Luca Palamara chiede di sentire 52 testimoni

Cinquantadue testimoni. Sono quelli che la difesa di Luca Palamara intende far deporre davanti al Tribunale di Perugia nell’udienza a suo carico al via il 15 novembre nella quale è accusato di corruzione. Tra le persone citate ci sono l’attuale presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, in qualità di componente del Csm tra il 2014 e il 2018 e in particolare della Quinta commissione e della Sezione disciplinare. Ci sono poi l’attuale vicepresidente del Csm, Davide Ermini, l’ex Giovanni Legnini e diversi magistrati quali Paolo Ielo, Stefano Fava, Luca Tescaroli, Rodolfo Sabelli e Sergio Colaiocco. Nella lista anche l’imprenditore Fabrizio Centofanti e l’avvocato Piero Amara, già al centro delle indagini sulla presunta loggia Ungheria.

Appalti forze armate, in 17 a rischio processo

Rischio processo per 17 persone accusate dalla Procura di Roma, a vario titolo, di frode nelle pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Tra loro, dopo la chiusura delle indagini del pm Carlo Villani, anche appartenenti a Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza e imprenditori. L’indagine riguarda presunti illeciti in appalti da 18,5 milioni per forniture alle forze armate. Il procedimento giunto alla conclusione è lo stesso che vede, in altro filone ancora non definito, indagato l’ex capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli. Nell’indagine è coinvolto anche il commissario straordinario all’emergenza Covid-19, il generale Francesco Paolo Figliuolo, ma alla sua iscrizione si è proceduto come atto dovuto.

Bavaglio a pm e giornalisti, c’è l’ok del Cdm. Limiti a uso dei trojan, Cartabia stoppa Sisto

Approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri di giovedì, il decreto legislativo sulla presunzione di innocenza, che recepisce una direttiva europea del 2016, pur avendo il nostro sistema già tutte le norme che garantiscono gli indagati e gli imputati. È il decreto che imbavaglia magistrati e giornalisti e mette in seria difficoltà i giudici che devono scrivere misure preventive, come sottolineato dall’Anm. D’ora in poi, potranno essere solo i procuratori a parlare “con comunicati ufficiali” soltanto quando “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”; conferenze stampa limitate a “casi di particolare rilevanza pubblica”. Quanto ai provvedimenti dei magistrati, “l’autorità giudiziaria” si deve contenere nello scrivere “i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge”. Le parti possono contestare la violazione del principio della presunzione di innocenza e così i tempi processuali si allungano. Altro che processi più rapidi per rispettare quanto ci chiede l’Europa, come ama ripetere la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che giovedì, senza clamore, è intervenuta per stoppare il sottosegretario Francesco Paolo Sisto di FI, già avvocato di Berlusconi.

È lui, come scritto dal Fatto, l’ispiratore dell’emendamento forzista bocciato in commissione Affari costituzionali e che voleva modificare la norma sull’utilizzo del trojan. Toccava a lui rappresentare il governo e si è presentato con una riformulazione dell’emendamento Siracusano e altri forzisti, sempre in chiave restrittiva. Il M5S si è impuntato e in una riunione informale della maggioranza alla Camera, cui ha partecipato anche la ministra Cartabia, ha detto che non lo avrebbe votato. Ma la ministra ha subito chiarito che il governo era estraneo: “Stanno circolando riformulazioni che non provengono dal ministero. Se volete discutere di trojan, deve essere fatto appositamente, in altra sede ” e non nell’ambito della votazione su proroghe in tema di referendum. E così l’unica concessione di fronte alle insistenze di FI è stata quella di una aggiunta irrilevante per la norma: il gip quando motiva l’uso del trojan deve indicare non più “le ragioni” ma “le specifiche ragioni”. Visto il clima politico, però, sul trojan ci sarà una seconda puntata.

Il libro di Azzolina. Prefazione firmata da Liliana Segre

L’infanzia nella provincia di Siracusa, i maestri che l’hanno cresciuta e appassionata, gli studi filosofici a Catania prima e quelli giuridici a Pavia poi, l’esperienza come insegnante e, ovviamente, l’arrivo al ministero in viale Trastevere, “sempre zaino in spalla”. Il 18 novembre arriverà nelle librerie La vita insegna: Dalla Sicilia al Ministero, il viaggio di una donna che alla scuola deve tutto, l’autobiografia di Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione nel governo Conte-2. Nel volume l’esponente del M5S si racconta partendo dalle origini fino all’esperienza ai piani alti di Viale Trastevere. Un incarico che ha coinciso con l’arrivo della pandemia e in cui “la battaglia era riportare a scuola gli studenti, perché i ragazzi ‘sorridono anche con la mascherina’”. In La vita insegna vengono descritte le difficoltà di governare la scuola durante il primo anno di emergenza sanitaria, nel quale Azzolina si è attirata critiche spesso pretestuose. Proprio a questo si riferisce un passaggio della prefazione, scritta da Liliana Segre. “Non c’è dubbio – evidenzia la senatrice – che la migliore risposta ai detrattori è quella della serietà, dell’impegno, della competenza, dello spirito di servizio e di riforma”. Nel libro non vengono poi tralasciati gli aspetti negativi, come il precariato da docente e il sessismo di cui è stata spesso vittima una volta arrivata in Parlamento.

Morandi, no alla ricusazione del Gup chiesta dagli imputati: “Procedimenti e fatti diversi”

La Corte d’Appello di Genova ha respinto la richiesta di ricusazione del giudice dell’udienza preliminare del Ponte Morandi. Ma la questione rischia di diventare una bomba orologeria per il processo, fino al giudizio di fronte alla Corte di Cassazione. È molto probabile infatti che la stessa istanza, legata alla presunta non imparzialità del magistrato, sia destinata a essere riproposta nei successivi gradi di giudizio. Con la possibilità, nel caso fosse accolta, di far cominciare daccapo il processo.

L’istanza era stata presentata dai difensori dell’ex amministratore delegato di Aspi, Giovanni Castellucci, e da altri manager della società coinvolti nell’inchiesta parallela, quella sull’installazione di barriere fonoassorbenti pericolose. L’aver disposto gli arresti per l’ex numero uno di Autostrade e altri funzionari, secondo i difensori degli indagati, avrebbe “pregiudicato l’imparzialità” del gip Paola Faggioni, chiamata oggi a decidere sull’udienza preliminare per il disastro di Genova. La tesi difensiva è stata però respinta dalla Corte d’appello: “Si tratta di due fatti diversi e di procedimenti distinti – scrive nella motivazione la giudice Elisabetta Vidali –. Inoltre va escluso che nell’ordinanza per le misure cautelari il giudice avesse espresso un giudizio sulla colpevolezza o innocenza degli attuali imputati in relazione ai fatti del presente procedimento”. E ancora: “Non risulta perciò formulata valutazione alcuna sulla responsabilità dei ricorrenti in relazione agli specifici fatti”, su cui “il giudice risulta essersi solo incidentalmente espresso in relazione alla vicenda processuale scaturita dal crollo del ponte e in modo solo funzionale. Non appare quindi ravvisabile alcuna compromissione della sua imparzialità”. La vicenda è finita qui, dunque? Non proprio. È molto probabile infatti che questo passaggio sia destinato ad accompagnare il processo fino alla fine e a essere ripresentato fino all’ultimo grado di giudizio. In concreto, l’“ombra” dell’incompatibilità è destinata ricomparire nel caso gli imputati fossero condannati e dovessero ricorrere in Appello e poi in Cassazione. Un precedente di questo tipo è accaduto nel processo sullo scandalo di Banca Carige, in cui la corte di piazza Cavour ha rivalutato la competenza territoriale dei reati (già giudicata in diverse sedi), cancellato anni di processi e disposto il riavvio del procedimento dall’udienza preliminare.

Biasotti, indagato il senatore di Toti: “Falso in bilancio”

Il senatore di Cambiamo, Sandro Biasotti, ex governatore della Regione Liguria, è indagato insieme ad altre 10 persone per falso in bilancio. Le contestazioni riguardano il presunto maquillage dei conti delle autoconcessionarie facenti capo al Biasotti Group, di cui il parlamentare era consigliere, sopravvalutato secondo gli inquirenti prima della vendita di quote a un nuovo socio. Per il nucleo di polizia economica e finanziaria di Genova, coordinato dal colonnello Andrea Fiducia e dal procuratore Francesco Pinto, le aziende sono state sopravvalutate in vari modi: crediti iscritti a bilancio anche se non più recuperabili; sopravvalutazione di rimanenze di magazzino; crediti nei confronti delle case produttrici, in parte già riscossi. Una prima indagine si era concentrata sull’esterovestizione di aziende “fantasma”, usate per aggirare il pagamento dell’Iva. La rete di aveva come sponda, per gli inquirenti, tre società collegate al Gruppo Biasotti (“Novelli 1934 srl”, “Autobi srl” e “Bimauto srl”). Biasotti ieri ha negato ogni addebito.

Grillo jr, 11 nuove intercettazioni e udienza rinviata

Undici nuove intercettazioni, già presenti negli atti, che però fino a oggi non erano mai state trascritte. Sono le ulteriori fonti di prova che andranno ad aggiungersi al caso che coinvolge Ciro Grillo e tre amici, indagati per una presunta violenza di gruppo avvenuta in Costa Smeralda nell’estate del 2019. Ieri presso il Tribunale di Tempio Pausania si è tenuta la seconda tappa dell’udienza preliminare. L’udienza è durata appena un’ora e mezza ed è stata subito interrotta per consentire la trascrizione degli atti. Si tratta di chat e intercettazioni che riguardano la vittima e un’amica e, in un altro caso, uno degli indagati, Edoardo Capitta e un suo conoscente. Fra il materiale c’è anche un lungo audio in inglese di Silvia, con un passaggio a cui difesa e parti civili attribuiscono significati diversi. Per i difensori dei ragazzi la giovane dice di amare “rimorchiare” in discoteca. Lo stesso verbo (“hook up”) è tradotto come “divertirsi” nella perizia linguistica depositata da Giulia Bongiorno, avvocato di Silvia.

Ostia, i giovani del Pd in catene: “Come ai tempi di Mafia capitale”

I primi guai interni per il neo sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, arrivano da un municipio nient’affatto facile, Ostia, e dalla base battagliera giovanile del Partito democratico: i consiglieri municipali Margherita Welyam e Raffaele Biondo, primi due per preferenze ma inascoltati e regolarmente esclusi per la giunta municipale, si sono incatenati davanti al Palazzo del Governatorato evocando i tempi del Mondo di mezzo. Era dalla stagione di “Occupy Pd”, il “movimento” con cui nel 2013 si fece conoscere l’attuale vice governatrice dell’Emilia-Romagna Elly Schlein, che non si vedeva un’azione così forte da parte dei Giovani democratici, che sono appunto l’organizzazione giovanile del partito attualmente guidato da Enrico Letta.

In catene, quindi, e un duro atto d’accusa sui social per spiegare le ragioni di una clamorosa protesta che, giurano, sarà portata avanti a oltranza se la giunta non sarà addirittura ritirata: “Abbiamo provato fino all’ultimo, ma ci hanno costretto. La tracotanza mista al paternalismo correntizio e conservatore del Partito democratico del Municipio X ci ha reso inevitabile prendere le distanze da un partito che nulla ha imparato dal passato riproponendo una giunta non distante nella forma e nelle intenzioni dalla giunta Tassone. Dimostrando di non avere il coraggio di guardare avanti, mettendo al primo posto gli interessi personali, i giochi di potere di ormai deboli capibastone a discapito del territorio. I Giovani democratici hanno provato in tutti i modi a manifestare la necessità di rinnovamento, che non significa solo volti giovani, ma un nuovo metodo e una nuova apertura al territorio. Per questi motivi siamo costretti a prendere le distanze da questo scempio, figlio della peggior politica. Ci dispiace”. Questi i nomi contestati scelti dal nuovo mini-sindaco Mario Falconi: ambiente Valentina Prodon, politiche sociali Denise Lancia, bilancio e casa Giuseppe Sesa, cultura e scuola Angela Mastrantoni, turismo Antonio Caliendo e lavori pubblici Eugenio Bellomo.

Roma, i media muti sui guai di Aielli

Non ha ancora aggiustato Roma – d’altra parte “ereditiamo un disastro”, dice lui –, ma Roberto Gualtieri ha senz’altro aggiustato la giunta della Capitale, finalmente formata dal giusto mix di “politici locali di lungo corso, tecnici dal curriculum prestigioso e ricercatori quarantenni” (Corriere della Sera).

La svolta rispetto a Virginia Raggi si vede già, almeno nei racconti dei giornali. I quali elogiano i prescelti e omettono gentilmente qualche dettaglio scomodo, come l’indagine per abuso d’ufficio a carico del nuovo direttore generale Paolo Aielli o le inchieste legate al “Mondo di Mezzo” – poi archiviate su richiesta della Procura – su tre assessori. Non certo lo stesso trattamento riservato alla giunta Raggi, di cui si ricorda la gogna per l’assessore Paola Muraro: nominata il 7 luglio 2016, quando ancora nessuno sapeva fosse indagata per abuso d’ufficio, nelle settimane successive i giornali sbandierarono carte che la citavano. “A fine luglio”, racconterà lei il 5 settembre in Commissione Ecomafie, “sono venuta a conoscenza” di essere stata iscritta nel registro degli indagati, prima ricevere l’avviso di garanzia a dicembre e di essere poi archiviata.

Ma con Gualtieri c’è aria di giubilo. Secondo Il Messaggero, il sindaco “ha arruolato tecnici di valore”. Su tutti, pare, Ornella Segnalini (Lavori Pubblici): “I ministri che hanno avuto a che fare con lei raccontano che è molto gioviale, sempre alla mano. Ma quando c’è da chiudere un dossier, programmare un intervento, scrivere un brando di gara, allora non si fa remore a lavorare tutta la notte”. Secondo Repubblica invece l’Oscar al miglior assessore va a Silvia Scozzese (Bilancio), alias “Silvia la stakanovista”, che “nella difficile estate del 2015 rinunciò persino al viaggio di nozze pur di non allontanarsi dal Campidoglio”.

Oggi nessun giornale riporta i guai di Aielli, indagato per una fornitura di stampanti. Né quelli passati, poi conclusi con l’archiviazione, degli assessori Sabrina Alfonsi, Eugenio Patanè e Alessandro Onorato, sospettati di aver avuto rapporti con Salvatore Buzzi sulla base di alcune intercettazioni. Occupava invece le aperture delle cronache nazionali la vicenda di Muraro, scelta per l’Ambiente vista la lunga esperienza da consulente dell’Ama: “Muraro archiviava su computer privati, anziché dell’azienda, i dati fondamentali sugli impianti dei rifiuti. Così la futura assessora conservava il potere nell’azienda” (La Stampa). Rep e Corriere citano, stavolta sì, “Mafia Capitale” e Buzzi, ricordando tre telefonate ritenute “non rilevanti” dalla Procura. Poi c’è “l’asse Muraro-Panzironi”, dove Panzironi è Franco, ad di Ama con cui – da consulente – la Muraro per anni ha rapporti che diventano “un’alleanza consolidata” per tramare chissà cosa. Nonostante i titoloni (“L’inchiesta scuote la giunta”, Messaggero; “Gli incarichi extra dell’assessore”, Corriere) l’inchiesta cade nel nulla. E 5 anni dopo, i giornali hanno cambiato interessi.

Salerno, indagato De Luca: “Concorso in corruzione”

Corruzione. È l’accusa notificata dalla Procura di Salerno al governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca in una richiesta di proroga indagini. Entra anche lui ufficialmente nell’inchiesta sul ‘sistema Salerno’, l’ultraventennale patto ‘appalti in cambio di voti’ che ha legato a doppio filo la politica salernitana con le cooperative che avevano in Fiorenzo Zoccola detto Vittorio “il garante degli equilibri”, come si è autodefinito in un lungo e corposo verbale investigativo pubblicato nei giorni scorsi dal Fatto Quotidiano.

E infatti, nelle stesse ore in cui il conduttore televisivo Massimo Giletti carpiva la notizia che la Squadra mobile aveva bussato alle porte dell’ufficio di De Luca al Genio Civile di Salerno, anche a Zoccola veniva notificata una richiesta di proroga per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Tutto lascia pensare che i due siano indagati per gli stessi fatti. Da individuare nel contesto emerso il mese scorso dall’ordinanza di custodia cautelare di Zoccola e dell’ex assessore comunale ai Servizi Sociali, il consigliere regionale Nino Savastano, un fedelissimo di De Luca al punto di seguirlo in Regione nella lista civica deluchiana ‘Campania Libera’ – 10 misure cautelari e 29 indagati, che con De Luca salgono a 30 – e poi scavato negli interrogatori fiume di Zoccola, sentito per 15 ore, grazie ai quali il ras delle coop, difeso dall’avvocato Michele Sarno, è uscito dal carcere per andare ai domiciliari.

Zoccola ha raccontato l’esistenza di una galassia dove ogni coop aveva il suo consigliere o assessore di riferimento ma al dunque, nelle occasioni elettorali sovracomunali, si andava a rafforzare il potere di De Luca e dei suoi fedelissimi dai tempi in cui l’attuale governatore era sindaco di Salerno (la sua prima elezione risale al 1993).

Nei verbali, in parte coperti da lunghi omissis, Zoccola (che lo conosce dal 1989) ha detto che De Luca gli diede indicazioni da girare alle coop su come votare alle Regionali del 2020: il 70% dei consensi doveva andare a Savastano e il 30% a Francesco Picarone (che non risulta indagato), un altro ultrà della curva dei deluchiani nel Pd salernitano, consigliere regionale uscente e rieletto e messo a presiedere la commissione Finanze. Peraltro la circostanza della spartizione 70-30 già era evidenziata in un’intercettazione del 31 agosto 2020. Zoccola è al telefono con un dipendente di “Salerno Pulita”, la municipalizzata dell’igiene urbana: “Io ti sto dicendo le direttive quali sono.. le direttive al momento sono 70 e 30, 70 a Nino e 30 a Franco… non è che lo vuole buttare nel cesso… Nino tiene un competitore forte contro di lui… non può fare figure di merda, perché ci mette la faccia Vincenzo (De Luca, ndr) … quindi se non esce (se non viene eletto, ndr) fa la figura di merda lui (De Luca, ndr)”.

E nelle carte c’è la storia di una cena che Zoccola organizzò a Salerno per far sedere tutti i presidenti delle coop a tavola con De Luca. Avvenne il 16 febbraio 2020, nei giorni in cui si discuteva la proroga del bando per le cooperative.

L’avviso notificato ieri certifica un dato: De Luca era iscritto nel registro degli indagati da almeno sei mesi e dunque da molto prima che Zoccola vuotasse il sacco.

Tra le proroghe consegnate ieri ce n’è una anche a Felice Marotta, l’81enne capostaff del sindaco Vincenzo Napoli (indagato per turbativa d’asta), che ha attraversato a vario titolo, con diversi ruoli dirigenziali, le amministrazioni comunali negli ultimi decenni. La memoria storica del Comune di Salerno. E del deluchismo.