L’ora più buia di Facebook: a picco pure la reputazione

La sola elencazione di tutto ciò che sta accadendo in queste ore basta a tracciare il quadro della situazione. Lato Facebook: l’azienda perde il 9,7 per cento in Borsa (ha bruciato 9 miliardi di dollari in due sedute) il posto di Alex Stamos, responsabile per la sicurezza di Menlo Park, sembra sia prossimo a saltare, si è parlato del rischio che se ne vada anche la direttrice generale Sheryl Sandberg e per venerdì è stato annunciato un incontro con tutti i dipendenti ma sembra che il fondatore Mark Zickerberg non ci sarà. Ricordiamolo: Facebook è accusato di aver permesso a una società esterna – che aveva sviluppato una app autorizzata dal social – di cedere illecitamente ad altri molti dati raccolti. Ma soprattutto, di averlo saputo da un paio di anni e di averlo taciuto.

Lato Cambridge Analytica: è la società accusata di aver effettuato micro dossieraggi, psicologici ed emotivi, sugli utenti per cucirgli addosso la propaganda politica. Ieri ha sospeso l’ad Alexander Nix: un’inchiesta dell’emittente britannica Channel 4 aveva mostrato Nix proporre operazioni sporche per vincere le elezioni a quello che credeva essere un potenziale cliente, dalla diffusione di notizie false sul web a trappole per screditare i politici con ragazze compiacenti. Ieri sera, poi, è venuto fuori che in una delle conversazioni Nix avrebbe affermato di aver incontrato molte volte Trump e di aver ammesso “Lo abbiamo fatto vincere noi”.

Cambridge Analytica, infatti, si è direttamente occupata della campagna elettorale del presidente Usa, essendo strettamente legata e pagata dagli ambienti repubblicani. Quello che sarebbe venuto fuori in più rispetto alla sola targetizzazione di 50 milioni di utenti (dati stimati dal WsJ e dal Guardian nell’inchiesta che ha dato origine a tutto): Nix avrebbe ammesso di aver inserito nel circuito contenuti “non attribuibili e impossibili da tracciare”. Negli Stati Uniti l’Autorità in tutela dei consumatori ha aperto un’inchiesta e in Gran Bretagna la commissione Cultura, Media e Digitale della Camera ha convocato Mark Zuckerberg, invitato anche dal presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani.

Lato vigilanza.E mentre sui social network montava la protesta a colpi di hashtag contro Facebook, ieri il garante Ue per la privacy, Giovanni Buttarelli, ha presentato il rapporto annuale sulla privacy. Una delle vulnerabilità segnalate, la pratica della micro profilazione a scopi politici. Tra i riferimenti contenuti nel rapporto c’era infatti un’interessante ricerca del sito ProPublica che ha raccontato sia come gli utenti siano catalogati da Facebook in base ai loro interessi (con una app sono riusciti a identificare almeno 52 mila categorie, che includono definizioni come “Ama scrivere in luoghi strani” oppure “Allattamento al seno”) ma anche in base a dati che Facebook acquista da aziende terze, i cosiddetti broker di dati (chi scrive ha analizzato la pagina “Le tue preferenze relative alle inserzioni” e ha scoperto tutte le categorie a cui Facebook crede di poter legare i suoi gusti: molte sono decisamente distanti dalla verità).

Lato Italia. Se Buttarelli ha lanciato l’allarme per le prossime elezioni europee e ha ammesso che non c’è al momento evidenza di ingerenze modello Usa nelle elezioni italiane del 4 marzo, ieri si è risvegliata l’Agcom nel suo recente ruolo di sceriffo del web (assunto l’anno scorso per difendere gli italiani dalle fake news). Ha sostenuto di aver chiesto a Facebook informazioni sulla gestione dei servizi durante la campagna elettorale “con particolare attenzione alla ‘parità d’accesso’”. Poi il numero di messaggi pubblicitari a carattere politico, degli inserzionisti, delle visualizzazioni, la lista dei soggetti politici coinvolti, quelli che hanno pubblicato contenuti. Il punto, però, ora è uno: il web può essere regolato alla stregua della tv?

Nave sequestrata, entro 10 giorni la decisione del gip

Sarà molto probabilmente il presidente dell’ufficio dei Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, a trattare la richiesta di convalida del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms, che è stata depositata ieri dalla Procura distrettuale etnea. Il giudice ha dieci giorni di tempo. Agli atti sono allegate anche dichiarazioni spontanee rese alla Squadra mobile di Ragusa e alla Capitaneria di porto dal comandante della nave, Marc Reig Creus, 42 anni, e la capomissione Ana Isabel Montes Mier, 31 anni. I due sono stati poi indagati, in concorso col coordinatore generale della Ong, Gerard Canals, per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I due hanno sottolineato di “avere agito a scopo umanitario” con “l’unico obiettivo di salvare vite umane” e di “mettere in salvo persone che stavano per annegare”. Alla domanda sul perché non abbiano chiesto di sbarcare i 219 migranti a Malta, ha risposto: “Per esperienza sappiamo che a Malta non vogliono migranti”

“No all’asilo senza diritti alla difesa” Milano e Venezia, protestano i legali

L’udienza in primo grado non è necessaria. L’appello non è più previsto. Il ricorso in Cassazione non sempre è praticabile. Dopo il decreto Minniti, gli stranieri che ricorrono contro la Commissione Territoriale che concede la Protezione Internazionale rischiano di non avere nemmeno un grado di giudizio.

Da Milano a Venezia le garanzie processuali riservate ai richiedenti asilo suscitano proteste: raccolte di firme, ricorsi, aspre critiche di un sottosegretario del governo. Non esistono ancora dati sugli effetti dell’applicazione del decreto Minniti, ma l’avvocato Livio Neri dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) spiega: “I comuni cittadini hanno a disposizione tre gradi di giudizio. Per gli stranieri è molto diverso”. Cosa succede? “Oggi – prosegue Neri – l’appello contro la Commissione Territoriale non è più previsto. E il ricorso in Cassazione è possibile solo per motivi di diritto. Non solo: un decreto del Tribunale di Milano ha stabilito che l’udienza di primo grado non è sempre necessaria. Ma la Convenzione di Strasburgo prevede un’udienza pubblica”. Da tre gradi di giudizio, sostengono legali e giuristi, in alcuni casi si passa a zero.

I giudici milanesi nei giorni scorsi hanno respinto il ricorso di un migrante contro la decisione della Commissione Territoriale. La legge oggi stabilisce che il giudice per decidere abbia a disposizione una videoregistrazione della seduta. Ma in Italia non ne esistono. Il Tribunale di Milano però stabilisce: non esiste “alcun automatismo tra mancanza di videoregistrazione e necessità indefettibile di fissazione di udienza e tantomeno di rinnovo dell’audizione”. In pratica, il ricorso – se il giudice ritiene che non esistano nuovi elementi di fatto – si può decidere senza udienza e senza riascoltare il migrante.

A Venezia il presidente del Tribunale, Manuela Farini, e il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Paolo Maria Chersevani, hanno firmato un protocollo per la “Sezione Immigrazione”. Come ha raccontato Il Manifesto, al punto 5 si legge: “I difensori, ove siano a conoscenza di malattie infettive del ricorrente (ad esempio tbc), sono tenuti a comunicare la circostanza al Giudice e a richiedere al ricorrente la produzione di certificazione medica che attesti l’assenza di pericolo di contagio”. Il punto 6 stabilisce che “l’audizione del ricorrente verrà condotta dal Giudice senza l’intervento del difensore”. Fino al punto 5: “Un ritardo superiore ai dieci minuti” dell’avvocato e del ricorrente “comporterà la corrispondente contrazione dei tempi dell’audizione”. Si prevedono poi compensi ridotti per i difensori che operano con il gratuito patrocinio. Insomma, un trattamento diverso rispetto ai ‘normali’ ricorrenti. Intervengono i Giuristi Democratici che parlano di “diritto alla difesa violato”. Ma anche il sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore: “Il protocollo viola il principio cardine di ogni sistema garantista: il diritto di difesa con l’avvocato”.

I Servizi e il satellite militare per inseguire Ong e scafisti

L’inchiesta della Procura di Catania, che ha portato al sequestro della nave Oper Arms della Ong spagnola Proactiva e conta tre indagati, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è solo un tassello d’un mosaico molto più complesso. C’è un ruolo delle nostre agenzie di sicurezza nelle altre inchieste delle Procure italiane sulle Ong: il Fatto è in grado di rivelare che attività d’intelligence e di polizia giudiziaria procedono congiuntamente da mesi. È grazie a un satellite nella disponibilità del ministero della Difesa – e delle nostre agenzie – che i poliziotti del Servizio centrale operativo e gli investigatori della Guardia di Finanza, stanno raccogliendo informazioni essenziali. Elementi che portano le Procure a ipotizzare contatti tra scafisti e Ong impegnate nei salvataggi. Semplificando, è come se il satellite fosse stato dato in “subappalto” ad ufficiali di polizia giudiziaria, per realizzare quel che non possono fare di persona: intercettare e filmare in territorio libico. Oppure, se vogliamo metterla diversamente, grazie alla tecnologia dei nostri Servizi, la polizia giudiziaria è in grado di ottenere informazioni che poi, attraverso indagini sul territorio italiano, fa confluire nei fascicoli d’inchiesta. Nei fatti, stiamo svolgendo un’attività d’indagine in un Paese straniero, con tutti i relativi dubbi sotto il profilo diplomatico e giuridico. Utilizzabile o meno, però, c’è una verità che, per quanto scomoda, ha trovato conferma proprio grazie a questi mezzi investigativi.

Filmati e intercettazioni dei telefoni satellitari, per quanto risulta al Fatto, hanno convinto gli inquirenti che tra Ong e scafisti si siano realizzati nel tempo contatti che realizzavano, nei fatti, un duplice effetto. Per le Ong – che erano in condizioni di conoscere in tempo reale la partenza dei barconi – s’è concretizzata la possibilità di effettuare salvataggi con il minimo rischio per i migranti. Per i trafficanti, invece, ha preso corpo la possibilità di vendere ai migranti una sorta di viaggio in sicurezza, con incremento dei guadagni e riduzione delle spese, poiché hanno smesso di investire su natanti e gasolio.

In più di un’occasione, infatti, i filmati satellitari avrebbero riscontrato che, agli assembramenti dei migranti sulla costa, pronti a imbarcarsi, corrispondevano precisi movimenti delle navi di alcune Ong. Un movimento sincronico che consentiva ai volontari di essere nel posto giusto al momento giusto. Un dato che – per quanto difficile sia documentare in un processo – ha convinto gli inquirenti della collaborazione – ai soli fini umanitari, per le Ong – tra volontari e scafisti.

In soccorso ai nostri investigatori è giunta una sofisticata tecnologia israeliana. Anch’essa in uso ai nostri Servizi segreti, consente di ricostruire, con un buon margine di approssimazione, gli spostamenti dei natanti anche quando spengono i loro trasponder. Dopo l’analisi effettuata, negli spostamenti in questione sono emerse altre coincidenze sospette che rafforzano l’ipotesi dei contatti tra scafisti e volontari. Nessuno ha però messo in discussione che l’intento delle Ong sia esclusivamente umanitario. Altrettanto sicuro, tuttavia, secondo gli inquirenti, è che questi contatti abbiano in qualche modo agevolato il business dei trafficanti. Se possa poi configurarsi, come sostiene per esempio la Procura di Catania, il reato di associazione per delinquere finalizzato al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è tutto da dimostrare.

Di certo, però, c’è anche un altro dato: l’investimento del nostro Stato e dei nostri servizi segreti in Libia è sempre più intenso. Fonti qualificate confermano al Fatto quel che i Servizi smentiscono da tempo: i maggiori trafficanti libici sono pagati per interrompere gli sbarchi. L’Italia sta ufficialmente provvedendo a implementare le capacità libiche nelle operazioni di soccorso in mare. Non solo con le navi che il governo ha donato al leader libico Fayez al Serraj. L’obiettivo: dotare le guardie costiere libiche – sono ben due, una del ministero della Difesa, l’altra degli Interni – di una sala operativa adeguata. Al momento, l’unica sala operativa in funzione è dotata d’un solo telefono satellitare, un paio di radio, un fax e qualche computer. Mancano radar – le acque vengono monitorate attraverso il sito online Marine Traffic – e controlli aerei. La Libia chiede ulteriori investimenti per bloccare il flusso di migranti dal Niger. E minaccia di far ripartire gli sbarchi se l’Italia non s’impegna ad alleggerire il tappo che sta creando in questi mesi. Un tappo che, come dimostra il report firmato dal presidente Onu, Antonio Gutierres, sta moltiplicando le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti.

Gabanelli alla 5Stelle: “Tagli al mio video, così è manipolazione”

“Laura Ferrara, il video che avete pubblicato è diverso dall’originale. Avete tagliato alcune parti e il messaggio complessivo risulta alterato”. Firmato: Milena Gabanelli. La giornalista si rivolge a un’europarlamentare dei 5Stelle, Laura Ferrara, che aveva pubblicato su Facebook una puntata di Dataroom del Corriere della Sera in cui Gabanelli parla del reddito di cittadinanza. Dal video originale – fa notare la giornalista – “sono scomparse le parti critiche. Si chiama manipolazione”. In particolare, “è scomparso il fatto che i poveri sono 4,7 milioni e molti di loro votano, che l’aumento delle tasse previsto per banche, assicurazioni e concessioni potrebbe scaricarsi in un aumento dei costi per i cittadini ma soprattutto il discorso complessivo: in molti Paesi d’Europa vengono adottate misure ben più corpose per contrastare la povertà, ma dentro piani strutturati dove è prevista la crescita dei posti di lavoro e la lotta all’evasione”. Ferrara ha replicato di nuovo su Facebook: “Ho scaricato il video dalla Rete, senza rendermi conto del taglio degli ultimi 30 secondi del suo video e di 7 secondi al minuto 2”. Tagli – dice – che “non arrivano a snaturare il contenuto del servizio”. Del quale ha poi pubblicato l’originale.

Di Maio, un altro segnale ai dem: anche Fico in lizza

Ha notato i segnali dell’altra parte, per ora solo pubblici. E ieri ha fatto un altro passo, facendo riemergere per la presidenza della Camera anche il nome di Roberto Fico, un 5 Stelle con il cuore a sinistra: ora in ballottaggio con Riccardo Fraccaro, più gradito alla Lega. Ma alla fine Luigi Di Maio torna sempre da lui, da Sergio Mattarella: l’arbitro, a cui chiede di mettere ordine al gioco. E di essere comprensivo. “Sono sicuro che il capo dello Stato gestirà nel migliore dei modi questa fase, apprezziamo molto che non stia mettendo fretta alle forze politiche” scandisce ieri mattina il candidato premier di fronte allo smisurato gruppo dei deputati del M5S, oltre 230.

Parole per chiedere pazienza al Quirinale e per ribadire ai suoi che il Movimento va avanti con il suo metodo e le sue tempistiche: una proposta alla volta, senza forzare. Perché la convinzione del capo politico e dei vertici è che il tempo giochi a favore del M5S. Nella loro ottica servono altre settimane, per permettere a un Pd stordito e frammentato dal voto di riassestarsi e magari di mettere definitivamente nell’angolo Matteo Renzi, la condizione irrinunciabile per trattare. Ma serve altro tempo anche per far emergere sempre più le lacerazioni nel centrodestra, “che non è mai stato davvero unito”.

Perché il Movimento vuole prendersi anche le schegge da destra. “Però il primo passo è mostrarci compatti e ottenere la presidenza della Camera”. L’ipotesi di un’inversione con il Senato, circolata ieri mattina, viene smentita seccamente. “Vogliamo Montecitorio perché qui ci sono più vitalizi da tagliare e regolamenti da cambiare” dice Di Maio agli eletti. E poi perché “avere la presidenza di Montecitorio ci metterebbe al riparo da canguri e altre porcherie che abbiamo subito nella scorsa legislatura”, come argomenta un parlamentare di peso. Però c’è da resistere, mettendo il proprio nome.

Il deputato Fraccaro è ancora in pienissima corsa, mentre l’ex direttore di SkyTg24 Emilio Carelli, dato in lizza per giorni anche per i suoi ottimi uffici con la destra, si è ufficialmente tirato fuori. Così la novità di giornata è il ritorno dell’opzione Fico, ortodosso, che ha sempre voluto dialogare con la sinistra. E non è esattamente un caso, proprio ora che qualcosa confusamente si muove nel Pd.

Perché Di Maio e i suoi hanno discusso a lungo dell’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera, con la (sua) timida apertura a un confronto con il Movimento. E sono rimasti colpiti dal Matteo Richetti che lunedì ha lanciato segnali. “Proprio lui, che era un renziano doc” osservano. Ribadendo però che “l’unico premier possibile è e resterà Di Maio”. L’ipotesi che lui si faccia da parte per un nome terzo, come è sembrato invocare proprio Richetti, non è neppure presa in considerazione. E comunque ora è troppo presto per quasi tutto, “nel Pd non si sa con chi parlare, sono tutti confusi, non c’è nessuno di veramente rappresentativo”. Nell’attesa però Di Maio cala sul tavolo anche Fico, non esattamente un suo sodale. Ieri mattina sono entrati assieme nella sala dell’assemblea dei deputati, prendendosi un lungo applauso. Forse un caso, più probabilmente no.

Di certo si sono appartati più volte per parlare fitto, anche a margine della riunione. Puntare su di lui per il capo politico sarebbe anche un modo per dare un segnale alla minoranza ortodossa, per mostrare che vuole tenere dentro tutti. Quasi una necessità, perché con un esercito oltre 340 eletti la paura di spaccature o fughe resta forte in Di Maio. Però anche la nomina di Fraccaro, dimaiano di ferro, avrebbe molti vantaggi: perché è trasversale, stimato sia dalla maggioranza che dagli ortodossi, e perché il suo profilo di deputato trentino, fautore delle autonomie, è sicuramente più utile per un accordo con la Lega. Ovvero quel Carroccio che un governo con il Movimento lo farebbe senza troppi patemi. “Salvini chiama di continuo Di Maio, è più che disposto ad allearsi con noi” sussurrano dentro il Movimento. Ma la rotta per il candidato premier e i suoi resta un’altra, provare a costruire un governo con l’appoggio di gran parte di Pd e LeU, e di chi ci vorrà stare. E allora ecco l’apertura sui ministri di lunedì e il Fico di ieri, la carta per ricordare ai dem che c’è attenzione massima anche in questa trattativa. Per poi tentare di costruire qualcosa in seguito. Senza troppa fretta.

Diritti tv, MediaPro non paga e la Serie A (in rosso) trema

Con il rischio che si allunghino i tempi per passare all’incasso, la questione diritti tv genera qualche allarme fra i club di Serie A. MediaPro ha organizzato per domani una cena per tranquillizzare chi a breve deve scontare con le banche i futuri ricavi attesi dall’operazione con la società spagnola (1,05 miliardi di euro a stagione per tre anni alla Lega) e ieri è rimasto spiazzato dalla lettera con cui i manager catalani chiedevano di sospendere i termini per versare anticipo e fideiussione, in attesa di chiarimenti sui confini entro i quali potranno operare come intermediario indipendente. Il tema ha acceso l’assemblea di lunedì, in cui il banchiere Gaetano Miccichè è stato eletto presidente per acclamazione, dopo uno scrutinio segreto, a cui sono state aggiunte le dichiarazioni di voto verbali, su richiesta della Roma. Agli spagnoli sarebbe stato ribadito che resta fissato a martedì 27 marzo il termine per l’anticipo di 50 milioni di euro, a cui dovrà seguire la fideiussione da 1,2 miliardi di euro. Il n. 1 di MediaPro, Jaume Roures, ha in programma in questi giorni riunioni in Italia con le banche Unicredit e Intesa Sanpaolo (il gruppo per cui lavora Miccichè), nonché Mediaset Premium, Tim, Perform e Sky.

L’ex rottamatore nel palazzo dei rottamati

Da golden boy della politica alla panchina dei giardinetti basta un attimo. Chissà quale amare considerazioni sulla caducità delle cose umane saranno venute in mente al neo senatore Matteo Renzi, mentre i commessi gli mostravano il suo nuovo ufficio a Palazzo Giustiniani, l’edificio cinquecentesco dove si aprono le sale di rappresentanza del Senato e considerato il cimitero degli elefanti della politica italiana.

Nella dependance di Palazzo Madama si trovano gli spazi messi a disposizione degli ex presidenti della Repubblica e del Senato, dei senatori a vita e anche degli ex presidenti del Consiglio, come nel caso di Renzi. I suoi nuovi coinquilini sono il presidente emerito e senatore a vita Giorgio Napolitano, Renato Schifani e Pietro Grasso, ex presidenti del Senato. Quanti ricordi si saranno affollati affacciandosi alla finestra che dà sul palazzo di fronte, nella mente ancora inquieta dell’ex premier e ex segretario del Partito democratico. Sembra ieri quando, con una mano in tasca, l’aria scanzonata e quasi strafottente, il giovane ex sindaco di Firenze debutta da presidente del Consiglio nel suo primo discorso al Senato. “Non ho l’età” scherza “il ragazzo”, come amava definirsi ai suoi esordi in pubblico, sbertucciando i senatori, alcuni anziani ma molti per la verità appena ultra quarantenni proponendosi di essere “l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia al Senato”, non per un pregiudizio ma perché “lo sta chiedendo un Paese”.

Sappiamo come è andata, “il Paese” ha bocciato con ben due votazioni il console “rottamatore” e non il Senato che oggi accoglie caritatevole il suo giovane nemico dall’alto della sua saggezza millenaria, concedendogli i privilegi del rango, che lui per la verità accetta volentieri. Gli spazi destinati a Renzi sono proprio accanto alle pertinenze dell’ex presidente Napolitano, compagno e reduce di mille battaglie e chissà quante cose potranno ora rivangare insieme. L’appartamento del presidente emerito è un ufficio di 100 metri quadri, già occupato dal predecessore, Oscar Luigi Scalfaro. I regolamenti del Senato mettono a disposizione degli illustri inquilini tutti gli strumenti atti a soddisfare “le esigenze di comunicazione”: telefono satellitare, linee dirette riservate con il Viminale, fax, internet. Tra staff e auto blu gli ex presidenti fra Camera e Senato costano ai contribuenti svariati milioni. Si tratta di benefit ai quali si può rinunciare con una semplice lettera, come ha fatto Pier Ferdinando Casini.

Le convergenze Lega-M5S e la finalissima delle Europee

Come finirà? È difficile divincolarsi dalla domanda che molti fanno perché ti hanno visto in tv e immaginano (giustamente) che si venga chiamati come persone informate dei fatti, e dunque sul governo che sarà. La risposta più sincera dovrebbe essere (allargando le braccia): e chi lo sa?

Per salvare la faccia ci si arrampica invece sugli specchi, elencando le mille variabili di un labirinto progettato da un pazzo, privo di un’apparente via d’uscita. Per non aggravare la mia posizione citerò un dato di fatto, incontestabile: a maggio 2019, cioè tra poco più di un anno, ci saranno le elezioni europee. Punto.

Segnatevi questa data perché, anche se nessuno ne parla, essa rappresenta un orizzonte a cui tutti guardano: vincitori e vinti. Per il M5S di Luigi Di Maio l’occasione ghiotta per annettersi un’ulteriore fetta del Pd. Idem per la Lega di Matteo Salvini che ha già lanciato un’Opa su Forza Italia. Per chi ha perso può valere il discorso opposto. Utilizzare i prossimi tredici mesi per tentare di riprendere il controllo del centrodestra (Berlusconi). E per organizzare la rivincita (Renzi) bastonando dall’opposizione le difficoltà che i Cinque stelle incontreranno: sia per formare un governo, sia per restarci gravati dai problemi che sarebbero chiamati a risolvere. Ecco perché al Nazareno spingono tanto per un esecutivo a maggioranza gialloverde, e non fanno che ripetere il mantra: chi ha vinto deve governare. Altra domandina: a circa un anno di distanza da un voto di vitale importanza (un’altra avanzata populista potrebbe stravolgere l’Unione europea) è pensabile che l’eterna italica polemica politica si blocchi per incanto, magari sotto i vessilli di una prodigiosa unità nazionale? O non sarebbe più realistico pensare a un prolungamento della campagna elettorale, sia pure a bassa intensità e con altri mezzi? A questo punto, per farmi capire meglio (o peggio, fate voi) riesumerò un’espressione dal sepolcro della Prima Repubblica (rischiando di essere picchiato dai dieci lettori superstiti). Le convergenze parallele. Ossimoro coniato da Eugenio Scalfari sull’idea lanciata da Aldo Moro ai tempi del primo centrosinistra: convergere su alcuni punti con la sinistra Psi-Pci, pur mantenendo una sostanziale distanza sulla linea politica. A pensarci bene, non vedete una certa somiglianza con la “convergenza” (nella distinzione) in atto tra Di Maio e Salvini per spartirsi le presidenze delle Camere? E prepararsi così la strada per approvare, insieme, due provvedimenti, diciamo così, a futura memoria dei cittadini elettori?

Uno: l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari. Due: la modifica del Rosatellum con un premio di maggioranza (basta una settimana, ha detto Salvini). Nella prospettiva, presto o tardi, di una fine anticipata della legislatura e quindi di una possibile finalissima tra Cinque Stelle e Lega. Elezioni politiche che potrebbero coincidere con quelle Europee? E con quale governo in carica? Ora mi chiedete davvero troppo.

Lazio,+Europa medita il ricorso: “Vanno tolti tre consiglieri al Pd”

Ancora grane per Nicola Zingaretti. Dopo la vittoria nelle elezioni laziale ottenuta senza avere la maggioranza in Consiglio regionale (25 a 26), ora c’è un possibile ricorso sui risultati elettorali da parte dei radicali di +Europa. È pronto a promuoverlo Rocco Berardo, ex consigliere, primo dei non eletti. Se avesse successo, cambierebbero gli equilibri all’interno del centrosinistra nell’Aula della Regione Lazio: il Pd avrebbe tre seggi in meno, da redistribuire tra LeU, Centro Solidale e +Europa. In attesa dei risultati ufficiali, Berardo contesta la suddivisione interna dei 10 seggi di premio di maggioranza che spettano alla coalizione vincente. Secondo l’ ex consigliere l’interpretazione diffusa della nuova legge elettorale regionale sarebbe errata: i seggi sarebbero 6 al Pd (che passerebbe così da 18 a 15), uno alla Civica e gli altri tre a LeU, a Centro Solidale e appunto ai radicali. “Nelle ricostruzioni errate che circolano – scrive Barardo – il seggio aggiuntivo ci sarebbe sottratto in base al cosiddetto principio di rappresentanza territoriale del premio. L’effetto distorsivo, nel trasformare voti in seggi di una simile interpretazione sarebbe evidente, e andrebbe contro sia la lettera della legge sia diversi principi costituzionali”.