Il giudice per le indagini preliminari di Torino, Arianna Busato, ha archiviato l’ipotesi di falso in bilancio per Andrea Agnelli, presidente della Juventus, e altri quattro dirigenti bianconeri. Oggetto del giudizio era la mancata iscrizione nell’apposito fondo “oneri e rischi” del bilancio della Juventus di una somma per far fronte alla probabile condanna al risarcimento danni a seguito delle condanne penali dei suoi ex dirigenti per i fatti di Calciopoli. Già il pm aveva chiesto l’archiviazione, non ravvisando gli estremi per il reato di “false comunicazioni sociali”, ora anche il gip ritiene che “non può essere iscritto a bilancio un fondo rischi e oneri per rilevare passività potenziali ritenute probabili ma il cui ammontare non può essere determinato, se non in modo aleatorio”. La decisione arriva nonostante l’atto di opposizione presentato da una società dell’ex presidente del Bologna Giuseppe Gazzoni Frascara, che chiedeva di procedere nei confronti dei bianconeri. Nei prossimi mesi è attesa a Firenze la decisione dei giudici su un analogo caso di presunte false comunicazioni, che coinvolge la Fiorentina: per Andrea e Diego Della Valle è stata disposta l’imputazione coatta.
L’annuncio in Rete: “Cercasi pregiudicato”
Cerca “un individuo serio e risoluto, possibilmente pregiudicato”, per affidargli il recupero di un credito mai pagato: un collettore di aspirazione per un’auto da rally venduto nel 2012 a un cliente di Gangi, nelle Madonie siciliane, dall’officina di Grosseto “Brando Racing”. E per trovarlo il titolare, Brando Renzoni, ha messo un annuncio su Subito.it: “È una questione di onore e rispetto, direi di principio – dice –. I soldi non mi interessano, il credito è 600 euro ma 400 sono disposto a lasciarli a chi se li farà dare”.
Sembra una scena uscita da un film di Scorsese, anche se non è la prima volta che subito.it pubblica annunci di gente in cerca di giustizia “fai da te”: qualche anno fa un’azienda di Pesaro cercava “uomini prestanti, di poche parole e prestanza fisica” per formarli professionalmente al recupero crediti: dovevano essere “possibilmente ex culturisti o ex galeotti”, e “molto apprezzati” erano “i calabresi o i siciliani” ai quali veniva offerto un contratto e “lauti compensi”.
Titolare di un’avviata officina a San Quirico di Sorano, in provincia di Grosseto, specializzata nell’elaborazione di auto e moto, con annesso tavolo da biliardo, dvd e Playstation nella sala d’aspetto, Renzoni non ce l’ha con i siciliani (“poteva accadere in Alto Adige al confine con l’Austria, l’avrei cercato da quelle parti”) e spiega che prima di quella sòla il cliente di Gangi aveva sempre pagato puntualmente: “Per questo avevo anticipato il denaro fidandomi – spiega – quando mi chiese il pezzo di un fornitore diverso”.
E se nell’annuncio di Pesaro l’azienda cercava ex galeotti, questa volta il candidato più accreditato è un pregiudicato, che nell’immaginario di Renzoni, evidentemente, ha più chance di riprendersi il maltolto che egli stesso ha tentato invano di recuperare: ma da quattro anni quel cliente non gli risponde alle telefonate ripetute e lo ha persino cancellato dalle sue amicizie su Facebook.
“All’annuncio hanno risposto anche alcuni avvocati – continua Renzoni – ma si sa come sono le vie legali: sai quando cominci ma non quando riesci a ottenere il dovuto”.
Più rapido ed efficace, insomma, un “pregiudicato risoluto” che riesca a farsi ridare la somma: “C’è qualche candidato – ammette – ora deciderò a chi affidare l’incarico”. E sui metodi “convincenti” da utilizzare a Gangi, Renzoni non si sbilancia: “Per fare certe azioni, certi lavori, servono persone con certe caratteristiche, sui metodi deciderà lui”.
Scritte a 16 anni dal delitto: “Biagi non pedala più, onore ai combattenti”
Nel sedicesimo anniversario della morte di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle nuove Br nel 2002, sono comparse nella giornata di ieri alcune scritte sui muri della facoltà di Economia di Modena, nella quale peraltro Biagi insegnava, inneggianti alle Br: “Marco Biagi non pedala più, onore a Mario Galesi, onore ai compagni combattenti”.
A dare la notizia, Michele Tiraboschi, storico collaboratore di Biagi, che ha pubblicato le foto su Facebook. Tempestiva la reazione di Lucia Musti, procuratore di Modena: “La Digos trasmetterà in tempi strettissimi alla Procura di Modena un’informativa contro ignoti. Il reato potrebbe essere quello previsto dall’articolo 414 del codice penale: apologia di reato finalizzata a reati di terrorismo”. E continua: “In questo caso la competenza è della Procura distrettuale antiterrorismo di Bologna”.
Sdegno unanime in Emilia-Romagna come a Roma. E anche il figlio di Biagi, Lorenzo, ha detto la sua: “Provo un grande disgusto nei confronti di questa frase anche perché offende noi vittime e tutte le persone che hanno sofferto. Io, come figlio di Marco Biagi e come vittima penso che ci dovrebbe essere più rispetto, perché una frase del genere credo sia completamente irrispettosa nei nostri confronti”. Dopo aver commentato il fatto, Lorenzo Biagi è tornato sulla storia della mancata scorta al padre: “Lo Stato ha abbandonato mio padre. Mio padre aveva una scorta fino a pochi mesi prima di essere ucciso, fino al novembre del 2001. Per cui penso che il fatto che gli sia stata tolta senza motivo o comunque con una grande sottovalutazione del pericolo sia una cosa molto grave. Spero che questo non capiti più”.
Napoli, uccisa dal marito denunciato 10 giorni fa
Immacolata Villani aveva 31 anni ed era madre di una bambina di 9 anni. È stata ammazzata ieri mattina con un colpo di revolver a bruciapelo. L’assassino è il marito, Pasquale Vitiello, 35 anni. L’omicidio è avvenuto all’uscita della scuola elementare del quartiere Boccia al Mauro di Terzigno (Napoli), dove la donna aveva accompagnato la loro figlia, davanti ad altre mamme impietrite dalla paura. Pasquale Vitiello è arrivato in scooter, ha chiesto alla moglie di scendere dall’auto con la scusa di volerle parlare, poi le ha sparato in fronte e si è dato alla fuga. I carabinieri stanno perlustrando l’area vesuviana palmo a palmo, ma per il momento non sono riusciti a rintracciarlo. Immacolata è rimasta per un po’ riversa sulla strada, coperta da un telo, sotto la pioggia. I bambini sono stati condotti via attraverso un’uscita laterale, per proteggerli dalla visione di quello scempio.
L’ennesimo femminicidio, il secondo a Terzigno in soli tre anni (nel 2015 fu uccisa la povera Enza Aquino, il suo ex è stato condannato a 30 anni), covava nelle ceneri di un matrimonio concluso di fatto da un paio di anni. L’Ansa riferisce che lei aveva una storia con un altro uomo. Le pratiche di separazione però erano state appena avviate. Il marito aveva un impiego come addetto alle pulizie nell’azienda aerospaziale Alenia, contratto part-time, pochi soldi in tasca. Lei non lavorava. I due vivevano in un appartamento ricavato dalla divisione di una proprietà del padre di lui, direttore di banca, che viveva nella casa contigua, con le due sorelle di Pasquale. I conoscenti della coppia raccontano di un rapporto conflittuale, tensioni, liti.
I due si erano sposati giovani e subito era arrivata la bambina, ma il matrimonio non era mai realmente decollato. Ormai vivevano da separati in casa. Recentemente Immacolata aveva avuto una violenta lite con il marito, alla quale aveva partecipato anche la suocera: calci, sberle e spintoni. Lei aveva denunciato il marito e poi la suocera l’ha controquerelata. A inizio marzo lei ha deciso di darci un taglio e se ne è andata a vivere dal padre. Un paio di giorni dopo ha chiesto ai carabinieri di intercedere per rientrare qualche ora in casa e riprendere le sue cose. Lui pareva essersi fatto una ragione della fine del matrimonio. Il padre si era consultato con un avvocato, Salvatore Annunziata, accompagnava il figlio allo studio legale per i preliminari della separazione e lunedì 12 marzo la lettera raccomandata era pronta per l’invio al nuovo indirizzo di lei. C’erano scritte le cose che di solito si scrivono in queste circostanze, con linguaggio legale, ma calmo. Le prime basi per cercare un accordo consensuale. Non c’è stato tempo per andare avanti, nemmeno per dare un incarico formale all’avvocato, che ha trascorso gli ultimi giorni all’estero ed era tornato domenica notte. Anche lui ieri mattina era costernato: “Il padre di Pasquale mi ha detto che domenica sera avevano cenato insieme tranquillamente”.
I carabinieri hanno ritrovato a casa di Pasquale Vitiello una ventina di lettere. In una diceva che intendeva “farsi giustizia da sé”. Dietro al riserbo sul contenuto si nasconde la paura che l’uomo abbia scritto propositi di suicidio. Di lui non c’è traccia.
Il rapporto dell’Onu: “Dai guardacoste libici violenze sui migranti”
Porta la data del 12 febbraio 2018 l’ultimo report del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, sulla situazione in Libia. Oltre ad approfondire lo stato del Paese – diviso in più fazioni e contraddistinto dalla presenza di forze Isil e milizie di vario genere – il documento riporta le violazioni dei diritti umani riscontrate dai funzionari Onu. Relativamente allo stato dei migranti, detenuti nei centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, il report evidenzia “un grave sovraffollamento e condizioni igieniche terrificanti. I detenuti erano malnutriti e non avevano accesso all’assistenza medica”. Ancora più duro il giudizio sulla Guardia Costiera di Tripoli, protagonista delle minacce rivolte all’Ong spagnola Open Arms: “L’Unsmil ha continuato a documentare la condotta violenta da parte della Guardia costiera libica nel corso di salvataggi e/o intercettazioni in mare. Per esempio, il 6 novembre 2017, i membri della Guardia Costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un’operazione in mare. Unsmil ha documentato l’uso di forza letale eccessiva e illegale da parte dei funzionari del Dipartimento per Lotta alla migrazione illegale”.
Il riferimento all’intervento del 6 novembre dello scorso anno riguarda il conflitto in mare con un’altra Ong, la tedesca Sea Watch, che aveva già documentato le minacce armate da parte della motovedetta libica Ras Jadir 648. Si tratta della stessa unità intervenuta giovedì scorso, quando la nave della Open Arms era arrivata sul luogo di un naufragio.
Parole dure sulle condizioni dei migranti in Libia sono state utilizzate anche dalla stessa Guardia Costiera italiana, che nel rapporto sui salvataggi del 2017 scrive: “Occorre evidenziare le precarie condizioni di salute dei migranti che, già prima della partenza dalle coste libiche, sono debilitati dalle condizioni di vita caratterizzate da grave malnutrizione, condizioni sanitarie precarie, torture e soprusi di ogni tipo”.
Erdogan batte cassa: “Fermati altri 3.000, pagateci”
Si avvicina il Vertice europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Si alza il livello delle critiche Ue all’operazione militare turca anti-curda ad Afrin (“Un approccio errato”, per Federica Mogherini). E Ankara ripropone il ricatto dei migranti: “O ci pagate, e ci lasciate fare quel che vogliamo in Siria, o apriamo le dighe” di rifugiati e disperati.
Per dare forza al messaggio, il ministero dell’Interno di Ankara fa sapere di avere fermato nell’ultima settimana 2.872 rifugiati e migranti, che tentavano di attraversare le frontiere con l’Ue o di entrare illegalmente nel Paese. Di questi, 222 sono stati intercettati in mare. Nello stesso periodo sono inoltre finiti in manette 100 presunti trafficanti d’esseri umani. Numeri da prendere per buoni, in mancanza d’ogni verifica.
Dopo il contestato accordo di due anni or sono con Bruxelles, il numero di rifugiati e migranti che dalla Turchia raggiungono ogni giorno l’Ue, specie la Grecia, è sceso da picchi di diverse migliaia a una media di poche decine. “Grazie alla Dichiarazione del 18 marzo 2016, la media quotidiana dei passaggi illegali” dalla Turchia verso l’Ue “è scesa dai 7 mila dell’ottobre 2015 a circa 43”.
Ankara osserva che “la Turchia ha agito secondo il principio pacta sunt servanda – cioè ha rispettato gli impegni, ndr – e ha adempiuto a tutti gli obblighi relativi all’accordo del 18 marzo”. Invece, “l’Ue non ha onorato tutti i suoi impegni: stiamo ancora aspettando che attivi lo Schema di ammissione umanitaria volontaria, che fornirebbe vie legali ai migranti siriani”. Quanto ai negoziati di adesione, alla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e all’aggiornamento dell’Unione doganale, nulla si muove: l’inasprimento autoritario e illiberale del regime del presidente Erdogan allontana Turchia e Ue..
Al di là del “latinorum”, la questione fondamentale sono i soldi: dei sei miliardi di euro promessi alla Turchia in due pacchetti da tre miliardi ciascuno, solo una quota è stata versata, nonostante l’intesa si sia rivelata efficace: l’autostrada dei Balcani, apertasi nell’estate 2015, con un flusso verso Paesi poco inclini ricevere migranti, la Croazia, l’Austria, quelli del Gruppo di Visegrad, è praticamente chiusa.
Ma tutto ciò, avvertono senza posa, le organizzazioni umanitarie, ha un costo in termini umani e sociali. Medici Senza Frontiere (Msf) ha di nuovo invitato le autorità europee a cessare la “politica di contenimento che mette in pericolo la vita delle persone vulnerabili”, dopo che due anni or sono l’Unione e i suoi Stati “hanno deciso di respingere migliaia di persone e compromettere il concetto di asilo con il blocco in Turchia di richiedenti asilo in cerca di sicurezza in Europa”. È l’altra faccia della moneta dell’accordo euro-turco.
Nell’anniversario dell’accordo, Msf chiede di continuare a intensificare i trasferimenti dei rifugiati e dei migranti dalle isole sulla terraferma in Grecia, dove “è indispensabile aumentare la capacità d’accoglienza”, e di “riattivare la loro ricollocazione negli Stati Ue”.
Msf continuerà a opporsi a un “accordo che non si concentra sul miglioramento della protezione e dell’assistenza di chi è nel bisogno, ma al contrario sembra intenzionalmente destinato a produrre sofferenza per chi attraversa il mare”: è una politica “non solo crudele, ma semplicemente inutile”, in quanto, senza opzioni alternative, “ogni giorno le famiglie di Paesi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan continueranno a rischiare per raggiungere le coste greche”.
In dirittura d’arrivo le accuse ai tedeschi. Si indaga sui soldi
Navi sequestrate a Catania e Trapani, indagini con sospetti di terrorismo a Palermo, ma senza il coinvolgimento delle Ong. Sono due le Procure siciliane che indagano sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo, dopo che la richiesta di avocazione da parte dei pm palermitani che avevano individuato l’associazione per delinquere come reato più grave di loro competenza, come pubblicato da Panorama nel maggio scorso, non ha più avuto esito, probabilmente per la mediazione del procuratore nazionale antimafia.
In dirittura di arrivo è la Procura di Trapani, che attende l’esito delle ultime indagini delegate alla Squadra mobile per chiudere, entro probabilmente i prossimi due mesi, la prima tranche dell’inchiesta nata dal sequestro della nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet, bloccata nell’agosto nel porto di Lampedusa e poi scortata nel capoluogo siciliano con l’accusa di intese con gli scafisti, ostacolo continuo alle indagini, violazione delle regole di ingaggio e restituzione dei gommoni ai trafficanti, in una parola favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contestata al comandante e ad alcuni componenti dell’equipaggio.
Quella trapanese, che vede indagate altre tre Ong sulle quali le indagini proseguiranno, è la fase più avanzata delle inchieste condotte dal Servizio centrale operativo della polizia in Sicilia, sfociata in estate nel sequestro della Iuventa dopo gli allarmi, lanciati in aprile nelle commissioni difesa e Schengen, del procuratore catanese Carmelo Zuccaro contro il ruolo “anomalo’’ delle Ong nel Mediterraneo. Il procuratore catanese, il cui ufficio domenica ha emesso il sequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms a Pozzallo, ricostruì davanti ai parlamentari l’ingresso “in mare’’ delle Ong nell’estate 2016, sostenendo che avrebbero, di fatto, preso il posto dei “facilitatori’’ degli scafisti che accompagnano i viaggi della speranza verso l’approdo sulle coste italiane: “Li precedevano, segnavano la rotta, predisponevano le vettovaglie’’, disse Zuccaro, ma vennero presto individuati dalla Marina militare e intercettati. E quando Mare Nostrum concluse il suo impegno e arrivò la missione europea Eunavoformed-Sophia, le navi in un primo tempo vicine alle coste libiche resero inutile il ricorso ai facilitatori.
Solo quando venne concordato un nuovo assetto più lontano dalle coste, sostenne Zuccaro, e quindi occorrevano di nuovo i “facilitatori’’ Zuccaro registra “con sospetto’’ la comparsa in mare delle Ong, con una flotta allora di 13 navi e due droni. È il periodo in cui Luigi Di Maio parla di “taxi del mare’’, con le navi Ong, segnalate da tracciati radar e Gps, troppo vicine alle coste libiche. Tracciati acquisiti dalla Procura di Catania che indaga anche sulle fonti di finanziamento delle Ong, le cui navi costano anche decine di migliaia di euro al giorno. Accuse sempre respinte dalle Ong che hanno sostenuto l’esclusivo carattere umanitario dei propri interventi in mare a tutela della vita dei migranti.
Donazioni umanitarie, calo del 5-10%. Solo Msf ha perso 4 milioni (su 60)
Quattro milioni di danni. È la stima di Medici Senza Frontiere (Msf) dopo le polemiche, le inchieste e gli attacchi che l’anno scorso hanno colpito le Ong impegnate tra Italia e Libia. “Il calo delle donazioni potrebbe essere ben maggiore, perché soltanto nel 2019 sapremo quanto hanno dato gli italiani nel 2017 con il 5 per mille. E la raccolta è avvenuta proprio nel periodo delle polemiche”, racconta Annalaura Anselmi, direttore della Raccolta Fondi per Msf Italia.
Il danno alla reputazione potrebbe aver pesato molto sulle donazioni degli italiani. Il calo denunciato dalle Ong in Italia oscilla tra il 5 e il 10% (era arrivato al 20% l’estate scorsa). E rischia di avere ricadute concrete sui progetti portati avanti nel Mediterraneo e nel Terzo mondo: “Noi raccogliamo circa 60 milioni l’anno – spiega Anselmi – e quest’anno stimiamo di aver subito un danno del 7%. Msf (che dal 2015 ha soccorso 75.800 migranti tra Africa e Italia) investe nel Mediterraneo circa l’1% dei fondi, il resto viene utilizzato per esempio negli ospedali del Congo, nelle campagne vaccinali che stiamo realizzando in Repubblica Centrafricana. O per gli ospedali nelle zone di guerra, dalla Siria allo Yemen”. Msf impiega così le sue risorse: per ogni euro raccolto con le donazioni circa 0,82 centesimi sono impegnati direttamente sul campo, mentre 0,16 finanziano la raccolta fondi e 0,04 vanno alle spese generali. Un impegno che in Italia consente di inviare nelle zone delle operazioni 400 persone l’anno. Anselmi sottolinea: “Msf si finanzia solo con donazioni private – cittadini, imprese e fondazioni – e non ricorre a fondi pubblici per tutelare la propria indipendenza”.
Va un pochino meglio per Save The Children. Valerio Neri, direttore generale per l’Italia, tenta una stima: “Ci potrebbe mancare il 4,5% delle donazioni. Ma quel che più rattrista è che mesi di polemiche e di notizie spesso riportate in maniera confusa e superficiale hanno minato la fiducia generale nei confronti del lavoro di ottime organizzazioni umanitarie”.
Moas, l’Ong maltese da tempo oggetto di polemiche, riferisce “di aver subito un calo delle donazioni già dal dicembre 2016”. Difficile dire se dipenda anche dal clima che si respira tra Italia e Libia – segue altre emergenze umanitarie in Asia.
Nella zona delle operazioni restano due navi e tre ong: Sos Mediterranée (che ospita personale Msf) e Sea Watch. Nel 2018 in Italia sono sbarcati 6.161 migranti, il 71% in meno del 2016. L’emergenza è calata, ma non finita. Bisognerà capire se dopo l’inverno, quando la presenza delle ong si riduce sempre – le ong torneranno sul campo.
Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia, ha un timore: “Nove italiani su dieci non distinguono tra le Ong. Questo clima di sospetto colpisce tutti, anche Ong serissime come Msf. Anche noi che non siamo presenti nel Mediterraneo”. E poi ci sono loro, quelli che operano sul campo: “Prima dell’estate scorsa tutti ci vedevano come angeli – racconta Anselmi –, poi ci è piombato addosso il sospetto. È stata dura per i volontari, per chi lavora in zone a rischio e si è sentito solo”.
Il sospetto sulla Ong catalana: “In contatto con gli scafisti”
La Procura di Catania si muove su un doppio binario: una certezza e un sospetto. Da un lato è certa che “gli indagati – si legge nel decreto di sequestro della nave Open Arms, eseguito domenica – hanno agito con l’unico scopo di approdare in Italia”. Dall’altro, ipotizza contatti tra i volontari e gli scafisti. E per i tre indagati l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Parliamo del comandante della nave Creus Beig, del capo missione Montes Mier e del coordinatore generale della Ong catalana, Gerard Canals. Secondo il pm Fabio Regolo, l’approdo della nave con 218 migranti compresi minori e potenziali richiedenti asilo, poteva e doveva avvenire altrove. L’approdo a Pozzallo (Ragusa) non era “necessario, né imposto dalla situazione, in quanto avrebbero potuto e dovuto attenersi alle indicazioni tempestivamente e reiteratamente fornite da Imrcc (Guardia costiera, ndr) a Roma in conformità al citato Codice di autoregolamentazione”. È il testo al quale, su proposta del governo, ha aderito la gran parte delle Ong che operano nel Mediterraneo. Le destinazioni teoricamente possibili erano Malta e la Spagna.
La questione è controversa: “Il diritto penale non ha come fonti i codici di condotta ministeriali e gli accordi internazionali”, ha commentato ieri il giurista Fulvio Vassallo Paleologo, esperto in diritto dell’immigrazione. Lo scenario dell’indagine va però oltre il cosiddetto Codice Minniti: il sospetto è che il salvataggio sia passato anche attraverso contatti con gli scafisti. L’ipotesi nasce dalle analisi delle posizioni in mare, che avrebbero visto la Open Arms “al posto giusto nel momento giusto”, e di alcuni “buchi” nella sua localizzazione, che potrebbero indicare lo spegnimento del transponder a bordo.
L’indagine si concentra sugli eventi del 17 marzo “a seguito delle attività di soccorso effettuate il 15 marzo nelle acque internazionali antistanti la Libia”. Si basa sulla relazione della Capitaneria di Porto di Pozzallo, sull’analisi dei video e sulle stesse dichiarazioni che Reig e Montes Mier hanno rilasciato come persone informate sui fatti. Circostanza inusuale: di solito, se un testimone mette a verbale fatti che lo accusano, l’audizione viene sospesa affinché nomini un difensore. Per i due, invece, l’accusa è giunta il giorno dopo. L’avvocato Alessandro Gamberini, nominato ieri dai responsabili di Proactiva, contesterà il sequestro all’udienza di convalida. “Non ho ancora potuto parlare con i miei assistiti – premette il legale –. Mi colpisce, però, questa contestazione di associazione a delinquere sulla base di un singolo episodio, l’unico elemento capace di radicare la competenza alla Procura distrettuale di Catania (altrimenti sarebbe toccato a Ragusa, ndr). E mi colpisce che i miei assistiti siano stati ascoltati come persone informate dei fatti, senza difensore, e le loro dichiarazioni, inutilizzabili, siano contenute nel decreto di sequestro”.
Ma perché la Procura accusa di aver voluto portare deliberatamente i migranti in Italia? La risposta è nella relazione della Guardia costiera italiana. Secondo l’accusa, per la Ong non esiste la scriminante dello stato di necessità: “La Guardia costiera libica era in zona e assumeva il comando del coordinamento”. Certo si può obiettare che, come ha rivelato ieri Famigliacristiana.it e come ha confermato al Fatto la Imo (Organizzazione marittima internazionale), la Libia non ha mai comunicato i dati ufficiali della sua area Sar, ovvero dell’area di intervento per i soccorsi. Peraltro, al Fatto risulta che la sala operativa libica sia sfornita di radar e controlli aerei. Resta che la Guardia costiera italiana ha chiesto alla Open Arms di rispettare le norme per l’approdo: chiedere cioè a Malta e alla Spagna, di cui batte bandiera. Negli atti si legge che la Imrrc di Malta “riferiva di non aver ricevuto alcuna richiesta”.
Alla fine di un estenuante braccio di ferro, le autorità italiane concedevano alla Open Arms l’attracco a Pozzallo e, in mancanza di richieste alle autorità maltesi e spagnole, la Procura catanese s’è convinta che la Ong aveva “l’unico scopo di approdare in Italia”. Se questo sia sufficiente a sequestrare la nave e contestare l’associazione per delinquere potrà già valutarlo il gip. Il coordinatore generale della Ong, Gerard Canal, annunciando che Proactiva continuerà i soccorsi con altre navi, ha commentato: “Proteggere la vita umana dovrebbe essere la priorità assoluta di tutti e invece hanno inventato il crimine di solidarietà”. La Catalogna e l’Italia della solidarietà sono con lui.
Nettuno, traballa un’altra giunta M5S: lasciano 5 assessori
Dopo Pomezia, Nettuno. Per le giunte dei Comuni a 5Stelle in provincia di Roma, ormai quasi un’enclave del Movimento, è un momento di crisi. Ma se a Pomezia tutti gli assessori si erano dimessi contro il sindaco Fabio Fucci, “colpevole” di volersi ricandidare per un terzo mandato violando le regole del Movimento, a Nettuno, Comune di 50 mila abitanti sul litorale, 5 dei sei assessori si sono dimessi per una frattura con i dieci consiglieri del Movimento. Uno scontro durissimo, che tre giorni fa aveva portato i consiglieri a presentare una mozione di sfiducia, in cui al sindaco Angelo Casto di revocare al vicesindaco e a due assessori, a loro avviso rei di “scelte non condivise con il gruppo”. E proprio il sindaco ora parla di “crisi di tipo relazionale, una frattura tra una parte della maggioranza e questi cinque assessori”.. E minimizza: “Come tutte le famiglie ci sono degli screzi interni…”. Ieri ha organizzato una riunione interna assieme a una consigliera regionale, e presto potrebbe convocare un consiglio comunale straordinario. Ma la Nettuno a 5Stelle traballa.