricerca del lavoro altri hanno problemi più profondi che richiedono il coinvolgimento dei servizi sanitari. E coordinare tutti questi pezzi diversi della Pubblica amministrazione non è facile (il 15 per cento del budget del Rei va proprio in spese amministrative). Come scrive Ranci Ortigosa, “una lotta alla povertà che si limita a fornire denaro e che trascura i sostegni per fronteggiare l’eventuale incapacità di usarlo, rischia di essere miope e monca per i più fragili”.

 

Report Fmi: l’Italia deve tagliare le pensioni e i benefici alle mamme

Una serie di tagli alle pensioni sono suggeriti all’Italia da uno studio pubblicato pochi giorni fa e firmato da tre economisti per conto del Fondo monetario internazionale. Un decalogo che va dal ricalcolo meno generoso degli assegni retributivi (quelli presi da chi ha iniziato a lavorare prima del 1995), a una sforbiciata a tredicesime, quattordicesime, trattamenti di reversibilità, passando anche per l’abolizione dei benefici oggi concessi alle lavoratrici madri.

Visto l’aumento della speranza di vita della popolazione, l’obiettivo sarebbe tenere a bada la spesa previdenziale del nostro Paese che, secondo il report, attualmente ammonterebbe al 16% del prodotto interno lordo. È però un calcolo sbagliato, perché commette l’errore – molto comune – di includere anche le somme che lo Stato spende per le prestazioni assistenziali, come le maggiorazioni sociali e le integrazioni al minimo. Se l’insieme di queste ultime viene invece sottratto, si ottiene la cifra esatta destinata solo alle pensioni vere e proprie, ferma al 12% del Pil e in linea con la media europea.

A chiarirlo è il bilancio del sistema pensionistico, redatto dal centro ricerche Itinerari previdenziali. Nel 2016, abbiamo speso 253,7 miliardi di euro per il totale delle pensioni. Ma, come detto, parte di questi soldi copre prestazioni sociali: se togliamo di mezzo i trattamenti assistenziali, la spesa pensionistica in senso stretto si ferma a 200 miliardi. Il totale dei contributi riscossi dallo Stato arriva a 181,3 miliardi; aggiungendo a questi i 50 miliardi di tasse che gravano sui pensionati, si nota come il bilancio previdenziale sia in attivo di circa 30 miliardi. A novembre il governo si è impegnato con i sindacati a istituire una commissione che si occuperà di separare spesa previdenziale e assistenziale, ma ancora mancano i decreti per farla partire.

Secondo Itinerari previdenziali, bisogna diminuire solo la spesa assistenziale, che cresce in maniera incontrollata (3,7 miliardi l’aumento tra 2015 e 2016). Per farlo, va combattuta l’evasione, al fine di evitare che i sussidi vadano a chi non ne ha diritto. Gli autori dello studio Fmi, invece, sostengono sia necessario far nascere misure universali contro la povertà, risparmiando su quello che oggi viene speso per le pensioni. Addirittura, viene proposto di ricalcolare le pensioni di chi, avendo iniziato a lavorare prima del 1995, oggi per sua fortuna ha un assegno tarato sulla sua busta paga e non sui contributi versati. Pur volendo percorrere questa strada, però, è difficile che un simile intervento, su un diritto acquisito, non apra contenziosi alla Corte costituzionale.