Brexit, chiuso l’accordo: fino al 2021 niente strappi

Mesi di duro lavoro, resistenze politiche, incomprensioni e scontri a mezzo stampa: ma alla fine, ieri, il ministro britannico per la Brexit David Davis e il capo-negoziatore Ue, Michel Barnier, hanno potuto annunciare “un passo decisivo” sui negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

A essere meglio definiti sono i termini dei 21 mesi di transizione dopo l’uscita formale, che avverrà alle 23 del 29 marzo 2019. Di fatto, tutto resterà molto simile allo status quo attuale almeno fino al 31 dicembre 2020, cioè per altri due anni. Per il Financial Times questo testo, per quanto condizionale “fornisce ai settori produttivi la più forte rassicurazione, finora, che uno scenario di cliff-edge exit (uscita con precipizio) possa essere evitato” e “rappresenta la garanzia più preziosa ottenuta dal Regno Unito dall’inizio dei negoziati”. Insomma, lo spettro del mancato accordo, che spaventava la City finanziaria e preludeva – secondo i critici – a scenari apocalittici è anche formalmente scongiurato.

L’accordo verte su diversi punti. Il primo è sui diritti dei residenti, su cui la convergenza è completa: i cittadini europei che arriveranno nel Regno Unito durante il periodo di transizione godranno degli stessi diritti di che era lì da prima, inclusa la possibilità, nel rispetto della normativa vigente, di restare a tempo indefinito. Il cut off date, insomma, si sposta di quasi 2 anni. Il secondo riguarda gli scambi commerciali: durante la transizione Londra resta parte del mercato unico Ue e continuerà ad applicarsi la legislazione europea, e quindi la giurisdizione della Corte di Giustizia. Questa di fatto è una sconfitta per Londra, che peraltro non potrà più avere voce in capitolo sullo sviluppo e l’applicazione di nuove norme. Di fatto viene mantenuto per altri due anni il libero movimento di merci, persone, servizi e capitali con l’Unione, cosa che dà a imprese e settori produttivi una ragionevole finestra per prepararsi al post-Brexit, richiesta che si era fatta molto pressante sul governo. La May, a sua volta, guadagna tempo per adeguare i sistemi regolatori, le dogane e la gestione dei flussi migratori e recupera margini di manovra politica che si erano molto ristretti negli ultimi mesi, sotto la spinta dell’ala più radicale del governo. La premier incassa anche la possibilità per Londra di negoziare durante la transizione nuovi trattati commerciali con paesi terzi – finora esclusiva di Bruxelles – e applicabili solo dopo il 2020.

Resta però il nodo dell’Irlanda del Nord, l’ostacolo più difficile e su cui i negoziatori europei dopo mesi di tentativi di mediazione, percepiti anche come tentativi di ingerenza, hanno deciso di lasciare la patata bollente a Dublino e Londra. Il ritorno di una frontiera fisica fra Eire e Ulster, che appare inevitabile dopo l’uscita del Regno dall’Europa (visto che l’Irlanda resta nell’Ue) è incompatibile con gli accordi di pace del Good Friday e sarebbe disastroso per l’economia dei due Paesi. Per ora, il Regno Unito ha accettato di inserire una sorta di clausola di salvaguardia che consenta di tenere l’Irlanda del Nord in alcune aree cruciali del mercato unico e dell’unione doganale europea. Un compromesso in attesa di una soluzione più soddisfacente.

Le prossima tappa sarà l’approvazione di questa proposta di transizione al Consiglio europeo del 23 e 24 marzo. Poi si inizieranno a negoziare gli accordi permanenti post-Brexit, da approvare in autunno.

L’auto che ti uccide: c’è il primo morto da guida autonoma

Quando Elaine Herzberg, una donna di 49 anni, decide domenica sera di attraversare la strada di Tempe, sobborgo residenziale di Phoenix, capitale dell’Arizona, non immagina di entrare, purtroppo, nella storia come “il pedone” sacrificato sull’altare del progresso automobilistico. Cioè la prima vittima umana uccisa da una Volvo robot della Uber. E nemmeno sa di contraddire le celebri leggi della robotica congegnate da Isaac Asimov, la prima delle quali recita che “un robot non può arrecare danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno” (con la seconda legge che blinda la prima: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge”).

Forse Elaine non aveva mai letto Asimov, uno dei più grandi scrittori di fantascienza, nonché abilissimo scienziato. Ma certo era a conoscenza delle auto che vanno da sole – il sogno dell’umanità è liberarsi dalle costrizioni – e che sarebbero assai più sicure di quelle tradizionali. Anche perché sono mesi che vengono testate in Arizona e che a Phoenix esiste un servizio di vetture della Waymo, l’unità di auto a guida autonoma della Google Alphabet, grazie al fatto che in Arizona la legge su questo particolare tipo di circolazione è assai più permissiva che altrove, ed è dunque diventato il paradiso degli esperimenti al volante.

Ciò che rende più assurda ed inquietante la morte di Elaine è che a bordo della Volvo uberizzata c’era una persona in carne ed ossa, col compito specifico di evitare incidenti e di intervenire in caso di guasto. O stava smanettando sullo smartphone, o non ha saputo bloccare la vettura impazzita, che non si è fermata davanti all’ostacolo improvviso. Cosa peraltro che invece sanno fare le auto normali che posseggono questo optional, in uso ormai da anni. Ma la perfezione, almeno per quel che riguarda le vetture che sanno muoversi nel traffico senza intoppi, non è ancora di questo mondo. Come dimostra l’incidente di Tempe.

Tutto è successo in pochi istanti, qualche minuto dopo le dieci di domenica sera. Un lampione illumina il passaggio pedonale, poco più avanti. Elaine sta tornando a casa. Sceglie di tagliare il percorso ed attraversa fuori dalle strisce. Proprio in quel momento le piomba addosso la Uber che la travolge e la manda a sbattere contro il cordolo del marciapiede. Inutile la corsa all’ospedale. Morirà per le ferite riportate. L’Uber killer è in giro da parecchio, esegue test in ogni condizione meteo, di mattino, di giorno e di notte. In quel drammatico istante è in modalità di guida autonoma. Cioè guida da sola, grazie all’intelligenza artificiale di cui è dotata.

Un uppercut per Uber che sospende i test delle vetture senza guidatore in corso in diverse città del nord America, come San Francisco, Phoenix, Pittsburgh e Toronto: “La notizia è terribilmente triste. Lavoriamo con le autorità per capire cosa è accaduto”, scrive su Twitter Dara Khosrowshahi, amministratrice delegata di Uber. La National Transportation Safety Board, l’autorità per la Sicurezza stradale, ha aperto un’inchiesta (non è la prima volta). Fondamentale è stabilire le responsabilità, se si tratta di un problema del software, e quindi di Uber. O dell’operatore di sicurezza che stava a bordo (per conto di Uber). Nel Far West legale della guida senza conducente, il governo federale si è limitato a emanare solo linee di principio, lasciando ai singoli Stati la libertà di legiferare: solo nel 2017 sono stati 33 gli stati Usa che hanno introdotto norme per le vetture a guida autonoma. La California, per esempio, impone alle società di riportare al dipartimento dei trasporti ogni incidente avvenuto durante la fase di guida autonoma. Agli inizi di marzo ne erano stati riportati 59. L’Arizona ha invece norme meno stringenti, che fanno comodo a tutti, da Uber alla rivale Waymo di Google Alphabet e Intel per testare i loro sistemi.

Caen, l’accordo ripudiato. La disputa Italia-Francia

Ieri decine di rappresentanti dei pescatori del Nord della Sardegna si sono riuniti sul peschereccio “Cecilia” per protestare. Continueranno fin quando la Francia non ritirerà dal sito del suo ministero del Mare le cartine per un progetto che sembra mirare alla creazione di una Zee, una Zona Economica Esclusiva: le aree evidenziate includono zone molto pescose di mare limitrofo ai confini italiani, di fatto considerandole fuori dalla disponibilità di Roma. Zone che la Francia aveva ottenuto dal governo italiano con un accordo nel 2015, mai ratificato dal Parlamento (dunque non in vigore). E così Parigi ha cercato di prendersele con azioni unilaterali.

Di cosa si parla. L’accordo di Caen (Normandia) viene firmato il 21 marzo 2015 tra Italia e Francia, dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e dal francese Laurent Fabius. Quattro pagine in cui si rideterminano le linee di demarcazione tra le acque territoriali italiane e francesi (entro le 12 miglia) stabilite nel 1982, ma anche le zone sotto giurisdizione nazionale oltre i confini territoriali. Su queste ultime l’Italia è particolarmente generosa con la Francia. Le assegna l’esclusiva economica sulla “fossa del cimitero” tra Ventimiglia e Mentone dove si riproducono i pregiati gamberoni rossi (venduti a 40 euro al chilo), più molte zone a Nord e Nord-Ovest della Sardegna fondamentali per il sostentamento dei pescatori sardi (in rosso nella mappa). Si stabilisce anche cosa accade in caso di giacimenti e risorse che ricadano in entrambi i lati del confine (ci si accorda). L’Italia in cambio ottiene la definizione dei confini dell’arcipelago toscano.

La ratifica.L’accordo, come detto, non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano. A fermarlo, nella commissione Esteri presieduta da Fabrizio Cicchitto, fu un’interrogazione del deputato di Unidos, Mauro Pili, il 25 febbraio 2016. Il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova confermò i contenuti del trattato, specificando che era frutto di negoziati avviati nel 2006 e che l’obiettivo era proteggere il mare anche oltre le 12 miglia dalla costa. In quei giorni, la Guardia Costiera francese aveva bloccato (e multato) diversi pescherecci italiani accusati di aver gettato le reti nella loro zona di competenza economica. Parigi si comportava già come se l’accordo fosse stato ratificato. Dovette ammettere l’errore e scusarsi.

Oggi. Il 25 gennaio scorso, la Francia ha pubblicato sul sito ufficiale del ministero del Mare un progetto che traccia le linee strategiche per la gestione del mare francese fino al 2030 e che mira ad avviare una procedura europea per la definizione di “Zone economiche speciali”. Resterà in consultazione pubblica fino al 25 marzo. Allegate al progetto ci sono le stesse cartine geografiche che ritracciavano la delimitazione stabilita dal Trattato di Caen. Il sospetto di Pili e dei pescatori è che la Francia abbia cercato di aggirare la mancata ratifica dell’accordo e di ottenere così le zone di pesca (e, pare, di giacimenti petroliferi) nel silenzio-assenso dell’Italia. Giorgia Meloni (Fdi) ha presentato un esposto in Procura. Secondo il sottosegretario a Palazzo Chigi Sandro Gozi (Pd), è “una bufala” perché il trattato non è in vigore “e il 25 marzo parte solo la consultazione pubblica francese”. In realtà si chiude.

Cui prodest? Contattata dal Fatto la Farnesina rimanda all’intervento del direttore generale Giuseppe Buccino, ieri a Radio 3: “Non c’è motivo di preoccupazione. I confini sono immutati e anche le aree speciali. L’ambasciata di Francia ha indicato che si tratta del termine di una consultazione e ammesso che si tratta di un errore sulle cartine, che saranno corrette al più presto”. Il ministero, sostiene, se n’è accorto già un mese fa (ma non ha protestato pubblicamente). Secondo Buccino l’accordo di Caen serviva a collegare i punti cospicui esterni dell’arcipelago toscano, e questo portava “un vantaggio”. Non ha spiegato quale. Sulla Fossa del Cimitero ha ammesso: “ci sono stati degli errori”. Resta il punto: perché firmare?

Mail Box

 

Condanniamo all’oblio i terroristi a piede libero

Dementi o coscienti burattini, i dirigenti, i capi storici. Incoscienti, dementi burattini i componenti, le truppe (purtroppo) di azione, che fecero tante vittime. Su questi nessun commento. C’erano allora, ci sono oggi. Purtroppo continueranno a esserci. Sui primi mille domande. La prima: chi di noi, comune cittadino, dopo cinque omicidi non sarebbe in carcere a scontare la pena di un ergastolo (pure questa non giusta)? Sono in libertà e li dobbiamo ascoltare sulle reti televisive. É evidente che la verità non la racconteranno mai. Perché non può essere rivelata. Meglio allora che, almeno, la loro condanna definitiva sia l’oblio.

Melquiades

 

Talvolta i princìpi su cui si basa l’accoglienza sono scorretti

Capisco che oggi parlare di migranti è argomento spinoso, anche per le diverse sensibilità in campo, ma utilizzare la denatalità italiana, come molti fanno oggi, come scusa per l’accettazione incondizionata alle migrazioni bibliche in atto, lo considero scorretto e ipocrita, e spiego perché: invece di aumentare il livello reddituale dei cittadini italiani con migliori stipendi, welfare e strutture, cosa che avrebbe un costo, e stimolarli così a fare figli, si preferisce importare giovani disperati già pronti dal Nord Africa, anche se di livello scolare e professionale non paragonabile, e difficilmente integrabili per abitudini, religione e cultura, perché ciò costa molto meno rispetto a migliorare il welfare, e in più contiene i salari medio/bassi italiani. Sono persone che potere e imprenditoria ritengono, erroneamente, siano avvezze ad accettare mediamente una vita di stenti, sotto pagate e sfruttate. Così invece di elevare il benessere dei cittadini italiani per favorire un aumento demografico ordinato, si preferisce questo escamotage più rapido, mascherandolo con l’umanitarismo. Trovo la cosa molto scorretta e ipocrita.

Enrico Costantini

 

Non ci si può rassegnare: serve un partito di sinistra

Credo che queste ultime elezioni abbiano decretato veramente l’esaurimento di ogni forza e prospettiva della sinistra italiana. Non in modo politico ma addirittura in modo storico. E la questione mi sembra sottovalutata. Non credo infatti che un cambio delle leadership o gli stessi sussulti della base a ‘ritornare alle sezioni’ possano rianimare un paziente clinicamente morto. Cerebralmente morto. Dopo una lunga agonia trentennale in cui la classe dirigente (in ogni sua corrente) che doveva tesaurizzare l’esperienza del Pci e riproporla in una nuova sfida ha mostrato tutta la sua inadeguatezza politica al compito. Che fare allora? Rassegnarsi a non vedere più in Italia un partito di sinistra che coniughi, in una forma tutta da reinventare, la teoria socialista e un’azione politica non identitaria e minoritaria? Non mi pare ci si debba arrendere. E immagino invece che proprio un giornale come il Fatto Quotidiano si possa incaricare di aprire in maniera strutturale sulle sue pagine (con un appuntamento settimanale e di lungo periodo) un dibattito pubblico non elitario e con la partecipazione dei lettori. Favorendo innanzitutto quelli più giovani. I giovani avranno presto di nuovo l’esigenza di un’idea forte. Di un’idea socialista. Che però deve essere rideclinata in maniera vitale proprio da loro stessi. Da un auspicabile loro discutere. E con i meno giovani a esercitare un ruolo maieutico. È nel dialogo e nella sua nobilitazione sulle pagine di un giornale, a mio avviso, l’unica via percorribile.

Giuseppe Cappello

 

I pentastellati dovrebbero scendere a compromessi

Bisogna ammettere che la maggioranza numerica i 5Stelle ce l’hanno con il centrodestra di B. e Salvini e, data la scelta dell’Aventino del Pd, non resta, quindi, che provarla con le dovute cautele in nome della realpolitik.

In altri termini, i 5Stelle dovrebbero proporre alcuni punti di programma convergenti con il centrodestra e dare inizio alla legislatura.

Se le cose funzioneranno, in nome della responsabilità di dare un governo al Paese, tutto ok, altrimenti si fa una crisi di governo e si ricomincia daccapo. Alternative non ve ne sono, salvo gli inciuci. Orbene, la realpolitik dice che questa è la via, piaccia o non piaccia, e quindi la si tenti nonostante gli evidenti distinguo.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Il Pd rifletta e riacquisti il senso della realtà

Per il Pd non sarà sufficiente dissodare il terreno per poi seminare, ma dovrà liberarlo dai pesticidi e dalle sostanze tossiche con cui l’hanno avvelenato e impoverito. I pochi che li hanno votati, sono gli unici che da quelle tossicità ne hanno tratto profitto, o forse sono solo degli illusi speranzosi. Quello che manca al Pd sono dosi da elefante di umiltà, mea culpa e scuse; tantissime scuse. Ma dubito che conoscano il significato di queste parole, la loro arroganza borghese li ha disconnessi dalla realtà fino a snobbare anche i loro elettori, che si sono permessi di voltar loro le spalle. Prendetevi una lunga pausa, per gli italiani sarà una liberazione e per voi una grande opportunità.

Fistarol Clara

Brigatisti in tv. Non c’è una sola verità, ma sicuramente ce n’è una “prevalente”

 

Ha fatto un certo effetto ascoltare in tv le testimonianze dei quei brigatisti rossi, come fossero preziosi testimoni di una storia che dopo 40 anni sembra avvolta ancora in una nube di dubbio. Ho vissuto da universitario quegli anni di piombo impalcati in quella strategia della tensione che ha decretato con i suoi risultati la sua stessa fine e sono sempre stato fin da allora molto scettico sulla possibilità di salvezza dell’epigone del compromesso storico. Ucciso ancora a distanza di tanto tempo in questi giorni, ove si è dato la parola a quei terroristi che non mostrano pentimento, avendo dalla loro una pena scontata di dubbia grandezza e di certo di scarsa utilità al confronto del permanente lutto di quei familiari delle vittime. Si può anche contestualizzare l’evento, la plausibilità della lotta armata, ma non possiamo col diritto di cronaca cercare una testimonianza, peraltro del tutto inutile e opportuna, di chi è stato artefice di un grandioso delitto verso la democrazia.

Arcadio Damiani

 

Caro Arcadio, la speranza di un “pentimento sincero” è vana, per il semplice motivo che chi davvero ha compiuto questo percorso (e mi creda, chi lo ha fatto esiste) di certo non si fa intervistare né tantomeno pontifica miseramente su Facebook (una singolare metamorfosi quella di chi, un tempo votato alla clandestinità, ora sfrutta il palcoscenico social) o in qualche centro sociale. I carnefici di un tempo insistono sulla necessità di “contestualizzare”. Giustissimo, la storia non si scrive con gli schieramenti preconcetti e la verità non è mai una soltanto. Però esiste una verità che chiamerei “prevalente”. E in questa storia la verità prevalente è quella di chi un mattino è uscito di casa e la sera non è più tornato. Chi non è in grado di comprendere l’enormità della tragedia di una (di molte) vita strappata a freddo in nome di una guerra dichiarata unilateralmente può blaterare in tv o altrove quanto gli (le?) pare. Se non fosse per il dolore, che si aggiunge al dolore, delle vittime e di chi di loro è stato privato, ci sarebbe soltanto da stendere un velo pietoso di composta tristezza per tanta disumanità​ (soprattutto di chi applaude​). Se il vocabolario ci venisse incontro, si potrebbe inventare un termine simile ma diverso a “vittima” per includere nei soccombenti di una storia sbagliata anche molti carnefici. Sarebbe una forma di pietas per riconoscere le storie individuali di tutti senza per questo cambiare di una virgola la storia, che è fatta di ragioni e di torti ma anche di vicende insondabili. Significherebbe “contestualizzare”. Ma non accadrà mai in un Paese in cui “contestualizzare” significa una cosa sola: tutti avevano ragione e tutti facevano schifo uguale. Amen.

Stefano Caselli

Il fantasma Moro. Tutto noto perché tutto resti occulto

Gli assenti hanno sempre torto; ma che significa essere assenti? I morti, lo sono? Questione metafisica, ma non solo se si considera la presenza di Aldo Moro. Il suo fantasma mediatico è divenuto quello di una mai nata Italia migliore; e il fantasma di una verità inutilmente inseguita per quarant’anni. Bisogna distinguere l’assassinio di Moro dalla sua narrazione: nella tradizione del giallo all’italiana, tutto deve apparire noto perché tutto rimanga occulto. Le interessanti inchieste televisive della scorsa settimana partivano dalle verità ufficiali; ma appena scavi, ti accorgi che i conti non tornano. Nel tempo il racconto dei 55 giorni di prigionia assomiglia sempre più a un’improbabile favola nera, dove la tragedia sfuma nel grottesco: la seduta spiritica, l’ispezione mancata all’appartamento dei brigatisti di via Gradoli “perché non c’era nessuno in casa”, le telefonate dalle cabine (“Pronto, è il professor Tritto?” “Sì, ma chi parla?” “Brigate rosse”). Perfino nel docufilm Il condannato di Ezio Mauro, girato nello stile asciutto e sabaudo del suo autore, il surreale ha fatto capolino. Eugenio Scalfari, commentando la foto di Moro prigioniero, destinata a diventare una luttuosa icona pop, sottolineava l’importanza che fosse ritratto con Repubblica. “Questo perché avevamo sposato la linea della trattativa”, spiega Scalfari, modesto come al solito, attento agli altri come solo certa sinistra sa essere. Forse ancora si chiede perché Morucci non abbia telefonato a lui.

Non ci salverà il premio di maggioranza

Abbiamo tentato in tutti i modi di lanciare l’allarme sui risultati nefasti di questa legge elettorale. Nessun ascolto. Il Rosatellum porta nel nome l’impronta indelebile di chi l’ha voluta fortemente. Ci sono stati anche furbi comprimari che l’hanno condivisa come FI e Lega, e degli entusiasti sostenitori come il governo Gentiloni che ha messo ben otto voti di fiducia per ottenerne l’approvazione.

Mentre il Pd e il governo continuavano a dipingere la situazione del Paese in rosa, altri hanno dato voce al malessere profondo di un aumento della povertà e della divaricazione sociale denunciati anche dalla Banca d’Italia e dalla caduta libera del ruolo del lavoro, dall’aumento esponenziale della precarietà.

Formare un governo sarà complicato. Farlo vivere ancora di più. Per questo ora è tornata con grande forza di attualità la questione della legge elettorale, perché potrebbe essere necessario tornare a votare tra alcuni mesi e non si può fare con il Rosatellum. Era prevedibile. Al punto che abbiamo avviato a metà febbraio (prima del voto) una raccolta di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per rivedere il Rosatellum con quattro punti di fondo:

1) Voto disgiunto tra uninominale e liste. In Lombardia e Lazio si è votato per i presidenti e in modo disgiunto per le liste, perché non si può fare per il Parlamento?

2) Rendere il voto per l’uninominale proporzionale e non maggioritario.

3) Consentire la preferenza, o due di genere diverso, nella lista plurinominale, insieme al voto disgiunto, come per le Regioni.

4) Consentire la presentazione di tanti candidati quanti sono i seggi plurinominali in palio in modo da evitare le trasmigrazioni dei seggi da una Regione all’altra, compresa la ridicolaggine che a distanza di quasi due settimane l’elenco degli eletti non è ancora completo. E vietare le liste civetta: chi non arriva al 3% non viene conteggiato.

I principi sono semplici: il cittadino sceglie chi eleggere parlamentare e la ripartizione dei seggi è sostanzialmente proporzionale. Si dice che tra i due soggetti che hanno guadagnato di più potrebbe avviarsi un dialogo per arrivare al voto con una nuova legge elettorale. Suggeritori interessati propongono di arrivare a un premio per garantire una maggioranza parlamentare comunque, in nome della governabilità. Ma il premio di maggioranza è sbagliato, probabilmente incostituzionale, perfino inutile. È sbagliato perché dà al voto dei cittadini peso diverso, uno può pesare il doppio dell’altro, senza dimenticare che per cambiare la Costituzione è prevista una soglia che verrebbe alterata dal premio di maggioranza. Come è avvenuto con la manomissione della Costituzione tentata da Matteo Renzi, per fortuna bocciata dal referendum. Inoltre già ora un premio di maggioranza c’è, Di Maio ha ricordato che M5S ha il 32% dei voti e il 36% dei parlamentari. Può bastare.

Un premio di maggioranza più elevato sarebbe anche inutile perché il problema politico è definire un governo, che può essere anche di minoranza, in grado di proporre e fare approvare alcune misure urgenti e importanti e il Paese apprezzerebbe una discussione pubblica trasparente su cosa fare e comportamenti coerenti.

Cercare una maggioranza a ogni costo, anche con alterazioni numeriche importanti sulla base di leggi elettorali compiacenti, potrebbe portare rapidamente a mutamenti di aspettative e di voto. La priorità dovrebbe essere rispondere alle aspettative, alle urgenze, non cercare blindature di potere. Per questo è importante che le nostre proposte vengano sostenute e arrivino presto in Parlamento con la forza necessaria.

* vicepresidente Coordinamento per la democrazia costituzionale

Ernesto Carbone, il #ciaone renziano appeso a una legge

Per raccontare la storia di Ernesto Carbone, basterebbe non scrivere niente: sarebbe più che sufficiente. Carbone è membro di spicco del renzismo, la qual cosa è di per sé una contraddizione in termini. Nato a Cosenza nel 1974, laurea in Giurisprudenza a Bologna. Neanche trentenne, lavora per una società di consulenze fondata da Prodi (Nomisma). È poi direttore generale della Fondazione “Governare Per”, guidata ancora da Prodi. In quegli stessi anni, dal 2006 al 2008, è capo segreteria dell’allora ministro per le Politiche agricole Paolo De Castro. Nel 2013 viene eletto deputato nel Pd: lì si palesa la sua folgorazione renziana, che gli vale l’entrata in segreteria nazionale. È suo, per volere del Diversamente Statista di Rignano, l’ambito ruolo di Responsabile nazionale del Pd con delega alla Pubblica amministrazione, innovazione e Made in Italy. Una qualifica che non vuol dire nulla, e che quindi pare cucita su misura per Ernesto (nome che non merita) Carbone. Così come sembrano cuciti su misura quei bei gessati demodé che suole indossare in ogni circostanza, quasi che la sua aspirazione massima nella vita fosse stata recitare in Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese, magari – già che c’era – facendosi pettinare da una mucca particolarmente sbavicchiante. Carbone, da buon ultrà renziano, è orgogliosamente sprovvisto di doti politiche significative.

Di lui, a sforzarsi parecchio, si ricordano giusto tre cose. La prima: è Carbone ad accompagnare Renzi a un incontro romano con l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta, poco prima che il primo accoltelli il secondo. Per fingersi proletario, Renzi usa la Smart di Carbone. Subito partono i peana sull’umiltà del giovine Renzi, che odia così tanto le auto blu (invece gli aerei presidenziali li adora) da accontentarsi dell’umile mezzo di un amico caritatevole. La seconda cosa “ricordabile” è quel suo garantire, come Renzi, Boschi e Fedeli, che in caso di vittoria del “no” il 4 dicembre 2016 avrebbe smesso con la politica: ovviamente, da buon renziano, Carbone è sempre lì. La terza cosa è l’adorabile tweet con cui sfanculò chi aveva votato al “referendum sulle trivelle”, andando contro al diktat renziano di astenersi. Di fronte al mancato raggiungimento del quorum, un eccitatissimo Carbone cinguettò parole sature di rispetto e saggezza: “Prima dicevano quorum. Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l’importante è partecipare #ciaone”. Quel tweet, scritto verosimilmente col ciuccio in bocca, è costato al Pd migliaia di voti, sia il 4 dicembre sia nelle elezioni successive, ma Renzi si è guardato bene dal liberarsi di cotanto statista: del resto gli somiglia, quindi ci sta che se lo tenga accanto.

Il 4 marzo pareva che il Rosatellum avesse sortito se non altro un effetto positivo: disarcionare Carbone, piazzato dal partito al terzo posto nel listino bloccato di Bologna per il Senato. I voti sono stati così pochi che i primi due (Daniele Manca e Teresa Bellanova) sono stati eletti. Ernesto (nome che non merita) no. Gli elettori non hanno però fatto in tempo a gioire, che subito si è scoperta una magagna. C’è una legge, addirittura del 1957, che regola l’eleggibilità dei sindaci con più di 20mila abitanti. È il caso di Manca, fino a gennaio sindaco di Imola: se sarà ritenuto ineleggibile, come pare, al suo posto entrerà Carbone. Decideranno prima la Giunta per le elezioni di Palazzo Madama e poi l’aula del Senato. Toccherà aspettare. E sperare che quel #ciaone torni indietro, come un meraviglioso e rancorosissimo boomerang.

Celebrare la felicità fa l’uomo infelice

La Giornata della Memoria, la Giornata del Ricordo, la Giornata della Donna, la Giornata della Famiglia, la Giornata dell’Amicizia, la Giornata dei Single, la Giornata dei Poveri, la Giornata del Malato, la Giornata dei Disturbi alimentari, la Giornata del Sonno, la Festa della Mamma, la Festa del Papà, la Festa dei Nonni, la Giornata dell’Orecchio. Questi sono inesausti. Ma è mai possibile che non ci sia un solo giorno dell’anno in cui si possa stare tranquilli, senza ricordare o festeggiare qualcosa o qualcuno? Se non fosse una contraddizione in termini, e ammesso che rimanga un qualche interstizio, istituirei una ‘Giornata del Nulla’ (in fondo anche Dio il settimo giorno si riposò) in cui non pensare a nulla o magari riflettere su chi siamo o, come singoli e società, dove stiamo andando.

Oggi, 20 marzo, ci tocca la Giornata internazionale della Felicità. Se c’è una celebrazione idiota è questa. Felicità è una parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata. Sono stati gli americani, col loro consueto e ottuso ottimismo, ad avere l’ardire di inserire nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 “il diritto alla ricerca della felicità”, che però è stato quasi subito tradotto dall’edonismo straccione contemporaneo in un vero e proprio ‘diritto alla felicità’. Diritti di questo genere non esistono. “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità. Non un suo diritto” (Cyrano, se vi pare…). Come, forse, esiste l’amore (che, a parer mio, è un disturbo psicosomatico che la Natura si è intelligentemente inventato per favorire ciò che più le interessa: l’accoppiamento fra due esseri di sesso diverso e quindi la filiazione, ma lasciamo perdere questo tasto oggi particolarmente dolente). Ma certamente non esiste un ‘diritto all’amore’. Sono sentimenti e, come tali, non possono appartenere al giuridico. Del resto nonostante generazioni di filosofi si siano estenuate nel cercare di definire quale sia l’essenza della felicità o dell’amore o anche del denaro non ne hanno cavato un ragno dal buco (l’accostamento al denaro non paia azzardato perché si tratta in tutti e tre i casi di astrazioni, anche se possono avere, e hanno, ricadute molto concrete).

Postulare un ‘diritto alla felicità’ significa rendere l’uomo, per ciò stesso, infelice. “Felice in tutto nessuno è mai” dice Orazio nelle Odi (ma leggetevi, esimi colleghi, un po’ di classici, invece di ricavare improbabili citazioni da Internet fingendo di avere una cultura che non possedete). E poiché quel che ci manca non ha limiti non si può essere “felici mai”. Solo la Superintelligenza illuminista, dei Kant, degli Hegel and company, poteva attingere a simili livelli di cretineria.

Naturalmente i think tank del World Happiness Report 2018 per valutare l’invalutabile, la felicità, ricorrono a criteri quantitativi e sociologici. Davanti a tutti c’è l’onnipresente Pil, seguito da speranza di vita, libertà, sostegno sociale, assenza di corruzione. Al primo posto di queste classifiche ci sono i Paesi nordici, Finlandia, Norvegia, Danimarca. Bisognerebbe che i think tank del World Happiness Report ci spiegassero come mai questi stessi Paesi, ben ordinati, regolati ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi, maggiore di Paesi sgarrupati come il Venezuela, le Filippine, l’Honduras. Di questa apparente aporia mi ero già accorto quando scrivevo La Ragione aveva Torto? (1985) notando che in Italia i tassi di suicidio più alti appartenevano alle regioni del Nord, benestanti e industrializzate. Dati confermati da statistiche più recenti: Lombardia 5,0% di suicidi (per 100 mila abitanti), Piemonte 5,3%, Veneto 6,5%, Emilia-Romagna 6,3%, Campania 2,4%, Puglia 2,9%, Calabria 4,5%. Se si vuole il dato più sconcertante è quello dell’Emilia-Romagna che al tempo in cui scrivevo La Ragione, ottimamente governata dai comunisti, esprimeva il maggior benessere riscontrabile nel nostro Paese.

Naturalmente il suicidio non è che la punta dell’iceberg di un malessere molto più generale perché, per fortuna o purtroppo (dipende dai punti di vista, l’elogio del suicidio lo faremo in altra occasione), solo una minima parte di coloro che si sentono a disagio in una società si toglie la vita. Che il benessere crei il malessere è confermato dai classici studi di Durkheim (Il suicidio) il quale osserva che durante una guerra crollano quasi a zero le depressioni, le nevrosi e quindi anche i suicidi. Quando si lotta per la vita e per la morte non si ha il tempo per sentirsi infelici. Si ha ben altro cui pensare (parlo naturalmente delle guerre d’antan, non di quelle moderne, occidentali, in cui predomina la tecnologia togliendo così alla guerra, oltre alla sua epica, anche quei valori positivi, umani, che pur aveva).

Quando ci si annoia in una vita cullata dal benessere è allora che si aprono gli abissi degli enigmi esistenziali, irrisolvibili. È quindi il disordine e non l’ordine a dare vitalità a quel personaggio complicato e ambiguo che è l’essere umano.

I politici seri non si prendono sul serio

Il politico che ha sempre la risposta a qualunque domanda, anche al di fuori della sua competenza specifica, è per definizione non credibile. L’esibizione di una sorta di competenza universale è un segno di pressappochismo, diciamolo: di cialtroneria. Dunque di inaffidabilità.

Spesso siamo terrorizzati dai nostri errori e dal fatto che gli altri possano accorgersene e possano giudicarci in modo negativo. Invece gli errori rendono amabili, diceva Goethe. La capacità di sbagliare con eleganza – e di ammetterlo quando è necessario o semplicemente è giusto – è una parte fondamentale del successo in politica come in qualsiasi altra attività.

Hai mai sentito parlare dei quattro principi della saggezza tolteca? Ascoltali e poi dimmi se non sembrano un sintetico prontuario della buona politica.

Il primo è: “La tua parola sia impeccabile”. Un invito alla consapevolezza dell’importanza del linguaggio e alla necessità di utilizzarlo con responsabilità. Un invito, in altri termini, a usare parole precise, nel senso cui alludeva Rosa Luxemburg affermando che dare il nome giusto alle cose fosse già da solo un atto rivoluzionario.

Il secondo precetto è: “Non farne mai un fatto personale”. Il fatto personale, cioè il debordare dell’ego, è un grave fattore di inquinamento della nostra vita politica, a destra come a sinistra. Molti politici di professione motivano le loro scelte e le loro azioni come ispirate da ragioni ideali, da strategie, da questioni tecniche ma spesso dietro queste motivazioni si nascondono puri e semplici fatti personali. Ambizioni di carriera e di potere, ipertrofia dell’ego, banale e tossica vanità, e naturalmente ostilità e risentimenti, come è agevole desumere dalla storia delle scissioni a sinistra.

Il terzo precetto è: “Non fare congetture”. Non significa che non dobbiamo fare ipotesi per cercare di interpretare gli eventi del mondo. Le ipotesi sono indispensabili, ma poi occorre andare alla ricerca degli elementi che le confermano o che le smentiscono. Bisogna cioè verificare se sono buone ipotesi e dunque buoni strumenti per interpretare il mondo e per cercare di cambiarlo. Questo terzo precetto significa dunque: “Non affidarti a congetture che non siano state verificate”. Pensiamo un attimo a tutta la paranoia complottista che infiltra il dibattito politico, nel nostro Paese e altrove, per renderci conto dell’importanza di questa regola.

Il quarto precetto forse è quello meno interessante, diciamo il più ovvio: “Fa’ sempre del tuo meglio”. Allude alla dimensione etica dell’impegno, del fare le cose bene perché è giusto così, indipendentemente dalle ricompense o dalle conseguenze.

Se si seguono quei quattro precetti, si può vivere la politica con la giusta dose di distacco e anche di allegria. Allegria e umorismo – inteso come pratica dell’autoironia – sono doti essenziali, tanto importanti quanto difficili da ritrovare fra gli attori della scena politica. L’effetto di questa carenza è che chi si dedica professionalmente alla politica manca di vero contatto con la realtà per, come dire, eccesso di contatto con sé stesso; si prende terribilmente sul serio, è esposto alla depressione. Molti protagonisti della scena politica, al di sotto del vitalismo di facciata, dei sorrisi stereotipati, dell’esibizione di sicurezza covano un’angoscia profonda. È una delle cose che ho imparato nei miei cinque anni in Senato. Questo essere spesso in bilico fra esaltazione e depressione deriva appunto – ne sono abbastanza convinto – dal vivere la politica come un fatto personale e agire quasi esclusivamente in base alla convenienza individuale e a calcoli contingenti e mediocri. Ricordi quella frase attribuita a De Gasperi per cui un politico pensa alle prossime elezioni e uno statista alle prossime generazioni? In realtà la frase è di un teologo e predicatore americano del diciannovesimo secolo, James Freeman Clarke e ha una seconda parte meno nota: “Un politico pensa al successo del suo partito, lo statista a quello del suo Paese”. Il senso generale è comunque lo stesso di cui stiamo parlando: la buona politica è tale se è capace di distaccarsi dalle convenienze contingenti. Oggi purtroppo il concetto di Clarke andrebbe adeguato al ribasso: il politico medio non pensa nemmeno alle prossime elezioni ma al prossimo sondaggio o alla prossima risposta da dare su Facebook o su Twitter.

Secondo me per fare bene politica bisogna essere seri ma non prendersi sul serio. Non prendersi troppo sul serio è un metodo potentissimo per mantenere l’equilibrio, per non trasformare il legittimo amore di sé in ipertrofia dell’ego, in delirio di onnipotenza. La buona politica in un’epoca come questa richiede una consapevolezza in cui trovano posto senso dell’umorismo e senso del limite, comprensione dell’errore come occasione di crescita e miglioramento.

 

Il testo che proponiamo è tratto dal libro “Con i piedi nel fango”