Le frase “C’è una figura, la vittima, che è diventata un mestiere, questa figura stramba, per cui la vittima ha il monopolio della parola”, pronunciata dall’ex Br Barbara Balzerani, nel corso della presentazione del suo libro al Centro popolare autogestito Firenze sud, il 16 marzo scorso, giorno dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro, non ha solo sollevato un vespaio di polemiche e l’indignazione della figlia dello statista democristiano assassinato e di altri familiari di vittime del terrorismo. Ha spinto anche la procura di Firenze, alla quale la Digos ha trasmesso un’informativa sulla serata al Cpa, ad aprire un fascicolo, al momento senza indagati né reati. E il caso è diventato, improvvisamente, giudiziario. Anche perché sulle dichiarazioni della Balzerani, Lorenzo Conti, figlio del sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, ha annunciato l’intenzione di querelare l’ex brigatista. La vicenda, però, ha avuto uno strascico che ha coinvolto direttamente il Centro sociale Firenze sud: il Consiglio comunale ha votato una mozione, a larga maggioranza, presentata dal centrodestra, nella quale si invita il sindaco a intraprendere le azioni necessarie per recuperare l’immobile occupato.
“Per il governo i boschi sono un’industria”
Luigi Piccioni, autore della più bella storia dei parchi italiani, “Il volto amato della Patria”, non esita a chiamare “provvedimenti scellerati l’accorpamento della Forestale ai Carabinieri, il tentato stravolgimento della 394 legge-quadro (Cederna-Ceruti) sulle aree protette e anche questo recentissimo decreto sui boschi” trattati secondo una logica industriale. È la linea Renzi-Franceschini già adottata per i beni culturali: “Mettere a reddito” anche la natura. Finora, per tagliare un bosco, bisognava passare dalle Regioni con una trafila impegnativa. Questo Testo Unico varato, per decreto legislativo da un governo in carica per l’ordinaria amministrazione (forzatura gravissima per i 5 Stelle), consente di procedere al taglio se il bosco non ricade in area protetta. In modo coattivo per i boschi privati “abbandonati”. Le ragioni dei suoi sostenitori, dal ministero alla Coldiretti e all’Alleanza Coop (con un certo favore della “ragionevole” Legambiente), sono: sui boschi c’erano troppe leggi e bisognava armonizzarle (e su questo vi sono molti pareri convergenti); in Italia l’area a bosco è raddoppiata, da 5,6 a 10,9 milioni di ettari, ma ne utilizziamo un quarto appena importando l’80 % del legno; molti piccoli proprietari non sono in grado di manutenere quel verde; troppi incendi funestano i nostri boschi; i terreni abbandonati favoriscono il dissesto idrogeologico…
Su queste ragioni hanno sparato ben 246 professori universitari di botanica, zoologia, ecologia e geologia e le maggiori associazioni naturaliste e ambientaliste. “Costoro non considerano il bosco nella sua complessità ecosistemica”, tuona il professor Franco Pedrotti “e finiscono col promuoverne e sostenerne solo le potenzialità produttive”. Fra i boschi che si possono tagliare industrialmente, fa notare, vi sono “tutti i rimboschimenti storici che fanno parte ormai del patrimonio paesaggistico tradizionale”. Essi vengono messi sullo stesso piano dei terreni agrari. Le fustaie non diradate negli ultimi vent’anni sono considerate “terreni abbandonati”. E se i proprietari non operano tagli regolari, ci pensa l’autorità pubblica, in proprio o delegando altri.
Esulta invece Coldiretti: 35 mila nuovi posti di lavoro possibili con queste norme. E punta il dito sugli incendi estivi determinati dai boschi trascurati. “Il bosco torna ad avere un pieno valore in primo luogo ambientale”, gioisce il presidente dell’Unione Comuni Montani (Uncem), onorevole Enrico Borghi (Pd), turni regolari di taglio servono ad evitare desertificazione, crisi idriche, dissesto idrogeologico”. Su questo i naturalisti replicano: gli incendi avvengono, non per dolo di aspiranti lottizzatori o delle ecomafie, ma per un eccesso di forestazione? I boschi, anziché filtrare le forti acque piovane, favoriscono il dissesto? “Pensavamo che fossero le troppe strade e il troppo asfalto ad agevolarle”. Gli alberi non contrastano ma agevolano l’avanzata dei deserti da sud a nord? Sbalorditivo. “Le foreste vengono viste, per decreto, come mero serbatoio di legname”, oppongono Italia Nostra, Wwf, Lipu, Greenpeace. A Roma qualcuno ha anticipato i “tagliatori di Stato”. Il 16 marzo è iniziato il taglio di 21 ettari di bosco ceduo a Castel Romano, nella riserva naturale regionale “Decima – Malafede”, a favore di Le Tenute srl di Propaganda Fide, grande proprietaria. La Soprintendenza e la Regione Lazio hanno taciuto e quindi acconsentito. Il presidente di Roma Natura, Maurizio Gubbiotti (Legambiente), allarga le braccia. E siamo in area protetta. Figuriamoci col Testo Unico. Ma lì non deve passare l’agognata autostrada Pontina? Già.
“Trovai la Faranda al Viminale per fare le fotografie in via Fani”
Governo D’Alema, 1998. Rosa Russo Iervolino viene nominata ministro dell’Interno. È la prima donna a sedere al Viminale, fin dalla nascita della Repubblica. E tuttora l’unica. A quel tempo lavoravo per Sette, il settimanale del Corriere della Sera diretto da Andrea Monti. Il direttore mi manda a seguire il ministro per una settimana durante i suoi incontri istituzionali, anche europei. Ultima tappa, Roma, 16 marzo 1999, giorno in cui il ministro accompagna il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, a deporre la corona di alloro sul monumento, in via Fani, in memoria dei cinque agenti della scorta di Aldo Moro. Il direttore mi aveva avvisata che avrebbe inviato un fotografo, senza fare il suo nome, limitandosi a dirmi che l’avrei trovato ad attendermi al ministero. Appena arrivo, erano circa le 8 del mattino, vedo nella guardiola, seduta in un angolo, una donna la cui bellezza era rimasta intatta, per nulla sciupata dal tempo e dall’asprezza di una giovinezza vissuta in clandestinità prima e in carcere per 16 anni poi.
Capelli neri lunghi, occhiali da sole, e un impermeabile che lasciava scoperte le ginocchia, calze nere e anfibi, se la memoria non mi inganna e macchina fotografica in spalla. Immediatamente capisco che è lei, Adriana Faranda. La tristemente famosa brigatista componente della direzione strategica all’epoca del sequestro Moro. La “postina”, con Valerio Morucci, delle lettere di Moro durante i 55 giorni di prigionia e, sgomenta, mi chiedo: ma che ci fa qui al Viminale, proprio oggi che vengono ricordati gli agenti trucidati dalle Br? L’idea che fosse lei la fotografa di Sette, nonostante quella macchina fotografica, non mi sfiora minimamente tanto mi sembra assurda. La guardo. Lei mi guarda. Consegno il documento di riconoscimento e salgo nell’ufficio del ministro Iervolino.
Giusto il tempo di salutarla, squilla il telefono, lei risponde, ripone la cornetta e il suo viso si sbianca. “Mi hanno avvisata che sotto c’è Adriana Faranda, la brigatista, dice che è la fotografa inviata dal suo giornale per seguirla durante la cerimonia. Non è possibile, mi scusi, ma non è possibile”, esclama la Iervolino. Io resto impietrita. Chiamo subito il direttore e scopro che neppure lui ne era a conoscenza in quanto era stata l’agenzia fotografica, per la quale lei lavorava, ad averla scelta. Sono attimi di panico. Il ministro resta immobile sulla sedia. Poi si alza e insieme scendiamo in guardiola. La Iervolino, debbo dire, con grande tatto umano, dopo averla salutata stringendole la mano, le spiega che la sua presenza suona come una sfida allo Stato: “Finiremmo sulle prime pagine di tutti i giornali che titolerebbero: il ministro dell’Interno commemora gli agenti di Moro uccisi dalle Br insieme alla brigatista Faranda. Non è possibile, sia ragionevole, non è possibile”. E conclude invitandola cortesemente ad andarsene prima che la notizia della sua presenza al ministero si diffonda.
Adriana Faranda, senza alcun disagio apparente, con tono fermo risponde: “Ministro, ho scontato 16 anni, ho pagato la mia colpa, da un anno sono una donna libera”. A quel punto la Iervolino, sempre senza perdere la calma, con garbo le spiega ciò che avrebbe dovuto essere scontato: “Non ho nulla contro la sua persona che ha pagato il conto con la giustizia ma le ferite che ha, che avete inferto a quello Stato che io rappresento, resteranno aperte per sempre e non posso consentire a essere ‘accompagnata’ sul luogo dove, per mano delle Br sono stati massacrati cinque servitori dello Stato”. Lei resta qualche secondo in silenzio con la testa bassa. Poi, sussurrando un buongiorno se ne va.
Io la saluto con un sorriso amaro pensando che la normalità, quella che lei, facendo la fotografa, tentava di conquistare, non sarebbe mai stata possibile perché la vita le avrebbe sempre ricordato che è Adriana Faranda, la brigatista che ha seminato morte e dolore. Ho sempre desiderato rincontrarla per chiederle con quale stato d’animo sarebbe tornata sul luogo dell’eccidio per immortalare quello stesso Stato che voleva annientare mentre onorava la memoria di Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Oreste Leonardi e Domenico Ricci, colpevoli di fare il loro dovere.
Bobbio, ex giudice ed ex senatore di An: 16 mesi per corruzione
La nuova condannadel giudice civile Luigi Bobbio, ex pm anticamorra, ex senatore An autore dell’emendamento ‘anti Caselli’ che nel 2005 escluse l’ex procuratore di Palermo e Torino dalla candidatura alla Procura nazionale antimafia, è anche la nuova puntata del “Romanzo Criminale di Castellammare di Stabia”, secondo le parole del pm di Torre Annunziata Maria Benincasa. Bobbio, da ex sindaco della cittadina campana, è stato condannato a un anno e quattro mesi per un episodio di corruzione con il commercialista Felice Marinelli, condannato a sei mesi. Secondo l’accusa, Bobbio nominò consulente Marinelli per ottenerne in cambio il pagamento di un debito con Equitalia. L’ex senatore è stato già condannato nel 2017 a un anno e 4 mesi per abuso d’ufficio per la nomina di un altro consulente, suo testimone di nozze. Su Facebook Bobbio ha commentato così: “Non abbassero’ mai lo sguardo né il capo perché so quanto la condanna sia ingiusta e infondata (…). Maledico il giorno in cui decisi di essere sindaco di una città malvagia e malata, soggetta per di più allo sguardo occhiuto o compiacente, secondo i casi, di un ufficio giudiziario che non stimo”.
L’uxoricida si toglie la vita La pm: “Donne, fate denuncia”
Pasquale Vitiello si è suicidato. I carabinieri lo hanno ritrovato in un rudere, a poche centinaia di metri dalla scuola elementare di Terzigno dove l’altro ieri ha ammazzato la moglie, Immacolata Avino. La donna aveva appena accompagnato la loro figlia di 9 anni. L’uomo si è tolto la vita con lo stesso revolver utilizzato per l’omicidio. Nelle lettere lasciate a casa annunciato il proposito di farsi giustizia da sé. L’ultimo litigio, prima dell’avvio delle pratiche di separazione, era avvenuto un paio di settimane fa davanti alla bambina (che ancora non sa nulla). Dice al Fatto il procuratore capo di Nola, Anna Maria Lucchetta: “C’era una crisi coniugale, pressioni, maltrattamenti psichici. In questi casi le donne devono denunciare subito, prima di separarsi dagli uomini, altrimenti scatta una reazione del tipo ‘sei mia, non vai da nessuna parte’”..
La giunta nella villetta confiscata: il boss la rivuole
La riunione di giunta oggi si tiene nel bene confiscato alla ‘ndrangheta. Una decisione che il sindaco di Buccinasco (Milano), Rino Pruiti, ha preso nei giorni in cui il boss Rocco Papalia, che dopo la scarcerazione vive nella metà della villetta non confiscata, rivendica la possibilità di utilizzare il cortile rimasto in condivisione. Un cortile dove in passato l’amministrazione ha organizzato anche alcune iniziative pubbliche, come un dibattito sul ruolo dell’informazione nella lotta ai clan. L’iniziativa simbolica in quella che in passato era considerata “la Platì del nord” ha lo scopo di rispondere alla pretesa di riavere l’uso del cortile da parte di Papalia, uscito di prigione lo scorso luglio dopo aver scontato 26 anni di carcere per omicidio, traffico di droga, sequestro di persona e detenzione di armi. Una pretesa che il sindaco di centrosinistra ritiene “una sfida alle istituzioni e allo Stato”.
“Cucchi era gonfio, perdeva sangue. Disse: i carabinieri si sono divertiti”
“Èemerso un quadro totalmente diverso rispetto al precedente processo di primo grado. È chiaro a tutti quanto Stefano abbia sofferto”. Per l’avvocato Fabio Anselmo, che da sempre assiste la famiglia Cucchi, è stata un’udienza di svolta quella che si è tenuta ieri in corte d’Assise nel processo a carico di cinque carabinieri accusati, al termine dell’inchiesta bis sulla morte del giovane arrestato per droga, a seconda delle posizioni, di omicidio preterintenzionale, abuso di autorità, falso e calunnia.
A partire, quindi, dalla testimonianza di Luigi Lainà, che la notte tra il 16 e il 17 ottobre del 2009, incontrò Stefano Cucchi nel centro clinico del carcere di Regina Coeli e che ieri ha dichiarato: “Sembrava una zampogna tanto era gonfio, mi disse con un filo di voce: sono stati i carabinieri, si sono ‘divertiti’ con me”. “Anche io ero detenuto in quella struttura – ha aggiunto Lainà –. Intorno alla mezzanotte portarono Stefano: le sue condizioni di salute erano impressionanti, era evidente che non potesse restare in carcere”. Rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, titolare della nuova inchiesta della Procura di Roma, l’uomo ha riferito del dialogo avuto con Cucchi: “La mattina seguente il suo arrivo mi sono avvicinato. ‘Chi ti ha ridotto così?’, gli chiesi. Stefano mi disse che nella prima caserma dove fu portato dopo l’arresto per detenzione di droga, fu picchiato da due carabinieri in borghese. Si fermarono solo dopo l’arrivo di un ‘graduato’ in divisa”.
E ancora: “Aveva ematomi sul viso e sugli zigomi, era viola, perdeva sangue da un orecchio. Gli portai un caffè ma non riusciva neanche a inghiottire. Quando gli ho visto la schiena era uno scheletro violaceo: sembrava un cane bastonato, roba che neanche ad Auschwitz. Non ho mai visto un detenuto portato in cella in quelle condizioni”. Secondo quanto riferito da Cucchi all’ex detenuto, i carabinieri “lo volevano far parlare. Volevano sapere della provenienza della droga ma lui non parlò, non volle fare la spia. E per questo secondo me Stefano è stato un grande”. Nel processo sono imputati i carabinieri in servizio presso la Stazione Roma-Appia, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità: sono stati sospesi. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia con Roberto Mandolini; mentre della sola calunnia risponde Vincenzo Nicolardi.
Nel corso dell’udienza di ieri è stato ascoltato anche Mauro Cantone, agente delle penitenziaria che era a bordo dell’ambulanza con la quale Cucchi fu trasportato all’ospedale Pertini. “Cucchi – ha detto in aula – mi disse: ‘Sono stati i servitori dello Stato a farmi questo’. Gli chiesi se si riferiva a noi della penitenziaria ma Stefano disse di no e che ne avrebbe parlato con il suo avvocato. In ambulanza Cucchi si lamentava per i dolori alla schiena e per questo chiedeva di fare attenzione ai dossi. Mi colpì il rosso, gli ematomi attorno ai suoi occhi, l’unica cosa che potevo vedere perché aveva una coperta addosso”.
Come testimone ieri è stato ascoltato anche Gianluca Piccirillo, medico del carcere di Regina Coeli che il 17 ottobre dispose il secondo ricovero del giovane. Piccirillo ha riferito delle varie ecchimosi che aveva visto sul corpo di Cucchi, sul viso e sulla zona sacrale, fino alla schiena. Ecchimosi e lesioni, ha ribadito il medico, “compatibili con un pestaggio”.
Fuga di gas a Catania: 3 morti, 2 sono pompieri
“Una bomba, sembrava un’attentato…”. C’è un misto di stupore e paura tra gli abitanti di via Sacchero e via Garibaldi, non lontanto dal centro, per l’esplosione di una palazzina che ieri sera ha provocato tre vittime, l’abitante della casa e due vigili del fuoco, altri due pompieri sono rimasti feriti, tra cui il capo-squadra, ieri sera in condizioni gravi.
“Ho sentito un boato incredibile – racconta un negoziante – e ho pensato a una bomba violenta, ho avuto una grande paura”. Una donna che abita nella zona chiede “quando potrà tornare a casa”, visto che i pompieri sono ancora al lavoro per mettere in sicurezza la zona che è transennata. “Ho pensato di morire – racconta un giovane che lavora in un negozio – lo spostamento d’aria è stato così forte che ho temuto che le mura mi crollassero addosso da un momento all’altro”.
Sarebbe stata proprio la persona che viveva nella casa esplosa, a cui apparterrebbe il corpo carbonizzato rinvenuto sul luogo della tragedia, a dare l’allarme sulla fuga di gas nella palazzina, che non ha il metano, ma usava bombole di gpl. Un particolare che, se confermato, contrasterebbe con il sopralluogo eseguito poco dopo da una squadra di vigili del fuoco che avrebbe trovato la porta di casa chiusa. Una delle ipotesi al vaglio degli investigatori è che l’uomo sia svenuto per la fuga di gas. Sul posto in serata è arrivato anche il sindaco Enzo Bianco che subito ha scritto su Facebook: “Sono qui dove c’è stata l’esplosione. Una tragedia. Due vigili del fuoco morti, due gravi. Un civile morto. Esplosione di bombola. Sono qui ad abbracciare i vigili del fuoco! Una dolorosa tragedia per la città”. E ancora: “Esprimo il cordoglio della città per le vittime, i due vigili del fuoco e l’uomo che aveva chiesto loro di intervenire, e sono vicino alle loro famiglie e a quelle dei due altri vigili feriti, che spero possano migliorare presto”. Ed è illeso ma sotto choc il quinto componente della squadra dei vigili del fuoco travolti dall’esplosione. È stato subito portato in un luogo “protetto”, lontano dai riflettori, mentre gli altri due pompieri feriti al pronto soccorso dell’ospedale Garibaldi. La Procura di Catania ha aperto un fascicolo, al momento non ci sono reati ipotizzati, perché, spiega il procuratore Carmelo Zuccaro, “non escludiamo alcuna ipotesi se prima non avremo un quadro completo dell’accaduto”.
“Siamo addolorati, avviliti e sconvolti da quanto è accaduto – affermano in una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil – anche questa tragedia si annovera tra le morti bianche sul lavoro. Si muore ancora adempiendo al proprio dovere verso la collettività”. E l’Usb chiede “rispetto per chi lavora in condizioni infami”.
Oggi la Consulta decide sulla riforma delle banche popolari
Non ci sono solo le vicende legate alle presunte soffiate a ridosso del decreto. La riforma delle banche popolari rischia di subire un colpo pesante anche dalla Corte costituzionale, che si pronuncerà oggi su diverse “questioni di costituzionalità” sollevate da due durissime ordinanze del Consiglio di Stato. I temi riguardano l’utilizzo del decreto legge, i poteri di regolamento di Bankitalia e soprattutto il diritto di recesso. La riforma, varata a gennaio 2015 e approvata con la fiducia, ha miposto alle 10 popolari con attivi sopra gli 8 miliardi di quotarsi in Borsa e trasfmormarsi in spa perdendo il “voto capitario” dei soci (una testa un voto a prescindere alle azioni possedute). Il testo ha terremotato il settore (tre istituti, peraltro, sono poi falliti). Secondo i giudici del Consiglio di Stato non c’erano i presupposti di “necessità e urgenza” per usare un decreto e le circolari attuative di Bankitalia hanno illegittimamente blindato le trasformazioni in spa permettendo alle banche di negare il rimborso ai soci contrari. Norma che peraltro non spettava a Bankitalia scrivere. La bocciatura sarebbe un colpo pesante per una riforma contestata ma sempre difesa da Matteo Renzi.
“Abbiamo consegnato le nostre vite a Big Tech”
“È in corso una partita mortale tra aziende con standard etici piuttosto bassi. Nel primo decennio della sua esistenza, Facebook ha avuto bisogno di sviluppatori esterni per costruire funzionalità e applicazioni. In cambio gli ha offerto i dati e i furbi ingegneri ne hanno approfittato e li hanno commercializzati con gli analisti, come Cambridge Analytica. Solo ora il social network gode di diritti quasi esclusivi sui dati”. Evgeny Morozov è un giornalista e sociologo bielorusso, commentatore del Guardian e tra i maggiori esperti di Internet e mezzi di comunicazione.
I messaggi mostrati dalla campagna di Trump sulla base dei risultati di Cambridge Analytica hanno fatto la differenza nel determinare il risultato elettorale?
Sì, ma non dovremmo gonfiarlo. Sono scettico sull’efficacia di questi dati. La pubblicità online, ad esempio, è sempre più debole. Non si riesce neanche a convincere la gente a comprare un paio di scarpe. È difficile credere che le persone soggette a quelle pubblicità vivessero in una bolla mentale. La principale fonte di propaganda e manipolazione mentale in America rimane la televisione: l’impatto di Fox News è molto più forte di questi annunci online. Certo, non è solo un problema di privacy.
Ma avranno un impatto…
Sono molto più efficaci le campagne che inscenano false storie su determinati individui con droghe ed escort. È una modalità molto più potente di un gruppo di ragazzini che produce notizie false sui loro computer per guadagnare denaro. Aziende come la Cambridge Analytica, poi, si nutrono di soldi pubblici grazie ai contratti con il Dipartimento di Stato americano, la Nato e altre istituzioni simili. Il governo americano l’ha addirittura definita “diplomazia pubblica 2.0”.
Quindi era tutto già noto?
La manipolazione mirata del processo politico c’è almeno dall’inizio della Guerra fredda. Ora è venuta in superficie, Molti abbandoneranno la loro visione teorica sul funzionamento della democrazia e capiranno che spesso passa da ditte oscure come la Cambridge Analytica, per quanto inefficaci. Solo pochi anni fa, il vostro primo ministro celebrava i consulenti politici americani come Jim Messina. La società madre di Cambridge Analytica, SCL Group, fa parte dello stesso universo.
In tutta la vicenda parliamo di dati che sono stati ceduti dagli utenti.
In un mondo migliore, non apparterrebbero né a Facebook né a Cambridge Analytica ma ai soli cittadini, magari attraverso istituzioni pubbliche. Raccoglierli ha permesso di ottimizzare la pubblicità e, in seguito, creare migliori servizi di intelligenza artificiale. I governi, d’altra parte, non avevano una strategia industriale sul digitale, certamente non in Europa. In assenza di alternative pubbliche a tali infrastrutture – quello che offrono queste colossi tecnologici è l’infrastruttura digitale – i cittadini si sono appollaiati sulla soluzione privata, pensando che finché fosse stata gratis sarebbe andato tutto bene. Le conseguenze più ampie di questi modelli (dipendenza, manipolazione, spostamento di lavoro) non erano ancora visibili. Inoltre, i critici che hanno messo in guardia su questi temi sono stati emarginati perché la “Big Tech” gode dell’egemonia nella conversazione intellettuale e politica e hanno i lobbisti per farlo.
Sarà così per sempre?
L’attuale assetto – beni e servizi gratuiti in cambio dei dati – non durerà in eterno. La pubblicità online è molto più fragile di quanto sembri. Tanto che le aziende con il loro carico di dati si sono diversificate in altre aree, inclusa la fornitura di servizi di intelligenza artificiale a imprese e governi. Presto gli utenti scopriranno che gli toccherà pagare per la posta elettronica o le ricerche. Il costo di utilizzo è una soluzione già sostenuta da alcuni dei primi investitori su Facebook. È il prezzo da pagare per non aver investito in un’infrastruttura digitale pubblica.