L’ispirazione per il nuovo disco di Mélissa Laveaux, cantautrice d’origine haitiana ma cresciuta in Canada, arriva quando il presidente Trump in un tweet usa il termine shithole countries (cesso di Paesi) per indicare i profughi provenienti da zone povere come Haiti. Mélissa, che ha l’impertinenza di chi sa di avere dentro uno straripante spirito da ribelle, decide di recarsi nell’isola caraibica, per la seconda volta nella sua vita, coll’intento di riscattare l’immagine di un popolo attraverso le sue canzoni. E in Radyo Siwèl , in uscita il 23 marzo e composto da 12 brani cantati in lingua creola, c’è effettivamente la storia di Haiti raccontata con una musica Pop-Root, carica dei tesori di una storia collettiva di un popolo, e singolare come è quella dell’artista. La forza del disco sta nel suo paesaggio sonoro mutevole: Mélissa ora canta come se fosse un megafono ora sussurrando, e i brani dalle atmosfere al tempo stesso oscure e solari, hanno testi politici e talvolta maliziosi come lo sono le vecchie canzoni che deridono gli oppressori (americani).
“Ci lecchiamo le ferite, non è poi così tanto triste”
C’è chi non vuole saperne nulla “del tuo passato e di chi ti ha toccato il culo”, ma in fondo conosce bene “il dolore che si indossa d’inverno”, ossia “l’unica certezza di ogni amante mortale, il fatto che mi manchi da morire”. C’è chi sta in mezzo a un guado, dove “perfino la tua assenza mi fa compagnia” e chi ha chiuso tutto e sa che “dietro a ogni fiorellino si nasconde un tumore”. C’è il divorato dal rimpianto e dal risentimento che ricorda “quante cazzate fai per lei” e quanto tempo si è già perso, perdendo tutto.
C’è la dolcezza di un incontro inaspettato in mezzo “alla nostra vita con le ossa rotte, la nostra vita prima di stanotte” e c’è la ferita, profonda, che ti fa dire che “l’amore è negativo, perché la pace un giorno finirà. Il nostro cuore sporco e cattivo. Il vero amore ci distruggerà”. Chi ha perso Giovanna – o Giovanni – sfuggita via “come perdono gli uomini un giorno o l’altro l’innocenza e l’identità, gli accendini, le chiavi e i cellulari” e spera di ripartire. C’è infine il mostro che tutto divora e libero è soltanto “dentro al solitudine dei corridoi”. Storie sincopate di sentimenti adulti e disastrati, oscenamente pop, sotto un cielo di accordi aperti e in la minore, buone letture, ottime visoni, citazionismo a tratti cialtronesco, snobismo e disincanto.
È L’amore e la violenza vol. 2 – Dodici nuovi pezzi facili, ultimo lavoro dei Baustelle (a un solo anno di distanza dal precedente L’amore e la violenza), disco in cui Francesco Bianconi, Rachele Bastrenghi e Claudio Brasini, a 18 anni da Sussidiario Illustrato della Giovinezza, celebrano a modo loro l’amore “adulto” e pieno di cicatrici: “Scrivere d’amore è molto difficile – racconta il frontman Bianconi – la musica è storicamente ‘leggera’ perché spesso parla d’amore, appunto, con ‘leggerezza’. Declinare l’amore in termini di violenza, ovviamente quella privata, individuale delle ferite che ci si lecca quando si è da soli con se stessi, è forse un modo originale per continuare a far canzoni. Il primo lo avevamo presentato come ‘canzoni d’amore in tempo di guerra’, ma forse era il tempo di guerra a prevalere. Qui non ci sono testi come Il Vangelo di Giovanni o La vita, in teoria abbiamo fatto la cosa più bassa e becera che potessimo. L’abbiamo presa come una sfida”.
A chi rimprovera ai Baustelle “tristezza” e “depressione”, Bianconi risponde con la giocosità di una “tristezza rasserenata”, l’idea di raccontare “cose tristi con un approccio armonico e felice”: “Io ho il mito positivo delle canzoni d’amore profondamente tristi – ancora Bianconi – che in qualche modo servono all’animo umano. Personalmente ascolto Piero Ciampi, che tendenzialmente allegro non è, e mi sento bene. È un soffrire insieme, una tristezza condivisa riprodotta in una canzone che per qualche oscura alchimia ti fa star bene”.
L’Amore e la violenza vol. 2 esce venerdì 23 marzo, dal 7 aprile in tour. Non manchi chi sente che “essere liberi e uomini mai” sia una buona definizione di se stessi.
All’Ultima Cena almeno si mangia
“Come faccio a fare il Vangelo, mamma? Io non credo in Dio”. Eppure, il Vangelo Pippo Delbono l’ha fatto: prima spettacolo teatrale e poi film, che in prossimità di Pasqua ritorna in sala (29 e 30 marzo).
Glielo chiese in punto di morte quella madre che definiva ultras cattolica – “È importante parlare dell’amore, Pippo. Potresti fare il Vangelo” – e Delbono, attore, drammaturgo e regista eterodosso, non s’è sottratto, ma come al solito ha fatto di testa e cuore propri, tenendosi mani e camera libere dalla dottrina. Rifuggire miracoli e paure per inseguire i povericristi: “Non si può camminare sull’acqua. Si può solo sprofondare nell’acqua, come sprofondano tutte queste persone che stanno arrivando qua e che cadono, come dei Cristi, in mezzo al mare”. Il centro è quello, ad Asti (Villa Quaglina), dove i profughi trovano asilo, i vissuti ammaccano le parabole, Gesù – il nigeriano Nosa Ugiagbe – non ha il permesso di soggiorno e dall’Afghanistan viene la sofferenza di Safi Zakria: la Via Crucis per stazioni ha meridiani e paralleli, l’acqua non è lustrale ma ferale, sicché Delbono apparecchia l’Ultima Cena, almeno si mangia.
Nel cast il suo attore feticcio, il microcefalo sordomuto Bobò, le musiche di Enzo Avitabile, il Vangelo secondo Pippo è una messa laica, in cui il regista calmiera la cifra sperimentale della sua arte per mettersi in ascolto, ritrovarsi e guarirsi. Ed è contagioso: piccolo, povero, semplice, non viene per le ragioni del cinema, ma per le urgenze dell’umanità.
È Einaudi da ragazzi
Il catalogo della casa editrice Einaudi, Cinquant’anni di un editore, pubblicato nel 1983, poco prima del dissesto finanziario, ricorda che i titoli dei volumi per ragazzi furono 74. Se si considera la produzione successiva, sotto la nuova gestione, si arriva a 90. Poi, ritenuta ormai conclusa, la collana d’avanguardia, che aveva rinnovato la letteratura per i più giovani, fu interrotta fra il 1989 e il 1990.
In quell’arco di tempo, a partire dal 1959, quando cominciarono a uscire i “Libri per ragazzi” curati, fino al 1974, da Daniele Ponchiroli, e quindi da Carla Sacchi Ferrero e da Nico Orengo, la casa editrice dello Struzzo deliziò tanto i lettori piccini, quanto i grandi. Lo fece con autori come Antonio Baldini, Luigi Capuana, Carlo Collodi, Guido Gozzano, Renato Fucini, Emilio Salgari, Yambo Enrico Novelli, Annie Vivanti, e con quelli contemporanei: Franco Antonicelli, Giovanni Arpino, Italo Calvino, Felice Chilanti, Antonio Faeti, Mario Lodi, Elsa Morante, Nico Orengo, Mario Rigoni Stern, Gianni Rodari, Toti Scialoja, Marcello Venturi.
Accanto agli italiani venne scelto un drappello di scrittori stranieri di alto livello: da Afanjasev a Tolkien, da Pogorelsskij al poeta Yeats, a Hoffmann, a Henry James. A illustrarli, insieme a Munari e a Scialoja, furono chiamati, tra gli altri, Sergio Tofano (Sto), il pittore Enrico Paulucci, Emanuele Luzzati, Mimmo Castellano, Carla Cerati.
I 90 titoli della serie einaudiana sono ora esposti a Milano, alla Casa Museo Boschi Di Stefano, dal 20 marzo al 18 aprile. Si potranno vedere nella mostra “Einaudi: Libri per Ragazzi. Una collana all’avanguardia (1959-1989)”, curata da Claudio Pavese e da Andrea Tomatesig. Piemontese, studioso dell’editoria e bibliofilo, proprietario di una preziosa collezione delle collane storiche dell’Einaudi, da cui provengono i 90 volumi in esposizione, Pavese rammenta che fu il favore incontrato dalle Fiabe italiane di Italo Calvino uscita nel 1956 per i “Millenni”, a indurre Giulio Einaudi e il suo staff “a pensare a una collana rivolta al pubblico dei giovani”. Scrive Pavese nel saggio introduttivo del catalogo che la serie “è inaugurata nel 1959 ed è denominata ‘Libri per ragazzi’. Il titolo non deve creare fraintendimenti. Molte opere qui pubblicate sono dedicate a bambini sotto i 12 anni e molti aneddoti si raccontano su discussioni serrate nelle riunioni einaudiane del mercoledì in cui si dibatteva sulla differenza tra libro per l’infanzia e libro per l’adolescenza”. Come quando Munari si scontrò con il consiglio di redazione “in merito alla confusione che a quei tempi si faceva tra libro per bambini e libro per ragazzi. Questa focosa discussione avviene proprio agli esordi della collana in questione”. All’obiezione di Giulio Einaudi, che disse “falla tu allora una collana per bambini”, Munari rispose “progettando quel piccolo capolavoro che è l’Alfabetiere – Facciamo assieme un libro da leggere secondo il metodo attivo”.
I “Libri per Ragazzi” proposero Le mille e una Italia di Arpino (con i disegni di Bruno Caruso), Marcovaldo di Calvino (illustrato da Sergio Tofano), le Favole al telefono di Rodari (che Munari disegnò ascoltando l’amico che gliele leggeva), Cipi di Mario Lodi (il titolo più ristampato). Avrebbe dovuto uscire anche un racconto di Beppe Fenoglio, rievoca Pavese, “Giulio Einaudi lo contattò, chiedendogli di collaborare con un suo racconto per ragazzi. Pensava a qualche storia inedita della sua esperienza partigiana. Fenoglio accetta, ma gli invia alcuni racconti d’avventura distanti anni luce dalle vicende resistenziali e langarole. Si cimenta, nientemeno, che in racconti fantastici di mare”. Non se ne fece niente. I racconti, per varie traversie editoriali, furono pubblicati solo molti anni dopo, con il titolo Una crociera agli antipodi.
Il presidente-evasore e reo confesso: “Società offshore per non pagare gli Usa”
Il presidente del Perù, Pedro Pablo Kuczynski, ha ammesso di aver usato una società offshore per evitare di pagare tasse negli Stati Uniti riguardo alla vendita di un immobile, durante l’udienza di una commissione d’inchiesta parlamentare. “Perché dovremmo pagare allo Zio Sam e al signor Trump un sacco di soldi che sono qui in Perù?”, si è chiesto Kuczynski durante la dichiarazione. Il presidente ha detto che ha usato la Dorado Asset Management Ltd, una società controllata dalla figlia e con sede nelle Isole Vergini britanniche, per evitare di pagare tasse dopo aver venduto un immobile negli Stati Uniti, dove era residente fino a quando non si era presentato come candidato presidenziale.
La rivelazione compromette ancor di più la reputazione del presidente nello momento in cui il parlamento, in mano all’opposizione, ha iniziato un nuovo procedimento di impeachment contro di lui, a causa dei suoi presunti rapporti con la multinazionale brasiliana Odebrecht. Kuczynski ha denunciato che un suo impeachment “sarebbe un colpo di Stato”, ancora più grave in vista del Vertice delle Americhe il 13-14 aprile, a Lima.
Democrazia fallata: la forma del potere tra social ed ego
Dopo 14 mesi alla Casa Bianca, Donald Trump si sente finalmente pronto a fare il presidente, almeno come la intende lui: agire in base al suo istinto, che è l’unica cosa di cui si fida, invece d’ascoltare chi lavora con lui e che lui stesso s’è scelto. È l’impressione che amici e consiglieri del magnate confidano, in queste ore, ai media Usa: affiora la preoccupazione che Trump sia un re Lear del XXI Secolo, frutto malato di una democrazia malata.
Il presidente crea una sorta di baraonda più o meno organizzata, così da continuare ad incarnare – agli occhi dei suoi elettori – un’immagine movimentista e ‘anti-sistema’ e di tenere al contempo sulla corda ministri e collaboratori. Trump arriva al potere sostenendo che non c’è stata nessuna interferenza russa nel voto Usa; adesso, denuncia l’interferenza e sostiene che è stata orchestrata dai democratici. Insofferente dell’Fbi, sceglie di nominare un procuratore speciale, Robert Mueller, per indagare sul Russiagate; adesso, vuole sbarazzarsene, perché – dice – non c’è più niente da accertare. Doveva ‘andare a braccetto’ con Putin, tenere a bada Xi, dare una lezione a Kim: con Putin, non ci parla; a Xi, mette i dazi, ma gli invidia la ‘presidenza a vita’; e con Kim s’appresta a celebrare un ‘Vertice della pace’ – se mai si faranno, il Vertice e la pace -.
Il presidente uscito dalla campagna più hackerata– e dall’elezione più sbilanciata nella storia americana – non era mai accaduto che il perdente ottenesse tre milioni di voti popolari in più del vincitore testimonial del malessere della democrazia a stelle e strisce – alimenta, con la ‘strategia della baraonda’, l’impressione d’instabilità e d’approssimazione. È un continuo stop and go: un tourbillon dove Trump interpretare la parte dell’uomo forte, pronto a silurare i subalterni incapaci, secondo il rodato schema televisivo dello you’re fired; e dove l’inadeguatezza del presidente, che non legge – neppure gli appunti dell’intelligence -, non ascolta – neppure Ivanka, la ‘prima figlia’ – e non scrive – a parte i tweet –, è meno appariscente. Nel caos, le posizioni non si cristallizzano: Trump è bravissimo a cambiare le carte in tavola, rovesciare gli schemi, mettersi dalla parte della ragione quando ha torto.
Si circonda di consiglieri quasi solo per liberarsene, come se fossero concorrenti di The Apprentice: di capi della comunicazione, ne ha già consumati tre – il quarto è in rodaggio -; di portavoce, due; di capi dello staff alla Casa Bianca, due – l’attuale, il generale Kelly, avrebbe i giorni contati -; di consiglieri per la sicurezza, due – e pure qui l’attuale, il generale McMaster, è a rischio -; di consiglieri per l’economia, due; l’Fbi, sua bestia nera, l’ha decapitata, via il numero uno e via il numero due.
La cacciata del segretario di Stato Rex Tillerson, una settimana fa, non ha esaurito la Tempesta su Washington (Otto Preminger, 1962): ministri a rischio sono Jeff Sessions – Giustizia – Rick Perry – Energia -. E, in tutto questo, dov’è la bilancia dei poteri? Il Congresso è tutto repubblicano, anche se non tutto ‘trumpiano’. E la Corte Suprema è conservatrice. Urge un’iniezione di riequilibrio: verrà dal voto di midterm del 6 novembre?
“Democratura” senza confini: lo zar e lo Stato di Putinia
Benvenuti a Putinia! “L’état c’est moi!”, sosteneva con superbia il Re Sole. Lo stato russo sono io, può affermare – senza mentire – zar Vladimir Vladimirovic. Uno e trino: il Putin del passato. Il Putin di oggi. E il Putin del futuro. Insomma, un Putin a oltranza.
Legittimato da 56 milioni di russi che lo hanno votato (il 76.66 per cento dei suffragi): un plebiscito, ma con il trucco. Le forti pressioni sull’elettorato, migliaia di brogli. L’appoggio della Chiesa ortodossa, che vede in Putin un prezioso alleato e il sentimento è profondamente ricambiato. I pope sono stati le stampelle putiniane nelle contrade più remote dell’impero, è un dato di fatto. Più il nazional-patriottismo. Senza dimenticare che Putin si è liberato con ogni mezzo degli avversari: avrebbero potuto rovinargli la festa e limitare la vittoria entro dimensioni più circoscritte. Putin, stavolta, non poteva permettersi un risultato normale: aveva bisogno di un voto clamoroso, per dimostrare soprattutto agli amici del Cremlino che i russi lo vogliono e che è lui il più forte, spazzando via ogni congettura sull’ipotesi di una successione programmata.
Lenin scrisse “Che fare”, ponendo le basi teoriche per organizzare il partito rivoluzionario, alla cui testa porre l’avanguardia (della classe operaia). Putin ha aggiornato il metodo leninista: la sua avanguardia è la cricca di cui si circonda, i sodali di San Pietroburgo (non a caso lui e i suoi sono chiamati i “piters”). La struttura del potere è quella che si esercita con “la verticale del potere”. Sotto l’occhio vigile del capo del Cremlino e dei suoi più fedeli e stretti collaboratori. È il motore della democratura, parola coniata dai politologi francesi per descrivere un regime che miscela un po’ di democrazia liberale e un po’ di dittatura.
Cos’è? Secondo Anastasia Kirilenko e Nicolas Tonev, noti giornalisti investigativi russi in esilio, “è un sistema mafioso che gestisce e cancrenizza il Paese”. Per Garry Kasparov e decine di oppositori è “la più grave minaccia alla democrazia e ai valori occidentali che esistono oggi nel mondo. Il potere di Putin come leader della Russia è basato sulla paura, il mistero e la propaganda. Putin ha esercitato la violenza come strumento chiave nel plasmare un sistema che gli conferisce potenza e ricchezza ineguagliabili, sia in Russia che a livello mondiale”.
La democrazia liberale è un ostacolo al potere degli uomini forti (come Putin) e agli interessi di chi li sostiene (gli oligarchi e i siloviki, gli uomini della forza: servizi, militari, strutture ministeriali, polizia, dogane). Così, si è plasmata una democrazia a bassa intensità in cui il regime politico formalmente si attiene alle regole della democrazia, mentre nella pratica le elude, ispirandosi a un autoritarismo sostanziale. Questa strategia, però, ha una necessità: richiede un centro di potere progressivamente sempre più forte e centralizzato, nonché misure capillari di controllo. Dei cittadini, in nome della sicurezza nazionale. E dell’amministrazione, in nome dell’autonomia nazional-patriottica.
Il Putin del passato ha raggruppato le 89 entità federali in sette distretti amministrativi governati da rappresentanti nominati direttamente da lui, ai quali sono concesse “prerogative estese”. Così tiene saldamente in mano la periferia dell’impero. Prima di Putin, i governatori venivano eletti. Oggi vige una legge (ancora) non scritta che ammonisce: “Sii un buon russo e taci”.
“Ora è il ‘capo assoluto’ e lo avete voluto voi”
Fino a ieri era un presidente. Da oggi è “vozhd”, il capo assoluto. L’ha chiamato col sostantivo antico slavo riservato solo a Stalin, Margherita Simonyan, direttrice dell’emittente RT, canale multilingua del Cremlino: “Non vi consentiremo di sostituirlo, appena lo dichiarate nemico, ci unite in suo sostegno”. Putin non ha vinto, ha trionfato, con il 76% di preferenze.
“Ci hanno messo pressione esattamente quando avevamo bisogno di mobilitare elettori. L’affluenza è stata più alta di quella che ci aspettavamo del 10%: dobbiamo ringraziare il Regno Unito”, ha detto Andrej Kondrashov, portavoce della campagna del presidente. Ogni volta che si punta l’indice contro Mosca, Mosca s’arrocca attorno al Cremlino. “Ogni volta che la Russia è accusata senza prove, i russi si riuniscono attorno al centro del potere e il centro del potere è Putin”.
Per il candidato liberale Zhirnovsky queste sono le ultime elezioni. Forse come Stalin, come Xi Jinping: “Nessuno sa cosa accadrà nel 2024, non posso dire se lascerà la carica”, ha detto il consigliere governativo Aleksey Chesnakov. Il comunista stalinista che si fa chiamare compagno Suraykin, con una manciata di zero virgola di voti, è triste “perché un paese con milioni di poveri non ha scelto il socialismo”, ma Putin.
“L’anima russa è una zagadka, un indovinello, ai russi piace lo zar”, ma bisogna riconoscere che “la maggioranza delle persone vuole che lui sia il presidente”, i russi amano Putin, “i liberali nel paese sono la minoranza”. Ksenia Sobchak ha accettato la sconfitta vestita di rosso, con gli occhiali dorati. Ma l’Osce no: “È mancata vera competizione, le elezioni sono state ben amministrate, ma caratterizzate da restrizioni alle libertà fondamentali e mancanza di concorrenza vera”.
Nemmeno l’uomo che ha invitato al boicottaggio del voto fino alla fine, Aleksei Novalnj, l’ha fatto. È apparso sul suo canale Youtube per dire che: i finti candidati della finta opposizione hanno partecipato alle elezioni solo per dire il giorno dopo “l’opposizione non ha supporto”.
Molti russi hanno votato per Putin per la prima volta. Per le sanzioni, per la May, la Crimea. “Perché non vedrete la Russia na koleniach”, in ginocchio. “Dal 1991 ho sempre votato i comunisti, perché credevo che l’opposizione dovesse esistere, ho votato Putin per la prima volta”, dice Anatoly Popov, 63, professore di chimica all’Accademia delle Scienze di Mosca. Questa volta scegliere Putin voleva dire difendere la Russia. “Voi, zapad, Occidente, avete fatto questo avete reso patrioti quelli che non lo erano, riunito i russi attorno a lui. Chi prima si vergognava di dire che votava per Putin, ora lo dice a voce alta, con gordost, con orgoglio”. Le sanzioni, il Russiagate, il caso Skripal all’alba delle presidenziali: “Questa vittoria è dell’America, è della May, è pure vostra”.
Il datagate affossa Facebook
La peggiore giornata a Wall Street dal 2012 per Facebook: il social network è stato travolto dall’inchiesta su Cambridge Analytica, la società britannica che avrebbe sottratto illecitamente i dati di 50 milioni di utenti. Ieri, la valanga: il social ha perso poco meno del 7% in Borsa, i membri del Congresso hanno chiesto spiegazioni, la commissaria europea Vera Jourova ha parlato di una vicenda “orripilante”, l’autorità britannica per la protezione dei dati ha annunciato un’ indagine. Si cerca il capro espiatorio per gli esiti elettorali dell’ultimo anno. E c’è: è il padrone delle informazioni su quasi 2 miliardi di utenti su cui pende da un lato la questione legale, dall’altro la questione morale sull’uso politico dei social network. Il rischio è che si confondano i due livelli.
Tutto nasce con l’inchiesta pubblicata nel fine settimana da New York Times e Guardian. Racconta che Cambridge Analytica avrebbe ottenuto illecitamente i dati provenienti dai profili Facebook di circa 50 milioni di elettori americani. Obiettivo: utilizzarli a scopi elettorali. La società ha infatti lavorato per Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Uno dei suoi fondatori, Bob Mercer, è il padre di Rebekah Mercer, alla guida del più importante comitato elettorale dei repubblicani. Inizialmente i Mercer (e Cambridge Analytica) si schierano con Ted Cruz ma dopo i primi test elettorali iniziano ad appoggiare Trump. A capo della campagna c’è Steve Bannon che assolda Cambridge Analytica: lui, che ne era stato uno dei primi capi e azionista fino a pochi mesi prima. Il business (nato nel 2013) di Cambridge Analytica si basa sulla micro – profilazione degli elettori. Raccoglie dati in base al come, al dove e al perché di Like, commenti, foto e localizzazione.
I suoi algoritmi – sviluppati da un ricercatore di Cambridge, Michal Kosinski – fanno il resto e tracciano profili precisissimi degli utenti, come per la pubblicità. Solo che Cambridge Analytica lo avrebbe fatto (anche se smentisce) per cucire addosso ai singoli utenti la comunicazione elettorale basandosi sulle loro reazioni emotive. Lo definisce “microtargeting comportamentale”.
Nel 2015, un altro ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, (che ora lavora per Facebook) realizzò con la Global Science Research (Gsr) l’applicazione thisisyourdigitallife. Sosteneva di tracciare i profili psicologici e di previsione del comportamento, basandosi sulle attività online. Per usarla, gli utenti dovevano collegarsi tramite Facebook Login, il sistema che permette di iscriversi a un sito senza creare nuovi account, utilizzando le credenziali Facebook.
In questo modo, l’applicazione ottiene però l’accesso a molte informazioni del profilo dell’utente (dall’età al sesso: sono comunque sempre indicate dal social). A iscriversi furono in 270 mila.
Il problema è che al tempo Facebook (indicandolo nelle condizioni d’uso) permetteva ai gestori di raccogliere anche alcuni dati sulla rete di amici della persona che effettuava l’accesso. Le informazioni si moltiplicavano quindi esponenzialmente (da qui i 50 milioni di utenti stimati dai due quotidiani): localizzazione, gusti, foto e post pubblici. Solo in seguito l’accesso ai dati degli amici fu vietato.
Qual è allora il problema? Il fatto che Kogan avrebbe passato a Cambridge Analytica tutti i dati raccolti violando i termini d’uso del social network. Quelle informazioni non potevano infatti essere condivise con società terze, pena la sospensione dell’account e quindi della fonte del business. Cambridge Analytica&C. sono però stati sospesi solo il 16 marzo scorso, a ridosso della pubblicazione delle inchieste. Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e principale fonte dei due giornali aveva sostenuto che Facebook sarebbe stata al corrente del problema da circa due anni. La stessa Cambridge Analytica si sarebbe autodenunciata e avrebbe confessato al social di essere in possesso di dati ottenuti in violazione dei termini d’uso e di averne disposto subito la distruzione.
La candidata di Fn alle consigliere: “Vi stupri un nero”
“Spero vivamenteche alcune consigliere subiscano violenza e stupro da parte di qualche bel nigeriano, ma forse è proprio quello che cercano!”. Questo è l’augurio – pubblicato tramite un post su Fb, venerdì notte, e in seguito cancellato- che Fiorella Carpignaghi, candidata di Forza Nuova alle scorse elezioni politiche nel collegio Monza Brianza, fa alle sue avversarie politiche dopo le polemiche seguite al blitz, giovedì scorso, nell’aula del Consiglio comunale di Desio, di una ventina di militanti del partito di estrema destra per protestare contro la mozione antifascista approvata dall’assemblea. All’ordine del giorno c’era la votazione che obbliga il sindaco e la giunta a “non concedere spazi, patrocini e contributi a chi non rispetta i valori sanciti dalla Costituzione, professando o praticando comportamenti fascisti”. Il gruppo di militanti neofascisti, dopo avere preso posto, aveva accolto il voto finale con un applauso ironico. Prima c’erano stati anche insulti e commenti razzisti. Nel giro di 24 ore è arrivata la reazione della Carpignaghi che ha esordito dicendo: “Forza Nuova c’è, vogliono vietare alla destra di parlare e di avere la possibilità di occupare spazi pubblici.”, per poi scadere nell’insulto sessista.