Il Pd a guida autonoma: persino l’algoritmo ha alzato bandiera bianca

Ora che da Tempe in Arizona sappiamo che il famoso algoritmo al volante può essere disastroso come l’ubriaco del paese che rincasa zigzagando, ci sentiamo un po’ meglio: forse non saremo tanto presto governati da macchine (che comunque, rispetto a chi ci governa da decenni è un’ipotesi suggestiva). Ma, come accade spesso, il cittadino comune non ha nemmeno la più pallida idea dei progressi che, a sua insaputa, sta facendo la ricerca in materia di automazione. Ecco il punto della situazione.

L’auto a guida autonoma. La macchina che si guida da sola aveva molto impensierito le grandi compagnie assicurative: se nessuno mette più sotto nessuno, noi che fine facciamo? Angoscioso dilemma risolto a Tempe, Arizona, un problema di meno, vedi che la ricerca serve? Ora un’altra questione è al centro degli studi più avanzati: come si trova un parcheggio? Uber e Google stanno studiando una macchina a guida autonoma con mini-betoniera che spiana il marciapiede e ci disegna delle strisce, nei modelli più costosi munita di algoritmo-motosega per tagliare gli alberi e parcheggiare al posto loro. Quasi pronta la macchina-asfaltatrice per le buche. Qualche preoccupazione nei campus delle scuole americane per il timore di nuove stragi: “Oh, no! Hanno di nuovo sparato sui compagni?”. “No, hanno truccato la macchina di papà”.

Le opere pubbliche a guida autonoma. Segretissima sperimentazione tutta italiana, la Grande Opera a guida autonoma rivoluzionerà molti settori della vita pubblica. Si tratta di un algoritmo che valuta i progetti, le ricadute economiche, gli appalti, le concessioni pubbliche, e poi affida i lavori per grandi progetti infrastrutturali a un suo amico. Sarà una vera rivoluzione, perché il lavoro che oggi viene fatto da centinaia di politici, imprenditori, grandi cooperative, mediatori, facilitatori, traffichini, lobbisti, corrieri di banconote non segnate in piccolo taglio, sarà eseguito da una macchina. Grandi ricadute anche sulla magistratura, perché un algoritmo può sostenere lunghi interrogatori anche senza bere o mangiare e non è così scemo da consegnare valige di contanti al bar. Certo resterà un margine di errore umano, tipo ingegnere e assessore intercettati. “Lo interrogano da tre giorni, corriamo rischi, cumpà?”. “Ma no, tranquillo, l’algoritmo non parla”.

La moglie a guida autonoma. Ecco un caso in cui la sperimentazione sta andando malissimo. Il rivoluzionario algoritmo della moglie italiana dovrebbe prevedere nervi d’acciaio, capacità atletica e riflessi fulminei per evitare le pallottole dei mariti, lanci di pietre e stoviglie, assalti con armi da taglio e altre aggressioni, capacità che andrebbero rafforzate in caso di separazioni e divorzi, quando lui si presenta armato come Rambo perché “Cara, dobbiamo parlare”. Il mondo della ricerca è diviso e c’è chi chiede un cambio di prospettiva (“Perché non studiamo l’algoritmo del marito-meno-stronzo?”), ma per ora è soltanto un dibattito teorico (anche perché i finanziatori della ricerca sono tutti uomini).

Il Pd a guida autonoma. Non poteva mancare la politica tra le più avanzate ricerche sull’intelligenza artificiale. La sperimentazione fatta nel Pd negli ultimi anni è stata assai deludente. Coordinare segretario, adoratori della prima, seconda, terza ora, commentatori politici, titolisti e retroscenisti, arredatori di Leopolde, psicoanalisti, incapaci scrittori di riforme farlocche, e poi riprogrammarli perché diventino avversari della prima, seconda, terza ora, poi scrivere tutti i tweet, inventare gli hashtag… anche l’algoritmo alla fine si rompe i coglioni e vota per qualcun altro. La tecnologia allo studio è stata così deludente che l’algoritmo è stato momentaneamente disattivato. Le sue ultime parole: “Non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatt….”.

Dialogare col m5S fa solo bene ai dem

Di Maio dovrebbe dare ascolto ai “consigli non richiesti” di Travaglio. Non può pretendere di metterla così: io premier, ministri da me designati, programma dei 5Stelle. “Nessuno scambio di poltrone”, è il suo mantra, parzialmente corretto dalla disponibilità a ridiscutere la squadra di governo. I ministri non li nomina lui, ma Mattarella; ministri lo si diventa dopo che il governo ha ottenuto la maggioranza in entrambe le Camere. A Di Maio compete la prima mossa di un negoziato, avanzando una proposta suscettibile di aprire un vero confronto mirato a un compromesso. Capisco che un tale approccio, per il M5S, rappresenti un problema politico e di concezione della democrazia. Si tratta di mettere in discussione il mito fallace della democrazia diretta e aprirsi alla logica della democrazia rappresentativa e parlamentare, con le sue mediazioni, con i suoi compromessi, con l’incomodo di scegliere interlocutori e programmi praticabili.

Specularmente – tutto si tiene – il Pd dovrebbe scendere dal suo sterile e altrettanto comodo Aventino. Un no pregiudiziale e a 360 gradi raccontato come espressione di coerenza, in realtà frutto di debolezza e delle sue divisioni interne. Arroccamento sino al boicottaggio di quale che sia soluzione. Anche qui va confutato un mantra: “Gli elettori ci hanno mandato all’opposizione”. Ha ragione Pasquino: quali elettori? Quelli che hanno votato Pd si attendevano e si attendono che i rappresentanti eletti non si riducano a spettatori. Dentro un sistema parlamentare a base proporzionale, dopo il voto, si discute e si negozia. A differenza del regime maggioritario, ove chi governa lo decidono a monte i cittadini-elettori col loro voto. Siamo in una democrazia rappresentativa: gli eletti non sono meri “portavoce” dei cittadini. Loro devono interpretare il mandato e assumersi responsabilità. È curioso il rovesciamento delle parti tra 5Stelle e Pd nel rapporto tra democrazia diretta e democrazia mediata o rappresentativa.

Sul versante Pd, si oppone il legittimo interesse di partito. Parentesi: il partito dovrebbe essere uno strumento e non un fine (specie per chi si è spesso rappresentato come partito più di altri dotato del senso delle istituzioni) e, di più, il partito di Mattarella, cui compete il difficile onere di ricercare una soluzione che tuttavia è affidata alle forze parlamentari. Ma consideriamo pure l’interesse di partito. Accenno a quattro profili: 1) Conviene al Pd (e al Paese) un immobilismo che può avere un solo esito: un governo Salvini-Di Maio con elezioni a breve, al modo di ballottaggio tra i due, che sbaraglierebbe i soggetti terzi? 2) Proprio considerando valori e programmi davvero non si scorgono differenze tra Di Maio e Salvini? Al netto di incertezze e ambiguità, merita andare a “vedere” – dentro un confronto serrato e, sia chiaro, dall’esito non scritto – lo spessore del revisionismo di Di Maio su questioni decisive come politica economica e politica estera. Revisionismo del quale non c’è traccia in Salvini. 3) Il processo di scongelamento dei 5Stelle, che raccolgono il consenso di un terzo degli italiani, giova alla democrazia, ma anche al Pd. Agevolando l’evoluzione/metamorfosi dei pentastellati, che si concreta nell’onere di declinare le loro generalità politico-programmatiche, li si induce a rinunciare alla rendita di posizione da “partito pigliatutto” e dunque si rimettono in gioco i suoi competitor a cominciare dal Pd che ha subito una forte emorragia verso di loro;. 4) Questa prospettiva retroagisce sul Pd. Gli dà l’opportunità di riflettere su se stesso. Se e quando mai esso deciderà di ragionare sulle cause della disfatta, tra le altre cose, dovrà chiedersi se non vi abbia concorso la sua mutazione genetica rispetto all’originario profilo di partito di centrosinistra alternativo alla destra; e se, tra gli errori strategici di Renzi, non vi sia stato quello di assumere come avversario sistemico i 5Stelle e non la destra, contribuendo ad accreditare il Pd come partito dell’establishment e consociativo con Berlusconi, nell’illusione di incassare il voto utile a sconfiggere i “barbari”. Il tutto mentre il vento anti-establishment spirava vigoroso in Italia e fuori, semmai premiandoli i “barbari”. Dunque, per il Pd l’opportunità di ridefinirsi dopo il deragliamento dal progetto originario e magari, per fare un solo esempio, riprendere un tema abbandonato ma cruciale per la democrazia: il conflitto di interessi.

Conosco l’obiezione: elettori e militanti del Pd non sono entusiasti all’idea di aprirsi anche solo al dialogo con un movimento dai toni spesso offensivi (ancorché ricambiati dagli urlatori renziani). Ma qui si misura la qualità di una classe dirigente. Se è lecito un paragone azzardato… in queste ore ricordiamo Moro e la sua politica intesa come “intelligenza degli avvenimenti”. Alla vigilia del rapimento, egli portò la Dc intera all’apertura al Pci nella maggioranza di governo, avendo, sulle prime, contro un po’ tutti. Nel tempo della Guerra fredda. Andrebbe riletto quel suo discorso ai gruppi parlamentari Dc del 28 febbraio 1978. Eguagliarlo è impossibile, ma forse se ne può trarre qualche lezione.

Mail box

 

Aveva ragione Churchill: ora la politica è come il calcio

Non se ne può veramente più. Invece di pensare alle cifre spaventose sulla povertà, sulla disoccupazione e sul funzionamento della sanità in Italia, in questi giorni stanno trionfando i dibattiti e gli articoli sulla formazione di un governo prossimo venturo, imitando quella sterminata pletora di trasmissioni tv e giornali che parlano di calcio con liti finte a sostegno di uno sport che dovrebbe esprimersi principalmente sui campi di gioco. Ebbene la politica in Italia, ormai da anni, si celebra con gli stessi meccanismi e negli stessi luoghi con migliaia e migliaia di allenatori che snocciolano le formazioni, specialmente il giorno dopo la partita, perché il giorno prima i pronostici li avevano toppati miserevolmente. Capisco che ci possano e ci debbano essere discussioni, ma pochi si preoccupano di cosa sta succedendo fuori dagli studi tv e dalle redazioni. Non mi è mai piaciuto molto l’aneddoto attribuito a Winston Churchill per cui gli italiani perdono le partite come se perdessero la guerra e viceversa, ma devo ammettere che una parte di vero c’è. Ultima considerazione: basta con politici bravi e preparati che sanno a menadito cosa dovrebbero fare gli avversari e non fanno magari caso a quello che dovrebbero dire e poi mantenere loro. Queste elezioni che saranno ricordate per le lunghe file ai seggi e che dopo quasi tre settimane non hanno ancora assegnato tutti i seggi non meriterebbero una attenzione maggiore?

Franco Novembrini

 

Cosa è rimasto del glorioso partito di sinistra?

Dalla lettura dei recenti fatti di cronaca, apprendo che la famiglia del Sen. Matteo Renzi è di nuovo coinvolta in problemi con la giustizia! Capisco che, da buon cristiano, venga da dire “chi è senza peccato…” o, per restare terra terra, che il più pulito ha la rogna, ma qui mi sembra si stia esagerando! Se il glorioso partito di sinistra, figlio del duro e puro Pci, oggi Pd, pur avendo diminuito i consensi, è sempre il secondo partito di questa singolare democrazia italiana: ma quanti sono rimasti duri e puri al suo seguito? Della Dc di un tempo, tra le sue ceneri, c’è ancora qualche tizzone con fievoli scintille, per il resto… polvere al vento.

Che aspettiamo, da italiani, in cammino verso la Terza Repubblica, di liberare il Paese anche dalle scorie comuniste?

Leopoldo Chiappini Guerrieri

 

La lezione di Balzac ci ricorda i doveri del giornalismo

“Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è divenuto uno strumento dei partiti; da strumento è diventato commercio, e come tutti i commerci è senza fedi né leggi. Ogni giornale è una bottega dove si vendono al pubblico le parole del colore che vuole. Se esistesse un giornale di gobbi, dimostrerebbe sera e mattina la bellezza, la bontà, la necessità dei gobbi. Un giornale non cerca di chiarire, ma solo di lusingare le opinioni. E così, entro un dato tempo, tutti i giornali saranno vili, ipocriti, infami, mentitori, assassini; uccideranno le idee, i sistemi, gli uomini, e fioriranno proprio per questa ragione.”

Questo lo scriveva Honoré de Balzac nel 1837. Non credo sia necessario aggiungere nulla per dire quanto sia importante leggere, studiare, conoscere il passato; perché solo così saremo in grado di capire il presente, pensare il futuro e vivere da uomini liberi. Anche leggendo un giornale libero, come questo.

Gabriella Maldini

 

Il reddito di cittadinanza aiuterà a ripensare il lavoro

Scusate la franchezza, ma a me una persona che non lavora o che ha perso il lavoro venga aiutato da un sussidio non pare essere una cosa scandalosa. Ma credo il problema di fondo sia un altro, e cioè che il mondo del lavoro attuale è sostanzialmente in mano ai privati, siano essi agenzie interinali o semplici imprenditori che scelgono personale in base a criteri spesso clientelari. Ridare tutto in mano ad istituti pubblici, che effettivamente sarebbero costretti a fare da tramite fra domanda e offerta, costringerebbe di fatto a un ripensamento sul lavoro, non più come opportunità, ma come certezza, diritto, come prevede la Costituzione. Chiaramente le attività legislative dell’ultimo ventennio andavano esattamente nella direzione opposta alle posizioni dei pentastellati e quindi la ritrosia di tanti politici riguardo il reddito minimo garantito la trovo del tutto comprensibile. Peccato per quel vizio di far votare il popolo ogni lustro, altrimenti sarebbe continuato tutto in maniera meravigliosa, saliva il Pil, l’occupazione, la felicità, con i violini suonati ad ogni angolo, e invece…

Dario Folcarelli

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo “‘Le tangenti erano alla luce del sole’. Arrestato Astaldi”, del 14 marzo scorso, abbiamo attribuito per errore all’avvocato Giacomo Pacelli una conversazione in cui si parla di una “tangente da 300 mila euro” e di “consapevolezza della trama corruttiva”, oggetto dell’indagine. Precisiamo che è avvenuto per uno scambio di persona e che l’avvocato Pacelli non è indagato. Ci scusiamo con l’interessato.

FQ

L’incantesimo di B. È durato vent’anni a causa dei finti avversari (e dei media)

È mai possibile che ci si svegli a 44 anni da un lavaggio del cervello? Mi spiego meglio. Ho 44 anni e sono cresciuto con il mito berlusconiano in una cittadina della Calabria, Rossano (tanto per essere onesti, sono stato uno dei tanti che contestarono un suo spettacolo nel mio Paese in teatro, non mi andava e non ci andava che venisse a “infangare” il buon nome di B.). Lei, ovviamente, tenne il suo spettacolo (adesso dico… meno nella mia stessa situazione, ho continuato a dormire, in un sonno profondo, quasi quasi come sotto un incantesimo). Non voglio santificare la sua persona, avrà certamente i suoi difetti, ma un… ”mi scusi” glielo devo. Glielo devo in quanto vedevo lei come uno scrittore che non cercava la verità, ma come un “parassita” che si arricchiva sulle spalle di B., parlandone male per tornaconto economico e non solo. Ma mi deve capire, ero sotto un incantesimo e se mi sono risvegliato, lo devo a lei. Lei non guarda in faccia a nessuno (“picchia dove c’è da picchiare”) e questo le va riconosciuto. Ma cosa mai ho subìto, e con me mezza Italia, per aver dormito in questi anni? Cosa ci ha fatto B.?

Peppe Laurenzano

 

Caro Peppe, congratulazioni per la sua pur tardiva guarigione dal “virus” (come lo chiamava Indro Montanelli). Tardiva, ma non opportunistica: la data della sua lettera precede di due settimane il 4 marzo, dunque risale a quando tutte le tv e i giornaloni vaticinavano un grande boom elettorale di B. e addirittura un suo imminente ritorno al potere. Il che vuol dire che lei non ha atteso la sconfitta di FI per rinsavire. Lei domanda: cosa ha subìto mezza Italia per perdere la testa, e così a lungo, per un figuro del genere? Le risposte sono tante: la scarsa informazione sulle malefatte di B., il bombardamento propagandistico in senso contrario dei suoi media, la miseria dei suoi presunti avversari di centrosinistra che prima gliele han date tutte vinte e poi si sono berlusconizzati anche loro. Ma soprattutto il lungo derby destra-sinistra che ha condizionato la vita politica fino al 2013, trasformando le cronache e persino le sentenze su B. non come dati fattuali, ma come attacchi politici delle penne rosse e delle toghe rosse contro il campione dei “moderati”. Anche perché purtroppo molti, a sinistra, attaccavano B. non in nome dei princìpi, ma per conto dei loro partiti: infatti hanno smesso di dare del criminale al criminale quando ha fatto comodo ai loro mandanti per sostenere i governi Monti, Letta e Renzi. Noi non abbiamo mai smesso: abbiamo le nostre idee e le applichiamo imparzialmente a tutti. Ed è confortante che, presto o tardi, la nostra imparzialità venga riconosciuta. Dunque, caro Peppe, benvenuto nel Club degli Apoti (quelli che non la bevono).

Marco Travaglio

Meno male che c’è l’art. 67

Si dice spesso che la prima parte della Costituzione non si tocca, mentre la seconda si può cambiare. Vero, ma non è tutto. Troppo spesso chi ripete che “la prima parte non si tocca” lo fa perché la ritiene sostanzialmente innocua, l’enunciazione di un dover essere senza precettività e senza scadenze temporali. Dunque lasciamo così, per esempio, il diritto al lavoro (art. 4), ma senza far nulla per attuarlo.

Ma anche sulla seconda parte c’è un equivoco di fondo. Si può cambiare, è vero (lo dice la stessa Carta: art. 138), ma non all’ammasso e alla rinfusa, come nei due tentativi falliti di Berlusconi e di Renzi, che pretendevano di modificare un terzo degli articoli in un sol colpo. E nemmeno cambiando un singolo articolo estirpato a viva forza dal contesto, come con vasta connivenza fece Monti sul pareggio di bilancio (art. 81). Ma non sarebbe il caso di misurare la Costituzione col metro di quel che accade in questi giorni sulla scena politica?

Propongo due soli punti: la personalizzazione della politica e la centralità del Parlamento. Il partito-persona, entrato in scena con Berlusconi, ha contagiato un po’ tutti: abbiamo visto sulla scheda i nomi non solo di “Berlusconi presidente” (peraltro ineleggibile), ma anche di Pietro Grasso (LeU), Giorgia Meloni (FdI), “Salvini premier” (Lega), Emma Bonino (+Eu), Beatrice Lorenzin (Cp). Il nome di Renzi non c’era, ma tutti sapevano che il Pd era diventato PdR(enzi); mentre il M5S non solo ha designato Di Maio come premier, ma ha perfino confezionato una lista di ministri al completo, come fosse sicuro del 51%. Questa personalizzazione della politica, in cui tutti imitano Berlusconi anche mentre lo coprono di insulti, non fa bene alla democrazia. E non è prevista dalla Costituzione, che prescrive al contrario la centralità del Parlamento (artt. 55-82), e affida al Presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio (art. 92).

Lo stesso art. 92 prescrive che l’elenco dei ministri va compilato solo dopo che sia stato nominato il presidente del Consiglio incaricato. Infine, l’art. 49 prevede che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Articolo accusato talora di reticenza, ma che visto nel suo contesto (artt. 48-54) dice una cosa fondamentale, spesso disattesa: i partiti devono funzionare “con metodo democratico”. La scelta dunque è chiara: se ci piace la personalizzazione della politica, ringraziamo Berlusconi. Se preferiamo partiti più democratici al loro interno, che riflettano quel che i cittadini esprimono nelle urne (specialmente se con una legge elettorale assai migliore di questa), lasciamo perdere i nomi nei simboli di partito o negli analoghi vaticini precoci di possibili premier. Se l’alta personalizzazione che abbiamo sperimentato con Berlusconi e Renzi non ci piace, scegliamo la Costituzione.

Secondo punto, la centralità del Parlamento. La situazione di stallo in cui è precipitato il Paese (con la complicità dello stolto Rosatellum) non consente nessuna soluzione che non passi attraverso una qualche alleanza fra le tendenze politiche rappresentate in Parlamento. È naturale che il negoziato si svolga fra apparati di partito (sperabilmente consultando le rispettive basi elettorali), foss’anche solo per sperimentare un governo di scopo. Ma se questo non dovesse bastare, si aprirebbero tre strade, tutte difficilissime. Primo, un veloce ma rovinoso ritorno alle urne. Secondo, la nomina di un presidente incaricato (M5S o destra), che provi a costruire una maggioranza anche risicata attraendo voti da altri schieramenti, si spera sulla base di idee e programmi e non di campagne acquisti. Terzo, la nomina a presidente del Consiglio incaricato di un “papa straniero”, una personalità estranea ai partiti ma di riconosciuta competenza e onestà. Anche in questo caso, il malcapitato dovrebbe cercarsi sulla base di un programma i voti per sopravvivere, pescandoli all’interno dei vari schieramenti. Queste ultime due ipotesi non sono campate in aria: le spaccature interne agli schieramenti (come le destre) e ai partiti (come Pd e M5S) sono evidenti, e il prolungarsi dello stallo non farà che accentuarle, con le reciproche scomuniche, le scissioni, gli insulti del caso. Ma rispetto a ipotesi come queste, che cosa dice la Costituzione?

Il punto cardine è l’art. 67, secondo il quale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Principio rafforzato dall’art. 71, secondo cui l’iniziativa delle leggi può venire dal Governo, ma anche da “ciascun membro delle Camere”, oltre che dal popolo: non è previsto che le proposte di legge partano dai partiti come tali né dai rispettivi gruppi parlamentari. “Senza vincolo di mandato” vuol dire con piena libertà di giudizio e responsabilità personale di ciascun parlamentare. Norma che non piace ai partiti, specialmente se soggetti ad alta personalizzazione: e infatti nell’abortita riforma Renzi-Boschi l’art. 67 fu smembrato e disfatto. Ma su questo punto la convergenza fra partiti è ampia: anche il M5S ha manifestato l’intenzione di cambiare questo (e solo questo?) articolo della Costituzione. In altri termini, ogni leader preferisce che i “suoi” facciano blocco, legati da una ferrea disciplina di partito; e ciò a costo di ignorare l’art. 67, se proprio non è possibile cambiarlo. E nessuno sembra accorgersi che il principio di responsabilità individuale dei parlamentari dell’art. 67 potrebbe essere l’estrema zattera di salvataggio di questa legislatura. Anziché adottare una disciplina di partito in cui qualcun altro pensi per loro, deputati e senatori che rappresentino davvero la Nazione dovrebbero, se le circostanze lo richiederanno, mirare assai più in alto. Pieno rispetto della legalità costituzionale (incluso l’art. 67) e piena libertà di coscienza potrebbero essere i presupposti necessari per ridisegnare la mappa delle priorità politiche del Paese. Spesso accusata di essere “vecchia”, la Costituzione è assai migliore dei suoi nemici. È più democratica, perché è contro la personalizzazione della politica; ed è più flessibile, perché prescrive ai parlamentari la massima libertà di coscienza.

L’ultimatum dei Regeni: “Abbandonati” Il pm Zucca: “Anche noi torturatori”

È un grido di dolore e forse una sfida al nuovo governo quello lanciato oggi dai genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto e trovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016. “Ho fiducia nella legge, negli avvocati bravi e nella stampa buona e abbiamo tanta solidarietà dai social. Ci aspettavamo di più da chi ci governa: dal 14 agosto quando il premier Gentiloni ci ha annunciato che l’ambasciatore tornava in Egitto, siamo stati abbandonati”, dice la madre Paola durante un dibattito sulla difesa dei diritti internazionali all’Ordine degli avvocati di Genova.

C’è poi la pesante accusa del pm Enrico Zucca, ora sostituto procuratore presso la Corte d’Appello e tra i magistrati del processo Diaz, che accosta i fatti del G8 di Genova alla vicenda Regeni. “I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”, si chiede il pm. “L’11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche”. Il ministero della Giustizia ha subito acquisito gli atti relativi alle dichiarazioni del magistrato.

I Regeni si dicono “decisi ad andare avanti anche a piccoli passi. Combattiamo per Giulio ma anche per tutti quelli che possono trovarsi in situazioni simili a quelle che lui ha vissuto”, ha sottolineato.

L’avvocatod ella famiglia Alessandra Ballerini ha ricapitolato: “Il corpo di Giulio parla da solo e si difende da solo. Siamo arrivati a 9 nomi delle forze di polizia implicati”.

Fermate le 6 della banda delle bulle. La polizia si sveglia sul caso-Mariam

Sei ragazze, tutte sotto i 18 anni. Sarebbero loro, secondo quanto accertato dalla polizia di Nottingham, le autrici del pestaggio di Mariam Moustafa, la ragazza romana morta dopo alcuni giorni di coma. Gli investigatori britannici non sembrano propendere per il movente del razzismo, malgrado i sospetti della famiglia. Tra le piste anche quella dello scambio di persona: Mariam potrebbe essere stata presa per una ragazza che sui social si faceva chiamare “black rose”. “Al momento tutte le prove indicano non si sia trattato in alcun modo di un crimine d’odio”, fanno sapere gli inquirenti inglesi che sono al lavoro anche sui precedenti episodi di aggressione contro la ragazza e sua sorella, denunciati ad agosto: episodi per i quali finora non sono state individuate persone sospette.

Il caso resta aperto per quanto riguarda l’aspetto “medico-ospedaliero” e le presunte negligenze da parte del personale ospedaliero. I medici che hanno rispedito a casa la ragazza dopo un primo controllo potrebbero avere fatto una valutazione non esatta delle ferite riportate da Mariam nel pestaggio. In questo ambito risposte potrebbero arrivare dagli esami autoptici effettuati sul corpo della ragazza di origini egiziane.

Anche in Procura a Roma si attendo novità su questo fronte che potrebbero dare una decisa accelerata sulle ipotesi di reato per cui procedere. Al momento i pm Sergio Colaiocco e Tiziana Cugini indagano per omicidio preterintenzionale aggravato dal movente razziale ma gli esiti degli accertamenti autoptici disposti dalla magistratura inglese potrebbero far mutare il quadro delle accuse. Nel caso, infatti, emergessero errori medici l’accusa nei confronti degli autori potrebbe essere derubricata a lesioni personali.

I magistrati di piazzale Clodio hanno inviato Oltremanica la documentazione medica acquisita al Bambino Gesù e relativa all’intervento cardiaco a cui è stata sottoposta la giovane alcuni anni fa. Al momento agli inquirenti italiani, comunque, non risultano fermi effettuati dalla polizia del Nottinghamshire e dal team di investigatori guidato dal detective Rob Griffin.

Bancarotta liberatutti Weinstein è una valanga

Bancarotta liberatutti. Era nell’aria già da un po’ il fallimento della casa di produzione della famiglia Weinstein, che Harvey e il fratello Bob avevano fondato insieme nel 2005. Più importante dello stesso atto del portare i libri in tribunale, sono però le conseguenze sulle vittime (o presunte tali) del produttore caduto in disgrazia, che d’ora in poi non saranno più tenute a onorare il vincolo di riservatezza con la società. Difficile dire se si aprirà una nuova ondata di denunce come quelle che portarono all’incriminazione di Harvey lo scorso ottobre. Una cosa però è certa: la Weinstein Company è la prima società hollywoodiana a fallire sotto i colpi delle accuse di molestie o violenze sessuali.

L’atto formale si è consumato in un tribunale fallimentare del Delawere, dove la major ha anche annunciato un accordo per vendere i suoi asset alla Lantern Capital Partners, società del Texas specializzata in questo tipo di operazioni finanziarie (in gergo definite private equity). “Anche se va in bancarotta, la società rimane impegnata a fare tutto il possibile per massimizzare il valore per i suoi creditori e portare avanti la ricerca della giustizia per qualsiasi vittima”, ha comunicato la compagnia, da mesi impegnata nella difficile operazione del ritorno alla credibilità. Già l’8 ottobre 2017, pochi giorni dopo le prime rivelazioni sulle presunte molestie, il consiglio d’amministrazione della Weinstein Company aveva estromesso il fondatore dalla carica di presidente. All’inizio di marzo, invece, l’annuncio della possibile acquisizione da parte di una cordata di imprenditori, per giunta a maggioranza femminile, guidata dall’ex capo del Dipartimento delle Piccole e Medie Imprese dell’amministrazione Obama Maria Contreras-Sweet. Operazione da 500 milioni di dollari, compresi 225 di debiti, che però non è andata a buon fine.

Più interessante della mesta procedura fallimentare, è la comunicazione che la società in via d’estinzione ha diffuso. “Da ottobre viene detto che Harvey Weinstein ha usato le clausole di riservatezza che impediscono le divulgazioni (‘non-disclosure agreements’ nel testo originale inglese), come arma segreta per silenziare i suoi accusatori”, si legge nella nota.

“Questi accordi cessano ora con effetto immediato. Nessuno dovrà più quindi aver paura di parlare apertamente, né sentirsi costretto in alcun modo a restare in silenzio”. Affermazione salutata come “in grado di liberare le tante voci di vittime finora costrette al silenzio”, dal procuratore generale di New York Eric Schneiderman. Non a caso, dato che proprio nella Grande Mela, il produttore avrebbe compiuto molte delle violenze ai danni principalmente di giovani attrici, e che gli inquirenti newyorchesi cercano da mesi – per ora invano – l’incriminazione formale, ma soprattutto l’arresto e il processo che avrebbero certamente anche un lato spettacolare.

Lo scandalo Weinstein è esploso grazie alle rivelazioni di due inchieste giornalistiche, una del quotidiano New York Times e l’altra del mensile New Yorker. Potentissimo a Hollywood, fondatore della Miramax negli anni 80 e poi della società che porta il nome di famiglia, Harvey Weinstein è stato per anni il mentore di registi come Quentin Tarantino, Woody Allen, Steven Soderbergh o Martin Scorsese. Accusato di molestie o violenze sessuali in casi che risalirebbero anche a 30 anni fa da centinaia di attrici più o meno note, tra cui Asia Argento, che hanno iniziato la rivolta del #MeToo, Weinstein ha visto la sua fortuna sgretolarsi in un tempo relativamente molto breve (meno di sei mesi) rispetto alla sua lunga carriera.

Nicolas bellicoso per coprire le malefatte

Il teorema dei giudici anti-corruzione di Nanterre è semplice: l’attacco anglo-francese del 2011 contro la Libia per rovesciare Gheddafi non era stato scatenato soltanto per aiutare le forze ribelli (l’insurrezione popolare scatenata sull’onda della Primavera Araba si era trasformata in guerra civile); e neanche per proteggere gli interessi economici di Francia e Gran Bretagna, in primis quelli petroliferi. Tantomeno per tutelare la tradizionale proiezione francese in Africa, spesso minacciata dall’interventismo del colonnello: perché la politica panafricana di Gheddafi andava avanti da decenni, senza peraltro stravolgere i precari equilibri sub-sahariani, mentre negli ultimi tempi, dal 2005 in avanti (prima con Sarkozy ministro degli Esteri poi con “Sarkò” presidente), c’era stato un significativo riavvicinamento tra Francia e Libia tale da scongiurare i timori dell’Eliseo.

No. Lo scopo era anche quello di zittire per sempre Gheddafi. Ed evitare che rivelasse quanto stretti fossero i legami con Sarkozy: sanciti da una serie di versamenti occulti tramite intermediazioni e giri di valzer off shore.

Corruzione e traffico d’influenza sono la punta di un iceberg che sotto la superficie nasconde anche un tentativo di omicidio (febbraio 2018, Johannesburg) nei confronti di Bechir Saleh, ex capo dei fondi sovrani libici (Libyan African Portfolio), pronto a testimoniare e a trasmettere informazioni sui finanziamenti libici che incriminerebbero Sarkozy e i suoi più stretti collaboratori. Dunque, sullo sfondo di questa storia ignobile, anche l’ombra di killer e di affari riservati. Al centro delle contestazioni giudiziarie c’è una nota, firmata dal capo degli allora servizi Esteri Moussa Koussa (col patrocinio del ministro Baghadi al-Mahmoudi), che incastrerebbe l’ex capo dell’Eliseo. Perché prova l’accordo segreto con Gheddafi. Un foglio che Sarkozy dice essere falso, creato dai suoi nemici. Il problema, per il marito di Carla Bruni, è che a confermare la sua autenticità c’è la deposizione di un altro personaggio chiave della vicenda, Abdallah Senoussi, ex capo dei famigerati servizi interni libici (considerato la “mente” dell’attentato contro il Dc-10 Uta che provocò nel 1989 la morte di 170 persone, 54 delle quali francesi: i giudici di Parigi lo condannarono 10 anni dopo all’ergastolo). L’interrogatorio è stato secretato dal tribunale internazionale nel settembre 2012: la cosiddetta “pistola fumante”.

I pesanti sospetti, sono devastanti. Per l’immagine della Francia. Per le sue istituzioni. Per la spocchiosa grandeur e la solennità republicaine dei suoi capi. Dicono che Macron sia furibondo e che voglia sia fatta pulizia. I capi d’accusa basterebbero a seppellire la Quinta Repubblica, e forse questo andrebbe a genio al leader di EnMarche! Anche perché, ormai, Sarkozy è messo con le spalle al muro. L’opinione pubblica è indignata. Le rivelazioni di Médiapart sono sconcertanti. Come quella della promessa di Sarkozy ai libici, in cambio dei soldi e del business: “Appena eletto, non il primo atto, ma il secondo sarà l’amnistia di Senoussi”. È provato che ci furono tentativi, ma senza successo… E comunque, se tutto ciò dovesse essere constatato in tribunale, e non più leggendo libri e articoli (fu Médiapart a rivelare gli intrallazzi fra Sarkozy: l’ex presidente perse la causa contro gli autori dell’inchiesta), si avrebbe la certezza, e la vergogna nazionale, di un presidente arrivato all’Eliseo grazie ai miliardi di un dittatore, considerato il burattinaio del terrorismo.

Sarkozy fermato per i soldi “neri” del raìs Gheddafi

Delle valigie cariche di soldi, almeno 5 milioni di euro, avrebbero fatto il viaggio tra Tripoli e Parigi tra fine 2006 e inizio 2007. Ai contanti si aggiungerebbero versamenti bancari per svariati altri milioni di euro. Denaro con cui il regime libico di Gheddafi avrebbe finanziato la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, quella vittoriosa che lo portò all’Eliseo nel 2007 battendo la socialista Ségolène Royal.

Per fare luce su questi presunti finanziamenti illegali su cui la giustizia francese indaga da 5 anni, forse più di 20 milioni, l’ex presidente è stato posto in stato di fermo ieri e in serata era ancora interrogato nei locali della polizia anti-corruzione di Nanterre.

Vi può essere trattenuto per un massimo di 48 ore, dopo di che il giudice potrà decidere di proscioglierlo, indagarlo o dichiararlo “testimone assistito”. Anche Brice Hortefeux, ex ministro dell’Interno di Sarkozy, è stato ascoltato nelle ultime ore come testimone.

L’inchiesta era stata aperta nel 2012 dopo le prime rivelazioni di Mediapart: “Gli elementi riuniti non sono congetture, ma fatti”, ha commentato ieri Edwy Plenel, direttore del giornale on line che aveva pubblicato un documento provando un “accordo di principio” per un versamento libico a favore del candidato francese all’Eliseo. Un “falso”, aveva reagito all’epoca Sarkozy, querelando Mediapart.

Nel campo dei Républicans si denuncia l’accanimento giudiziario contro l’ex presidente, che resta molto influente all’interno della destra conservatrice, pur avendo ufficialmente lasciato la politica e nonostante sia già stato implicato in altre vicende giudiziarie. In particolare è rinviato a giudizio per presunti finanziamenti illegali anche della campagna (perdente, questa volta) del 2012.

Per Fabrice Arfi, uno dei giornalisti all’origine delle rivelazioni documentate nel libro Avec les compliments du Guide, le prove contro Sarkozy sarebbero “schiaccianti”.

Già nel 2011, nel pieno dell’intervento militare in Libia che portò alla caduta del colonnello, Saïf al-Islam, uno dei figli di Gheddafi, intimava in tv l’allora presidente francese, in prima linea nel conflitto, di restituire i soldi del padre. Sarkozy si difese poi sostenendo che la “credibilità” di Saïf al-Islam era “pari a zero”. I magistrati possono avvalersi della testimonianza del novembre 2016 di Ziad Takieddine, un uomo d’affari franco-libanese che ha dichiarato di aver trasportato da Tripoli tre borse di contanti da consegnare a Claude Guéant, all’epoca fedelissimo direttore di campagna di Sarkozy, diventato più tardi segretario della presidenza della Repubblica.

Nel marzo 2008, Guéant avrebbe ricevuto anche un versamento di 500mila euro dalla società di un avvocato malese. Anche in questo caso si tratterebbe di denaro libico, sospettano i magistrati, che lo hanno indagato per riciclaggio e frode.

Guéant afferma invece di aver incassato quei soldi dalla vendita di due quadri. Altri personaggi ruotano intorno all’inchiesta. Uno è Alexandre Djouhri, un uomo d’affari francese sospettato di aver fatto a sua volta da intermediario per il denaro.

Djouhri è stato fermato a gennaio all’aeroporto Heathrow di Londra con un mandato di arresto internazionale. La Francia sta aspettando che venga estradato. Un altro è Bechir Saleh, l’ex tesoriere di Gheddafi che di recente è stato aggredito e ferito a Johannesburg, in Sudafrica, ed ora è ricercato dall’Interpol. L’uomo aveva rivelato a Le Monde: “Gheddafi ha detto di aver finanziato Sarkozy. Sarkozy ha affermato il contrario. Ma io credo di più a Gheddafi”.