Fermi tutti, ecco una moda sessuale rivoluzionaria

Forse i 5stelle non andranno al governo, ma di sicuro la nostra vita sessuale sta per essere rivoluzionata. E a cambiarla è una nuova pratica, all’estero è già diffusa, che da noi sta lentamente rompendo il modello immarcescibile dell’uomo dominatore. Intendiamoci: sessualmente parlando, esiste già il BDSM (Bondage&DisciplinaSadismo&Masochismo), in cui un adulto maschio può giocare il ruolo del sottomesso, frustato e punito. Ma nel CFNM, Clothed Female, Naked Male, il sovvertimento è più radicale perché a cambiare è un intero immaginario: non più uomini vestiti che guardano spogliarelliste, né business man o vecchi politici che palpeggiano hostess seminude. Qui l’uomo è sempre nudo. E il suo pisello è a disposizione di una, due, cinque donne, che possono giocarci, scherzare, mentre si godono la completa nudità di lui, ma senza fruste o catene.

I contesti sono vari: tra i più gettonati, lui sul lettino circondato da dottoresse, che per le donne, ancor più se hanno partorito, è una specie di divertente vendetta da infinite sessioni a gambe aperte davanti a ginecologi maschi. Ci sono persino pagine Facebook e blog dedicati al tema, dove le donne possono rifarsi gli occhi: e non perché si vedano peni, in sé e per sé nulla di speciale, ma perché le foto capovolgono una routine visiva. Qui ci sono solo donne, giovani e meno giovani, che palpano divertite e scanzonate cosce, pettorali e soprattutto genitali.

Una specie di anti Bunga Bunga, quanto mai utile nel paese delle olgettine. Ma poi non crediate che per lui sia umiliante: chi lo fa racconta di una riluttanza presto sciolta dal piacere un po’ narcisistico di esibirsi, che diventa qualcosa di normale quando ci si abitua a stare senza vestiti in mezzo alle donne. E ci sono persino manifestazioni di piazza all’insegna del CFNM. Lo slogan? “Il pene è suo, ma lo gestisco io”, ovviamente.

Benedetto XVI peggio di Napolitano. La guerra tra due Chiese (e due papi)

Tra due settimane si celebra la Pasqua cattolica, ma per il Vaticano è ancora tempo di Quaresima. Qualcosa che va oltre il deserto di penitenza e digiuno di questo periodo. E cioè la drammatica ed evidente divisione che regna nell’inedita Chiesa dei due pontefici: Francesco e l’emerito Benedetto XVI, che si afferma sempre di più come “il vero papa” per la destra clericale e farisea che combatte l’argentino Bergoglio, “falso papa”.

La questione è esplosa con la fatidica lettera dello stesso Benedetto XVI sugli “undici volumetti” che la Libreria Editrice Vaticana ha dedicato alla figura di Francesco teologo. Nell’ansia però di sottrarre l’icona ratzingeriana all’opposizione tradizionalista (ma anche quella cattomassonica che fomenta un clamoroso scisma), il prefetto della Segreteria della Comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, è stato alquanto maldestro.

Breve riassunto: il 7 febbraio Ratzinger risponde alla richiesta di Viganò di scrivere sui libretti di Bergoglio teologo. Il “ministro” della Comunicazione vaticana legge la lettera di Benedetto XVI alla vigilia del quinto anniversario del pontificato di Bergoglio, il 12 marzo scorso. Ma la legge in modo parziale per mettere in luce le parole benedettine sulla “continuità interiore” tra i due papi, contro chi usa “lo stolto pregiudizio” di contrapporre un Bergoglio “pratico” senza formazione a un Ratzinger rigido professore slegato dal cristianesimo di oggi. Insomma, un colpo mortale per i ribelli anti-bergogliani. In teoria.

Solo che la lettera non è completa. Il primo ad accorgersene è il vaticanista Sandro Magister. Poi l’Associated Press rivela il trucchetto fotografico per sfocare le due righe in cui Ratzinger tout court dice di non avere tempo per leggere gli “undici volumetti”. Infine la mazzata finale per il povero Viganò: un intero paragrafo occultato in cui il papa emerito spiega il suo deciso “diniego” a scrivere con la presenza del “professore Hünermann” tra i teologi interpellati, già leader di “iniziative anti-papali durante il mio pontificato”.

Altro che “continuità interiore”. Altro che papa emerito. Ratzinger continua a regnare e non fa nulla per nasconderlo.

Il mistero Mediapro e i milioni fantasma

“Il mistero di Mediapro”: riassunto delle puntate precedenti (in attesa del nuovo episodio in onda oggi all’assemblea della Lega di Serie A). Dopo il flop del primo bando per l’assegnazione dei diritti tv, dove a fronte di una richiesta di 1.050 milioni di euro giungono offerte per soli 490 milioni, e dopo il fiasco del secondo bando, dove le offerte si fermano a 780, la Lega comunica a sorpresa di aver assegnato i diritti 2018-2021 al gruppo spagnolo Mediapro, già titolare dei diritti della Liga, che per la totalità del pacchetto ha offerto la somma richiesta: 1.050 milioni.

Per rendere esecutivo il mandato serve però l’ok dell’Antitrust, che arriva giovedì scorso: il pacchetto è di Mediapro a patto che il gruppo, spiega l’autorità, si limiti a rivestire il ruolo di “intermediario indipendente” provvedendo a “subconcedere i diritti senza modificare i pacchetti” preparati da Infront e già approvati dall’Antitrust. Mediapro accantona quindi il suo piano A, quello di creare – come fa in Spagna, da editore vero – una tv della Lega attiva 7 giorni su 7 e che trasmetta partite, news e approfondimenti. “Noi – aveva detto Tatxo Benet, il suo boss – pensiamo che un canale che distribuisca tutto il calcio italiano, Serie A e Serie B, farebbe incassare ai club più soldi. E sarebbe più vantaggioso sia per il futuro della Lega sia per le tasche del tifoso, che vedrà scendere il costo dell’abbonamento. Ora in Italia c’è un’offerta a un prezzo molto alto e una a un prezzo molto basso. Ebbene, secondo i nostri calcoli il costo per vedere tutta la Serie A e la B, nell’ottica del canale tematico, dovrebbe attestarsi fra i 35 e i 40 euro. Saremmo molto contenti – aveva concluso – di convincere i club a fare il Canale della Lega: altrimenti faremo solo i distributori. Sappiamo fare anche questo”.

E veniamo a oggi, giorno di assemblea. Naufragato il progetto del Canale della Lega, l’unica strada percorribile per Mediapro è quella del poco gradito piano B, e cioè la subconcessione dei diritti da rivendere tout court agli operatori interessati siano essi Sky, Mediaset, Perform o chiunque altro.

Problema: Mediapro, che a giorni deve pagare il 5% del valore dei diritti (50 milioni) per poi consegnare alla Lega, entro 21 giorni dall’assegnazione ufficiale che avverrà oggi, una fideiussione da 1.300 milioni, non è un ente benefico; e si presume che a fronte dell’investimento da 1.050 milioni desideri produrre un proprio guadagno, diciamo nell’ordine di 50-100 milioni. Domanda da un milione di dollari (e non è un modo di dire): siamo sicuri che Sky, Mediaset, Perform & company, che al primo bando avevano messo assieme 490 milioni e al secondo a fatica 780, estraggano dal cilindro 300-350 milioni in più solo per far contento l’intermediario spagnolo? Che Mediaset sborsi più dei 200 milioni offerti nell’ultimo bando sembra escluso. Il vero braccio di ferro, che avrà comunque conseguenze sanguinose per almeno una delle due parti, avverrà tra Mediapro (che ha bisogno di Sky) e Sky (che ha bisogno di Mediapro). Sarà un surplace mozzafiato, in attesa di vedere chi sarà a fare la prima mossa; nella speranza che non finisca come nella favola dell’asino di Buridano. Che avendo fame e sete, e non sapendo se avvicinarsi prima al mucchio di fieno o al secchio di acqua, morì. Di fame e di sete.

L’ultima vittima della battaglia di Afrin in Siria: l’Occidente

Da Parigi a Venezia, da Brema a Creta, nel silenzio imbarazzato dei governi (tranne quello francese), si moltiplicano i presidî di solidarietà verso la città curda di Afrin, nel nordovest della Siria, che salvo colpi di coda della guerriglia, pare aver capitolato ieri mattina dopo settimane di attacchi e bombardamenti delle truppe turche, determinate ad assumere il controllo di tutta la fascia di confine. I morti (molti civili e bambini) sono centinaia, nel weekend è stato colpito l’ospedale, l’acqua e i medicinali non arrivavano da giorni, gli sfollati nell’ordine dei 150mila; si paventa il rischio di pulizia etnica, per alterare la maggioranza curda della regione.

Nell’accordo russo-turco-iraniano di Astana (marzo 2017) era previsto che la Turchia installasse 12 posti di osservazione nella regione di Idlib, l’unica ancora saldamente nelle mani dei ribelli anti-Assad, l’ex fronte Al-Nusra, ora Hayat Tahrir al-Sham, insomma jihadisti sunniti. Ma è l’enclave di Afrin, a Nord di Idlib lungo la frontiera, a detenere per i Turchi il più alto valore strategico: rappresenta dal 2012 l’avamposto occidentale della regione sotto controllo curdo che si estende da Kobane a Raqqa fino ai confini dell’Iraq: tutte zone a suo tempo difese o riconquistate con grandi sforzi dai combattenti dell’esercito curdo (YPG) contro l’Isis. La Turchia ha interesse a demolire questa continuità territoriale per scongiurare la creazione di uno stato curdo e per avere voce in capitolo se mai partiranno i colloqui per una nuova Siria: per questo, dal 20 gennaio scorso viola militarmente i confini del Paese confinante, e sfida gli Stati Uniti che da anni appoggiano i Curdi nel nord della Siria. Se i turchi, non paghi di Afrin, volessero ora avanzare verso est fino a Manbij (dove stavano già per entrare un anno fa, fermati dalla diplomazia), potrebbero cozzare contro duemila marines; ma forse in realtà i marines – se questa è stata davvero la garanzia strappata da Erdogan all’ormai ex segretario di Stato Rex Tillerson il 20 febbraio ad Ankara – saranno spostati a est oltre l’Eufrate. A Manbij, l’antica Bambyke, mille volte punto di frontiera e di frizione tra Romani e Parti, tra Bizantini e Sasanidi, tra Crociati e Arabi, l’Occidente pare votato alla sconfitta.

La Russia, storico alleato di Assad, ha interesse a indebolire i ribelli contro il regime (alleati di Erdogan), ma non a proteggere i curdi: potrebbe aver deciso di lasciare Afrin ai Turchi in cambio di un loro disimpegno nella più vitale regione di Idlib. Assad medesimo, che ha la testa alla sanguinosa macelleria di Ghouta, ha spedito ad Afrin ben poche truppe, dando la causa per persa.

Perché l’operazione turca contro Afrin, nota col nome paradossale di “Ramoscello d’ulivo”, è importante? Perché al tappeto stanno finendo per ora: la causa curda, ovvero non solo centinaia di combattenti e civili vittime dell’attacco di Erdogan contro i villaggi e le postazioni di quella che egli ritiene una fazione terroristica, ma anche la pratica quasi utopica del governo partecipato, federale ed egualitario del limitrofo Rojava curdo (da noi pare si sia persa la memoria di quando l’Occidente tutto tifava per Kobane e le sue donne combattenti contro l’Isis); quel che rimaneva della libertà di espressione in Turchia (lo stato di guerra ha autorizzato il fermo di decine di manifestanti, giornalisti e blogger); i rapporti Turchia-Usa, due Paesi della Nato che dal 2013 – tra la svolta autoritaria di Gezi Park e i sospetti di collusione con l’Isis – si sono ripetutamente scontrati; i minimi standard umanitari (molte fonti denunciano l’uso di gas tossici e bombardamenti su convogli umanitari o di sfollati); la minima stabilità nella regione (vittima dell’ambiguità dei Russi, che supportano Assad ma hanno stretto un’alleanza con il suo arcinemico Erdogan; e vittima soprattutto della mancanza di strategia degli Americani, che saltabeccano da una crisi all’altra senza essere in grado di assumere un ruolo attivo, nel terrore di lasciare un alleato Nato come la Turchia nelle braccia di Putin).

Al tappeto finisce anche il passato di questo fazzoletto di terra: ieri ad Afrin è stata abbattuta dai Turchi la statua di Kawa il fabbro, che nel 612 a.C., secondo la leggenda, liberò i Medi, che i Curdi riconoscono come progenitori, assassinando il sanguinario re assiro Dehak. Nel 2016 i bombardamenti russi contro i ribelli anti-Assad avevano semidistrutto la chiesa di San Simeone lo Stilita (V secolo d.C., a 15 km da Afrin), dove si conservava la colonna su cui il venerato asceta passò 30 anni di meditazione e di preghiera. E nel gennaio 2018, proprio alla periferia di Afrin le bombe turche hanno inflitto danni ferali (oltre il 60%) all’antico tempio neo-ittita di Ain Dara, ricco di sfingi e leoni di basalto, e probabilmente dedicato alla dea Ishtar: si pensa siano della dea le 4 enormi e misteriose impronte di piedi umani scavate nel pavimento in pietra del portico, in direzione della soglia di una cella ormai del tutto demolita. Nell’interminabile mattatoio siriano sembra che nemmeno gli dèi abbiano più un posto dove andare.

Migranti, sequestrata a Pozzallo una nave Ong

La procura di Catania ha disposto il sequestro della nave della ong spagnola ProActiva Open Armas, da sabato ormeggiata nel porto di Pozzallo (Ragusa) dove è avvenuto lo sbarco di 218 migranti. Il reato ipotizzato dalla Procura è associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Secondo l’accusa ci sarebbe una volontà di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli ai libici. Sono stati indagati dal procuratore Carmelo Zuccaro il comandante, il coordinatore a bordo della nave e il responsabile della ong. Il fermo è stato eseguito dagli investigatori della squadra mobile di Ragusa e del Servizio centrale operativo (Sco) di Roma. Il porto di Pozzallo è l’approdo sicuro assegnato alla nave dopo il caso esploso tre giorni fa nel Mediterraneo, quando la nave ProActiva Open Arms è sfuggita a un inseguimento di un motovedetta libica che ha minacciato di aprire il fuoco se i membri della ong non avessero consegnato le donne e i bambini raccolti da un gommone. Il caso si è sbloccato dopo una richiesta formale del governo spagnolo a quello italiano.

Nel pomeriggio di giovedì la nave di ProActiva – che ha sottoscritto il Codice per le ong proposto dal Viminale – era accorsa per soccorrere tre imbarcazioni di migranti in difficoltà a 73 miglia dalle coste libiche. Il mezzo umanitario aveva messo in mare le lance per fare il trasbordo del primo barcone. Era quindi intervenuta una motovedetta libica che ha preso in consegna la seconda imbarcazione dei migranti in difficoltà, mentre si è verificato stato quasi un corpo a corpo tra spagnoli e libici per la terza. La Guardia costiera del Paese nordafricano ha così intimato alla ong di consegnarle i migranti salvati. La nave umanitaria ha resistito alla pressione e ha concluso il trasbordo dei 218 migranti. “Poiché il decreto legge 286 del 1998 dice chiaramente che non commette reato chi soccorre persone devo dedurre che hanno istituito il reato di solidarietà…”. Così l’avvocatessa Rosa Emanuela Lo Faro, che difende il comandante della Open Arms, ha commentato il sequestro della nave.

Stele ai parà nazisti, il sindaco: “Meglio evitare”

In una città come Cassino, paragonabile alla britannica Coventry rasa al suolo dalle V2 naziste, martire della seconda guerra mondiale, investita da una battaglia durata mesi fra truppe alleate ed esercito tedesco con 30mila morti solo fra i militari e migliaia fra gli abitanti della zona, si può “celebrare” – come “riconciliazione” poi – il soggiorno qui dei paracadutisti della Goering e della Gustav? No, non si può.

È giusto pensare a tutti i morti con umana pietà e tuttavia non si possono imbrogliare le carte della storia, non si possono confondere – come ha giustamente rilevato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti sul Fatto – gli oppressi con gli oppressori, i liberatori con i nemici della libertà. E da quale parte fossero i nazifascisti è chiaro. Non scherziamo.

Il Fatto è il solo giornale che abbia dato risalto all’iniziativa della Associazione Albergatori di Cassino e Montecassino, alla quale si era associata, in modo improvvido, la Giunta comunale di centrodestra, di organizzare il raduno dell’Associazione Tedesca dei Paracadutisti per la inaugurazione di una stele sormontata da un paracadute davanti alla Grotta Foltin, sede della Kommandantur nel 1943-44.

È un merito aver sollevato il problema, aver dato voce all’opposizione che già cresceva fra i cittadini di Cassino (ieri una delegazione ha reso omaggio a quanti sono caduti per la liberazione della città e dell’Italia, e altre iniziative vengono annunciate). È un merito aver contribuito a chiarire le responsabilità effettive: l’Abate Ogliari ha precisato di non essere mai stato invitato alla contestata manifestazione, il sindaco Carlo Maria D’Alessandro ha prima preso le distanze dalla Associazione Albergatori e poi sospeso e rinviato la cerimonia. Fino a quando?

È un merito, ma è pure un motivo di preoccupazione. Come mai, a parte l’informazione locale, giornali, radio e tv nazionali non hanno dato ascolto alle proteste dell’Anpi e dei comitati locali? Come mai non hanno avvertito almeno la curiosità di andare oltre la notizia e recuperare il senso della storia? Eppure il nostro Paese è immerso in una profonda, sovente soddisfatta ignoranza del passato che si traduce poi in una spessa indifferenza per quanto accade intorno. In certi quiz televisivi capita di sentire risposte grottesche a quasi tutte le domande su Hitler e Mussolini ancora attivi nel 1975 o nel 1990.

Il fallimento dell’educazione civica, dell’insegnamento della storia contemporanea è evidente. Ma ad esso contribuisce una Rai che, a parte lodevoli eccezioni (Rai Storia di Paolo Mieli), fa sempre meno servizio pubblico. Ieri sera, se non altro, il Tg1 ha dato una buona cronaca del caso.

Nell’era di Internet c’è ancora chi crede alle “luci rosse”

“Un cinema a luci rosse con tanto di video cabine come nelle più famose capitali europee, pulitissimo e con personale discreto ma vigile, ambiente buono, molto movimento. Da non perdere!”. Su una chat per appassionati del genere tra le discussioni più cliccate spicca ancora quella dell’Argo queer di Napoli. Un cinema a ridosso di piazza Garibaldi che un anno e mezzo fa, dopo che il titolare è finito in manette per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, è stato chiuso. Triste sorte toccata anche alla stragrande maggioranza delle altre strutture italiane che non ce l’hanno fatta a competere prima con i dvd e poi con il porno su Internet. Oggi, a resistere sono solo una ventina di cinema sparsi soprattutto nel Nord Italia che portano avanti la stessa sfida: sopravvivere alla prostituzione. Si va, così, dallo storico Italia di Ponte Chiasso (sala a due passi dalla dogana e piccolo rifugio per gli appassionati dell’hard) alle 4 sale genovesi, passando per Udine, Biella, il Cine Maffei di Torino e l’Ambasciatori Sexy Movie di Roma che difende una tradizione iniziata alla fine degli Anni 70, quando il porno sbarcò anche tra le gallerie e le platee nostrane. Ma lo storico Majestic di via Lambro a Milano, la prima sala hard aperta in Italia nel 1977 che ha cambiato per sempre la storia del costume di tutto il Paese, è solo un ricordo per gli habitué milanesi, che nel 2014 hanno visto tirare giù la saracinesca anche del Pussycat di via Giambellino.

Del resto c’è poco da stupirsi: tra due settimane a Parigi chiuderà il suo ultimo cinema pornografico, Le Beverley. Nato nel 1975 in un vicolo dei Grands Boulevards, nel cuore del quartiere dei divertimenti di Parigi, Le Beverley era solo una delle tante sale del genere della zona ma adesso, in un momento di forte competizione con la pornografia di facile accesso disponibile gratuitamente in rete, tutti hanno chiuso, uno per uno.

Bstai pensare che nel 2017 Pornhub ha avuto 28,5 miliardi di visitatori totali che hanno fatto 24,7 miliardi di ricerche, che vuol dire circa 800 al secondo. I nuovi video caricati durante il 2017 sono stati un po’ più di quattro milioni (800 mila circa quelli amatoriali): per guardarli tutti in fila uno dopo l’altro ci vorrebbero 68 anni. Per quanto riguarda il tempo medio di visita, nel 2018 si abbatterà probabilmente il muro dei 10 minuti. Che la florida industria del porno stia rendendo il tutto più facilmente consumabile tra le mura domestiche è cosa nota, così come un’altra serrata che sta caratterizzando i sexy shop, visto che tutto quello che si cerca si può far recapitare comodamente e discretamente a casa. Ma il settore non è in crisi, ha solo radicalmente cambiato mezzi di diffusione: i clienti, che di certo non mancano, continuano a pensare che l’esperienza del cinema porno, per tutta una serie di suggestione, non potrà mai essere sostituita dal computer. La verità è che il porno italiano resta un tabù da abbattere che si scontra con una società in cui un quarto della popolazione è over 65 e che, fede al dito, non disdegna affatto di spendere 7 euro per vedere una pellicola d’annata, con Moana Pozzi, Cicciolina o Lilli Carati. Perché quello sì che sono pellicole a luci rosse da gustare in sale umide e buie ricordando lontani ricordi di giovinezza.

3 domande a Salvo Leone, edicolante milanese

“Vent’anni fa solo con il porno facevo ricavi per alcune decine di milioni di lire al mese. E l’80% mi rimaneva in tasca come utile”. Salvo Leone, 42 anni, gestisce dal 1997 un’edicola aperta 24 ore all’inizio di Corso Buenos Aires a Milano. Come in qualche altro chiosco di questa zona votata allo shopping, accanto a quotidiani, periodici e souvenir per turisti, un tenda nera nasconde un mini reparto ancora oggi dedicato ai prodotti a luci rosse. Sopra la tenda il cartello “vietato ai minori”. Gli affari non vanno più come un tempo, ma qui il porno da edicola non è ancora da buttare via: “Ogni mese incasso 3-4mila euro, con un margine intorno ai 2mila”.

Qualche cliente resiste, nonostante internet. Gente senza dimestichezza col pc?

Oppure veri amatori, che comprano i dvd perché vogliono vedere le scene intere senza tagli, i film completi. Di dvd, che vanno dai 5 ai 30 euro, ne vendo 10-15 al giorno. Sui giornaletti porno invece non c’è quasi più mercato. E lo stesso vale per le riviste di appuntamenti, dove ormai ci sono solo annunci e foto di escort. Prima c’era più di una rivista, come “Rosa Rossa”. Ora è rimasta solo “Chiamami”. Me ne consegnano 20 al mese e 15 le restituisco. Poi ho qualche fallo di gomma e qualche vagina: ne venderò un paio al mese.

Categoria preferita?

Sesso etero. Di dvd per gay non ne vendo molti, sono prodotti che arrivano dall’estero e costano di più. Di film con attori trans, invece, 5/6 anni fa ne vendevo di più.

Qual è il cliente tipo?

Abbiamo perso la fascia dei giovani. I clienti vanno dai 40 ai 65 anni, più sui 60. Nessuna donna. Ho una quindicina di clienti abituali e qualche occasionale, magari turisti o chi è in trasferta per lavoro.

Cineporno, ‘porcelloni’ dell’ultima oasi protetta

“Il muro di Berlino”. C’è chi lo supera con gli occhi piantati in terra. Chi sterza all’improvviso e sparisce nel buio. E ci sono quelli che ormai se ne fregano, per sfrontatezza o rassegnazione. ‘Il muro di Berlino’ – l’ha battezzato Pierre, habitué del piccolo mondo porno del cinema Centrale a Genova – è una porta di cristallo nera. Da una parte via San Vincenzo: luci di negozi, urla di liceali, profumo di focaccia. Dall’altra parte un attimo di buio che ti fa sgranare le pupille. Un silenzio da cui emergono mugolii, rantoli, urla. Lasciate ogni pudore o voi che entrate. Ormai il confine è superato: sei in un cinema porno.

La domanda ‘Scusi, ma cosa proiettate oggi?’ ti muore in bocca. Ass Parade, è scritto sulla locandina. Ma gli spettatori non ci fanno caso. Pagano 7 euro e tirano dritti. Certo che differenza con i titoli degli anni d’oro, quando il porno forse era davvero trasgressione e libertà. Ve li ricordate? Via col ventre, Eiaculazione da Tiffany, Mary Pompins, Il glande freddo, Altrimenti c’arrapiamo, Porchaontas, Un trans chiamato desiderio, Biancaneve sotto i nani. . Fino alle citazioni di Ingmar Bergman (Il posto delle fregole) e Stanley Kubrick (Banana meccanica). E non c’è più la litania della pellicola nel proiettore. Un clic e parte il dvd. Resta un ultimo bivio da superare: “A sinistra film gay e trans, a destra etero”, fa un gesto Sergio, cassiere e gestore dello ‘storico’ Centrale. Destra o sinistra? Qui contano ancora, non come in politica. Con uno sguardo Sergio inquadra i clienti: malinconico, trasgressivo, attivo, passivo, guardone o esibizionista. Poi ci sono i marchettari, ragazzi in cerca di qualche soldo che cercano di imbucarsi.

Non ti resta che sollevare la tenda di velluto ormai consumato dalle mani che l’hanno toccato. Migliaia e migliaia. C’è chi entra con i guanti. Sono gli schifiltosi o chi, forse, non vuole lasciare tracce di sé. Tutto sembra uscire dagli anni ‘70: le sedie di plastica o legno, la scritta livida ‘toilette’. Nell’aria odore di moquette e disinfettante.

Primo spettacolo, ore 10 del mattino. Fuori c’è chi lavora, ci sono treni nella stazione Brignole, accanto al Centrale. Qui invece Alexia è già al lavoro. La trama non è articolata come in un film di Bergman: marito e moglie entrano in una casa da gioco, poi, dopo dieci secondi netti, sono già lì che si agitano. Anche i dialoghi non restano impressi. E il doppiaggio è fuori sincrono: lei parla in inglese e dopo cinque secondi arriva la traduzione. Ma non è essenziale: “So big”, dice la moglie mentre il marito si abbassa le braghe. Si va a senso. Non importa granché se la recitazione non segue il metodo Stanislavskij. Il viso si vede poco.

Ma perché venire qui, quando su internet basta un clic? “Le dimensioni” dello schermo spiega Sergio che riesce a staccare anche cento biglietti al giorno. Già, le dimensioni, e sullo schermo vedi due chiappe – lasciamo perdere il resto – di tre metri per quattro. In platea l’età media è sulla sessantina. Si siedono, guardano attenti per non perdere la trama. E poi… immaginate voi… il cronista si aggrappa a citazioni artistiche, tipo ‘Disperato erotico stomp’ di Lucio Dalla: “Mi son steso sul divano/Ho chiuso un poco gli occhi/E con dolcezza è partita la mia mano”. Sì, un po’ disperato. Ma perché qui e non a casa? Dopo qualche minuto le pupille al buio si dilatano. E cominci a vedere il mondo porno. La sua fauna. Sotto, in platea, un ferroviere che si è preso un attimo di trasgressione prima di tornare a obliterare biglietti sul regionale. Ma dalla galleria arrivano rumori strani, vedi ombre che si agitano. Vale per tutte le sale: il Centrale o il Chiabrera, nei vicoli cantati da Fabrizio De André. Una sala che pare un antro più che un cinema. Preservata com’era nel Ventennio. Il pavimento pieno di macchie, fazzoletti. È la regola non scritta di tutte le sale: nelle prime file si guarda. Dietro vale tutto. Basta sedersi e aspettare. Dopo qualche istante un ragazzo ti si mette accanto. Senti il suo fiato. Si mette una mano sul ventre. Capito? Sì, certo. Lui si chiama Andreas, dice di essere romeno. Qui si comunica con frasi mozze. Sillabe. Gesti. “Dieci euro”. Per fare cosa: e lui mima. Chiarissimo. Dove? “Qui”, però bisogna stare attenti alla maschera che spunta per riportare l’ordine. La decenza, anche se la parola fa sorridere qui, mentre sullo schermo ci sono due ragazzoni vestiti da soldati che assumono posizioni acrobatiche. “Ho una telecamera che inquadra la sala e quando vedo che la situazione si scalda intervengo”, sorride rassegnato Massimo Razzetta che gestisce il Gioiello, una sala aperta nel 1919. L’ingresso è una porticina aperta su un vicolo. Accanto un albergo a una stella e una casa di riposo, strani incroci della vita. Piove, l’odore marcio dei vicoli esce dalla pietra. Sono sempre qui i cinema porno, nelle terre di nessuno, lungo i confini invisibili delle città: i quartieri bene e i vicoli, le stazioni, il porto. “Mi piacerebbe mettere su un cineclub”, sospira Razzetta. Ma a 65 anni si rassegna: “Entri e li vedi tutti ammucchiati, come i piccioni quando metti le briciole di pane. E allora cacci due urli, li allontani”. Le briciole di desiderio sono una coppia, marito e moglie, tutti eleganti. Lei ha un cappottone nero. Lui con la cravatta stretta al collo pesante. Anna, dice di chiamarsi così con accento piemontese, comincia ad armeggiare con i vestiti di lui, si apre il cappotto. E dal buio spuntato tre ombre. Restano a un paio di metri di distanza, poi sempre più vicini. Allungano una mano per vedere fin dove si può. Uno estrae il cellulare: “No, quello no!”, urla il marito.

Si chiama cinema, ma lo spettacolo è in sala. “Si incontrano, e poi si danno appuntamento negli alberghi qui accanto, perché io rogne non ne voglio”, racconta Razzetta. Incontri chiunque: pensionati, disoccupati, ma anche professionisti e sacerdoti. Vent’anni fa in una sala genovese ci morì un parroco. Donne? “Poche, quelle sole le invito ad andare via, perché poi si mettono nei guai”, raccontano al Centrale. Non ci sono più i militari che approdavano qui in fuga dalle caserme. Ragazzi no, a loro basta un clic sul cellulare. Genova si ritrova capitale del porno: 4 sale. Chissà se sia per un primato della trasgressione o un più mesto record degli anziani.

Perché alla fine il cinema porno diventa pure questo: un punto di ritrovo. Approdi, aperti 365 giorni l’anno, per barche un po’ alla deriva. Si finisce per conoscersi, come per una briscola. “C’era un signore di novant’anni. È venuto per decenni”, racconta Razzetta. Ci si vede, pure se nell’ombra, per sentirsi meno soli e colpevoli. “Per non stare con la moglie… anzi, a volte sono le mogli che ce li spediscono”. Ci sono perfino i senza casa in cerca di tepore o di fresco d’estate. Una, due, tre proiezioni. Mezzi addormentati, mentre Alexia lì accanto si agita per ore. Instancabile.

“Sono finiti i tempi d’oro”, sorride Michele Capozzi. Si definisce pornologo. Nell’ambiente è un’autorità. Al Kowalsky, nota enoteca genovese, hanno organizzato una maratona in suo onore. Le sale traboccavano per il suo Pornology. Capozzi – genovese, 72 anni – era emigrato a New York negli anni d’oro. Bazzicò la corte di Andy Warhol e Basquiat. Poi l’approdo al porno. Direttore di produzione e attore con mostri sacri come John Holmes e Candida Royalle. Capozzi sorride con autoironia mentre si atteggia a maître à penser, i capelli lunghi bianchi, il cappotto lungo di pelle. “Negli anni ‘70 e ‘80 il porno era strumento di evoluzione sessuale. Poi arrivò l’aids. Allora fare un porno richiedeva soldi e idee. Ogni pizza undici minuti. Avevi sette scene. Oggi due ragazzi si mettono lì e girano”. Un mondo finito? No, Capozzi è sicuro: “Il porno non morirà mai, perché ognuno ci trova i propri sogni non realizzati. Il porno è democratico: i desideri di tutti sono uguali”.

Tra chi guarda all’Europa e chi guarda le tante ferite

Il Nord e il Sud. Anche queste elezioni hanno marchiato le differenze. Chi vuole correre e pretende il suo posto d’onore nelle città che “fanno” l’Europa, e chi è costretto a piegarsi su ferite sempre più profonde. Ai nostri amici di Facebook abbiamo chiesto un commento sulle due capitali, Milano e Napoli. Spassionato. Attuale. Feroce. O d’amore. Abbiamo scelto alcune risposte. Tirannia degli spazi. Milano, il primo è di Oliviero Malaspina, poeta, scrittore e cantautore, amico e collaboratore di De André. A Milano, confessa, “ormai vengo solo per impegni. Viverci mi mette uno stato d’ansia mai provato in quasi vent’anni. Mea culpa forse”. Flavio Birri, veneziano doc, insegna a Ca’ Foscari Cultura del Cibo e del Vino (“Sua maestà il maiale” è uno dei suoi libri). Sottolinea che ci sono “troppi ristoranti con troppi cuochi bravi. Dal mio punto di vista sarebbe un lavoraccio viverci e lavorarci. Grande città, tra tutte la meno italiana”.

Spiritosa Mara Rossignolo: “La mia camera a gas preferita”. Il giornalista (napoletano) Massimo Milone sintetizza: “Milano: la meno italiana tra le città d’Italia, la più italiana tra le città d’Europa”. Ermanno Accardi ha postato la copertina del suo libro Milano è femmina, scritto con Domenico Megali. Sottotitolo: “Un po’ mamma e un po’ puttana”. Lo confermano la pr Anna Maria Riva: “La città dove sono nata. Come la mamma, le vuoi bene a prescindere” e Gaia Chifari: “Milano è una puttana: ti offre quello che chiedi, ma pretende sempre un prezzo in cambio. Sa schiaffeggiarti se vuole, ma lo fa (quasi) sempre coi guanti”. Per Maria Luisa Calvi, tutta un’altra esperienza: “Milano ha trasformato una ragazza timida ed impacciata in una donna capace di vivere la vita. Grazie Milano ti amo e sempre ti amerò”.

Ma non son tutte rose e fiori. Giorgio Pancaldi, sociologo: “Peccato ci sia la sede della Regione leghista!”. Per l’operatore ong Giuseppe Luca Mantegazza è “claustrofobica, nevrotica, energica, piena di vita, dall’anima borghese e snob. Periferica e poco mischiata rispetto a tante altre città europee più a nord”. Paolo Wilhelm (rugby e comunicazione, ideatore de Il Grillotalpa, il blog della palla ovale) ci sta da più di 30 anni: “È una città stronza, che nasconde la sua bellezza. Non sarà mai Roma o Firenze, ma è molto più bella di quanto non sostenga la vox populi. È l’unica grande città italiana in cui potrei vivere”. Idem Isabella Eleodori, bella voce di R101: “Dopo 17 anni di Roma (che pure ho amato per la sua sfacciata bellezza) vivere a Milano mi sembra il paradiso”. Balle, dice caustico il giornalista Alberico Giostra: “La cosa più bella di Milano è il primo treno per Roma”.

E ora Napoli, città capace di suscitare grande odio e amore immenso.

Domenico Rotiroti (artista dei suoni): “Napoli è un cuore sfasciato, mille volte ricucito, ma batte. Batte sempre”. Regina Cristina: “Napoli era stupenda, ora non la riconosco più! E non ho più voglia di venire”. Vincenzo Vasile (giornalista): “Napoli recita tristi commedie e ironiche tragedie; qui i plebei imitano i principi e i borghesi, e i principi e i borghesi imitano i plebei; per questo è la più bella città del mondo, del mio mondo”. Antonella del Giudice (scrittrice): “Di partenope non rimane che la lisca. È una città spolpata”. Rosina Luciano (insegnante): “Stregata dalla maestria delle signore che calano il paniere dai balconi. Da ammirare la loro manualità e le grida che lanciano”. Mario Laporta (fotografo): “Una città che ti insegna a vivere e sopravvivere in qualsiasi altra città del mondo. Una città madre”. Manu Duffy: “A Napoli mi sento a casa è per me come Cuba”. Angelo Agrippa (giornalista): “Una città amministrata da sempre da personaggi scarpettiani o eduardiani”. Donato Troiano (Informacibo): “Solo qui riesci ad amare anche i balconi”. Anna Tarquini (giornalista): “Sali per vicoli angusti e si aprono case nobiliari, impensabili in quel punto. Napoli è mia madre che mi raccontava come i palloncini si doveva tenerli stretti perché se andavano su i soffitti erano troppo alti”. Rossana Cortese (architetto): “La Napoli dei motoscafi blu al porto, la signora cicciona affacciata al suo basso che vendeva le sigarette sfuse. I concerti in piazza della Compagnia di Canto popolare…”. Roberto della Sala (viaggiatore): “Napoli teatralità suoni odori e sapori unici”. Gianpiero della Vecchia: “Quando sentono parlare un Campano, la prima cosa che chiedono, sei di Napoli? Se sei Lombardo non ti chiedono, sei di Milano?”. Marzia Bonacci (giornalista): “Basta una frase del poeta Hölderlin per descrivere la potenza feconda della contraddittorietà di Napoli: “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Mariter Onires: “Napoli è spettacolo, vita ,dolce, amara. Maschere e verità…”.

Lucilla Parlato (giornalista): “Senza mezze misure… per questo l’amo”. Lorenzo Maffucci (dirigente pubblico): “Napoli aristocratica e sciatta, teatro permanente di leggerezza e disincanto”. Andrea Di Pietro (avvocato): “Ultimamente a Napoli si respira un’aria diversa, quasi risorgimentale”. Fabio Di Nunno: “Ti maltrattiamo, ti screditiamo, ti disprezziamo, ti abbandoniamo, in realtà, Napoli, ti amiamo”. Pietro Spirito (manager pubblico): “Napoli mette in mostra i suoi gioielli naturali e nasconde le sue virtù culturali. Eppure le gemme preziose della sua eredità storica possono essere il punto di partenza per il suo rinascimento”. Leonia Stabile: “Napoli figlia di un vulcano e di una sirena, ce la farà”. Fiorella Santoro (operatrice culturale): “Napoli è l’orgoglio e il disonore”. Rosy Gi (contrabbandiera di limoni): “La miseria e la nobiltà più abbaglianti e contraddittorie”. Mariano Casciano (libero professionista): “È la nostra Madre incantatrice, paralizzante, possessiva”. Alessandra Saggese (funzionario pubblico): “Napoli sempre ribelle, indomabile, sempre sporca, mal-trattata. Amata”. Sandro Pacchiarotti (impiegato): “Napoli è l’oculista che mi ripara gli occhiali e non vuole essere pagato, perché signore lei è ospite”. Francesca Rullo: “Napoli è un’ondata di aria fresca, un bambino dalla pelle nuova che canta una canzone in un vecchio ritornello. Tu che riparti e già pensi a ritornare”.