Dopo 15 giorni abbiamo gli eletti (tranne uno)

Adesso ci siamo davvero. Mentre ieri i neo-senatori sbrigavano le pratiche di inizio legislatura – tesserino, registrazione, consegna della Costituzione – la Corte di Cassazione ha diffuso l’elenco dei 618 eletti alla Camera, che si aggiungono ai dodici delle circoscrizioni estere.

Tra riconteggi e verifiche ci sono voluti quindici giorni per i risultati definitivi, complici i cavilli del Rosatellum nella ripartizione dei resti. E se in Senato – eletto su base regionale – il quadro era più chiaro già da qualche giorno, alla Camera fino all’ultimo sono rimasti in bilico una decina di seggi.

Ieri hanno esultato sei candidati del Movimento 5 stelle, ripescati grazie al fatto che in Sicilia e nel collegio Campania 1 i grillini avessero ottenuto più seggi di quanti fossero i candidati nei listini. Ma nei giorni scorsi il flipper dei riconteggi aveva rimescolato le carte di continuo. In Calabria il caso che ha fatto più discutere: grazie all’assegnazione delle schede contestate in Corte d’appello, Fausto Orsomarso (Fratelli d’Italia) ha strappato il seggio alla forzista Maria Tripodi, scatenando l’ira dei berluscones. Tra i primi a protestare c’è Maurizio Gasparri: “Sono emerse evidenti anomalie. Tutto il partito si mobiliterà per denunciare cifre elettorali stranamente modificate”. Gli fa eco la deputata Laura Ravetto: “Forza Italia sarà ferma nel sostenere le sua ragioni al fine di ristabilire la corretta assegnazione del seggio”.

Eppure, come detto, il presunto scandalo non solo trattiene il voto all’interno della coalizione, ma non ha neanche ripercussioni sul numero di seggi camerali ottenuto da Forza Italia. Il Rosatellum – cioè la stessa legge elettorale votata dai forzisti – prevede infatti che il totale dei parlamentari di ogni partito, una volta stabilite le percentuali nazionali, non cambi con le oscillazioni locali. A cambiare è solo la circoscrizione in cui il candidato viene eletto: il seggio perso da Forza Italia in Calabria torna dunque altrove, tassello intermedio di un effetto domino nazionale. Viceversa, Fratelli d’Italia deve cedere da qualche altra parte. Calcoli e percentuali dicono che per un’inezia – 200 voti – l’escluso è Luca De Carlo, sindaco FdI di Calalzo di Cadore, nel bellunese. Ma se De Carlo esce, allora il Veneto può eleggere al suo posto il salviniano Giuseppe Paolin, che a sua volta condanna un leghista da qualche parte d’Italia a perdere il seggio. Il bastoncino più corto tocca a Stefania Segnana, candidata in Trentino, che all’ultimo momento deve disdire il trasloco a Roma e consegnare il posto a Michaela Biancofiore (Forza Italia).

Tutto finito? Macchè: Biancofiore, pluricandidata nel piacentino, può ora lasciare il seggio emiliano alla compagna di lista Francesca Gambarini, riequilibrando – finalmente – il seggio calabrese da cui tutto ha avuto inizio.

Miracoli del Rosatellum, che comunque alla Camera hanno permesso una quadratura, per quanto complessa. Lo stesso non si può dire del Senato, dove il conto è completo da tempo ma rimane irrisolta la questione della Sicilia. Anche a Palazzo Madama i 5 Stelle hanno eletto più senatori di quanti candidati fossero in lista, ma la Costituzione, imponendo una ripartizione su base regionale, impedisce di recuperare qualche escluso in altre Regioni.

La Corte d’appello di Palermo non ha potuto far altro che alzare le braccia: la legislatura inizierà con 314 senatori – oltre a quelli nominati a vita –, cioè uno in meno di quelli previsti dalla Carta. Se ne occuperà, coi suoi tempi, la Giunta per elezioni del Senato, sempre che riesca a trovare una soluzione entro la fine della legislatura.

Di Maio apre sui ministri. E nel Pd iniziano a pensarci

“Io sono sereno, ormai questo termine l’abbiamo sdoganato”. Nella pancia di Palazzo Madama, di fronte a un centinaio abbondante di senatori a 5 Stelle, Luigi Di Maio ride. Ha appena usato un’espressione renzianissima per assicurare all’assemblea che il pallino del gioco l’ha lui, il candidato premier del M5S. “Per il governo abbiamo ottime possibilità, sono molto fiducioso, una forza con i nostri numeri è difficile metterla all’angolo”, giura. Ma la stretta via per Palazzo Chigi passa attraverso due passaggi. Il primo, ormai ripetuto allo sfinimento, è che “la questione delle presidenze delle Camere è slegata da quella del governo, sono dinamiche diverse”.

Ergo, l’accordo si può chiudere innanzitutto con la Lega, ma l’intesa con il Carroccio si fermerà (o si fermerebbe) solo alle cariche dei Palazzi. Però la frase chiave è la successiva: “Dei ministri si parla col presidente della Repubblica, dei temi invece con i partiti politici”. Ovvero con le altre forze, e in primis Pd e LeU, si cercherà un accordo sui punti di programma. Ma l’intesa potrà passare anche attraverso la scelta di nuovi ministri rispetto alla squadra già presentata da Di Maio il 1°marzo. Non intoccabile, ammette il candidato premier.

E i nuovi nomi, spiega, verranno trovati assieme a Sergio Mattarella, o comunque vidimati da lui, l’uomo del Colle, a cui i 5Stelle chiedono di convincere la sinistra a vincere paure e (ovvi) rancori, facendo da mastice di un accordo di governo. Da rafforzare con la nomina di tecnici di peso, e con una storia di sinistra. È questa, la mossa di Di Maio. Rivolta al Pd, a cui chiede sempre di liberarsi di Renzi. E colpisce, anche perché poche ore prima, a Radio Capital, un post-renziano come Matteo Richetti l’aveva quasi invocata: “Bisogna capire se la proposta sul tavolo è un governo Di Maio con quei ministri e un programma che fatico a comprendere, e allora siamo molto lontani, o se si tratta di qualcosa di diverso”. Tradotto: se si tratta sulla squadra, e magari sul nome del premier (ma questo sarà un’impresa), se ne può parlare.

Un paio di ore dopo, il Movimento fa trapelare sulle agenzie le parole di Di Maio sui ministri, mentre in assemblea la comunicazione dispensa consigli agli eletti: “Parlate pure con i giornalisti, raccontate le vostre impressioni. Ma su eventuali accordi di governo con Lega o Pd rispondete che seguiremo il nostro metodo”. Insomma, non siate ostili. Ma sulla domanda delle domande non esponetevi. Anche perché le intese sono affare del capo politico Di Maio, “mentre a noi spetta dare la fiducia a un futuro governo” come teorizza dopo la riunione il neo senatore Gregorio De Falco.

Dall’altra parte del fiume, il Pd si agita. Perché è stato un piccolo sisma, l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera di domenica, in cui l’ex segretario del Pd apriva cautamente ai 5Stelle: “A certe condizioni e con la regia del Colle il Pd dialoghi: se a fine crisi emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche, come politiche sociali e adesione alla Ue, sarebbe bene discuterne”. Così ecco il Richetti mattutino.

E anche Ettore Rosato: “Non sono d’accordo a fare un governo con i 5 Stelle, ma potrebbe essere utile una consultazione degli iscritti, anche sulla possibilità di fare un esecutivo”. Così in serata irrompe Matteo Orfini, ancora in linea con Renzi, che risponde a muso duro, a tutti. Partendo da Veltroni: “La sua proposta è radicalmente sbagliata, il nostro programma è diverso da quello dei 5 Stelle e non è possibile alcuna convergenza”. Quanto al referendum, “è uno strumento dello Statuto, se qualcuno vuole ricorrervi può chiederlo. Ma mi pare che gli iscritti siano contrari”. Insomma, fuoco contrario. E la conferma che dentro i dem qualcosa si muove: eccome.

L’assessore Sgarbi già si dimette: “Mi vuole cacciare Musumeci”

Dura poco l’esperienza di Vittorio Sgarbi come assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia: “Il presidente Musumeci non vede l’ora che io me ne vada – ha detto il critico d’arte, appena rieletto alla Camera dei deputati – e non sarò più assessore. Hanno deciso loro che me ne devo andare, non ho scelto io”. L’annuncio è arrivato durante la presentazione della mostra “Antonello incontra Laurana” a Palermo. “È l’ennesima sgradevolezza nei confronti di un grande professionista quale io sono”, ha aggiunto. Ma l’assessore non andrà via subito: vuole restare in carica fino a maggio. “Ho un piccolo ricatto per Musumeci, – ha detto Sgarbi – il 27 aprile arriva un mecenate che porterà 39 milioni per Selinunte. Non li dà a me, ma deve trattare con me. Con chi tratterà se me ne vado? Fossi Musumeci aspetterei”. Nei confronti di Sgarbi è arrivata la solidarietà di Gianfranco Micciché, presidente dell’Ars e plenipotenziario di Forza Italia in Sicilia: “Sono davvero dispiaciuto che Vittorio Sgarbi vada via, perché oltre che un amico è una persona straordinaria”.

Le parole dei giudici che smentiscono Romani

Fa presto il senatore Paolo Romani a declassare il tutto alla “mancata vigilanza” di un padre sulla figlia. A definire “vicenda assurda” la sua condanna per peculato, in modo da tornare in lizza per la poltrona di presidente del Senato a cui Forza Italia continua a candidarlo, nonostante il veto di Luigi Di Maio su chi abbia subìto condanne.

“Mia figlia ha incautamente ma inconsapevolmente usato un dispositivo di cui ammetto di aver dimenticato l’esistenza”, ha sostenuto Romani in un’intervista a il Giornale per spiegare come mai sette anni fa il cellulare che il comune di Monza gli aveva dato in qualità di assessore, veniva in realtà usato da sua figlia. “Ero spesso lontano – afferma Romani, in quel periodo anche ministro del governo Berlusconi – e mia figlia quindicenne lo prese. Io me ne accorsi quando mi arrivò una bolletta da 12 mila euro di traffico dati”. Ma la sentenza della Cassazione dice il contrario, confermando quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano: fu lo stesso parlamentare a dare la sim del Comune alla figlia che, tra gennaio 2011 e febbraio 2012, ne fece “un utilizzo che non è avvenuto all’insaputa del Romani, ma con il suo pieno consenso”. E la sim fu usata pure negli Stati Uniti.

La vicenda viene a galla nel 2012, quando il Giornale di Monza scopre che al cellulare anziché l’esponente di Forza Italia risponde sua figlia. Ne nasce un’inchiesta della pm di Monza Donata Costa, in seguito alla quale nel 2014 Romani viene condannato con rito abbreviato per peculato a un anno e quattro mesi di reclusione, con pena sospesa. Condanna confermata nel 2016 in appello con una sentenza che l’anno scorso viene annullata dalla Cassazione solo nella parte in cui non ha riconosciuto le attenuanti per la tenuità del fatto. La Corte d’Appello di Milano nei prossimi mesi potrebbe ridurre la pena, ma il peculato resta: “Infondata è la tesi difensiva con cui si sostiene l’inoffensività della condotta posta in essere dall’imputato”, scrivono infatti i giudici della Cassazione, secondo cui Romani ha dato il suo “pieno consenso” all’uso della sim da parte della figlia. E a tal proposito citano le “numerose telefonate” ricevute dal politico da quell’utenza. E richiamano un’altra vicenda: a un certo punto la figlia perde la scheda, ma a presentare la denuncia di smarrimento è Romani, “in quanto formalmente era lui che avrebbe dovuto utilizzarla in modo esclusivo”. L’ex ministro chiede una nuova sim con lo stesso numero e la dà di nuovo alla figlia. Tutte circostanze che per la Cassazione sono “la prova risolutiva della conoscenza da parte del Romani che la sim era usata da lei”.

Romani, che alcuni mesi dopo lo scoppio del caso aveva risarcito il Comune, in questi giorni ha sostenuto anche questo: “La Cassazione, riconoscendo la tenuità del fatto, ha chiesto alla Corte d’Appello di riconsiderare l’eventuale condanna”. La frase, ambigua, lascia intendere che la condanna in futuro potrebbe essere cancellata. Ma le cose, anche qui, non stanno così.

La Cassazione ha chiesto solo che venga motivata di nuovo la sussistenza o meno delle attenuanti. La Corte d’Appello dovrà valutare il contratto della sim che prevedeva un plafond da 180 euro a bimestre oltre il quale ogni spesa sarebbe stata a carico di Romani. Come danno al Comune, in sostanza, potrebbero essere contati non i 12mila euro delle bollette, ma solo gli importi del plafond, a carico del comune ma usati dalla figlia. In ogni caso, la condanna per peculato non la toglierà nessuno.

FI-Lega trattano: per il Senato corre anche la Bernini

Paolo Romani scende, Anna Maria Bernini sale. In palio c’è la presidenza del Senato. E, intorno a quella, si gioca la tenuta dell’alleanza di centrodestra che va insieme alla partita del governo e al futuro della leadership di Matteo Salvini. “Nulla è deciso”, chiarivano ieri, a sera, dal quartier generale del segretario del Carroccio. Il quale tra oggi e giovedì si confronterà con tutti. Con gli alleati: domani c’è un vertice a Roma con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Con Luigi Di Maio: prevista almeno un’altra telefonata. Con Maurizio Martina, in quanto reggente del Pd: in agenda, un incontro.

Venerdì iniziano le votazioni sia a Montecitorio che a Palazzo Madama: i Cinque Stelle puntano alla presidenza della Camera, Forza Italia non molla sulla presidenza del Senato. Lo schema di gioco che si fa strada in queste ore – almeno dal lato del centrodestra – vede un Salvini che vuole almeno provare a giocarsi la partita del governo. Per questo non deve rompere con il suo alleato, ma nello stesso tempo deve mantenere il filo con i Cinque Stelle. Magari per decidere in un secondo momento chi scaricare. O per provare a mettere in piedi un governo con i Cinque Stelle, tenendo dentro con qualche modalità anche Silvio Berlusconi.

Salvini, per ora, sta tra due fuochi. Sia Giorgia Meloni che Berlusconi lo stanno mettendo alle strette: o la presidenza del Senato o la premiership. Tutto non si può avere. Anche perché a Palazzo Madama, Forza Italia dopo aver inglobato i quattro dell’Udc è il secondo gruppo, dopo M5S e sopra la stessa Lega.

E dunque, l’ipotesi per tentare la quadratura del cerchio sarebbe quella di lasciare la presidenza di Montecitorio ai 5 Stelle e la presidenza di Palazzo Madama a FI, e cercare di avere così i voti non solo degli alleati, ma anche del Movimento. Le quotazioni di Romani, che è condannato per peculato e sul quale c’è il veto grillino, sono in discesa. Al suo posto si parla della Bernini, che fu coinvolta, senza conseguenze penali, nell’inchiesta di Bari sui concorsi truccati all’università. Donna, ex ministro del governo Berlusconi, giurista, potrebbe essere considerata una figura con lo standing necessario. Si tratta di una partita a poker: per puntare alto, Salvini potrebbe perdere tutto. Così, il Carroccio si tiene la possibilità di lavorare per un suo uomo a Palazzo Madama: tra le ipotesi che si fanno c’è quella di Roberto Calderoli (anche su di lui c’è veto 5 Stelle), ma anche di Giulia Bongiorno. Di Maio alla Camera preferirebbe giocarsi la carta Riccardo Fraccaro, piuttosto che quella di Emilio Carelli.

Il Pd continua a non avere richieste da avanzare sulle presidenze. Al Nazareno, anche dopo i colloqui di questi giorni, potrebbero accontentarsi di due vicepresidenti e due questori (uno per Camera). Magari per entrare in gioco dopo: i dem puntano a far parte di un governo di tutti, che in questo momento potrebbe essere a “trazione” 5 Stelle. Ma intanto si parla pure col centrodestra: Matteo Renzi, che è silente da giorni, qualche scambio di messaggi con Salvini l’ha avuto.

“Ho ascoltato, lasciatemi qualche ora di tempo per riflettere, ci sto lavorando”, ha detto ieri sera Salvini, riferendosi alla scelta del candidato del centrodestra alla presidenza del Friuli-Venezia Giulia. Nei giorni scorsi sembrava fatta per l’ex governatore Renzo Tondo (oggi con Fitto in NcI), ma poi la base del Carroccio ha chiesto una candidatura di un esponente leghista. La soluzione per Udine andrà trovata insieme a quella per tutto il resto.

L’arma letale per il Cnel: Rosato

Giusto per smaltire qualche scoria del dopo voto si potrebbe proporre all’ottimo e sempre allegro Ettore Rosato di affiliarsi al Cnel. E involontariamente liquidarlo. Titolare della più squinternata legge elettorale grazie alla quale ancora non sappiamo a chi assegnare una dozzina di collegi, Rosato ha la creatività, l’efficacia e l’incompetenza che servono a estinguere il Cnel, l’ente più inutile della nostra storia recente, rinato grazie al massaggio cardiaco del referendum renziano (quello del 4 dicembre 2016) che proponeva inutilmente di abolirlo. Il Consiglio nazionale di economia e lavoro, scalda da mezzo secolo 64 poltrone di altrettanti consiglieri a rimborso spese, accomodati nella bellissima Villa Lubin. Da laggiù sforna consigli che nessuno ascolta. Per l’esattezza 970 tra “pareri e rapporti” rimasti illibati, oltre a 14 proposte di legge, purtroppo finite nel cestino. Una tragedia professionale, ma anche una fantastica gag dell’antipolitica. Che minaccia di durare, visto che il governo ha appena rinnovato i ranghi dei consiglieri, sotto la presidenza di Tiziano Treu. Ma se Rosato accettasse di occuparsene, tutto finirebbe presto e bene, con un lieto funerale.

Lega calcio, Cairo&C. chiedono aiuto fuori: Miccichè presidente

Per mesi, la Lega Calcio non è riuscita a trovare un presidente e dunque ha subìto il commissariamento del Coni da parte di Giovanni Malagò. Da ieri la Lega ha finalmente il suo presidente, scelto all’unanimità dai 20 patron delle squadre di Serie A. Si tratta di Gaetano Miccichè con una passato che va dalla laurea alla Bocconi di Milano al Consiglio di amministrazione di Alitalia, dalla carica di direttore generale di Intesa Sanpaolo a quella di presidente di Banca IMI. Manager di lungo corso, con una vasta esperienza soprattutto nel mondo industriale e dell’alta finanza, Miccichè è nato a Palermo nel ‘50. Suo fratello Gianfranco, da sempre ras locale di Forza Italia, ora presiede l’assemblea regionale. Forte è anche il legame con il mondo del calcio, l’altro fratello Guglielmo, è infatti vice presidente del Palermo di Zamparini. Il primo a congratularsi con Miccichè è stato il ministro dello Sport, Luca Lotti. E ora si inizia a fare subito sul serio perché MediaPro, la società spagnola che ha acquistato i diritti tv della Serie A per oltre un miliardo di euro, deve trovare un modo per guadagnarci dall’investimento e far trasmettere le partite.

Olimpiadi 2026, Malagò ha già scelto Milano mandando una lettera al Cio

Chiara Appendino ha firmato la manifestazione d’interesse. E adesso anche Luigi Di Maio benedice le Olimpiadi di Torino 2026: “Sono un’occasione da cogliere in un’ottica di sostenibilità economica, ambientale e sociale”, ha scritto su Twitter il leader del Movimento.

Peccato che il Coni abbia già mandato al Cio una lettera sulla candidatura italiana ai Giochi, ed è quella di Milano. Chiamatela vendetta, trappola o semplice legge del contrappasso: un anno e mezzo dopo il gran rifiuto di Virginia Raggi a Roma 2024 i rapporti sembrano essersi ribaltati. E al Foro Italico osservano divertiti le fibrillazioni olimpiche del M5S. Soprattutto perché Giovanni Malagò la scelta l’ha fatta da tempo, e porta nella città del suo amico Beppe Sala.

Le cronache degli ultimi giorni gli sono servite soltanto a riaffermare un interesse nazionale intorno ai Giochi che sembrava perduto e guadagnare credito politico: dopo le ultime dichiarazioni, per i 5Stelle sarà più difficile dire di no al momento decisivo. Intanto oggi il grande capo dello Sport andrà al Cio per preparare il terreno alla modifica dei regolamenti internazionali che consentiranno in autunno di lanciare ufficialmente la candidatura italiana. Governo permettendo.

Al Coni gongolano: sembra che ora tutti vogliano le Olimpiadi. Oltre la missiva firmata dalla Appendino, a Roma ne sono arrivate altre cinque, da tre Regioni diverse e riconducibili ad altrettante candidature (Piemonte, Lombardia e Veneto). Quella che conta davvero, però, è la lettera che ha già firmato Malagò ad inizio 2018, quando il numero uno dello sport mondiale, Thomas Bach, aveva inviato a tutti i 205 comitati in giro per il mondo un documento in vista del processo di assegnazione dei Giochi del 2026. L’Italia non si è limitata a rispondere “no, grazie”, come avrebbe imposto il protocollo (visto che Milano già ospita la sessione 2019 in cui verrà annunciata la sede e non potrebbe essere in gara). In poche righe, pesando le parole, il Coni ha lasciato intendere di essere interessato, a patto che lo sia anche il Cio. E ha fatto il nome di un’unica città: Milano. Non solo: il 15 gennaio ha pure commissionato uno studio di fattibilità (costo: 38 mila euro) alla WePlan Srl, società che si è già occupata di Expo 2015 ma pure dei Giochi di Rio 2016, sulla “candidatura di Milano ai Giochi Olimpici invernali 2026”.

Questo significa che gli sforzi di Torino sono stati inutili: il capoluogo piemontese potrà essere coinvolto, come partner, per un paio di discipline minori (si parla di bob e salto; sicuramente non lo sci che sarà a Bormio), per cui il Coni pagherebbe al Comune un canone di affitto, finanziando qualche lavoro sugli impianti. Con buona pace di chi sperava di risparmiare utilizzando le strutture del 2006 e portare l’indotto in Piemonte.

Adesso la palla passa al Cio. Non a caso Malagò oggi sarà a Losanna: serve una deroga per permettere all’Italia di candidarsi. Arriverà ad ottobre, nella sessione di Buenos Aires. Ad una doppia condizione, però. La prima è che non ci siano alternative: per il Cio l’Italia è un piano B, la favorita è Sion (che già aveva perso nel 2006 contro Torino), ma il 10 giugno ci sarà un referendum che rischia di affossare la candidatura. Senza la Svizzera, con Canada, Usa e Austria non interessati e la Svezia incerta, per Bach la candidatura italiana sarebbe provvidenziale.

La seconda è che il governo abbia dato il suo pieno sostegno, ma anche qui i contatti di Malagò hanno già fatto buona parte del lavoro: Lega, Pd e Forza Italia sono favorevoli. L’unico rischio per i piani olimpici sarebbe un immediato ritorno al voto, con l’incognita di ritrovarsi a Palazzo Chigi un monocolore M5S (che però intanto si è esposto a favore con Grillo e Di Maio) o una situazione di stallo fino a fine anno. Per questo anche il Coni tifa per un governo di scopo…

Il piano del Colle in tre mosse: Di Maio non sarà il premier

Il voto del 4 marzo ha indicato un podio, non un vincitore. E il podio, se resiste la litigiosa coalizione leghista-forzista più Giorgia Meloni, ospita il gruppo di centrodestra al primo posto con 260 deputati su 630 a Montecitorio e 135 senatori su 315 a Madama. Segue con oltre 330 parlamentari il Movimento Cinque Stelle, chiude – con un distacco rilevante – il Pd affidato al reggente Maurizio Martina e spintonato ai fianchi da Renzi. Il 4 marzo ha consegnato un’Italia frazionata, però non ha stravolto la Costituzione: chi ottiene la maggioranza in Parlamento va a Palazzo Chigi e prende in custodia la campanella da Paolo Gentiloni. Più ipotesi – cioè più percorsi – portano alla formazione di un governo. Il punto di partenza è sempre l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Al Quirinale sono pronti.

Parte il gruppo più forte: il centrodestra, se unito

Pasqua appena trascorsa. Il centrodestra affronta compatto le consultazioni al Colle. A Matteo Salvini conviene, anche se è tentato da un rapido ritorno al voto. Adesso è il capo di un cartello elettorale al 37 per cento, se abbraccia i Cinque Stelle e tradisce Forza Italia – ormai disarmata – rinuncia alla scalata già avviata sui forzisti e retrocede al 17% leghista. Martina non soccorre né Di Maio né Salvini con le spoglie politiche di Berlusconi: i gruppi dem, soprattutto a Palazzo Madama, sono ostaggio di un senatore toscano, Matteo Renzi. Un giorno, forse due, magari tre giorni di consultazioni: variabile innocua, a Sergio Mattarella non resta che affidare un mandato esplorativo a un esponente del centrodestra. Con pazienza, Mattarella aspetta l’esploratore e ne constata l’insuccesso.

 

Luigi tratta per Chigi, ma senza incarico

Altro giro, altra corsa. Tocca ai Cinque Stelle. Al Quirinale, e non soltanto lassù (leggi Europa e Vaticano), hanno apprezzato la versione governista del Movimento e compreso il responso degli italiani. Nel 2013, invece, fallì proprio la lettura del voto. Scartata la coppia Matteo&Silvio e non ben collocato il Nazareno, Mattarella vara il mandato esplorativo bis, stavolta per Di Maio (o per chi sceglie il M5S). Allora Di Maio sfodera il programma, il reddito di cittadinanza, l’abolizione dei vitalizi, la lotta ai corrotti e agli evasori e lo offre – erga omnes – a “chi ci sta”. Per affinità di elettorati, Di Maio citofona al Nazareno e può andare come spesso va da quelle parti: lunghe sedute di analisi collettive, mozioni di qua e di là, correnti che duellano, militanti, petizioni, grafici. A Martina suggeriscono di pronunciare una sillaba: no. Di Maio risale al Colle e, convinto della bontà delle proposte dei Cinque Stelle, può chiedere a Mattarella di cercare i consensi in aula. Il Quirinale – non per citare Martina – fornisce al Movimento la medesima risposta: no. Perché spedire Di Maio in Parlamento con un incarico vuol dire fallire e lasciare – con una bocciatura – i Cinque Stelle al governo per accompagnare l’Italia al secondo voto nel 2018.

Già siamo a maggio o quasi a giugno. Angelino Alfano, che s’è preso un anno sabbatico dalla politica e non si è sfracellato assieme ai centristi il 4 marzo, è sempre ministro degli Esteri. E Maria Elena Boschi, rifugiata a Bolzano per recuperare un seggio, è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il Quirinale è consapevole che il modello Spagna – un anno col governo uscente – può funzionare in Spagna. Non in Italia.

 

La carta disperata : tutti dentro con premier terzo

Mattarella ha un ultimo piano: se stesso, la responsabilità, la credibilità, l’istituzione. Il Quirinale coinvolge i Cinque Stelle per plasmare un esecutivo non politico con una figura di garanzia a Palazzo Chigi – un Giuseppe Tesauro (presidente emerito della Consulta) più che un Raffaele Cantone – e fissare il voto per le due finestre disponibili del 2019 a cavallo delle elezioni europee: fine inverno o inizio autunno. Un governo benedetto dal Colle, che ingloba le richieste dei Cinque Stelle, attrae in maniera automatica i dem di Martina, la truppa di Berlusconi, la sinistra di Grasso. E la Lega? Il ruolo di opposizione unica può giovare a Salvini e pure a chi sta in maggioranza, o meglio, sostiene da fuori un governo del Colle. Qui non esiste una conventio ad excludendum per danneggiare i leghisti, ma in Europa si spaventano per Salvini, mica per Di Maio.

Riaprire le urne nel 2019, e non tra pochi mesi, asseconda Renzi nel progetto di scissione dal Nazareno. L’ex segretario s’è illuso, un attimo, non di più, di controllare i gruppi dem da lontano. Non c’era riuscito neppure da vicino. Così lavora a un partito più centrista che di sinistra, una ridotta di fedelissimi, libera dai debiti del Nazareno e dai Dario Franceschini, Andrea Orlando, Michele Emiliano, pronto ad accogliere gli esuli di Forza Italia, gli elettori, non i Brunetta, appena ingoiati da una Lega Italia di Salvini. Un miraggio? Renzi ha studiato e si ricorda: “Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso”.

Le tappe

 

20 marzo

Dopo il Senato, oggi tocca alla Camera: si aprono le operazioni di accoglienza e registrazione dei deputati

 

23 marzo

Venerdì la prima seduta delle due Camere per eleggere i presidenti. A Montecitorio nella prima votazione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti, nel secondo e terzo scrutinio la maggioranza dei due terzi dei voti, dalla quarta votazione in poi basta la maggioranza assoluta. Al Senato nelle prime due votazioni (venerdì) è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti. Nella terza (sabato) serve la maggioranza assoluta dei voti. La quarta (sempre sabato) è un ballottaggio tra i due candidati che hanno ricevuto più voti in quella precedente

 

25 marzo

Entro questa data i parlamentari devono aver dichiarato il gruppo di appartenenza

 

27 marzo

Entro questa data ogni gruppo deve aver eletto il suo presidente

 

31 marzo

Il premier Gentiloni si dimette

 

2 aprile

Iniziano le consultazioni del presidente della Repubblica