Gioie e dolori delle 7 vittime di Rosato & C.

Ieri lo ha detto chiaro e tondo Luca De Carlo, uno deicandidati al centro del continuo balletto delle proclamazioni: “Vedetela come volete, ma sappiate che non è facile essere Luca De Carlo”. È difficile dargli torto, almeno per quanto successo negli ultimi quindici giorni. Prima dentro – con tanto di festeggiamenti dal balcone del Municipio –, poi fuori, ora (forse) di nuovo dentro: per De Carlo lo spoglio per la Camera è una montagna russa (“Ci faccio soffrire lo so. Abbiate pazienza”, scrive ai suoi follower).

Chissà come se le immaginava queste elezioni e chissà cosa starà pensando in questi momento Ettore Rosato, l’ideatore della legge elettorale che a diciassette giorni dal voto ancora non ci ha consegnato un Parlamento. Non è solo un problema per la Nazione, ma anche un insieme di piccoli drammi personali. Francesca Gambarini, per esempio. Fino a ieri era convinta di essere eletta con Forza Italia, grazie al listino in Emilia Romagna. Ringraziava i cittadini, rilasciava interviste accorate: “Le priorità di Francesca Gambarini in Parlamento: sicurezza, immigrazione, tasse”. Tutto finito, tutto lettera morta. Almeno Fausto Orsomarso, parlamentare per un giorno, la prende con filosofia sul suo profilo Facebook: “Aggiungo un sorriso distensivo, per rispetto dell’altra persona rimasta appesa come me. Per giustizia dovrebbero darci un seggio in più! Sorridiamo va’, che è meglio”.

Un’altra che non ha perso il sorriso è Michaela Biancofiore. Lei ha capito prima di tutti la strategia vincente: per mettersi al riparo dalle storture del Rosatellum bisognava sfruttare altre storture del Rosatellum. Per entrare in Parlamento aveva a disposizione un collegio uninominale e due plurinominali; così, mentre le sudate carte delle Corti d’appello stravolgevano il Parlamento, lei poteva permettersi di passare da un salotto di La7 all’altro, condividendo sui social le proprie apparizioni tv.

Maria Tripodi, forzista riacciuffata per i capelli in Calabria, i social non li utilizza molto. Qualche giorno fa citava Silvio Berlusconi: “Meglio perdere qualche settimana per un buon governo che mesi in una nuova campagna elettorale”. Forse neanche lei aveva contemplato l’idea di perdere settimane già solo per formare il Parlamento.

E se Giuseppe Paolin (Lega) elabora la delusione nel silenzio, nel Carroccio esulta Stefania Segnana, che rinconquista il seggio dopo aver girato il Trentino con il figlio di otto mesi in braccio durante la campagna elettorale. Sui social tutti si preoccupano per lei, al secondo ribaltone elettorale in pochi giorni: “Speriamo che il grande cuore di Stefania Segnana regga a questa novità”, scrive la pagina della Lega Alto Garda, condividendo i patemi di una collega di partito (“Proprio da infarto. Segnana c’è!”). E Giacomo Mancini? Candidato alle politiche col centrosinistra, primo dei non eletti in regione con Forza Italia. Sperava che Orsomarso andasse a Roma, lasciandogli il posto in Regione, ma rimarrà a becco asciutto. Gli resta da provare in qualche Comune (le elezioni per le province le hanno – purtroppo – abolite). Poi soltanto riunioni di condominio.

Cambiano di nuovo gli eletti Il caos coinvolge 4 Regioni

“Dalla patria del diritto alla Repubblica della banane”. La sintesi è di Fausto Orsomarso (Fratelli d’Italia), che ieri ha saputo dalla Corte d’appello di Catanzaro che il suo seggio alla Camera è – di nuovo – a rischio, nonostante la Corte di Cassazione lo avesse già inserito tra i neo-parlamentari. Il motivo? L’ennesimo riconteggio delle schede in Calabria, che adesso, a diciassette giorni dal voto e con l’elezione dei presidenti delle Camere alle porte, potrebbe scatenare un effetto domino tra gli eletti di mezzo nord Italia. Riassunto di Guido Crosetto, dirigente di FdI: “Un partito politico, (o qualcos’altro) ha ottenuto, senza diritto, senza legittimità, di discutere le decisioni della Cassazione”. Si badi bene: parla di Forza Italia (“o qualcos’altro”).

Partiamo dall’inizio. Durante il primo spoglio in Calabria, appena dopo la chiusura delle urne, il seggio incriminato era stato assegnato a Maria Tripodi, candidata di Forza Italia, con Orsomarso destinato all’esclusione. Quando le schede sono arrivate in Corte d’appello, ecco il primo ribaltone: fuori Tripodi e dentro Orsomarso, grazie ai 4.000 voti in più assegnati a Fratelli d’Italia. Sembrava tutto fatto, col benestare della Suprema Corte che appena due giorni fa aveva dato all’elezione di Orsomarso i crismi dell’ufficialità, inserendo il suo nome nel verbale dei neo-deputati.

Ma ieri, come riportato per primo dal Corriere della Calabria, è cambiato tutto: la Corte d’appello di Catanzaro ha ripreso in mano le schede contestate, assegnando quasi 5.000 voti in più a Forza Italia e restituendo il seggio a Tripodi, a scapito di Orsomarso. Un riconteggio postumo, avvenuto a proclamazione già completata, ma che ha comunque stravolto il Parlamento. Adesso l’ufficio elettorale della Cassazione dovrà riunirsi in tutta fretta (venerdì le Camere sono convocate per eleggere i presidenti) e decidere di invalidare il vecchio verbale e promulgarne uno nuovo, accogliendo le correzioni.

Un caso che non ha precedenti e che, secondo altre interpretazioni, dovrebbe invece essere competenza della Giunta per elezioni della Camera. Se così fosse, Orsomarso avrebbe diritto a ritenersi parlamentare fino a che l’organo interno di Montecitorio, sulla base dei verbali della Corte d’appello, non ne sancisca l’eventuale esclusione. Percorso difficile, perché la contesa tra i forzisti e Fratelli d’Italia non è soltanto una questione locale, ma causa un effetto domino nella distribuzione dei seggi anche in altre Regioni.

Il motivo è il meccanismo infernale del Rosatellum. Alla Camera, stabilita la quota nazionale, si sa subito a quanti deputati abbia diritto una lista. I problemi arrivano per decidere chi e dove: gli ultimi seggi, per dire, vengono assegnati coi “resti” persino al terzo decimale della percentuale di voti presi in una circoscrizione. Insomma, basta spostarne qualche centinaio e cambia il risultato e, se ne cambia uno, a cascata ne cambiano molti altri.

Veniamo al nostro caso. Se Orsomarso dovesse perdere il posto in Calabria, per FdI entrerebbe alla Camera Luca De Carlo, sindaco di Calalzo di Cadore, nel bellunese. Ma non è finita qui: il Veneto ha già assegnato tutti i suoi seggi, dunque per far posto a De Carlo dovrebbe escludere il leghista Giuseppe Paolin, fino a ieri sicuro della propria elezione. A questo punto è la Lega a dover recuperare un seggio. Le formule magiche del Rosatellum dicono che è il Trentino Alto Adige il luogo prescelto, dove a questo punto potrebbe festeggiare (condizionale d’obbligo) Stefania Segnana. Se ne farà una ragione Michaela Biancofiore, (pluri)candidata di Forza Italia che rientrerà tra gli eletti in Emilia Romagna, dove le farà posto – ultimo tassello del domino – Francesca Gambarini.

Spettatori interessati del riconteggio calabrese sono quindi quattro Regioni e ben sette candidati parlamentari, ancora indecisi sul trasloco a Roma. Il tutto a diciassette giorni dal voto, merito – si fa per dire – dei criteri di ripartizione dei seggi della legge elettorale e delle tante contestazioni dei partiti. Non è tutto: ad essere delusi non sono soltanto gli aspiranti parlamentari esclusi, ma anche Giacomo Mancini, candidato per il centrosinistra a Cosenza. Battuto da 5 Stelle e destra nel suo collegio, Mancini non ha ottenuto il seggio a Roma, ma l’elezione di Orsomarso, consigliere regionale in Calabria, avrebbe liberato per lui un posto proprio in Regione, dove nel 2014 si era candidato con Forza Italia.

Anche in Senato, com’è noto, non è andata liscia: il M5S ha finito le liste in Sicilia e Palazzo Madama questa legislatura avrà un senatore in meno rispetto ai 315 previsti dalla Costituzione.

Il capo del Carroccio è il primo ospite dell’ambasciata Usa

Matteo Salvini rafforza il suo profilo trumpiano. Sarà il primo dei leader politici italiani dopo il voto a fare visita all’ambasciata statunitense a Roma. Ad accoglierlo l’ambasciatore Lewis Eisenberg, amico personale del presidente Usa. È l’ultimo atto di un feeling dichiarato, tra la lega e l’amministrazione Trump. All’incontro di stamattina, nella sede diplomatica statunitense di Via Veneto 121, partecipa anche il numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Con l’incontro con Salvini inizia il giro di colloqui dell’ambasciata americana con i capi dei partiti politici italiani. Dagli uffici diplomatici di Via Veneto cercano in ogni caso di sfumare il significato di questa visita: il fatto che Salvini sia il primo ad essere ricevuto – fanno sapere – dipende semplicemente dall’incrocio tra le disponibilità d’agenda dei vari interlocutori. Si preferisce evitare, insomma, che l’appuntamento venga letto come un’investitura della Casa Bianca. Il leghista Giorgetti invece non nasconde il suo entusiasmo: “È chiaro che tra noi e Trump vi siano profonde analogie programmatiche, dalla lotta all’immigrazione clandestina, al fisco e soprattutto ai rapporti con l’Europa”.

Il Mattarella-pensiero tradotto dal quirinalese

La Costituzione, si sa, in questa fase post-elettorale accorda al capo dello Stato poteri ampli e anche fluidi, capaci di adattarsi alle circostanze. Sarà per questo che tutte le pecorelle smarrite del Palazzo guardano a Sergio Mattarella vuoi con speranza, vuoi con timore e gli attribuiscono le mire più bizzarre. È per smentirle che ieri su molti giornali è apparsa, in forma anonima, la versione di Mattarella riportata all’uopo ai cronisti dallo staff del Quirinale. L’effetto è, curiosamente, opposto: in controluce si leggono tutti i pensieri e le intenzioni del presidente. Ecco una traduzione dal quirinalese.

“Non esiste alcun partito di Mattarella” (la Repubblica)

Vi avverto: smettetela di nascondervi dietro a me, dite quel che volete fare e basta. Mica stiamo all’asilo

“Mattarella non si farà coinvolgere nelle lotte interne, che pure esploderanno” (Il Sole 24 Ore); “Il presidente è super partes: non appoggia un partito politico, né una parte di esso” (Il Messaggero)

Gentiloni, Veltroni, Martina e compagnia: non penserete mica che Renzi ve lo elimino io, no? Dai, su…

“L’offensiva lanciata dai renziani per ‘delegittimare’ il ruolo super partes del capo dello Stato, attribuendogli (dopo i suoi reiterati richiami alla ‘responsabilità’) il ruolo di grande sponsor ‘dell’inciucio’ con M5S nel governo di tutti” (la Repubblica)

Matteo, ma chi ti pensa? E comunque mica te l’ho detto io di far precipitare il Pd al 18%.

“Da ultimo c’è una suggestione sul premier uscente Gentiloni, di cui qualcuno ipotizza una proroga per 10 mesi o anche più. Scenario fantomatico perché implicherebbe l’accordo di tutti in Parlamento. A partire dai vincitori che dovrebbero affidarsi a un leader del partito sconfitto” (Corriere della Sera)

No, Paolo, non puoi restare e dillo pure agli amici tuoi dei giornali.

“Il capo dello Stato vorrebbe che calasse la tensione sulla presidenza del Senato, una guerricciola attivata da un equivoco: la convinzione – diffusa e però sbagliata – che chi ricopre quella carica sia per forza il destinatario di un incarico da ‘esploratore’ qualora le consultazioni si incartassero” (Corriere della Sera).

Senta, Meloni, se proprio vuole fregare Salvini mandandolo a fare il presidente del Senato si trovi un’altra scusa: tipo che la poltrona è comoda.

“Si parla di una presunta ostilità di Mattarella – che qualcuno a intermittenza ripropone – a dare il via a un esecutivo tra 5 Stelle e Lega, se davvero una tale alleanza si dovesse formare. Il Parlamento è sovrano (…) e lui per primo deve rispettarlo” (Corriere della Sera)

Ma ancora? Ma pensate che qua c’è ancora Napolitano?

“Cose evocate a sproposito: l’idea che si possa tenere a battesimo un governo a termine è improponibile, in quanto nessun governo può essere a termine. Traduciamo: il Quirinale non avallerà esecutivi col solo obiettivo di una nuova legge elettorale per tornare a votare al più presto” (Corriere della Sera)

Di Maio! Salvini! È inutile che fate finta di niente: il governo solo per riscrivervi le regole del gioco e ammazzare gli altri non ve lo faccio fare.

“Illazioni al pari di certe ricorrenti anticipazioni sulle formule che avrebbe “già pronte” per risolvere la crisi: in primis il governo del presidente, che in realtà sarebbe solo l’extrema ratio” (la Repubblica)

Sì, sì, alla fine lo faccio, ma così mi rovinate la sorpresa.

Salvini fa il leader di destra: pronto a dare il Senato a B.

Toccherà a Giorgio Napolitano presiedere Palazzo Madama, nella seduta di venerdì mattina e in quelle successive, fino all’elezione del Presidente. Ma oltre a questa certezza, a due giorni dall’inizio delle votazioni per eleggere i presidenti di Camera e Senato, l’accordo complessivo non c’è. Resistono però alcuni punti fermi. Ieri Luigi Di Maio ha ribadito che il Movimento aspira alla presidenza di Montecitorio. “Nessun partito ha espresso contrarietà”, dicono in serata Giulia Grillo e Danilo Toninelli, dopo aver portato a termine gli incontri con FI e Lega. Il ballottaggio nel Movimento continua ad essere tra Riccardo Fraccaro e Roberto Fico. I nomi ufficiali, arriveranno giovedì.

L’altro punto fermo riguarda la volontà ribadita ieri in un giro di telefonate tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni di non “rompere” l’alleanza di centrodestra. Lo dice il vice segretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, a Porta a Porta: “L’importante è che una presidenza vada al centrodestra, se servirà un presidente non della Lega, per risolvere il rebus politico, noi saremmo disponibili e non faremo i capricci”. Disponibilità interlocutoria.

Oggi ci sarà un vertice a Palazzo Grazioli tra Berlusconi, Salvini e la Meloni, dal quale dovrebbe uscire una quadra. La rinuncia alla presidenza di Palazzo Madama a favore degli alleati da parte del leader del Carroccio resta sul piatto. Anche “perché non abbiamo nomi”, come raccontano nella Lega. “Non accetteremo né condannati, né persone sotto processo”, è il paletto numero uno del Movimento.

Roberto Calderoli, il primo candidato leghista, è fuori: indagato per diffamazione con l’aggravante dell’istigazione all’odio razziale. Giulia Bongiorno, altro nome circolato in questi giorni, non è particolarmente vicina a Salvini, senza contare che è stata per anni apertamente in rotta con Berlusconi. Complicato, però, anche trovare un nome dentro FI. Paolo Romani, che era la prima scelta degli azzurri (molto sponsorizzato anche nel Pd), sarebbe fuori per una condanna per peculato. Lui non si rassegna e si sta muovendo a tutti i livelli. In alternativa, continua a circolare il nome di Anna Maria Bernini, che però non va bene a una parte del suo partito. Tra le ipotesi azzurre quella di presentare una rosa di nomi. E c’è chi ipotizza un’inversione, con il Senato ai Cinque Stelle e la Camera alla Lega. Per adesso, ipotesi dell’irrealtà, vista la fermezza di M5s su Montecitorio.

Le trattative vanno avanti a tutti i livelli: nella seduta successiva all’elezione del Presidente, verranno eletti gli uffici di presidenza. È a questo punto che entra in gioco il Pd. Oggi incontrerà una delegazione di Fi (Renato Brunetta e Romani), della Lega e di LeU. I Dem si tengono fuori dalla partita delle presidenze, ma continuano a rivendicare almeno due vicepresidenti e due questori. Per Montecitorio, il candidato sarebbe Ettore Rosato. Sui capigruppo, Matteo Renzi (che a Palazzo Madama non s’è ancora registrato) non molla su Lorenzo Guerini alla Camera e Andrea Marcucci in Senato. La sua presa sul partito resiste: il reggente Maurizio Martina ieri ha riunito la segreteria, nel tentativo di evitare ulteriori spaccature tra renziani e anti renziani. La complicata dinamica interna al Pd entra nel gioco più generale, perché nessuno si fida davvero di fare accordi con il Nazareno: non è chiaro se chi li stringe sarà in grado di rispettarli. Ieri è stato lo stesso Romani a intercedere presso i Cinque Stelle per i posti ai Dem nell’ufficio di presidenza. Negli scenari che si fanno nel centrodestra, il punto di caduta di questi accordi “preliminari” sarebbe una sorta di governo delle “ampie intese” con dentro esponenti di tutti i partiti, presieduto da Giorgetti, che partirebbe a fine giugno. Architetture da Palazzo. Almeno per ora.

Il Caimano Atto II

Avete notato che B. non si vede più? Tranquilli, non è morto, e non si è nemmeno ritirato. È semplicemente in fase di sommersione, come ogni Caimano che si rispetti. Quando deve fare cose indicibili e indecenti, non si mostra e non parla. Sta sott’acqua e di lì agisce, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Non a caso tornano a circolare nelle sue residenze gli Uomini dell’Ombra, come Letta e Verdini, nel tradizionale turn over del Partito Azienda che alterna, a seconda delle convenienze, le colombe ai falchi. Niccolò Ghedini, per dire, protagonista delle sfortunate liste forziste, non serve più: meglio che si occupi dei processi che fra poco ripartono. Tocca agli Inciucio Men, impegnati in una mission quasi impossible: far fruttare il 13% racimolato da Forza Italia, vendendolo al migliore offerente per riportare B., se non al volante, almeno nel ruolo di ruota di scorta. Cioè per renderlo indispensabile per il prossimo governo, ovviamente in cambio di qualcosa. Il tornaconto lo conosciamo da 25 anni, essendo la ragione sociale di FI fin dalla nascita: leggi e politiche favorevoli o almeno non ostili a Mediaset sui prossimi assetti della Rai (guai se si rafforzasse facendo vera concorrenza), sulla battaglia con Vivendi, sulle nuove tecnologie digitali; e, ça va sans dire, nessuna norma anti-trust, anti-conflitti d’interessi, anti-corruzione, anti-evasione e anti-mafia.

Il primo obiettivo di B., sfumata la possibilità di tornare protagonista in un governo di centrodestra, è di evitare l’irrilevanza che gli deriverebbe da due diverse ipotesi di governo, entrambe per lui esiziali: un’alleanza 5Stelle-Lega, dove probabilmente Salvini scavalcherebbe per antiberlusconismo Di Maio per sgombrare il campo dalla mummia di Arcore una volta per tutte; e un’intesa 5Stelle-Pd, che passerebbe sul cadavere (politico) di Renzi e priverebbe il Caimano della sua ultima sponda nel centrosinistra (il Giglio Magico, con cui il partito Mediaset si è sempre trovato benissimo). Se entrambe le soluzioni fallissero, B. avrebbe di che gioire, ma anche piangere, perché le elezioni in autunno sarebbero più vicine e il nuovo bipolarismo 5Stelle-Lega ridurrebbe il Pd e soprattutto FI a percentuali da prefisso telefonico. In quel caso però B. punterebbe sull’istinto di conservazione dei neoeletti per varare una bella ammucchiata, che è la sua prima e unica vera opzione: un inciucione con dentro Pd, FI, un pezzo di Lega di obbedienza maroniana e un pattuglione di parlamentari comprati qua e là o venuti via gratis per paura di perdere la poltrona appena agguantata il 4 marzo.

In quel caso, il suo ruolo sarebbe ben più decisivo di una ruota di scorta: quello di compratore-federatore dei voltagabbana che, facendo comodo a lui, i suoi media dipingerebbero come i nuovi “responsabili” e i salvatori dell’Italia dal baratro dell’instabilità. Con quali mezzi B. pensa di arrivare a questo epilogo da film horror, onde evitare di essere tagliato fuori dai giochi politici per la prima volta in vita sua? I soliti. Niente di imprevedibile, almeno per chi conosce la sua biografia, prima e dopo la “discesa in campo” del 1994. Quando comanda lui, direttamente o per interposto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani), nessun problema: le leggi ad personam se le scrive da solo. Quando invece un alleato gli impedisce di farsi gli affari suoi oppure comandano altri, scatta il piano A: per comprare chi si mette di traverso. Se la compravendita va a buon fine (come nel caso di Sergio De Gregorio, passato dall’Idv a FI nel 2006 in cambio di 3 milioni, e dei 30 e più “responsabili” guidati da Razzi e Scilipoti, acquisiti nel 2010 per rimpiazzare i finiani in fuga), tutto ok. Se no, si passa al piano B: i manganelli catodici e cartacei degli appositi canali tv e giornali. Nel 1993-’94, la guerra preventiva contro Montanelli, che non voleva trasformare il Giornale in house organ, né levare il disturbo. Poi, caduto a fine ’94 il primo governo per mano di Bossi, tre anni di linciaggio del Senatur a reti ed edicole unificate, seguito da profferte (anche di denaro) ai “lealisti” riuniti già allora intorno a Maroni per dar vita a una “Lega buona”, fino alla resa del leader e al suo ritorno all’ovile.

Intanto da Arcore partivano o passavano dossier contro Di Pietro: prima per farlo dimettere dal pool Mani Pulite (dicembre ’94) dopo l’invito a comparire a B.; poi per farlo indagare a Brescia dopo il suo rifiuto di diventare il numero 2 di FI (aprile ’95). Nel 2010, appena Fini si staccò dal Pdl, gli house organ aziendali scoprirono all’improvviso lo scandalo della casa di Montecarlo: tutto vero, per carità. Resta da capire se l’avessero scoperto all’indomani del divorzio, o se lo sapessero già prima e lo tenessero in caldo. Un po’ come il dossier su Dino Boffo, che nel 2009, appena criticò su Avvenire il puttanaio arcoriano, si vide rinfacciare dal Giornale una condanna per molestie: vera anche quella, ma di qualche anno prima. Ora ci risiamo. B. invita ciascuno dei suoi a “farsi amico un grillino e a portarlo dalla nostra parte”, perché i 5Stelle “vanno cacciati” o comprati. Intanto possiamo immaginare quanti dossier circolino nei palazzi del potere, per ricattare i vincitori affinché non si scordino dei vinti e diventino leader a sovranità limitata. Soprattutto di uno. Il Giornale pubblica strani titoli su “I segreti di Salvini”, sotto i quali non c’è scritto (ancora) nulla. E strani pezzi a firma Luigi Bisignani (ex P2) sulla “lobby gay” che circonderebbe Di Maio. Si spera che Salvini e Di Maio, diversamente dai precedenti oggetti delle attenzioni della Banda B., non abbiano scheletri nell’armadio né in proprio né attorno. Altrimenti farebbero bene a controllare l’armadio: di solito, insieme agli scheletri, c’è un fotografo di B.

Spendere in ricerca è la scelta migliore

Il futuro passa per quel che si fa oggi. Suona come uno slogan, in realtà è il mantra che vanno ripetendosi i costruttori d’auto ormai da tempo. Il punto è come dosare la transizione verso l’ormai inevitabile mobilità elettrificata. Buttarsi a capofitto nella disfida a elettroni o munirsi di paracadute che, nella fattispecie, significa l’ulteriore sviluppo dei tradizionali motori a combustione? Chiarito per cosa abbia optato un colosso come Volkswagen (che pure i suoi guai li ha avuti), non lasciando indietro nulla. Facile, quando si ha tutta quella disponibilità economica.

Il discrimine, in realtà, sarà il tempo. Ovvero quanto ce ne vorrà perché l’elettrico attecchisca. L’ultima ricerca basata sui dati di PwC, effettuata dall’Osservatorio Autopromotec, ci dice che nel 2030 gli EV in circolazione nel mondo saranno ben 164 milioni. Tenendo conto che lo scorso anno erano circa due milioni e mezzo, di strada da fare ne resta molta. E la si dovrà fare tutta nel prossimo decennio. Come? Investendo ora (e forse è già tardi) in ricerca e sviluppo. A leggere l’ultimo scoreboard della Commissione europea su chi ha destinato più risorse sull’innovazione nel 2017, saltano all’occhio un paio di cose: le prime due multinazionali in classifica investono in R&D più di quanto faccia l’Italia intera (26,6 miliardi di euro contro 23). E quelle multinazionali sono, guarda il caso, Volkswagen e Google. Una si occupa di auto, l’altra (indirettamente) lo sta per fare.

Mustang, tecnologia e potenza per l’icona Ford

Certe auto non lasciano indifferenti. Se poi si chiamano Mustang, con tutta la responsabilità che la tradizione impone, non colpisce neanche più di tanto il tentativo di “europeizzarle” e piazzarle alle nostre latitudini ingentilendone qualche tratto caratteriale. Come lo è stato proporre, accanto al 5.0 V8 benzina originale, un motore più affine ai gusti nostrani: il 2.3 turbo Ecoboost. Per fortuna, però, il carattere non si cambia e anche il model year 2018 della muscle car più famosa d’America, da noi in estate con un listino che parte da circa 40 mila euro, lo testimonia. Più cavalli sul V8 di cui sopra (450, anzichè 421), abbinato a un cambio manuale a 6 marce che ne esalta la sportività, e pazienza se consuma tanto (oltre 12 litri per 100 km) e c’è da pagare il superbollo. Meno potenza, invece, sul 2.3 che passa da 317 a 290 Cv (e può essere accoppiato a un cambio automatico con 10 marce) più che altro per allinearsi con le norme sulle emissioni ed evitare costi troppo elevati: in questo caso per fare cento chilometri i litri di carburante sono 9. L’obiettivo dei tecnici Ford era anche rendere più accogliente e tecnologico l’abitacolo, perché il cliente europeo è molto più esigente di quello americano. Operazione riuscita in parte: la qualità complessiva aumenta ma ci si è persi in alcuni dettagli, come le levette per le frecce o i comandi del climatizzatore. Probabilmente dettagli per quei 33 mila clienti del vecchio continente (500 gli italiani) che l’hanno già scelta, berlina o cabrio. E che ora potranno optare anche per l’edizione limitata e “filmesca” Bullitt, con V8 potenziato a 464 cavalli.

Rivoluzione Volkswagen. Verso il verde, ma il diesel resiste

“Stiamo facendo investimenti imponenti nella mobilità di domani, ma senza trascurare le tecnologie e i modelli attuali. Nel 2018 investiremo quasi 20 miliardi di euro nella gamma di trazioni e modelli convenzionali, mentre gli investimenti totali pianificati per i prossimi 5 anni ammontano a oltre 90 miliardi di euro”: l’ha detto Matthias Müller, ad del gruppo Volkswagen, alla presentazione del bilancio del colosso tedesco. Viene quindi confermata, per la terza volta, la volontà di non pensionare il diesel, ritenuto “parte della soluzione” al problema ambientale, come Mueller ha ribadito giorni fa anche al Salone di Ginevra.

Una strategia a doppio binario per garantire un futuro ai motori endotermici, che rendono utili nell’immediato, e proiettarsi ad ampie falcate verso la mobilità elettrica. Per la quale lo stesso Mueller ha annunciato investimenti di oltre 34 miliardi di euro da qui al 2022, che comprendono nondimeno anche altre voci fondamentali nella corsa al futuro: digitalizzazione, guida autonoma e servizi di mobilità. Le priorità, dunque, sono chiare. Benzina e gasolio rimangono centrali nella visione del colosso tedesco, anche perché i conti questo dicono. Nonostante ad oggi VW abbia accantonato 26 miliardi di euro per lo scandalo emissioni, il giro d’affari di Wolfsburg pare non aver risentito più di tanto del Dieselgate: nel 2017 il gruppo ha venduto 10,7 milioni di auto (+4,3%), fatturato 230,7 miliardi (+6,2%) e ottenuto un utile operativo netto di 13,8 miliardi, il migliore di sempre.

Il che non significa non guardare avanti. È infatti confermato il piano “Roadmap E”, presentato lo scorso autunno, con cui il gruppo Volkswagen punta a produrre fino a tre milioni di veicoli elettrici all’anno entro il 2025 e a commercializzare 80 nuovi modelli a batteria (inclusi quelli ibridi), di cui 50 a trazione elettrica. Agli 8 modelli elettrici e plug-in hybrid già disponibili, nel corso dell’anno se ne aggiungeranno altri 9, dei quali 3 puramente elettrici. Tra essi il Suv a emissioni zero Audi e-tron, da circa 500 chilometri di autonomia. Nel 2019 le EV dei marchi Porsche e Volkswagen. Entro il 2030 tutti i modelli di gruppo Volkswagen saranno elettrificati.

Attualmente sono tre gli stabilimenti in cui il Gruppo produce automobili elettriche e in due anni altre nove strutture saranno allestite per il medesimo scopo: poi, entro la fine del 2022, il computo salirà a 16 fabbriche in tutto il mondo. E, in vista dell’elettromobilità di massa, Volkswagen ha già stretto delle partnership – i contratti già stipulati valgono 20 miliardi – con produttori di batterie per Europa e Cina (e, presto, per il Nord America) per assicurarsi un adeguato approvvigionamento di accumulatori.

Ritorno all’analogico (e al soul da viaggio)

Dopo quattro anni, alcuni non ci credevano più. E invece, i Bud Spencer Blues Explosion sono tornati. Non che siano mai stati tipi da un disco ogni dodici mesi, ma le attività che li hanno occupati separatamente in questi anni (tour con Bombino, con Motta, un disco solista), avevano seminato qualche dubbio sul ritorno del duo. Vivi Muori Blues Ripeti, in uscita il 23 marzo per La Tempesta Dischi, è un disco che ha avuto tempo di sedimentare nelle loro immaginazioni prima ancora di essere registrato, completamente in analogico. Il che significa grande preparazione, ancor prima che esecuzione. “Non puoi correggere così facilmente gli errori come quando lavori con il computer, devi avere piena coscienza dei brani”, racconta Adriano Viterbini, chitarra e voce. Grande studio prima di concedersi due take a brano, un garage con i poster e le vecchie polaroid (“come quando suonavo nel garage dei miei”) e venti giorni in “un posto spartano, senza Internet”, a dare forma ai brani di questo disco, un rock blues più morbido rispetto ai precedenti.

Anche questa, una scelta mirata, fatta con il socio Cesare Petulicchio (batteria): “Ha un approccio più soul, decisamente. Abbiamo pensato che avremmo voluto un disco da viaggio, da ascoltare, che fosse godibile”. Tanto poi, per tirare, poi ci sono i live. Lì, non hanno mai fatto nessuno sconto al blues sudato, sin dal loro esordio (attivi dal 2007, i più li hanno conosciuti con la vittoria del contest per emergenti del Primo Maggio 2009). In questo viaggio il gruppo ha voluto mettere tutto quello che vede succedere intorno, “cose belle, sexy, ma anche brutte” (e infatti, c’è anche la droga). Per i testi, che si appiccicano alla musica rendendo il tutto perfettamente amalgamato in una pasta inscindibile, i BSBE hanno convocato due maestri della scena italiana: Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) – è sua la bellissima “Di Fronte a Te Di Fronte a Me” – e Umberto Maria Giardini (ex Moltheni). Per il duo, questi quattro anni sembrano aver rinvigorito il sodalizio: come quella complicità che hanno solo le coppie che la sera, al rientro, hanno giornate da scambiarsi.