Saguineti, la vita dell’ultimo marxista tra politica e poesia

Edoardo Sanguineti era mio compagno di banco al liceo D’Azeglio di Torino. Era appena finito il grande disastro del fascismo ed eravamo sicuri che toccava a noi riempire il vuoto. I nostri insegnanti di quel liceo (il più importante della città ) e di quella nostra classe (sezione B) erano tutti personaggi della Resistenza partigiana. È la Resistenza (la Resistenza, non l’Italia, che in tutta la nostra vita era stata fascista, persecutrice, priva di valori che non fossero uccidere o morire) il territorio in cui eravamo radicati. Anzi, nella Resistenza eravamo nati, giovanissimi adulti, legati per sempre a quello straordinario soprassalto di libertà, legati per sempre a quelle radici, come tutti coloro a cui ci siamo legati a mano a mano, nel corso degli anni. Eppure fra il 1946 e il 1949 (il periodo del nostro liceo) non siamo mai diventati i discepoli di chi già ci parlava del passato.

Puntavamo avanti, in politica (volevamo parlare di delitti non pagati, di diritti non ricevuti, di scioperi già malvisti, dei partiti già inclini a scansare le ingiustizie), nella ricerca di ciò che stava per venire e nel non accettare che il fatto di essere liberi fosse un punto di arrivo. È stato seguendo questa spinta che, nel secondo anno, Sanguineti e io, abbiamo organizzato un nostro luogo di incontro e di discussione. Lui o io abbiamo iniziato a portare testi da leggere e da discutere, e il punto d’incontro era a casa mia, dove mia madre aveva sgombrato una stanza. Sanguineti lo racconta nella sua autobiografia per dire che eravamo più adatti a scoprire il dopo che a celebrare il prima. Quando ho avuto fra le mani il piccolo, utilissimo libro di Lanfranco Palazzolo, Edoardo Sanguineti, il poeta dell’avanguardia (postfazione di Pino Pisicchio, Historica Editore), mi sono reso conto che questo nuovo testo colmava un vuoto. Mancava tra le tante opere e i tanti scritti di e su Sanguineti, una conversazione da lontano: Palazzolo raggiunge Sanguineti nel 2010, molti anni dopo l’esperienza tedesca (1971) e 100 poesie dalla DDR, e lo induce a raccontare di un periodo cruciale, per un mondo spaccato della guerra fredda, per la enigmatica politica italiana, per Sanguineti, stesso, mai così poeta, mai così politico (“Torno in Italia e mi iscrivo a Pc”, ha detto a Palazzolo ). Il fatto è che il giornalista riesce, con domande informate e abili, a far fronte al poeta e a tener testa al politico. E il documento che gli dobbiamo merita di entrare sia nelle biblioteche della politica italiana di quegli anni, sia nella biografia di un grande poeta italiano.

I bimbi: le nuove prede dell’industria della previdenza integrativa

I bambini sono le nuove prede dell’industria della previdenza integrativa. E sono le prede ideali, perché i soldi ingenuamente versati a loro nome da genitori, nonni, zii resteranno bloccati sotto il controllo di altri per oltre mezzo secolo con un’assenza di trasparenza pressoché totale. Una pacchia per gestori, amministratori, ecc. rispetto ai fondi comuni dove invece il risparmiatore può uscire quando vuole (bisognerà proibirglielo!).

Pure alcuni fondi pensione chiusi offrono da un po’ la possibilità di aprire posizioni intestate a minorenni, purché familiari a carico del lavoratore, che viene allettato anche dalla deducibilità Irpef dei versamenti. La carta vincente dei venditori di fondi pensione e piani individuali previdenziali (pip) è infatti quella fiscale. Così Fondosanità strombazza che “i benefici fiscali per chi aderisce sono consistenti”, mentre dal canto il sindacato dietro il fondo Previndai decanta pubblicamente le meraviglie per chi iscrive i propri bambini. In effetti per essi non c’è peggior regalo per diverse ragioni, fra cui soprattutto due. Primo, perché bisognerebbe credere che tutti i banchieri, gli assicuratori, i gestori, i sindacalisti, ecc. che hanno e che avranno voce in capitolo in fondi pensione e pip, siano e saranno sempre persone di un’onesta adamantina. Davvero un’incrollabile fiducia nella bontà della natura umana! Ma c’è un secondo motivo, sistematicamente taciuto per non dispiacere all’industria parassitaria del risparmio gestito. La convenienza fiscale decresce col diminuire dell’età. Massima per un ultra sessantenne, è minima per un neonato.

Illude infatti il mero dato contabile dell’imposta deducibile, per cui in un anno con redditi sopra i 75 mila euro i versamenti per un minore possono abbattere di circa 2.200 euro l’Irpef dovuta. Conta, invece, il saldo annuo della fiscalità meno i costi di fondi e pip. Così iscrivendo il figlio neonato o piccolissimo, si prospettano perdite medie dello 0,4% coi fondi aperti e addirittura dell’1% annuo coi pip.

Coi fondi chiusi apparirebbe un modesto saldo positivo, ma i dati pubblicati sono poco affidabili. È però innanzi tutto per il primo motivo che va rifiutata “la costruzione del cosiddetto secondo pilastro fin dalla culla”, come la presenta con toni deamicisiani il Sole 24 Ore. Anziché dare sicurezza, provoca un senso di soffocamento l’idea di propri risparmi sotto sequestro fino al 2080. Anzi, oltre il 2100 se prima o poi diventerà obbligatoria la conversione in rendita del capitale finale.

Test gratuiti sul camper per Hiv ed epatite C

È un sabato sera e stai bevendo una birra con i tuoi amici al Pigneto, un quartiere vivace di Roma. A un certo punto si avvicina una squadra di volontari della Croce Rossa che ti invita a salire su un camper a un centinaio di metri più in là dove un medico ti può fare un test anonimo e gratuito dell’Hiv e dell’epatite C. Il risultato è pronto in cinque minuti. C’è chi si agita e rimane incollato alla sedia e chi si fa coraggio e sale sul camper. Nel giro di pochi minuti la squadra di angeli rossi convince decine di giovani a farsi bucare il polpastrello con un piccolo ago. Il “Meet, test & treat” (incontrare, testare e curare) è un’importantissima campagna sociale realizzata dalla Fondazione Villa Maraini e Croce Rossa di Roma. Grazie alla collaborazione con il policlinico Tor Vergata, chi è positivo ai test viene aiutato a intraprendere un percorso assistenziale. Dal giungo 2015, quando è partita la campagna, a oggi sono stati effettuati 5.034 test e oltre 100 persone sono state prese in cura dall’ospedale. Le prossime tappe del camper sono il 23 marzo in zona Colosseo e il 30 sempre al Pigneto. Anche Milano e Napoli si stanno attrezzando per far partire l’iniziativa.

Reclami allo sportello, come litigare e vincere con la banca

Una grande rivelazione: le banche non sono amiche dei clienti. Sembrerà strano, ma la maggior parte degli italiani – per mancanza di cultura finanziaria o per pigrizia – tende a dimenticarlo quando hanno a che fare con mutui, carte di credito, conti correnti o investimenti. Eppure entrare in una filiale è come recarsi in un qualsiasi altro negozio: si acquista un prodotto che risponde alle proprie esigenze personali ed economiche e, quando ci sono problemi, viene riportato indietro per chiedere la sostituzione o i soldi. Perché allora non lo si fa anche con i prodotti bancari e, soprattutto, non si usa l’arma della minaccia della disdetta? Una buona base di partenza da usare quando si scopre che la banca ha accreditato una spesa in più, conteggiato interessi a suo favore o non consegnato al cliente tutta la documentazione sulla trasparenza. Casi in cui, a un’iniziale indignazione, è inoltre sempre possibile riscattarsi e ottenere giustizia senza pensare che si tratti di una battaglia di Davide contro Golia.
E senza dover ricorrere alle aule di tribunale per ottenere giustizia e risolvere rapidamente le liti.

Negli ultimi anni, infatti, sotto la spinta dell’Unione europea, l’Italia ha previsto per i contratti bancari, assicurativi e finanziari, l’obbligo di fare un tentativo di mediazione prima di rivolgersi al giudice. Un sistema di risoluzione alternativa delle controversie (Adr) che, dopo un periodo sperimentale, è entrata a regime lo scorso anno e che prevede il ricorso a due organismi specializzati: l’Arbitro bancario finanziario (Abf), istituito presso la Banca d’Italia, e l’Arbitro per le controversie finanziarie (Acf) in seno alla Consob, l’authority che vigila sulla Borsa. La svolta in più per i clienti è chiara: una volta che si ricorre a loro, si obbliga la banca a sedersi a un tavolo delle trattative per trovare una soluzione e avranno altri modi per svicolarsi dalle proprie responsabilità.

Come funziona. Per rivolgersi agli arbitri non occorre avere un avvocato e tutte le procedure avvengono online, senza incontri tra le parti con l’importo massimo per la restituzione che per l’Abf è 100mila euro, mentre per l’Acf è 500mila euro. Solo dopo aver già aver reclamato presso la banca e non aver ottenuto nessuna risposta, si presenta il ricorso all’Arbitro competente che entro una settimana deve valutare la regolarità della documentazione e girarla alla banca. Da qui, l’istituto interpellato avrà 30 giorni di tempo per presentare le proprie osservazioni e provare di aver sempre agito rispettando il contratto. C’è comunque un limite temporale per agire: si può ricorrere agli Arbitri al massimo entro 12 mesi dalla presentazione del reclamo all’intermediario. Una volta completata questa fase, il cliente può replicare inviando ulteriori documento entro i successivi 15 giorni. A quel punto il fascicolo è chiuso e il collegio arbitrale di competenza (per l’Abf sono Bari, Bologna, Palermo, Torino, Milano, Napoli e Roma, mentre per l’Acf c’è solo quello di Roma) prenderà la decisione. Se il ricorso è accolto, anche solo in parte, il Collegio fissa il termine entro il quale l’intermediario deve adempiere a quanto indicato nella decisione, compresa la restituzione in favore dei 20 euro versati come contributo spese per l’Abf. È, invece, gratuito ricorrere all’Acf.

Tra cessione del quinto dello stipendio dalle rate troppo salate, conti correnti gonfiati, commissioni eccessive, ma anche il mancato rispetto delle condizioni praticate sui mutui rispetto a quelle pubblicizzate, nel 2016 (ultimo anno disponibile) sono pervenuti all’Abf 21.652 ricorsi, il 59% in più rispetto al precedente. Nel dettaglio, sono giunti a decisione 13.770 ricorsi e il 75% delle controversie decise ha avuto un esito sostanzialmente favorevole al cliente. Ai ricorrenti sono stati riconosciuti oltre 13 milioni di euro. A differenza del giudice, tuttavia, le decisioni dell’arbitro non sono vincolanti e se non vengono rispettate, la notizia dell’inadempimento viene resa pubblica.

Sul fronte dell’Acf, invece, che ha aperto le sue porte ai clienti di Banca Marche, Etruria, Chieti e Ferrara, ma anche a tutti i clienti alle prese con polizze index, unit linked e polizze ramo, in 12 mesi di attività (è diventato operativo il 9 gennaio 2017) ha ricevuto 1.879 ricorsi. Le richieste di risarcimento sfiorano i 100 milioni di euro, con una media di 55.000 euro circa a ricorso. Le decisioni assunte sono state 305, di cui 187 di accoglimento e 118 di rigetto dei ricorsi. In oltre il 63% dei casi la decisione è stata favorevole ai ricorrenti, ai quali sono stati riconosciuti risarcimenti per un ammontare complessivo per circa 5,2 milioni di euro, con una media di 28.000 euro a ricorso. Gli intermediari interessati dai ricorsi sono 119, di cui 91 banche. Le decisioni dell’Arbitro hanno trovato quasi sempre esecuzione a beneficio dei risparmiatori.

Cremlino, parodia di un’elezione

Vladimir Vladimirovic Putin è il nuovo presidente della Russia: succede a se stesso, come gli capita dall’anno Duemila. Resterà capo del Cremlino sino al 2024. Da oggi comincia l’era del Putin V: quattro mandati precedenti, più quello “ombra” per interposta persona, l’amico fedele Dmitri Medvedev col quale scambiò la carica di primo ministro dal 2008 al 2012, applicando la mossa dell’arrocco per non violare la Costituzione che vieta più di due mandati consecutivi.

Che succederà dopo il 2024? O modifica la Costituzione per restare al Cremlino (ah, che invidia il cinese Xi Jinping, presidente a vita della Cina…), o preparerà la successione: che non sarà incruenta.

Lo score che cementa il suo potere e ne certifica il prestigio sarebbe quello del campione: un sonoro 73,9 per cento, secondo gli exit pool di Vtsiom, l’istituto statale dei sondaggi. Putin, cioè, si conferma l’Icardi della politica russa. Peccato che il dato dell’affluenza non sia stato lo stesso. Ma sono dettagli. Colpa della crisi che morde (ma qui è facile dar la colpa alle sanzioni); delle misure di austerità; del taglio alle spese sociali; dei salari congelati. Diciamo che ha giocato la partita presidenziale in assenza di Var, con arbitri a dir poco compiacenti. Ha vinto senza affanno, in mancanza di un’alternativa credibile. L’opposizione vera era stata squalificata. Il blogger Aleksej Navalny resterà confinato al web: “Non chiamatele elezioni, ma una loro parodia”. La finta candidata Xsenija Sobchak è andata a trovarlo, “mettiamoci insieme, destra e sinistra, tu hai subito un’ingiustizia…”, Alexej l’ha mandata a quel paese, “anche per colpa tua”… Debolezza e liti dell’opposizione aiutano Putin. Così, lo zar continuerà a marcare in politica interna la sua “verticale del potere”, incrementerà l’autoritarismo e il conservatorismo già collaudato nel Putin IV (2012-2018) e seguirà la rotta di collisione con l’Occidente, in nome del multipolarismo (foraggiando i sovranismi europei per minare l’Ue) che significa sostanzialmente non riconoscere agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza. Morale: niente suspense. Era già tutto scritto. Anche la festa della Crimea: per la prima volta, dopo la caduta dell’Urss, è stato votato un presidente russo. Guarda caso, nel giorno del quarto anniversario dell’annessione alla Madre Russia: l’astutata di Putin. La retorica nazionalista suona sempre la stessa musica: difesa dei confini assediati dalla Nato, economia rovinata dal capitalismo globalizzato, paura alimentata dal terrorismo islamico. L’indice di gradimento s’impenna al ritmo della sue guerre e dello slogan “un Putin forte per una Russia forte”.

Putin batte l’astensione. Vince per la quarta volta

Putin aveva un solo avversario: se stesso. Nel giorno dell’anniversario della riunificazione della Crimea, il 76% di chi ha votato (circa il 63% l’affluenza) lo ha fatto per lui. Non doveva battere nessuno dei sette candidati, ma l’apatia elettorale, l’astensione alle urne e i risultati delle presidenziali raggiunti nel 2004, suo record storico. Lo ha fatto. All’alba comincerà il suo quarto mandato, che durerà fino al 2024: sarà il secondo leader russo più longevo, secondo solo a Stalin.

Il liberale Vladimir Zhirinoshky ha raggiunto quasi il 7% dei voti. Il comunista Grudinin più del 12% “alle elezioni più sporche mai viste”, come le ha definite. Per l’ex popstar Ksenia Sobchak ha votato meno del 2% dei russi. Nella Federazione le urne sono state aperte in tutte le scuole, all’aeroporto di Domoedogo, su 38 treni in corsa da Piter alla Siberia. Un voto è arrivato persino dalle stelle: dal cosmonauta Anton Shkaplerov sulla Stazione Spaziale. Alcuni seggi sono stati trasportati con l’elicottero tra i ghiacci dell’estremo nord. Quando i russi votavano in Kamchatka, al capo opposto dello stesso paese, era ancora notte. Con 11 fusi orari, 109 milioni di elettori, oltre 100mila seggi in 85 regioni, da Kaliningrad a Vladivostock, il paese più grande del mondo ha riconsegnato la Russia al suo presidente. A Mosca il conto alla rovescia è cominciato al mattino, con le ore che scorrevano all’indietro sugli schermi: “Vi rimangono 12 ore per votare”.

“Voto Putin, ci ha salvato negli anni ‘90, ma anche in questi” ha detto Andrej, 20 anni, soldato in Donbas ieri, giornalista oggi: “Ci ha ridato la penisola”. Per la Crimea, per la patria, per il futuro. E per le patate. “Vado a comprare la verdura, ci sono prezzi da Unione Sovietica oggi: un chilo, due rubli, è per far votare la gente” ha detto Serghei all’Akademiceskij raion. Accanto alle urne elettorali, banchi col cibo. Al collegio elettorale Zjusino, dietro i metal detector, miliziani col colbacco e Angelica, 24 anni, cittadina russa, occhi georgiani: “Ho votato per Jabloko, voglio votare contro Putin”. La inseguono le urla dei membri della commissione: “Lui fa tutto per voi, la molodezh, la gioventù!”. Un veterano sordo entra con suo figlio, Angelica va via. I suv sfrecciano tra metri di neve sporca e palloncini colorati ricevuti in regalo. La cartina si colora di giallo dopo le 6: metà del paese ha già partecipato alle vybory budushego, le elezioni del futuro.

In periferia di Mosca nelle scatole di vetro si accumulano schede, al centro città invece il contatore elettronico compie il calcolo immediato delle preferenze. Alle 3 alla scuola 2128, vicino piazza Pushkin, il voto 235 era quello di Marina, decano dell’Università Rgsu. “Non ti dico chi ho votato, tutti sappiamo chi vincerà”. Tutti conoscevano il risultato delle elezioni, nessuno quello dell’affluenza. Tutti il volto del potere, ma non i dati della sua legittimità. Anna Semeneva, 79 anni, rughe, trucco e pelliccia, ha votato “non per il mio bene, ma per quello del paese. Per Putin. Nessuno sa cosa sia la Russia senza di lui”. Lo zar, il dittatore, il salvatore del popolo. Il “put”, che in russo vuol dire “la strada”.

Ai seggi c’è chi è andato nudo, vestito da orso, da missile nucleare Sarmat. I video dei brogli vengono postati sul web ogni ora, dalla Cecenia al Daghestan, dove gli osservatori sono stati picchiati. Migliaia di irregolarità sono state registrate dall’ong Golos. È tutto un “obman”, un inganno, queste sono “ne-vybory”, “non elezioni”, è l’hashtag di Novalny su internet, a lavoro nel suo quartier generale con i volontari per il boicottaggio delle elezioni, ma l’affluenza supera il 63%. Il risultato ufficiale ci sarà martedì mattina, se rimarrà ancora qualcuno ad aspettarlo. La piazza di Mosca, già gremita di tricolori nella notte gelida, attende altro: l’uomo a cui i russi hanno riconsegnato il loro destino dopo quasi vent’anni. Ancora una volta. Quando appare la folla urla Putin, lui urla Russia: “Grazie per aver sopportato il freddo, amici. Sono un membro della vostra squadra. Sposibo!”.

Al-Sisi sfida se stesso senza democrazia

Il Cairo. Mercoledì 31 gennaio. È in corso la cerimonia di avvio della produzione di Zohr, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, a 1.500 metri di profondità. Vale qualcosa come 850 miliardi di metri cubi. L’Egitto, afferma con orgoglio il ra’is al Sisi, potrà affrancarsi dalla dipendenza energetica: “E diventare da importatore ad esportatore di gas naturale”. Zohr l’ha scoperto l’Eni. E infatti, in prima fila, tra le autorità di governo, siede Claudio Descalzi, l’ad della compagnia italiana che ha ottenuto la concessione del 60% di questo maxi giacimento. Una buona notizia per al-Sisi (e per gli italiani). A corroborare l’ottimismo del presidente egiziano, c’è il Pil in risalita. Ci sono indicatori macroeconomici che contraddicono le allarmanti notizie su aumenti dei prezzi, tagli alla spesa pubblica, corruzione dilagante. Propaganda? I dati del ministero del Commercio e dell’Industria prevedono una crescita del 5,3/5,5%. Le riserve in valuta straniera hanno toccato i 38,2 miliardi di dollari, superando quelle pre-rivoluzionarie del 2010 (36 miliardi). Pure l’inflazione, a quota 35% la scorsa estate, dovrebbe calare di 13 punti. Persino il turismo si rianima, dopo la lunga stagione degli attentati e della paura: nei primi dieci mesi del 2017 sono arrivati 7 milioni di visitatori (ma un tempo erano quasi il doppio).

Il Putin del Nilo sfrutta questa vetrina, alla vigilia del voto che il 26 marzo lo riconfermerà presidente. Con il collega del Cremlino ha molto in comune. Per esempio, essere a capo di un sistema che non tollera alcun dissenso. Ed orchestrare elezioni senza avversari. Quelli che volevano candidarsi sono stati asfaltati. O sbattuti in galera. Specie i rivali militari. Ahmed Shafiq, generale dell’Aviazione e premier per 39 giorni nell’immediato post Mubarak (sfidò Mohamed Morsi e perse per 2 punti) non temeva la sfida: “Niente e nessuno mi fermerà”. Poi dopo un misterioso prelevamento dalla sua abitazione di Abu Dhabi, dove prudentemente viveva, cambia idea. Si ritira il 7 gennaio. A Sami Hafer Anan, ex capo di stato maggiore, va peggio. Lo prelevano dall’auto il 23 gennaio, tre giorni dopo aver annunciato la candidatura “per salvare dal declino il Paese”. Vuole correggere le “cattive politiche” condotte dopo la deposizione di Mohammed Morsi nel luglio del 2013. Invita le istituzioni a rifiutarsi di agire in nome di un presidente che fra qualche mese potrebbe non sedere più su quella sedia”. È un candidato pericoloso: può aggregare i nostalgici dell’era Mubarak, le opposizioni. Non avrebbe comunque vinto, ma avrebbe ridimensionato al-Sisi. Risultato: manette ed accusa di sedizione. Cinque giorni prima, il 18 gennaio, era stato arrestato Khaled Fawzy, capo dell’intelligence responsabile degli affari di politica interna ed estera, vicino ad Anan. Regolamento di conti con l’intelligence militare, dalla quale proviene al-Sisi.

Non sono gli unici. Il colonnello Ahmed Konsowa rimedia sei anni di carcere militare. Mohamed Anwar Sadat, nipote del presidente ucciso nel 1981, ha eccellenti relazioni con i servizi segreti, ma sono quelli sbagliati.

L’avvocato Khaled Ali, uno degli eroi di piazza Tahrir, capisce l’antifona: “Lascio il teatrino elettorale”, annuncia il 24 gennaio. Ha subìto fermi, pedinamenti, minacce. Il 2 febbraio, inizio ufficiale della campagna elettorale, lancia il boicottaggio delle urne. Come l’oppositore russo Aleksej Navalnj. Gli arresti, analizzano gli esperti, dimostrano la mancanza di fiducia del presidente uscente. Rivelano che al-Sisi non è un uomo politico, non è cioè a suo agio con la politica e non sa condurre un’adeguata campagna elettorale. Il regime teme gli effetti “palla di neve”. Minare l’apparente unità in seno all’istituzione militare.

In questo Egitto senza regole, ma con tantissime piaghe, 14 ong – egiziane e internazionali – osano rivolgere un appello all’Unione Europea e agli Usa per denunciare le “elezioni farsesche”. Bruxelles e Washington fanno orecchie da mercante. In fondo, un rivale al-Sisi l’ha rimediato. In extremis: 15 minuti prima che l’ufficio elettorale chiuda, il 29 gennaio. È il last candidate Musa Mustafa Musa, poco noto membro di un partito filo governativo.

I documenti sono in regola con i requisiti di legge (modificata da al-Sisi): investitura di 25mila elettori da almeno 15 governatorati diversi, con un minimo di 1.000 sostenitori ciascuno. Musa di firme ne ha 40mila. Si era candidato 10 giorni prima. Chi l’ha aiutato? In Russia si ironizza sulla bella Xsenija Sobchak, innocua rivale di Putin. Musa legittima la finta sfida presidenziale egiziana. Quando si dice affinità elettive. Non è l’unica analogia. Al-Sisi ha guidato l’intelligence militare egiziana. Putin, ex tenente colonnello del Kgb, è stato direttore dell’Fsb, i servizi segreti russi. Per non parlare del metodo anti-opposizione. Nel mirino di entrambi i regimi, ci sono leader politici, giornalisti, associazioni per la difesa dei diritti, attivisti. Nell’Egitto feroce di al-Sisi è vietato protestare contro gli abusi delle forze di sicurezza, o chi manifesta atteggiamenti “anti-presidenziali”. La libertà d’informazione è stata imbavagliata da una legge del 2016 che assegna ad un Consiglio Supremo la prerogativa di revocare licenze, censurare tv, radio, licenziare, multare, arrestare giornalisti e blogger. Non è un Paese per i Navalnij delle Piramidi.

Quanto alle promesse, nel suo piccolo al-Sisi imita Putin e ogni tanto le spara grosse. Quattro anni fa, il ra’is rassicurò gli egiziani: con lui presidente l’Egitto avrebbe goduto di sicurezza e prosperità entro due anni. Fu un plebiscito: prese il 96,91%, una percentuale bulgara. Meglio: cecena. Come quelle che Ramzan Kadyrov garantisce al mentore Vladimir. L’economia si rivelò invece il tallone d’Achille di al-Sisi. La primavera rivoluzionaria si trasformò in inverno. Il piano delle riforme, che liquidava lo Stato-protettore nasseriano, aumentò il malcontento. Come pure i miliardari sogni della spettacolare modernizzazione lanciata nel 2015, mentre i prezzi degli alimenti, salivano, come il costo della vita. Ancora a metà del 2017, la crisi mordeva.

Tutto questo al-Sisi non lo vuole raccontare agli ospiti della cerimonia per il maxi giacimento Zohr. Ha garantito che resterà al potere. Ha accettato l’agenda economica imposta dagli occidentali. Il Maresciallo-presidente, l’ufficiale che si addestrò in Gran Bretagna e Stati Uniti (mica in Russia, come usavano gli ufficiali di Nasser e Sadat), nato il 19 novembre 1953 sotto il segno dello Scorpione (simbolo del male, per gli antichi egizi) in un vecchio quartiere ebraico del Cairo, sa che il comune interesse è la stabilità della regione, a cominciare da quella egiziana. E la salvaguardia del business. Come dimostra la morte di Regeni. Due anni senza verità, senza giustizia. Ma ostacoli, reticenze, bugie, depistaggi. Ricordando il ricercatore torturato e ucciso al Cairo, al-Sisi si rivolge a Descalzi: “Non abbandoneremo questo caso fino a quando non si troveranno i veri criminali. Sa perché volevano danneggiare le relazioni tra Egitto ed Italia? Perché non arrivassimo qui”. Non è vero. L’interscambio con l’Egitto vale 10 miliardi di dollari, le aziende italiane hanno continuato il loro lavoro in Egitto. Come l’Eni. Per rassicurare gli ospiti stranieri, il presidente che vuole un bis-plebiscito aggiunge: “Quello che successe 7 anni fa in Egitto non si ripeterà con me. Non è servito nulla allora, non servirebbe nulla adesso. Forse, non avete ancora capito chi sono”. No, lo sappiamo invece: è la nostra coscienza sporca.

Nell’eterna questione meridionale a vincere le elezioni è ‘A Livella di Totò

È stata ‘A Livella il M5S al Sud. Il punto e a capo elettorale del 4 marzo è stato, appunto, come la famosa “Livella” di Totò. È la poesia dei morticini, la ricorderete, ed è quella dove la stessa sorte che tocca a tutti diventa dolente metafora di un inesorabile ritorno al grado zero. Altro che uno vale uno, uno vale niente se non un superstite si registra tra i tanti Masanielli sempre pronti a presidiare i territori. Dove sono finiti, infatti, i voti di un Luigi de Magistris, il Gigino ante litteram, sindaco di Napoli? Dove, le fiumane di popolo, strette intorno a Leoluca Orlando, sindaco di Palermo? E dove – lui che in tivù, si dichiarava circondato dall’oceano giallo grillino – le armate di Michele Emiliano, governatore delle Puglie e primo ufficiale di collegamento tra quel che resta del Pd e il movimento di Luigi Di Maio?

Uno vale meno che niente del fu focolaio sudista degli istrioni. E quella domanda che fino a ieri ha riguardato gli analisti della politica – “A chi sono andati i consensi dei tre Masanielli?” – adesso è la sempiterna questione meridionale perché, col plebiscito di annessione dell’intero Regno del Sud al portale Rousseau, ogni possibile Vicerè è messo a nudo. Nudo e disarmato è ogni Vicerè se il povero Enzo Bianco, sindaco di Catania, nientemeno che il plenipotenziario siciliano di Paolo Gentiloni Silverj, già conta lo scorrere della clessidra per scorgervi magari – in quel bottiglione svuotato del rimanente tempo, ancora tre mesi – il profilo di Dino Giarrusso, il probabile candidato grillino.

E perfino quelli che avevano vinto le elezioni neppure pochi mesi fa – come in Sicilia, con Nello Musumeci – nulla hanno potuto contro ‘a Livella e nulla possono più se perfino Gaetano Armao, alla testa degli “indignati”, non può che indignarsi contro i suoi stessi: tutti ingrati se poi se ne vanno a fare l’indignazione coi grillini…

E zero – sotto zero – vale un qualunque ministro in carica. Come Angelino Alfano – ormai l’ombra di Alfano – sotto il quale non c’è un solo voto. Sotto la Farnesina niente c’è quando un Dore Misuraca, l’ultimo degli alfaniani – manco fosse un piccolo Calenda, e non un mohicano – corre a rifugiarsi nel Pd. Dieci minuti prima della Livella anche Orlando aveva preso la tessera del partito provvisoriamente affidato a Maurizio Martina; lo stesso Gigino de Magistris, bello guaglione, ha pur sempre un futuro da leader per la sinistra a sinistra del Pd e l’effetto che ne deriva è quello di un’opera buffa dove gli istrioni vanno a esibirsi nella scenetta del bene, bravo, bis. Ma con la platea deserta, con la galleria deserta. E col sipario tarlato. Nel più incredibile chi è di scena. Chi è di scena? ‘A Livella!

L’arte della legalità messa in scena da chi sta dietro le sbarre

È vero, è la seconda volta che racconto queste donne. Ma alla fine capirete perché. Carcere di Vigevano. Serata da lupi, piove come Dio la manda. Passaggio tra cancelli e posti di guardia e camminamenti allagati. Verso il teatro in cui un gruppo di detenute reciterà uno spettacolo scritto con loro da Mimmo Sorrentino. Il gruppo è diventato famoso negli ultimi due anni e attrae ormai i pubblici più sensibili nei grandi teatri cittadini e nelle aule magne delle università. Intanto ne è cambiata la composizione, alle detenute dell’alta sicurezza si sono aggiunte quelle comuni. La tecnica è di raccontarsi, strapparsi di dosso ogni maschera. Le storie vengono poi rielaborate e scambiate tra le protagoniste, in modo che il pubblico non le possa associare ad alcuna di loro. Tra le attrici, anche cognomi pesanti di camorra e di ‘ndrangheta, e capisci subito che il disvelarsi, il mettersi a nudo di ciascuna è una conquista senza prezzo. Lo spettacolo si chiama Sangue. Non richiama più, come nel precedente, la memoria dell’infanzia, dei Natali, dei padri.

Stavolta, la memoria viene sollecitata a viaggiare, anziché tra i sogni e i miti innocenti, nella realtà terribile di una vita che ha messo in conto l’omicidio e il carcere. Che ricordo avete dei delitti che vi hanno segnato la vita? Le detenute-attrici portano sul palco l’eco della violenza di ‘ndrangheta o, più spesso, di camorra. La voce prende le tonalità che deve avere avuto nell’attimo o nell’ora più atroce. Quando il sangue è schizzato sul supplì, si è impastato con il cibo. Quando lo zio leggendario è stato trovato riverso con il viso a terra, inutile l’arma portata dietro la cintura, lo avevano ucciso alle spalle, da vigliacchi che sono. O quando la testa insanguinata del padre è stata portata, adagiata sul proprio grembo, nella corsa allucinata in taxi verso l’ospedale.

Immagini di una vita che ha dimenticato l’innocenza, a volte precocemente, poiché ci si può sposare con un boss anche da bambine, basta una galanteria, una gentilezza che il padre non ha mai avuto. Segui i movimenti talora un po’ impacciati sul palco, interpreti una lingua disperata, e ti domandi perché si sia fatta largo in te una indubbia benevolenza verso quelle attrici. Hai ascoltato le sere prima sulla tv di Stato i racconti a raffica dei terroristi, e ti sono apparsi così poco “ex”. Ti sei scoperto come ferito da quella voglia di assurgere ancora a strateghi della rivoluzione, cavalieri sconfitti ma pur sempre cavalieri, non una parola di sofferenza – tra quelle andate in onda – per le sofferenze inflitte ad altri esseri umani.

Uno spettacolo indicibile, magari il 23 di maggio dateci qualche mafioso che ci spieghi per bene perché uccisero Falcone. Ti senti a disagio. A te, in fondo, il momento atroce l’hanno inflitto i mafiosi, non i terroristi, che non ci riuscirono. Perché ora ascolti e magari applaudirai le loro donne? La risposta sta forse in quelle frasi lievi, recitate collettivamente, durante lo spettacolo. “Chiedo perdono al mare/ che mai ho osato respirare/ Alla terra per averla sotterrata/ Al sole per non averlo adorato/ Al fuoco per averlo spento/ Al vento per averlo imprigionato/ Alla pioggia per averla sperperata/ Alla notte per averla trascurata/ Alle stelle per non averle desiderate/ Alle albe per non aver ricominciato/ Ai tramonti per non aver terminato”….

Sembra un’onda: “Chiedo perdono per non essere stata capace di guidare mio marito che è stato e sarà l’unico uomo della mia vita. / Chiedo perdono ai miei figli a cui ho dato tutta la ricchezza che avevo non sapendo che l’unica ricchezza che avevo era la povertà della mia infanzia. Quella non gliel’ho mai data”. Finché l’onda si abbatte sulla spiaggia: “Chiedo perdono a quella parte di me che tutti vedevano tranne me./ Chiedo perdono alla vita che ho vissuto come il destino ha voluto pur sapendo che io stessa sono stata il mio destino./ Chiedo perdono a voi che avete ascoltato queste storie/ Chiedo perdono ai morti. Tutti. Nessuno escluso/”. La richiesta di perdono, alle stelle come ai morti, a quelli innocenti e anche a quelli che non lo furono. Ecco il miracolo di cultura e di umanità che non si è affacciato sulla tivù di Stato. Arriva da lontano, passando con pudore tra le memorie terribili, per poi diventare litania leggera. Fino all’inchino finale davanti al pubblico che applaude. Ogni attrice una forma di inchino diverso. Poiché le vite sono diverse. Poi c’è qualcosa che le tiene insieme. Di qua o di là dell’intelligenza. Di qua o di là della pietas.

“Donne-maschio”: io preferisco sempre la parità ai dominatori

LGBT, BDSM e ora pure CFNM: ormai ci sono più sigle nell’erotismo che nelle schermate degli ultimi risultati elettorali, anche se gli acronimi della politica nascondono pratiche sicuramente più oscene. La new entry, almeno nel mio antiquato bagaglio sessuo-culturale, è Clothed Female Naked Male, un gioco sessuale, variamente declinato, in cui la dominatrice vestita (da maestra, dottoressa, poliziotta) è la donna, e il dominato costretto a spogliarsi è lui, in un ribaltamento dei ruoli canonici all’insegna del Femdom, la supremazia sessuale femminile. Un sogno che si finalmente si realizza per noi vecchie femministe, vero? Sorpresa: per questa vecchia femminista no. Mi sorprendo a trovarlo pochissimo eccitante, il CFNM. Non tanto perché l’uomo ignudo, anche quando è un supermanzo palestrato e depilato al punto giusto, dal vivo con i pendagli en plein air è sempre un po’ buffo, ma perché io dovrei vestire i panni di figure autoritarie che, maschili o femminili che siano, mi stanno sulle palle. E il fastidio di dover indossare una divisa non mi ripaga del sollievo di non dovermi fare la ceretta all’inguine.

Fra l’altro, mentre il ruolo di sottomesso, come le Sfumature insegnano, non richiede molto più che emettere gemiti e non soffrire il freddo, quello di padrona comporta qualità attoriali di cui non tutte siamo provviste. Bisogna saper insultare e umiliare, impartire ordini in maniera convincente e soprattutto senza ridere, altrimenti il sottomesso non si diverte – e se un uomo nudo non si diverte si vede subito, non sono possibili simulazioni. Più che un incontro sessuale, diventa una specie di provino, e allora tento la fortuna all’Actor’s Studio. No grazie, troppa fatica. Alle elezioni della lussuria non voterò CFNM. Sotto le lenzuola (ma solo lì) la mia sigla preferita è LEU: liberi e uguali. Anzi, LUEN: liberi, uguali e nudi, tutti e due.