Matteo a 5 Stelle: il bancomat Open per hotel e cene

Carburante, cene, voli, soggiorni, trasferte per assemblee e interviste. Sono le spese che la Fondazione Open e, prima ancora, l’antesignana “Big Bang”, ha sostenuto negli anni per accompagnare l’intera parabola di Matteo Renzi ai vertici della politica italiana. 548.990 mila sono quelle sostenute – secondo la ricostruzione dei magistrati di Firenze – per il solo Matteo Renzi dal 2012 al 2018. Rimborsi concessi nello stesso periodo, seppure in misura minore, ad altri due suoi fedelissimi, gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi, in passato consiglieri della Fondazione. Per Lotti la Open ha coperto spese per 26.955 euro, per la Boschi per altri 5.915 euro. I dettagli di queste spese sono agli atti dell’indagine del pm Luca Turco che ha iscritto, con l’accusa di finanziamento illecito, Renzi, Boschi, Lotti, ma anche Alberto Bianchi, che della Open è stato presidente. Secondo i pm, i contributi volontari incassati negli anni dalla Fondazione sono stati utilizzati per “sostenere l’attività politica di Renzi, Lotti, Boschi e della corrente renziana”. Un’informativa della Finanza del 28 luglio 2021 racconta come.

La Fondazione, scrive la Gdf, nel 2012 ha “fornito il proprio sostegno economico-finanziario” alla “campagna elettorale del candidato Matteo Renzi (…) nell’ambito delle primarie per l’Italia Bene Comune” e “delle elezioni primarie per l’individuazione dei candidati parlamentari” del Pd. Fra il 13 settembre e il 17 novembre 2012, vengono pagati pedaggi e carburante per il tour nazionale “Camper Matteo”, in totale 7.416 euro. Nello stesso periodo, la Fondazione mette a bilancio colazioni, cene e pernottamenti a carattere politico. Il 26 ottobre 2012 il Four Season Hotel di Firenze fattura 712,87 euro al Comune di Firenze “per una cena (…) recante l’indicazione del cliente Matteo Renzi”, ma un post-it corregge: “Deve essere pagata tramite Fondazione. Cena tenutasi dopo l’evento Mandela 26.10.2012 (…) x comunicazione”.

Il 19 dicembre 2012, l’allora Big Bang bonifica “euro 9.501,80 in favore del sindaco di Firenze, Matteo Renzi a titolo di ‘Rimborso spese campagna elettorale’ (…)”. Fra queste, 18 voci per pernottamenti riferibili a Matteo Renzi e alla moglie Agnese Landini (estranea all’inchiesta).

Il 28 aprile 2013, Enrico Letta diventa premier. Ma Renzi continua a viaggiare. A luglio, annotano i finanzieri, riceve 9.742 euro di rimborso per la visita a Berlino da Angela Merkel, “accompagnato dal consigliere della Fondazione, Marco Carrai”. Il 6 giugno 2013, Renzi è a cena a Firenze “con De Benedetti, Ezio Mauro, Baricco, Parlamentari & C.” (estranei all’inchiesta). Il conto è di 1.080 euro, paga la Fondazione: quel giorno, annota la Gdf, a Palazzo Vecchio si svolgeva la prima giornata della “Repubblica delle Idee”. Il 15 dicembre 2013, Renzi diventa segretario del Pd e il 21 febbraio 2014 prende il posto di Letta a Palazzo Chigi. Qualche giorno prima, il 27 gennaio, la Open gli rimborsa 3.050,75 euro (anche) per aver partecipato a feste e assemblee del Pd. Prima, il 9 gennaio, arriva in Fondazione un’email con una fattura per un pranzo, ancora al Four Season: “Doveva pagare il Comune – scrive una segretaria – ma (…) la nostra dirigente (…) ha chiesto di far pagare alla Fondazione”, a causa di “una bottiglia di Tignanello il cui costo avrebbe attirato l’attenzione dell’opposizione”.

I rimborsi, per la Gdf, sono proseguiti anche dopo la nomina a premier: “Nel 2016, nel conto ‘Biglietteria viaria (aerea, fs, ecc)’ sono stati imputati costi complessivi per euro 6.281,75”, mentre alla voce “spese telefoni cellulari” spuntano due fatture da 15.876,12 e 14.434,62 euro, datate 30 giugno e 31 agosto 2016, riferibili a “utenza Matteo Renzi”. Renzi lascerà Palazzo Chigi il 7 dicembre 2016. Il 2 marzo 2017 spenderà 9.020,10 euro per volare da Roma a San Francisco. Ovviamente, paga Open.

Aabia, banche e Benetton: chi paga Renzi conferenziere

C’è una società di consulenza del Regno Unito e anche un quotidiano coreano. E ancora: due società italiane di cui una fondata da Alessandro Benetton e persino il ministero delle Finanze dell’Arabia Saudita. Ecco chi paga gli speech di Matteo Renzi. In totale, dal 2018 al 2020, il senatore oggi leader di Italia Viva, ha guadagnato (non solo con gli speech) oltre 2,6 milioni di euro in totale. Il dettaglio degli incassi (legittimi) dell’ex premier, sia per le conferenze ma anche per altro, ad esempio per i libri, sono finiti agli atti dell’indagine della Procura di Firenze. Qui Renzi è accusato di concorso in finanziamento illecito assieme agli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Al centro dell’indagine ci sono i contributi volontari finiti nelle casse della Open, che i magistrati ritengono essere stata un’articolazione politico-organizzativa della corrente renziana del Pd. Sono migliaia gli atti depositati dai pm. Tra questi c’è anche un’informativa del 10 giugno 2020 della Guardia di Finanza che contiene anche gli estratti del conto corrente intestato a Renzi. Gli incassi dell’ex premier non sono oggetto di indagine: non è per questo che Renzi è finito sotto inchiesta. Leggendo l’informativa della Finanza però si scoprono i dettagli (alcuni finora inediti) dell’attività di speaker del senatore. “Svolgo attività previste dalla legge ricevendo un compenso sul quale pago le tasse in Italia – ha ribadito più volte in passato il leader di Italia Viva –. La mia dichiarazione dei redditi è pubblica. Tutto è perfettamente legale e legittimo”.

Nell’informativa della Finanza dunque è scritto: “Tra gli allegati alla segnalazione per operazioni sospette, risulta accluso l’estratto, dal 14 giugno 2018 al 13 marzo 2020, del conto corrente (…) Bnl – filiale Senato Roma, intestato a Matteo Renzi”. La lista dei bonifici in entrata è lunga: “Dalla disamina dell’estratto conto – scrivono le Fiamme Gialle –, si rilevano: in avere per complessivi 2.644.142,48 euro”. E poi aggiungono: “In dare, uscite per 2.543.735,66 euro, di cui 1.221.009 sono bonificati verso altro rapporto intestato allo stesso Renzi”. Vediamo dunque i dettagli degli incassi del premier dal 2018 al 2020.

Presta&Serra 653mila euro dalla Arcobaleno tre stl

Oltre 653mila euro arrivano in totale in questi due anni dalla Arcobaleno Tre srl, società di cui è amministratore unico Niccolò Presta, figlio di Lucio, l’agente dei più noti volti della televisione. Tra Renzi e la Arcobaleno Tre, come già raccontato dal Fatto, ci sono sei scritture private: quattro per il documentario Firenze secondo me, una per conferire alla Arcobaleno Tre “mandato esclusivo” a rappresentarlo e una per la realizzazione di “opere dell’ingegno”. I rapporti tra la società e l’ex premier non sono oggetto dell’indagine fiorentina, bensì di un’altra Procura, quella di Roma dove Renzi è indagato per finanziamento illecito perché i pm capitolini ritengono che quelli con la Arcobaleno Tre siano stati “rapporti contrattuali fittizi” dietro i quali si celerebbe un presunto finanziamento alla politica. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Firenze. Nell’elenco dei soldi finiti sul conto corrente di Renzi ci sono 507mila euro circa dalla Celebrity Speakers Ltd, “società global speaker del Regno Unito”. La somma di oltre mezzo milione sarebbe il totale di più pagamenti: comprende più speech svolti dall’ex premier per l’agenzia internazionale che promuove relatori famosi per le conferenze. “Questa è la società con la quale Renzi lavora di più – spiegano fonti vicine all’ex premier –. I suoi speech vanno da un minimo di 20 a un massimo di circa 50mila euro”.

147.300 euro invece arrivano da Algebris, “società di gestione del risparmio – la descrivono gli investigatori ma in un’altra informativa, quella del 17 febbraio 2021 – con sede a Londra (…) riconducibile a Davide Serra”, in passato finanziatore della Open (mai indagato). “La cifra pagata è la somma totale di almeno cinque o sei speech”, aggiungono le nostre fonti. Con Serra, Renzi figura tra i consiglieri dell’Algebris Policy & Research Forum.

Stanford e Usa L’ateneo e l’istituto di credito

E non è finita. Dal 2018 al 2020 sul conto dell’ex premier sono arrivati in totale 83.679 euro dalla This is spoken Ltd, “società consulenza amm-gest. Regno Unito”. Altri 64mila euro arrivano dalla “Banca Usa” “Interaudi bank”.

La “società global speaker Regno Unito” Vbq Limited, ha pagato l’ex premier poco più di 44mila euro, sempre per alcuni speech. E poi c’è l’Arabia Saudita, la “culla del nuovo Rinascimento” secondo Matteo Renzi, come disse davanti a Mohammad bin Salman, il principe ereditario indicato in un rapporto della Cia come il mandante del rapimento o dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il reporter ucciso nel consolato di Ryad in Turchia nel 2018.

Era già nota la partecipazione (pagata 80mila dollari l’anno lordi) di Renzi nel board del Future Initiative Investment, la fondazione saudita creata nel 2020 per decreto dal Re Salman. Ora si scopre che dal 2018 al 2020 sul conto di Renzi sono arrivati pagamenti direttamente dal “Ministry of Finance Arabia Saudita” per un totale di 43.807 euro, mentre altri 39.930 euro provengono dal “Saudi commission For Tourism Arabia Saudita”: “Anche questi sono i pagamenti degli speech”, spiegano sempre fonti vicine all’ex premier.

E la partecipazione a una conferenza sarebbe anche quella pagata da Chosun Ilbo, “il principale quotidiano coreano”, che versa 29mila euro circa.

E ancora. Nel periodo 2018-2020 arrivano sul conto corrente di Renzi in totale 26mila euro dal “Luxembourg Forum”. La “banca svizzera” Julius Baer International invece versa per gli speech 25.385 euro. Altri 25mila euro vengono sborsati da “Stanford University in Italy”. Dell’Università di Stanford Renzi parlava in una sua enews del 1º ottobre 2018: “Oggi riprendo l’attività di professore a contratto presso la sede fiorentina dell’Università di Stanford”.

I committenti Italiani E la causa contro Piero Pelù

Nei conti di Renzi ci sono anche i 33.140 da parte della “Carlo Torino&associati srl”. Proprio per il pagamento di una sua partecipazione a una conferenza ad Abu Dhabi, Renzi è finito indagato sempre a Firenze ma nell’ambito di un’altra inchiesta – diversa da quella Open – che vede Renzi accusato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, in concorso con Carlo Torino, titolare della società di Portici che avrebbe fatto da tramite per la ricezione del compenso dell’ex premier.

La società – spiegavano in passato al Fatto fonti vicine all’ex premier – avrebbe fatto partecipare il leader di Italia Viva anche ad altre conferenze, oltre a quella di Abu Dhabi del dicembre 2019.

Tornando al conto di Renzi si trovano dunque altri 25.552 euro dalla Invest Industrial “private equity di Andrea Bonomi”, finanziere nato a New York. Anche in questo il pagamento, secondo quanto ricostruito dal Fatto, è per gli speech. Come pure lo sarebbero i 19mila euro dalla 21 Investimenti Sgr, società fondata da Alessandro Benetton.

Nei conti in entrata ci sono poi anche i soldi che non riguardano il suo ruolo di conferenziere. Come i 20 mila euro per un contenzioso civile pagati da Piero Pelù. Scrive la Finanza in un’informativa del 17 febbraio 2021: “È plausibile ritenere che il pagamento sia stato disposto quale composizione di una lite, dopo una querela per diffamazione presentata dal Senatore nei confronti del cantante”.

Il volo per Johannesburg Stavolta rimborsa il Pd

Sul conto di Renzi arrivano anche 8.363 euro dal “Gruppo parlamentare Pd” per il “viaggio Johannesburg 15-17 luglio 2018”. Quella volta Renzi volò in Sudafrica per partecipare alle celebrazioni del centenario della nascita di Nelson Mandela. Era presente anche Barack Obama.

Per questa partecipazione Renzi non fu pagato, ma il biglietto del viaggio finì in capo al gruppo parlamentare del Partito democratico, quando l’attuale senatore ancora ne faceva parte.

Ue, i conflitti d’interessi dei negoziatori dei vaccini

La commissione europea si ostina a non voler rivelare i nomi dei sette negoziatori del vaccino anti-Covid scelti dai governi di Germania, Francia, Italia, Olanda, Svezia, Spagna, Polonia. L’Europarlamento e le ong premono: “Il pubblico ha il diritto di sapere chi sta negoziando per conto dell’Ue – dice Olivier Hoedeman di Corporate Europe Observatory – è necessario per valutare potenziali conflitti d’interessi”.

Investigate Europe ne ha trovato uno potenzialmente bello grosso con il rappresentante svedese Richard Bergström, con un passato di quasi tre decenni nel settore farmaceutico privato, di cui cinque anni a capo della lobby farmaceutica europea, la Efpia. Quando gli abbiamo chiesto del suo curriculum ha risposto: “È stato molto tempo fa”. Ma il presente non è privo di conflitti d’interessi. Bergstöm è ancora senior partner di Hoelzle Buri Partners Consulting, una società svizzera di supporto a due grandi lobby dell’industria farmaceutica: Vips in Svizzera e PhRma negli Usa. Tra i membri di PhRma ci sono AstraZeneca, Johnson&Johnson, Pfizer e Sanofi, tutte aziende che hanno contratti con l’Ue. Inoltre lo svedese è amministratore delegato di Bergström Consulting GmbH e senior advisor di Guardtime il cui prodotto di punta, VaccineGuard, è un servizio di certificazione vaccinale utilizzato in Ungheria, Estonia e Islanda durante la pandemia. Alcuni giornalisti svedesi hanno rivelato che Bergström stava inoltrando della corrispondenza relativa ai negoziati dal proprio indirizzo email ministeriale al proprio account Google privato. In un primo momento, Bergström ha negato comportamenti illeciti, per poi ammettere che alcuni contenuti delle email erano “documenti secretati” e che “avrebbe potuto agire diversamente”. Ma il giochetto è continuato anche dopo: grazie a una nuova richiesta di documenti abbiamo avuto l’accesso a un registro email secretato che copre il periodo che va dal 14 al 27 settembre 2021. Nell’arco di queste due settimane, Bergström ha inoltrato 47 email al proprio indirizzo Gmail. In 16 di queste l’oggetto era oscurato, il che significa che per il governo svedese contengono informazioni confidenziali.

Gli altri Stati membri, a differenza della Svezia, hanno scelto rappresentanti senza esperienza nel lobbismo; così la Francia (Pierre Cunéo ed Edgar Tilly), la Spagna (Maria Jesús Lamas e César Hernandez Garcia) e i Paesi Bassi (Roland Driece). L’Italia manda funzionari della task force Covid e il direttore generale della prevenzione al ministero della Salute, Giovanni Rezza, membro italiano del Comitato direttivo. Il negoziatore polacco resta sconosciuto. La Germania si affida a due funzionari. Una fonte rivela che “la Germania è dalla parte degli interessi di Big Pharma”: “Pfizer è la vincitrice assoluta in questa situazione”. Negli ultimi contratti, Pfizer e il suo partner tedesco Biontech sono diventate i fornitori principali dell’Ue con 1,8 miliardi di dosi ordinate. La sola Biontech potrebbe dare un impulso all’economia tedesca pari allo 0,5% nel 2021. La Germania ha intenzione di produrre oltre 600 milioni di dosi l’anno, un terzo della produzione prevista dell’Ue.

 

“Pfizer non ha fornito dati sufficienti per il sì alle terze dosi a tutti”

Peter Doshi, docente di Servizi sanitari farmaceutici ed esperto di sperimentazioni cliniche all’Università del Maryland, negli Stati Uniti, apparso nella puntata di Report al centro delle polemiche di questi giorni: quali dati scientifici abbiamo a sostegno della necessità del richiamo per il vaccino Pfizer, approvato dalle agenzie del farmaco americana ed europea?

Non quelli di cui abbiamo bisogno. Il report che Pfizer ha consegnato alla Fda, l’agenzia americana, per l’approvazione riguarda solo 329 volontari, senza il gruppo di controllo. Mi spiego: se si vuole dimostrare che tale richiamo aumenta la protezione, serve uno studio randomizzato, cioè su due gruppi di persone che hanno già la doppia vaccinazione. Al primo si somministra la terza dose, al secondo niente o un placebo. A quel punto, devono essere osservati per un tempo abbastanza lungo. Confrontando i due gruppi, si determina se c’è reale beneficio nel gruppo che ha ricevuto il richiamo – come la riduzione del rischio di infezione o trasmissione virale, del rischio di ospedalizzazione, di ricovero in terapia intensiva o morte – rispetto a chi non ha avuto la terza dose. A tutt’oggi, questo studio non esiste. Ora c’è uno studio randomizzato in corso sull’efficacia e sicurezza del richiamo Pfizer somministrato dopo sei mesi dalla seconda dose, su 10 mila persone. Non darà informazioni soddisfacenti sulla sicurezza del richiamo. Riguarda pochi partecipanti e tutti sani. Abbiamo anche bisogno di sapere quanto è sicuro il richiamo nelle persone che hanno già avuto effetti collaterali dopo la prima o la seconda dose. Persone che non si offrono certo volontarie per la sperimentazione: non avremo i dati per rispondere alla domanda, eppure, se la terza dose verrà approvata per tutti, saranno sicuramente obbligate a riceverla.

Pfizer era dunque già consapevole che la protezione sarebbe calata dopo sei mesi?

Non so. Posso solo dire che l’efficacia che cala nel tempo è qualcosa di ben documentato per i vaccini antinfluenzali, e quindi non mi ha sorpreso affatto sentire che questo accada anche per i vaccini contro SarsCov2, che sono contro i virus Rna: eventualità non rara.

Quali risultati scientifici abbiamo sul reale beneficio dei richiami per altri vaccini, come Moderna e Johnson & Johnson, sempre approvati da Fda?

Finora nessuna delle aziende farmaceutiche citate ha presentato risultati di uno studio di questo tipo.

La sperimentazione di fase 3 di Pfizer doveva durare fino al 2023, anche per osservare un eventuale calo della risposta immunitaria nel tempo. Invece è stato interrotto per motivi etici. Che ne pensa?

Penso dovesse continuare. Abbiamo un’idea molto poco affidabile rispetto a ciò che accade dopo quattro mesi dalla seconda dose. È un periodo di tempo molto breve, quindi se l’efficacia e la sicurezza del vaccino cambiano nel tempo, non avremo dati solidi che ce lo indichino, visto che lo studio è stato interrotto.

I dati degli studi condotti su oltre un milione di persone in Israele vaccinate con Pfizer non sono sufficienti?

No. I dati si riferiscono alla popolazione generale che ha ricevuto il vaccino, senza confronto con chi non lo ha avuto. Senza uno studio randomizzato, ripeto, è difficile trarre conclusioni sulla reale efficacia.

Quali sono, secondo lei, le responsabilità delle agenzie del farmaco che hanno approvato il richiamo per vari vaccini?

Come sempre, si tratta di garantire che i benefici superino i rischi, dimostrandolo con evidenze scientifiche sostanziali. Cosa che finora non si è verificata. Tali evidenze non ci sono.

Il governo insiste sui richiami. Ma non decide ancora nulla

In Italia va meglio che nei Paesi vicini, ma anche da noi i contagi salgono, l’indice di diffusione del virus Rt è tornato sopra la soglia epidemica (1,15) e l’incidenza di nuovi casi in 7 giorni supera i 50 a livello nazionale e i 100 in diverse regioni. Crescono anche i ricoveri, grazie ai vaccini molto meno di prima, e però la terza dose è partita al rallentatore. Così ieri il ministro Roberto Speranza, il generale Francesco Paolo Figliuolo e il professor Franco Locatelli sono tornati a parlare ai mezzi di informazione, sia pure senza Mario Draghi, per dire che “l’emergenza non è finita” e spingere sulle immunizzazioni.

Il report settimanale registra il “notevole aumento dell’incidenza”, l’occupazione dei posti letto nelle terapie intensive è al 4,2% e nei reparti di area medica del 5,2%, con un aumento rispettivamente da 341 a 385 (+12,9%) e da 2.604 a 2.992 (+14,9%) ricoverati. L’area che preoccupa di più è il Nordest, se Bolzano (come la Calabria) ha superato il 10% delle terapie intensive, altre regioni si avvicinano alla soglia e in Veneto l’aumento è stato del 50% in sette giorni.

In Italia, come altrove, ha detto ieri Locatelli, rischiamo “una pandemia dei non vaccinati”. Il governo punta tutto sui vaccini, il generale Figliuolo garantisce terze dosi a tutti, ma il governo non ha ancora deciso chi debba farla e chi no. “Dalla prossima settimana si lavorerà per allargare il booster anche a ulteriori fasce generazionali”, ha dichiarato Speranza. Per ora, come in altri Paesi europei e negli Usa si fa solo agli over 60 e ai soggetti immunocompromessi (oltre al personale sanitario), ma probabilmente sarà estesa, fino ai 50 o anche ai 40enni, con una possibile corsia preferenziale per gli operatori della scuola.

L’altro versante è l’allargamento della platea vaccinale ai bambini da 5 a 11 anni, fin qui esclusi, per i quali negli Stati Uniti la Food and drug administration (Fda) ha dato il primo ok. In Europa, ha spiegato Locatelli, Ema se ne occuperà a dicembre. Poi toccherà ad Aifa, l’agenzia italiana. L’ematologo che guida il Consiglio superiore di sanità e il Comitato tecnico scientifico ha risposto alle obiezioni, di cui ha dato notizia anche il Fatto, che poggiano sull’esiguità del campione, sul discusso rapporto rischi/benefici in una fascia d’età poco esposta al Covid grave, sul peso dell’esigenza di compensare con gli infradodicenni milioni di over 50 renitenti al vaccino. “Più di duemila bambini – ha detto Locatelli – sono un numero più che congruo” per il trial; quanto alle “miocarditi, piuttosto che le pericarditi, dopo vaccinazione” anti-Covid, “ci sono solo forme lievi reversibili, mentre il rischio di sviluppare queste patologie è assai più elevato in forme più gravi attribuibile a infezioni da SarsCov2”. C’è poi il “beneficio indiretto” di assicurare il più possibile i servizi scolastici: “È inutile – ha detto il professore – che ci lamentiamo quando vediamo i test Invalsi” che vanno male, “se non facciamo di tutto per garantire la presenza a scuola”. La protezione di comunità, per il coordinatore del Cts, è solo un “valore aggiunto” dell’immunizzazione dei 5-11enni.

Nella comunità scientifica e perfino al ministero della Salute e all’Istituto superiore di Sanità, oltre che in mezzo mondo, ci sono punti di vista diversi. Speranza intanto assicura una “campagna di informazione” rivolta ai genitori disorientati o diffidenti. Se ne parlerà a dicembre. Prima il governo dovrebbe decidere sulla probabile proroga dello stato d’emergenza e forse risolvere, vedremo come, il rebus della terza dose e del suo rapporto con la scadenza del Green pass.

L’Oms teme ancora migliaia di morti in Europa e tutti parlano di “quarta ondata”. Anche l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, che proprio ieri ha dato il via libera al Molnupiravir, la prima pillola indicata per il trattamento della Covid-19 in soggetti non ospedalizzati con fattori di rischi. Se somministrata in tempo, ridurrebbe i ricoveri di oltre la metà. È l’antivirale prodotto dall’americana Merck, che presto avrà la concorrenza di un farmaco della Pfizer, già vincitrice della battaglia mondiale per il vaccino.

Missione compiuta

Scusate se mi occupo ancora di Zerovirgola, anziché lasciarlo in esclusiva ai tribunali, ma questa è troppo bella. L’altro giorno era partito per New York per battezzare la quotazione a Wall Street di Delimobil, la società di car sharing russa, partecipata da una banca del Cremlino, incorporata in Lussemburgo, fondata dal napoletano Vincenzo Trani che sponsorizzava il vaccino Sputnik e che lo ha voluto nel Cda come portafortuna. E ha incontrato i giornalisti per lodare il suo ultimo datore di lavoro, in aggiunta al popolo italiano, a Bin Salman e ad altri preclari figuri che nel mondo lo pagano per sparare cazzate che qui nessuno ascolterebbe neppure gratis. Il comizietto si è svolto al Racquet&Tennis Club, circolo per soli uomini che gli ricorda il Rinascimento saudita, davanti a un quadro di caccia alla volpe. Tipica location progressista. Lì è partito con una filippica sul sottoscritto: “Da quando Travaglio ha fatto un pezzo sul Fatto e ha detto che tifava contro l’Italia, abbiamo vinto tutto: Europei, Eurovision, 100 metri, 4 per 100, salto in alto, mondiali di pasticceria, Paralimpiadi, pallavolo… ci manca le freccette. Marco, scrivi un articoletto sulla Fiorentina che non vincerà lo scudetto ed è fatta!”.

Ora, quel mio pezzo sul Fatto non è mai esistito: è frutto della sua fertile fantasia, o della sua cattiva digestione (il nostro, in evidente sovrappeso, aveva l’aria di uno con diversi cinghiali sullo stomaco), o della sua modestia. È noto infatti il potere letale dei suoi auguri. Nel 2013 presenta Bersani “prossimo presidente del Consiglio”. Nel 2016 presenta Giachetti “prossimo sindaco di Roma”. Qualunque cosa tocchi diventa cenere: rilancia l’Unità, Alitalia, Almaviva: tre funerali, seguiti da quelli all’Italicum, alla riforma costituzionale, al suo governo e al suo Pd. Per lo sport è una specie di mascotte. Fa gli auguri agli Azzurri per i Mondiali 2014 e vince la Germania. Ci riprova agli Europei 2016 e vince il Portogallo. Olimpiadi di Rio: dice “forza Vincenzo!” al ciclista Nibali, che si schianta alla prima curva con due fratture. Aggiunge “la mia preferita è la Pellegrini”, che arriva quarta. Poi lascia Palazzo Chigi e lo sport italiano torna a vincere per mancanza di (suoi) auguri. Nel ’17 gliene scappa uno: “L’Europa arriva su Marte con la sonda italiana Schiaparelli”: schianto inevitabile. Il suo tocco magico si abbatte anche sulle imprese in Borsa. “Mps è risanato, ora è un bell’affare, un bel brand”: come no. “La quotazione della Ferrari è un’occasione straordinaria”: titolo subito sospeso per eccesso di ribasso prima di perdere il 20% in sei mesi. Ah, dimenticavo: ieri il lancio di Delimobil a Wall Street è saltato e rinviato a data da destinarsi. Ora si attende un suo articoletto sulla Fiorentina.

Aygo X, la citycar diventa un crossover

“Il segmento A è molto importante per noi. Non solo ha portato nuovi clienti in Toyota, ma è fondamentale per la nostra missione di fornire a tutti la giusta soluzione di mobilità”. Queste le parole con cui Andrea Carlucci, vicepresidente Product & Marketing di Toyota Motor Europe, ha salutato il debutto mondiale di Aygo X, la nuova citycar compatta che il marchio giapponese proporrà sul mercato a partire dalla primavera 2022.

Si tratta di un crossover alla moda, che misura 3,7 metri di lunghezza, 1,74 di larghezza e 1,52 di altezza. Il raggio di sterzata, fanno sapere gli ingegneri giapponesi, è uno dei più bassi con i suoi 4,7 m ed è pensato per affrontare con agilità le strade cittadine più anguste.

Ma proprio perché quello urbano sarà il suo ambiente naturale, il look è importante. Risalta infatti subito la colorazione bi-tone con tetto e parte posteriore neri che si uniscono alle 4 tinte ispirate al mondo delle spezie: Cardamom Green, Chilli Red, Ginger Beige, Juniper Blue.

Disponibile su richiesta anche il tetto apribile in tela.

I fari full Led si collegano poi al cofano formando un profilo ad ala mentre le luci diurne e di svolta, costituite da due fasce luminose, enfatizzano la firma estetica di Aygo X.

Più in basso la grande griglia, i fendinebbia e l’under-run si sviluppano sul tema del doppio trapezio.

All’interno i dettagli del cruscotto e della console si abbinano ai colori esterni, mentre i sedili anteriori sono più distanziati tra di loro e lo spazio per le spalle aumenta di 45 mm. Cresce anche la capacità di carico che ora arriva ad un totale di 231 litri. Confermato infine il noto e apprezzato motore 1.0 tre cilindri da 72 Cv, migliorato per le normative europee e per garantire l’affidabilità con un consumo di carburante di 4,7 l/100 km e 107 g/km di Co2.

Come detto la commercializzazione in Europa inizierà da primavera 2022. Per i primi mesi di vendita sarà disponibile un’edizione limitata di Aygo X in Cardamom Green con dettagli esterni e interni Mandarina Orange (arancione opaco) e cerchi in lega neri opachi da 18’’. Il listino prezzi è ancora da definire.

Così il mercato dell’automobile va (sempre più) nello sprofondo

I numeri del mercato auto di ottobre in Italia ci dicono che, dopo il tracollo di settembre (-32,5%), il mese scorso le cose sono andate ancora peggio: -35,4%. Il che significa, considerando l’effetto cumulativo delle perdite e salvo improbabili miracoli dell’ultima ora, chiudere il 2021 non andando oltre il milione e mezzo di immatricolazioni. Circa quattrocentomila in meno rispetto a un paio d’anni fa, prima che l’emergenza sanitaria sconvolgesse le nostre vite e l’economia intera. Senza contare che per il 2022 le prospettive non sono certo rosee.

In un panorama oggettivamente complicato vanno registrati il costante declino del diesel, il boom delle ibride senza spina che ormai valgono oltre un terzo del totale, e la buona performance dell’auto elettrica, che continua a crescere in tripla cifra (quando si parte dal basso è sempre così). Giova ricordare, nondimeno, che le elettriche pure immatricolate nel nostro Paese da inizio anno valgono il 4,3% del mercato, mentre le ibride plug-in, ovvero quelle ricaricabili abbinate a un motore endotermico, l’8,6%. Una quota ancora poco incisiva, nonostante il puntello degli incentivi senza il quale questi numeri sarebbero più modesti. A proposito di incentivi, poi, gioverebbe molto che la si piantasse con la non-strategia di concederli a singhiozzo, perché questa alimenta solo incertezze. Sia di chi compra che di chi vende. E non è certo quello che serve se la transizione energetica la si vuole fare a fatti, oltre che a parole.

Prezzi delle auto alti e poche ricariche “fast”: il futuro non è semplice

Elettromobilità di massa? A renderla problematica, oltre ai prezzi delle vetture a batteria e la loro scarsa autonomia, c’è pure la rete infrastrutturale: in Europa solo un punto di ricarica su 9 è dotato di colonnine veloci, le uniche che consentono di fare rifornimento in tempi accettabili.

La denuncia arriva dall’Associazione europea dei costruttori di automobili (Acea), che mette in guardia l’Ue su un duplice problema: c’è carenza di stazioni di ricarica in tutto il continente e fra quelle esistenti pochissime sono fast. Su circa 225 mila stazioni di ricarica pubbliche attualmente disponibili nella Ue, solo 25 mila sono compatibili con la ricarica veloce, cioè capaci di erogare oltre 22kW di potenza. I restanti punti di ricarica includono prese di corrente comuni o da giardino, a bassa velocità. Un vero problema, perché caricare un’auto elettrica usando una di queste 200 mila prese di corrente slow può richiedere anche un’intera notte: tempistiche non accettabili. Viceversa, l’utilizzo di caricatori veloci ad alta capacità può ridurre il tempo di rifornimento a meno di un’ora.

Il monito dell’Acea arriva mentre i governi nazionali e il Parlamento europeo stanno definendo le rispettive posizioni circa i target sull’ampliamento dell’infrastruttura di ricarica, una componente centrale del pacchetto climatico europeo “Fit for 55”, che include anche nuovi obiettivi di contenimento della CO2 per il settore automotive.

“Per convincere più cittadini a passare all’elettrico, dobbiamo eliminare tutte le seccature associate alla ricarica”, spiega il direttore generale dell’Acea, Eric-Mark Huitema: “La gente ha bisogno di vedere un sacco di colonnine sparse in giro e questi punti di ricarica devono essere veloci e facili da usare, senza che l’utenza rischi di dover fare lunghe code per usufruire delle colonnine più performanti. La ricarica dovrebbe essere comoda e semplice come lo è oggi il rifornimento di carburante. Sfortunatamente, le politiche europee sull’infrastruttura non sono allineate agli obiettivi di contenimento della CO2 proposti per le automobili”.

Acea sta quindi esortando il Parlamento europeo a rafforzare significativamente il suo impegno nella realizzazione di una fitta rete di infrastrutture di ricarica, la stessa che dovrebbe poter contare su un numero sufficiente di colonnine veloci in ogni Stato membro, già entro il 2030. Nessuna menzione, però, al fatto che più si utilizzano le ricariche veloci, più si riduce la vita operativa della batteria, il componente più costoso di un’elettrica. Ma questo è un altro problema, più dell’utenza che dei costruttori.

Cinque ragazze e il loro Girl Power: 25 anni fa conquistarono il mondo

“Questo è uno dei più bei momenti della mia vita!”, esclamò raggiante Nelson Mandela di fronte alle Spice Girls. Il principe Carlo, che aveva organizzato l’incontro a Pretoria, andò oltre: “Quanto a me, è il secondo miglior momento, il primo è stato quando ho conosciuto queste ragazze!”. Era accaduto mesi addietro, a un evento di beneficenza: Geri, la “Ginger Spice”, aveva scommesso che avrebbe baciato l’erede al trono, e si fece applicare tonnellate di lipstick sulle labbra. Non contenta di avergli stampato il rossetto su una guancia, palpò clamorosamente il sedere di Carlo, di fronte ai paparazzi.

Era il 1997, tra i due rendez-vous vi fu la tragica scomparsa di Diana, spartiacque emozionale di una “Cool Britannia” che aveva superato i rigori e le tensioni sociali del thatcherismo e che con Blair si avviava a un rilancio dannatamente pop. C’era bisogno di una nuova “royal couple”: il ruolo sarebbe stato presto ricoperto da “Posh & Becks”, l’altezzosa star Victoria Adams e il capitano dell’Inghilterra, l’adone David Beckham.

Le Spice Girls erano sedute in cinque, su quel trono mediatico-musicale: attorno a loro una manciata di canzoni e migliaia di gadget griffati. Un business faraonico fatto di bambole, scarpe, magliette, macchine fotografiche, zainetti, chincaglierie e una discografia inaugurata nell’estate ’96 con l’iconico singolo Wannabe e – il 4 novembre, giusto 25 anni fa – con l’album d’esordio Spice, primi tasselli di una carriera da più di cento milioni di copie e incassi-monstre a ogni tour: da quelli del 2007-8 e del 2019 il marchio Spice Girls ha ricavato più di 200 milioni di dollari. Una formidabile macchina da kulturmarket, anche se la parabola artistica del quintetto, riunioni live a parte (e si vocifera di un nuovo giro di concerti nel 2023), si è consumata nell’arco di un quadriennio, prima della diaspora delle avventure soliste. Era successo tutto così in fretta. Con la loro rivendicativa sfrontatezza post-adolescenziale, una vocazione neo-femminista ma in chiave modaiola e glamour, gli slogan sul “girl power” mutuati dalle ribelli del punk e risciacquati in un pop-soul a uso delle ragazzine, le Spice si erano prese dapprima Londra, poi il mondo. In Asia erano più conosciute della Regina. E il loro rapido, vertiginoso trionfo, più d’immagine che di sostanza creativa, si era materializzato nel covo maschilista della gioventù britannica degli Novanta, dove le donne erano bersagli per la teppa dei pub, e i divi del rock non amavano invasioni di campo. Il leader degli Oasis Noel Gallagher disse di Geri la Rossa: “Ha solo 24 anni? Quando ne avrà 30 sarà un cesso”. L’invettiva è riportata nella docu-serie in tre parti How girl power changed the world, da domani su Discovery+: la saga delle Spice Girls è raccontata con scene inedite, come quella dei primi provini del ’94, quando i manager Bob e Chris Herbert pubblicarono un annuncio per formare un’inusitata “girl band” che facesse da contraltare a quelle maschili imperanti come Take That o Backstreet Boys. Si presentarono in centinaia, alcune delle prescelte si tirarono indietro, Geri Haliwell spuntò solo alla seconda convocazione perché era in vacanza, e fu subito chiaro che sarebbe stata lei una boss del gruppo. L’altra era la caraibica Mel B., detta “Scary Spice” per il carattere pepato. Le due erano calamite messe per il verso sbagliato, ma una notte – ha rivelato Mel B un paio di anni fa – si attrassero al punto di condividere qualcosa di più di una colleganza.

Geri fu la prima ad andarsene, nel ’98, lasciando alle altre il suo fantasma sulla scena, e il ricordo del miniabito con la Union Jack che aveva fatto vibrare d’orgoglio la Patria e le fan. Anche Victoria soffriva la Halliwell: più tardi ammise che i problemi di anoressia le erano stati procurati, più che dalle infedeltà di Beckham, dal confronto con la Ginger Spice. Che oggi è sposata con Christian Horner, team manager della Red Bull alle prese con Verstappen e il mondiale di F1, ma a tempo perso controllore delle attività delle Spice. Alle quali la vita ha donato chance leggendarie (la loro apparizione alla chiusura delle Olimpiadi di Londra 2012 generò un record di tweet) e qualche sgambetto: lo sa Mel B, tra una love story con Eddie Murphy franata in un contenzioso legale per la paternità della figlia Angel, e un matrimonio da incubo con Stephen Belafonte che la picchiava e la costringeva a fare sesso con altre donne. Mentre Victoria è stata fatta oggetto di minacce di morte con buste riempite di pallottole: la sera dei Brit Awards 2000 un petardo sul palco la spaventò fino alle lacrime. Dal canto loro, Mel C (la “Sporty”) ed Emma “Baby” Bunton hanno avvertito da bordo dell’astronave Spice le vibrazioni di una stampa via via più ostile, tra critici e bastonatori del gossip. Ma è merito di ciascuna, pro-quota, l’irripetibile madrinato di un #metoo ante-litteram, che una generazione dopo si è evoluto in woman power.