Parlamento – Ci siamo: venerdì 23 marzo comincia la XVIII legislatura della nostra Repubblica. A Palazzo Madama (ore 10.30) e Montecitorio (ore 11) si riuniscono i nuovi senatori e deputati dopo il terremoto elettorale del 4 marzo. Primo atto: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini
2008-2018, la crisi si è divorata destra e sinistra
Nel 2013 il sistema politico italiano era stato colpito da un terremoto determinato dal successo clamoroso, e inaspettato per le dimensioni, del Movimento 5 Stelle, primo partito al debutto con oltre 8 milioni di voti, pari al 25,6%, un risultato senza precedenti nella storia d’Europa. A cinque anni di distanza, nelle elezioni dello scorso 4 marzo, si è registrato nelle urne un nuovo terremoto caratterizzato questa volta da una doppia scossa antisistema, perché alla riconferma del primato di M5S, che supera abbondantemente il muro dei 10 milioni dei voti e sfiora il 33% dei consensi, si accompagna l’avanzata in tutta la penisola della Lega, che con oltre 5 milioni di voti guida la coalizione di centro-destra al traguardo del 37%. Sono dunque loro, M5S e Lega, senza ombra di dubbio i due grandi vincitori delle elezioni politiche 2018.
Se ampliamo il campo di analisi del voto agli ultimi dieci anni (2008-2018), coincidenti con la grande crisi economica, gli effetti distruttivi del nuovo terremoto sul sistema politico italiano sono ancora più evidenti e appare chiaro chi siano i due grandi sconfitti. Nel 2008, infatti, i due maggiori partiti “sistemici” il Pd e il Pdl rappresentavano oltre 25,7 milioni di elettori, pari al 70,6% del totale. Dieci anni dopo, nel 2018, Pd e Forza Italia raccolgono poco più di 10,7 milioni di consensi, pari al 32,7%, con una perdita in termini assoluti di 15 milioni di voti: meno 58,4%, oltre un elettore su due ha abbandonato. Le elezioni 2018 segnano, inoltre, la scomparsa del centro, con la dissoluzione in cinque anni dei 3,6 milioni di voti della coalizione capeggiata da Mario Monti e il magro bottino di Noi con l’Italia Udc che si ferma all’1,3% (poco più di 400 mila voti). Nel 2008 l’Udc di Casini aveva ottenuto 2 milioni di voti, pari al 5,6%.
Analoga sorte tocca alla sinistra radicale che passa da 1,1 milioni di voti (3,1%) della Sinistra Arcobaleno nel 2008, ai 765 mila (2,25%) di Rivoluzione Civile nel 2013, per arrivare ai 372 mila (1,1%) di Potere al Popolo nel 2018. Provando, poi, a leggere i risultati non sul tradizionale asse d’orientamento novecentesco destra-sinistra, ma su quello sistema-antisistema, si comprende ancora meglio la portata delle trasformazioni avvenute nelle preferenze del corpo elettorale. Nel 2008 il fronte dei partiti anti-sistema (Lega Nord, Sinistra Arcobaleno e tutte le liste minori), si era attestato sul 18,3% con 6,7 milioni di voti. Dieci anni dopo, i partiti e i movimenti anti-sistema in una accezione larga (M5S, Lega, Fratelli d’Italia, Pap e liste minori) rappresentano oltre il 58,5% dei voti validi con 19,2 milioni di consensi. Un’altra Italia rispetto a quella di prima della grande crisi.
Detto in altri termini la “maggioranza silenziosa”, tradizionale asse portante del sistema politico, appare oggi sostituita da una “maggioranza rancorosa” che richiede a gran voce un cambiamento radicale nelle politiche economiche, sociali e sull’immigrazione, con un aperto disprezzo della classe politica in generale. Vi è, infine, da osservare come nel decennio della grande crisi, il numero dei votanti sia passato dai 37,9 milioni del 2008 ai 34,0 del 2018 con un calo di 3,7 milioni (-9,8%), determinato da un astensionismo crescente (19,5% nel 2008, 24,8% nel 2013 e 27,1% nel 2018).
Anche in ragione di questa nuova, doppia scossa di terremoto politico, la lettura dei dati assoluti, con i relativi raffronti, appare preferibile a quella, più tranquillizzante e per alcuni versi “anestetizzante”, dei confronti basati sulle percentuali. Vediamo quindi che cosa è successo nelle tre grandi famiglie (centrosinistra, centrodestra e M5S) confrontando i voti ottenuti nel 2018 con quelli delle elezioni 2013.
CENTROSINISTRA. Per ironia della sorte, gli stessi che nel 2013 definirono il risultato ottenuto da Bersani “un rigore sbagliato a porta vuota” oggi, forse, rappresenterebbero quel 29,6% ottenuto dalla coalizione Italia Bene Comune come una straordinaria vittoria di contenimento contro l’avanzata dei barbari. La coalizione guidata dai dem nel 2018, infatti, si è fermata a 7,5 milioni di voti contro i 10 milioni dell’alleanza tra Pd, Sel e Centro Democratico del 2013, con una perdita secca di 2.547.000 consensi: poco più di un elettore su quattro ha abbandonato il centro-sinistra.
In termini percentuali, il centrosinistra passa dal 29,55% del 2013 al 22,85% del 2018 con un arretramento del 6,7%. Per parte sua, il Partito Democratico guidato da Matteo Renzi fa anche peggio della coalizione, con una perdita secca di 2,5 milioni di voti (meno 29,1%) in cinque anni e con un bacino di consenso praticamente dimezzati rispetto al Pd di Veltroni (6,1 milioni di voti contro 12,1 del 2018).
Se poi si aggiunge che in queste ultime elezioni il Pd poteva contare su un bacino potenziale di consenso rappresentato da almeno il 50% dei consensi andati nel 2013 a Scelta civica (circa 1.400.000 voti) si comprende ancor meglio la dimensione della sconfitta renziana. Sono, infatti. soltanto due le regioni dove il decremento dei dem è inferiore al 20% (Trentino e Lombardia), mentre sette superano il 30% (Emilia-Romagna, Liguria, Lazio, Calabria, Basilicata, Molise e Campania) e due il 40% (Sicilia e Sardegna).
Consensi in uscita dal centrosinistra che non sono intercettati in misura rilevante dalla lista di Liberi e Uguali, che supera di circa 25.000 voti il risultato di Sinistra ecologia e libertà del 2013, seppur con performance differenti tra regione e regione (ad esempio, più 47,2% in Emilia Romagna e meno 47,0% in Puglia).
CENTRODESTRA. Le elezioni del 2018 saranno certamente ricordate nel centro-destra per il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia e per la scomparsa dell’“effetto Berlusconi” sul voto che si era sempre manifestato dalla discesa in campo del Cavaliere. La coalizione di centrodestra aumenta i suoi consensi di oltre 2,2 milioni (più 22,4%), passando in termini percentuali dal 29,2% del 2008 al 37,0% del 4 marzo 2018. In dieci anni, però, perde per strada circa 5 milioni di elettori: 12,1 milioni nel 2018 contro i 17,1 milioni nel 2008.
Uno scostamento negativo tutto addebitabile al partito di Silvio Berlusconi: 13,6 milioni (2008), 7,3 milioni (2013) e 4,6 milioni nel 2018: meno 9 milioni di voti in dieci anni (-66,1%, ovvero due elettori su tre hanno abbandonato B.).
Un’autentica frana elettorale solo parzialmente compensata dall’alleato leghista che ha un comportamento altalenante in termini di consenso in questo decennio, in piena conformità alla sua storia. La Lega, infatti, nel 2008 aveva ottenuto 3 milioni di voti (8,3%), era sceso a 1,4 milioni (4,1%) nel 2013, e risale fino a battere il suo record storico nel 2018: 5,7 milioni di voti (17,3%).
In cinque anni la Lega aumenta i suoi consensi del 309% (più 4,3 milioni di elettori), diventando, per la prima volta, un partito con un consenso nazionale, non più circoscritto alle regioni del Nord, con qualche occasionale sfondamento nelle regioni rosse.
I raffronti regionali tra 2013 e 2018 hanno per il Carroccio dimensioni assolutamente inimmaginabili anche alla vigilia del voto: per tutti la Puglia, dove la Lega passa da 1.578 a 133.547 voti con un aumento dell’8.463,1%. La “nazionalizzazione” del voto leghista contribuisce alla sconfitta di Forza Italia, che rispetto al 2013 perde il 37,4% dei suoi voti assoluti e arretra in percentuale sui voti validi dal 21,6 al 14%.
La regione con la peggiore performance in casa Forza Italia è il Lazio (-47,1%), mentre quella in cui contiene maggiormente il calo è la Calabria (-15,3%). Il terzo pilastro della coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia, compiono un grande balzo in avanti tra 2013 e 2018, superando 1,4 milioni di voti contro i 666 mila (+113,9%). L’aumento più elevato il partito della Meloni lo fa registrare in Calabria (+235,8%) e in Friuli (+183,3%).
M5S.Lo straordinario risultato finale (32,7% e largamente il primo partito) ha finito per mettere in secondo piano un andamento assai differenziato da regione e regione. Infatti, a fronte di un aumento medio nazionale del 23,4% in termini di voti assoluti, in ben 6 regioni il M5S arretra rispetto al 2013: Liguria e Friuli (-13,6%), Veneto (-10,3%), Piemonte (-8,2%), Umbria (-1,6%) e Toscana (-1,1%).
Sotto l’incremento medio anche Emilia Romagna (+6,0%), Marche (+6,1%), Lombardia (+6,2%) e Lazio (+9,7%). In perfetta media il Trentino (+23%). L’onda travolgente è tutta meridionale con il picco straordinario della Campania (+124,9%), della Basilicata (+84,9%), della Calabria (+74,8%), della Puglia (74,5%), più indietro troviamo il Molise (+50%), la Sicilia (+40%), la Sardegna (+34,1%) e l’Abruzzo (+30,3%).
È dunque un Movimento 5 Stelle a due velocità (lenta se non in frenata nel Centro-Nord e travolgente come un’onda alluvionale al Sud) quello che ha superato brillantemente l’esame di maturità elettorale dopo il successo del 2013, smentendo chi aveva scritto e detto che mai e poi mai avrebbe superato il muro del 30%.
*Deputato LeU
I veri balli proibiti di Tommaso Cerno
Sabato sera a Ballando con le stelle, il talent di ballo condotto da Milly Carlucci su Rai 1, Ivan Zazzaroni ha contestato la coppia Giovanni Ciacci/Raimondo Todaro in gara.
I due rappresentano “la quota gay” del programma (in realtà Todaro è semplicemente un ballerino professionista eterosessuale con moglie e figli) e non sono neppure una gran novità all’interno del programma stesso, visto che due anni fa anche Platinette ballò con Todaro a Ballando con le stelle. In quella stagione il giudice dello show Ivan Zazzaroni – forse rasserenato dalla parrucca biondo platino di Platinette – non ebbe nulla da eccepire. Sabato sera si è rifiutato di dare un voto con la sua paletta d’ordinanza all’esibizione di Giovanni Ciacci e consorte danzereccio perché, testuale “vi vedo fuori contesto, mi sembra che questa esibizione appartenga a un altro programma, è un discorso estetico, non riesce a prendermi, secondo me l’estetica nel ballo è donna/uomo e tu Giovanni ti sei penalizzato nel non ballare con una donna. Sono animato dalle migliori intenzioni, forse riuscirai a convincermi, però al momento non ti voto”.
Un discorso fesso? A mio avviso sì. (le gemelle Kessler andavano spaiate?) Un discorso omofobo? A mio avviso no. E invece, siccome siamo nel periodo storico in cui tocca appiccicare un’etichetta a tutto, il discorso viene tacciato come pericolosamente omofobo e Ivan Zazzaroni diventa in un attimo un incrocio tra Giovanardi e Predolin. Tweet su tweet indignati, insulti a Zazza, tutti fuori tema in un nanosecondo. Non basta dirgli “Ammazza come sei vecchio!” o Benvenuto nel 2018”, no, “omofobo”.
Con la prontezza di un velociraptor si inserisce nella discussione il neo-eletto nel Pd ed ex giornalista Tommaso Cerno, che twitta: “Omofobia senza giustificazioni su Rai 1 a Ballando con le stelle, spero intervenga la vigilanza Rai”. E poi: “L’omofobia è come il diavolo, si nasconde nei dettagli!”. Poi ribadisce che è omofobia senza precedenti e infine invita Zazzaroni a ballare con lui per fargli cambiare idea.
Insomma, mercoledì Cerno prendeva la tessera del Pd definendola una scelta di vita, giovedì invitava Luigi Di Maio ad aggiornare i microchip dei suoi troll che lo offendono con tweet omofobi (che c’entra Di Maio?) e ora se la prende con Ivan Zazzaroni, col microchip fallato pure lui, evidentemente.
Ora, non so se è l’effetto Pd, ma qualcuno spieghi a Cerno che in questo momento sono i mancati voti al Pd più che il mancato voto a Ciacci/Todaro che dovrebbe preoccuparlo. E che quel 18 per cento è colpa di due tizi (loro sì) che non avrebbero mai dovuto ballare insieme. Uno è il sempreverde papi, l’altro è il leader (uscente) del suo partito. In quel caso, la paletta non l’ha usata manco Cerno, a quanto pare.
“Il partito ha lasciato i suoi valori ai 5Stelle: lavoro, etica e diritti”
Nicholas Ferrante, 21 anni.
Iscritto nel Pd a 17 anni.
Perché?
Per stare dalla parte dei deboli.
Con Renzi? Sicuro?
Durante le primarie non aveva detto che al governo avrebbe abrogato l’articolo 18. Potevo mai saperlo prima? Il Pd dovrebbe stare nel centrosinistra. La sua identità non può essere tradita.
Che reazioni ha ricevuto dopo l’ intervento in Sinistra Dem?
È stato apprezzato molto dai partecipanti provenienti dal Sud. Dove i difetti del Pd sono più accentuati: un partito chiuso nei notabilati che difendono il loro potere, impossibile da aprire ai giovani, ai professionisti, a chi vorrebbe partecipare a decisioni democratiche.
Quei notabilati meridionali di cui persino Vincenzo De Luca si è lamentato. Lui che aveva il figlio, Piero, eletto da capolista a Caserta. Trova analogie con la candidatura di Giuseppe De Mita che lei ha criticato?
Sono storie diverse. De Luca viene dal Pci ed è un valido amministratore. Io sono studente universitario e grazie alla Regione seguo le lezioni senza pagare abbonamenti per il bus. Piero è un giovane competente, un referendario alla corte di Giustizia, mi sembra un azzardo impedirgli di fare politica perché è figlio di. Certo, poteva giocarsela in altri collegi…
Se l’è giocata nell’uninominale di Salerno ed ha perso.
Come tutti i dem in tutta la Campania. Ma il percorso dei De Luca è coerente. Quello dei De Mita no. Ciriaco De Mita esce dal Pd perché Veltroni non lo candida, va nell’Udc, il nipote Giuseppe lo segue e va all’opposizione dei governi Letta, Renzi, Gentiloni. Una candidatura sbagliata, imposta da un sistema elettorale truffaldino e forse incostituzionale, il Rosatellum. Le candidature andavano scelte con gli iscritti.
Andrebbe rimessa agli iscritti anche la decisione su un’eventuale appoggio del Pd a un governo M5s?
Certo. E poi si va a valutare in parlamento i punti programmatici del M5s, e su quelli si lavora. Ricordo che i parlamentari non hanno vincolo di mandato, è contro la Costituzione imporre a priori di stare all’opposizione. Anche se…
Anche se?
Una domanda su come si fanno le tessere andrebbe fatta.
Facciamola.
Il modello Milano funziona benissimo e in città il Pd ha preso il 30 per cento. In Irpinia solo il 15 per cento. Perché qui abbiamo notabili e servi che raccolgono adesioni soltanto durante i congressi e solo di amici e parenti.
Come giudica l’analisi delle ragioni della sconfitta?
Al Sud si è liquidato il tema dicendo che l’onda grillina è dipesa dal reddito di cittadinanza. Non è così, al Sud non siamo tutti disoccupati o disperati.
In costiera sorrentina, zona ricca, il M5s ha sfiorato il 50 per cento.
A dimostrazione della reazione a un sistema politico marcio.
Lei sostiene che ampie fette di elettorato di sinistra hanno votato M5s. Perché?
Il voto M5s è stato un voto di difesa delle idee che fino a poco tempo fa erano alla base del voto per il Pd: i beni comuni, la questione morale, i diritti del lavoro. Temi che il Pd ha abbandonato e i grillini no.
Quindi Pd e M5s hanno un bacino elettorale comune?
In parte sì. Su certi argomenti non siamo molto distanti.
Dunque?
Se il M5s presenterà un programma in punti, e questo programma sarà di centrosinistra, perché il Pd deve dire no?
Lei ha detto di conoscere gli elettori che prima votavano a sinistra e ora il M5s. Chi sono?
Insegnanti, professionisti, praticanti legali, piccoli imprenditori. Con dei valori di cui prima il Pd si faceva carico. Hanno votato contro il Pd per azzerare tutto. Nel collegio di De Mita il M5s ha candidato Generoso Maraia. Figlio di Giovanni Maraia, ex dirigente del Pci che fu il primo a scoperchiare il caso Isochimica (la fabbrica che ha avvelenato di amianto Avellino seminando morti e malattie, ndr).E poi dicono che hanno votato M5s per il reddito di cittadinanza?
Nicholas (21 anni) scuote il Pd: “È marcio, i nostri votano M5S”
In terra irpina, nella provincia campana di Avellino, la definirebbero una “cazziata”: una rimbeccata tonante e senza altre intenzioni se non mettere il Partito Democratico di fronte ai suoi errori. Nicholas Ferrante ha 21 anni, è un giovane democratico della provincia di Avellino (arriva oltretutto da Luogosano, un paese di 1.100 abitanti a ridosso dell’alta Irpinia) e ieri si è conquistato lunghi applausi al Nazareno durante l’assemblea di ‘Sinistra Dem’, la corrente Pd che fa capo a Gianni Cuperlo.
Un’analisiprecisa sugli sbagli di un partito che non ha più radici nei territori e tra le persone: “Nella provincia di Avellino, culla del ‘De Mitismo’ il Pd ha preso il 15% mentre il M5s il 42%: i numeri già dicono tutto”. Racconta di una realtà in cui “aspiranti candidati hanno perso la dignità in cambio di una candidatura” e parla di un partito che a livello locale non esiste. “Ci sono i ‘signori delle tessere’ e se hai un capitale, un imprenditore che ti sostiene, puoi prendere in mano il partito”. Racconta di persone che dopo una vita a sinistra, hanno votato il M5s per liberarsi di “un sistema marcio e clientelare”, del ‘Rosatellum’ che ha imposto la candidatura del mal visto Giuseppe De Mita, della vita reale: il padre che non paga le bollette per mandare il figlio all’università, i laureati costretti ad accettare lavori gratuiti. “Nulla di sinistra, ma è ciò che in questi anni abbiamo avallato”. Quello che viene abbandonato da uno se lo prende un altro: “La bandiera dell’onestà del M5s – dice Ferrante – della moralità, del rispetto e lademocrazia diretta: erano nostri temi ma siamo stati in grado di farli prendere a loro. Dobbiamo parlare di questione morale, democrazia dei beni comuni e rispettare la sovranità popolare sui referendum del 2011 sull’acqua pubblica: è una cosa di sinistra”. Semplice. Lineare. Il 5 marzo è andato in una scuola a parlare coi ragazzi: “Non ho saputo rispondere a ragazzi di tre anni più piccoli di me, quando mi hanno chiesto: ‘Come posso partecipare alla vita del Pd?’. Cosa dovevo rispondere? Di andare a prostrarsi davanti a un signore delle tessere? Ho alzato le mani e ho detto: ‘Non ti so rispondere’. Dobbiamo ripartire dal basso, scusandoci con gli elettori di centrosinistra che hanno votato il M5s: dobbiamo intercettarli, non dire che non ci hanno capito. Erano più avanti di noi: i risultati lo dimostrano”.
Ieri è stata anche giornata di botta e risposta a destra. L’ex governatore della Lombardia, Roberto Maroni, a Mezz’ora su Rai 3, ha definito impossibile un governo tra Lega e M5S che metterebbe in crisi le alleanze delle amministrazioni locali. Ha definito Salvini un “ragazzo giovane, molto ambizioso e capace” ma che deve aspettare: “Mi auguro solo che il patrimonio che io, Bossi, Berlusconi abbiamo costruito in questi anni non venga buttato via”. La risposta di Matteo Salvini è arrivata invece a Domenica Live, su Canale 5: ha scommesso su se stesso come premier e non ha escluso un dialogo con i 5 Stelle: “Voglio vedere cosa vogliono fare – ha detto .- È mio dovere ascoltare tutti. Non c’è niente di impossibile e irrealizzabile”. Esclude un governo delle larghe intese, ma apre al Pd: “Spero ci aiuti a far ripartire il Paese”.
Nel pomeriggio è arrivata poi l’annunciata telefonata tra Salvini e il leader del M5s, Luigi Di Maio. “Ci siamo confrontati sulla questione delle presidenze delle Camere in vista del voto di venerdì prossimo. Non abbiamo parlato di nomi né di ruoli”. Anche Di Maio aveva spiegato la telefonata con Salvini. “Come vi avevo anticipato – ha scritto sul blog delle stelle – ho sentito i principali esponenti di tutti i futuri gruppi parlamentari per un confronto sull’individuazione dei presidenti delle Camere che dovranno essere votati a partire da venerdì. Dobbiamo far ripartire subito il Parlamento”. Ha spiegato, poi, di aver parlato anche con Maurizio Martina, Renato Brunetta, Giorgia Meloni (che auspica che la presidenza delle Camere vadano al centrodestra) e Pietro Grasso. “È il primo passo per far partire la legislatura e voglio che tutto avvenga nella massima trasparenza”
Ma mi faccia il piacere
Subitissimissimo. “Legge elettorale? Si fa una settimana” (Matteo Salvini, segretario Lega Nord che aveva votato il Rosatellum, Corriere della Sera, 16.3). Ma una settimana è troppo. Basta un secondo: un rutto e via.
Democrazia pussa via. “Rischio democratico con nuove elezioni” (Silvio Berlusconi, La Stampa, 12.3). In effetti questa democrazia è un bel rischio: se gli elettori decidono di nuovo, poi ci prendono gusto.
Genny ‘a Poltrona. “Chi vuol liberarsi di Renzi è autolesionista. Ora il Pd marci unito” (Gennaro Migliore, Il Dubbio, 16.3). Peccato la confusione del verbo con l’aggettivo: marci.
Garantisce Betulla. “Delitto Moro: tutta colpa di Berlinguer… Altro che Cossiga e Andreotti” (Renato Farina, Libero, 16.3). Siccome Moro voleva portare il Pci di Berlinguer nella maggioranza, Berlinguer lo fece rapire e assassinare. Furbo, lui.
Guai ai vincitori. “Non credo a un esecutivo segnato dalla volontà dei vincitori” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 16.3). Così, per una volta nella vita che si trova dalla parte dei perdenti, lui vince lo stesso.
Scelta cinica. “Se i cattolici hanno votato M5S e Lega, significa che la Chiesa ha perso” (Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, ex ministro del governo Monti, l’Espresso, 17.3). Quando governava Monti, invece, vinceva San Francesco.
Perle ai porci. “In questi anni la classe dirigente della sinistra ha prodotto moltissimi talenti: da Gentiloni a Minniti passando per Calenda, Sala, Nardella e moltissimi altri” (rag. Claudio Cerasa, il Foglio, 13.3). E il rag. Cerasa, dove lo vogliamo mettere? Va bene la modestia, ma non esageriamo.
Rocco e i suoi fratelli. “I giornalisti sono cattivi. Il loro fine è danneggiarci. Partecipano alla campagna elettorale in modo spudorato, non serve a nulla parlare con loro, non abbiamo più bisogno di giornali e tv” (Rocco Casalino, capo comunicazione 5Stelle, ai neoeletti M5S, La Stampa, 11.3). Quindi i 5Stelle che manda ogni giorno in tv sono tutti ologrammi.
L’ideona. “Giochi a Torino, il Pd attacca: ‘Grillo pentito, romani offesi’” (la Repubblica, 11.3). Quindi il Pd vuole candidare Roma alle Olimpiadi invernali del 2026? E su quale montagna si terranno le gare di sci, di salto dal trampolino e di bob: su quella dei voti persi?
Se arretro, seguitemi. “Sono orgogliosa dei risultati e dei successi di una persona che fa parte di me. È il momento di Matteo. Ho il dovere di non confondere i piani. Per rispetto. Per amore. Una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra” (Elisa Isoardi, fidanzata di Salvini, Oggi, 14.3). Ogni giorno in tv su Rai1.
La concavendita. “Fatevi un amico tra i 5 Stelle, convincetelo a venire dalla nostra parte” (Silvio Berlusconi, presidente Forza Italia, ai neoeletti FI, 15.3). “Il piano di Berlusconi. Il Cavaliere inaugura la fase concava” (il Giornale, 16.3). Deve aver rimesso mano al portafogli.
Le Grandi Riforme. “Matteo non ha molta pazienza in campo, tende a sparacchiare parecchio… Esegue il colpo in maniera troppo violenta rispetto alle sue qualità tecniche, così fa troppi errori. Deve ancora capire che nel campo ci sono la rete e le righe” (Stefano Cobolli, maestro di tennis di Renzi al circolo Canottieri Aniene di Roma, Un Giorno da Pecora, Radio 1, 6.3). Ogni volta che la butta fuori o sulla rete, vuole cambiare la Costituzione.
Il condannato assolto. “Condanne per la P3, ma Verdini è assolto” (Corriere della sera, 17.3). “Bell’affare la mostrificazione di Verdini. Assolto nel processo P3. Ma intanto è stato fatto fuori da tutto” (Il Foglio, 17.3). “Tanto caos per nulla, Verdini assolto dalla P3” (Libero, 17.3). “Verdini assolto dalle accuse sulla P3” (il Giornale, 17.3). In effetti al processo P3 Verdini è stato condannato “solo” a 1 anno e 6 mesi per finanziamento illecito, oltre alla condanna prescritta a 2 anni per corruzione e ai 7 anni in primo grado per bancarotta fraudolenta e truffa. In una parola: assolto.
Il titolo della settimana/1. “Prandini non fu solo Mani Pulite” (La Verità, 14.3). Infatti fu Tangentopoli.
Il titolo della settimana/2. “Il fallimentare quinquennio bergogliano” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 15.3). E del fallimentare sassantennio ferrariano, quando ci parli?
Il titolo della settimana/3. “Il grillismo non ha bisogno di utili idioti” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 15.3). Peccato, lui sarebbe perfetto.
Atticisti militanti 4 – alla riscossa!
Non contano regole, tifosi e storia: è l’affare Red Bull
I quarti di finale di Europa League avranno un inquilino ingombrante. Qualche indizio: è austriaco (anche se gira il mondo), fa sport estremi e, soprattutto, ti mette le ali. Indovinare è facile, anche se nel calcio il marchio Red Bull non ha ancora ottenuto gli stessi primati mondiali raggiunti in altri sport, dalla Formula Uno al motocross. La strada, però, sembra quella buona. Lipsia e Salisburgo, entrambe controllate dall’azienda, si sono sfiorate venerdì nell’urna di Nyon, con qualche imbarazzo da parte della Uefa. Il sorteggio, per il momento, ha evitato la sfida tra i tori rossi, ma il caso è emblematico del piano di investimento di Red Bull nel calcio.
L’articolo 5 del regolamento delle competizioni europee prevede che “nessuna partecipante a competizioni Uefa possa detenere, direttamente o indirettamente, la proprietà di un altro club partecipante alla competizione”. Del conflitto di interessi tra Lipsia e Salisburgo si era espresso a inizio stagione l’organismo di controllo del calcio europeo, dando il via libera ai bibitari.
Il motivo? Da quando il Lipsia si è affacciato nelle Coppe europee, Red Bull è stata ben attenta a risultare soltanto come sponsor principale – e non come proprietario – del club austriaco, pur avendone il controllo de facto. Dunque tutto ok per la Uefa, nonostante i sospetti. Negli ultimi anni, poi, sono sempre più frequenti i trasferimenti sull’asse Lipsia-Salisburgo. Caso emblematico è quello di Naby Keita, ragazzo prodigio acquistato dal Salisburgo nel 2014 per poco più di 1 milione e rivenduto due anni dopo ai soci di Germania per 24. Stesso percorso di Dayot Upamecano (10 milioni), Konrad Laimer (7), Bernardo (6), Peter Gulacsi (3) e molti altri. Denaro fresco nelle casse del Salisburgo, club formalmente non detenuto da Red Bull – come riconosciuto dalla Uefa – ma che con i soldi di Red Bull vive, rispettando i limiti del fair play finanziario anche grazie alle cessioni “fai da te”.
Oggi la multinazionale controlla quattro club: oltre a Lipsia e Salisburgo ci sono il Red Bull Brasil, a San Paolo, e i New York Red Bull. Tutto sotto la supervisione di Gerard Houllier, storico ex allenatore del Liverpool.
Ovunque vada, Red Bull impone le stesse regole: compra un club e ne cambia nome, colori sociali e simbolo (neanche a dirlo, due tori rossi con un pallone al centro). E gli investimenti tecnici, al momento, funzionano. In soli sette anni il Lipsia è passato dalla quinta serie del campionato tedesco alla Champions League, primo club dell’ex Germania est a riuscirci dopo il crollo del Muro di Berlino. Nel resto del mondo, il Salisburgo ha vinto otto degli ultimi undici campionati, mentre il Brasil ha già scalato tre serie in sette anni e a New York, dove ancora non è arrivato il titolo americano, il pubblico del soccer ha ammirato star mondiali del calibro di Thierry Henry.
Il tutto non senza qualche polemica con i sostenitori più romantici, che non sempre si sono fatti andar bene il cinismo dell’azienda. A Salisburgo, per esempio, i tifosi avevano mal digerito l’addio alla vecchia maglia viola, soppiantata dall’uniforme d’ordinanza bianco-rossa. Quando i tifosi presentarono una petizione per chiedere un passo indietro alla società, il magnate dell’energy drink rispose con una provocazione: nella successiva partita casalinga fece riempire i seggiolini dello stadio con migliaia di occhiali con le lenti viola, in modo che i sostenitori potessero sfogare così i più reconditi piaceri cromatici. In Germania, invece, la legge vieta di inserire un marchio nel nome di un club. Problema risolto in fretta: il Lipsia è diventato RasenBallsport Lipsia, che tradotto suona “sport della palla sul prato”, ma che abbreviato è un più funzionale Rb Lipsia. Forse è anche per questi stratagemmi che il Guardian, due anni fa, definì il Lipsia “la squadra più odiata di Germania”.
“C’è solo un gruppo editoriale che vince lo Strega, ma si fa qualche passo avanti”
“Si legge poco, si scrive molto. Si frequentano i Saloni e i Festival letterari, e fino a quando saremo il Belpaese gli scrittori stranieri verranno volentieri”. Popolo strano, quello italico, “ma non più di molti altri”. Il presidente del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, azionista di Chiarelettere che è socia del Fatto, Stefano Mauri, fotografa un Paese in leggera ripresa culturale, ma ancora indietro rispetto ai grandi d’Europa. Tra pochi giorni, il 26 marzo, si chiudono le iscrizioni per “IoScrittore”, il torneo letterario che nelle sette edizioni precedenti ha consegnato alle librerie altrettanti nuovi autori e agli eBook cento nuove voci, ha valutato 2.334 opere e distribuito in royalties 400 mila euro.
Mauri, oltre ai numeri, a che serve un torneo così?
Come editori siamo chiamati a essere molto selettivi, mentre la Rete negli ultimi anni ha sollecitato una maggiore ‘democrazia’ letteraria. Allora abbiamo voluto creare una formula che volesse conciliare la domanda di accesso aperto a tutti alle nostre esigenze di selezione. E poi il torneo serve come palestra: ricevere i giudizi di dieci, quindici lettori è molto meglio del singolo di un editor di una casa editrice, che a volte si limita a rispondere con una lettera molto diplomatica. Se dieci giudizi sono negativi, allora te ne devi fare una ragione e magari capisci che ciò che hai scritto interessa solo a te. In questo modo, infine, si possono scoprire talenti che altrimenti non mandano i propri manoscritti, non fidandosi delle piccole case editrici.
Ma non crede che in Italia si scriva un po’ troppo?
È vero. Come pure c’è un sacco di gente che scrive senza leggere. Però non credo che altrove la situazione sia molto diversa: magari leggono di più, ma scrivono altrettanto. Il racconto costituisce la differenza tra l’uomo e gli animali.
Gli ultimi dati di vendita certificano un lieve aumento dei lettori, seppure in settori specifici. È comunque un buon segno?
La crescita del 5,6% nel mercato è imputabile agli effetti del bonus cultura, i cui beneficiari per l’80% l’hanno speso in libri. Ne hanno goduto le case editrici universitarie e ne hanno sofferto le copisterie: questo è positivo. La copia illegale rende così basse le vendite delle edizioni vere che finisce per alzarne il prezzo. Se tutti comprassero i libri, costerebbero meno delle fotocopie.
Allora il dato di lettura generale non è confortante?
Il declino è un problema molto serio, un numero come 42% è drammatico. L’Associazione italiana editori (Aie) ha indagato un po’ più a fondo rispetto alla domanda dell’Istat, che era molto rigida: ‘Non per lavoro, ha letto un libro negli ultimi 12 mesi?’. Se si aggiunge: ‘Ha mai letto un romanzo rosa, una guida di viaggi, un libro di cucina, un libro a suo figlio’, allora si arriva al 62%. È già un po’ meglio…
Si sono moltiplicati i Saloni, le fiere, i festival letterari. Tanto pubblico, poche vendite.
Partecipare a un festival non è sostitutivo di leggere, ma di fare un altro programma non culturale. Se non ci fosse Mantova, farei l’ennesimo weekend al mare. Non aiuta ad aumentare i lettori, ma sappiamo che quello che legge è un popolo che ama interagire, partecipare, conoscere i suoi autori. Noi pubblichiamo molti autori stranieri, nove su dieci accettano di venire. È merito di questo nostro Belpaese.
Quest’anno cambia il regolamento del Premio Strega: gli Amici della Domenica possono proporre candidature. Più potere al popolo, meno alle case editrici?
Gems non ha mai vinto lo Strega! C’è un solo gruppo editoriale che lo vince… Qualche passetto lo stiamo facendo, giudicheremo i risultati.
“Ho visto le pistole, le truffe, Berlusconi all’opera, i tanti soldi e gli scherzi di Ricci”
Che poi agitato lo è realmente, non finge. A sessantacinque anni Francesco Salvi è lo stesso dei film con Paolo Villaggio (“Ho esordito al cinema grazie a lui”); o il personaggio un po’ nevrotico, un po’ schizzato di Drive in; lo stesso che sale sul palco di Sanremo per cantare e quasi manda in crisi sua maestà Pippo Baudo. Improvvisa in continuazione, parla a una velocità non percepibile, incrocia un racconto, poi una riflessione, quindi infila una battuta e ricomincia: con lui si ha la sensazione di dialogare con il fuso orario nella testa, chi ascolta è sempre in arretrato rispetto al suo viaggiare. “Negli anni Ottanta mi hanno pure offerto la cocaina, e quando rifiutavo ci restavano male: ‘Ma come, non pippi?’. No, sono così di natura… Mica ci credevano”. È cresciuto artisticamente al Derby di Milano, il Derby dei veri big; ha venduto milioni di dischi, primo nella hit parade, ha condotto un one man show, recitato sul piccolo e grande schermo, “mentre oggi non c’è molto lavoro, per questo nel frattempo sono tornato alla mia prima passione: la pittura”, ingaggiato da uno dei maggiori galleristi di Milano.
Ultima scoperta…
In realtà dipingo da sempre: a 16 anni ho partecipato alla mia prima mostra con altri allievi della scuola di Urbino e lì credevo di proseguire; poi ho conosciuto dei galleristi insopportabili e invadenti. Ho smesso.
Tele di grandi formati…
Ultimamente sì, e piazzo quattro firme, abbastanza evidenti, così chi lo acquista può appenderlo come preferisce (i soggetti principali sono delle auto, lui che ha inciso il successo C’è da spostare una macchina).
Automobili come soggetti, la sua è una fissa…
Mica ci avevo pensato! Però questa è l’ultima fase, qui c’è dell’altro (e mostra disegni con angeli, demoni, linee incrociate, tipiche di chi ha studiato Architettura).
Architetto Salvi.
Per fortuna poi è arrivato Gianfranco Funari ad aiutarmi: lui mi voleva bene, ed è riuscito a portarmi dentro la sua trasmissione, A bocca aperta. Con la televisione si svoltava.
Però lei era già uno dei comici del Derby…
Eravamo tanti, il Gotha del periodo, tutti i migliori sono passati da quel palco, tranne Roberto Benigni e Beppe Grillo.
Tra loro anche Antonio Ricci, che parla di lei come uno dei più talentuosi.
Davvero? Grazie, è un amico. Ci siamo conosciuti lì: simpatico, forte, poi era celebre perché verso metà del suo numero, all’improvviso, iniziava a uscirgli il sangue dal naso e per sostenerlo scattavano gli applausi dalla platea. Chissà, forse era una tecnica…
Ricci racconta: “Dopo lo spettacolo andavo a cena con Faletti e Salvi: sistematicamente la polizia ci fermava perché eravamo dei capelloni”.
È vero. Li ho sempre portati molto lunghi, li ho tagliati una volta e solo perché non accadeva nulla sul piano professionale: i talent scout venivano al Derby e parlavano con Boldi, Teocoli, Abatantuono e gli altri, con me mai.
Ha funzionato?
Macché, ho aspettato altri due anni, fino a quando Ricci mi ha coinvolto con il Drive in.
Benedetto Ricci…
Dopo la chiamata torno a casa e dico a mia moglie: ‘Ci siamo, finalmente cambiamo la macchina’. Andavamo in giro con una Citroën DS scassata. Comunque con lui mi sono veramente divertito.
In trasmissione?
Anche fuori, era micidiale, una macchina da scherzi, si divertiva a mettere le persone in mezzo: quando andavamo in albergo mischiava le chiavi delle stanze, o toglieva la targhetta ‘non disturbare’ e spalmava la colla sulle maniglie. Poi si nascondeva.
In che senso?
Spesso sollecitava gli altri, godeva nello stare dietro le quinte, osservava i punti deboli e colpiva: una sera eravamo a cena con Enrico Beruschi, il quale è terrorizzato dai cani; così Antonio mi chiese di portare il suo paltò nella casetta dei dobermann.
Risultato?
Beruschi tornò a casa senza soprabito.
Cinema, libri, musica: il suo percorso è simile a quello di Giorgio Faletti.
Un po’ è vero, anche lui non voleva limitarsi, gli stava stretto il ruolo singolo, ma non so se è un bene; magari in assoluto è meglio seguire l’esempio di Fiorello, bravo a concentrarsi su un percorso unico.
Il suo idolo da ragazzo?
Walter Chiari. Lo studio da sempre, anche a scuola, e parlo delle elementari: leggevo e ripetevo le sue battute, conoscevo ogni barzelletta.
La scuola come primo palco.
Un classico, per tutti è stato così: i compagni di classe sono sempre il pubblico d’esordio, quello più credibile, mentre le reazioni dentro casa non contano, è come pedalare in discesa: a un certo punto vai a vuoto e devi smettere; e poi non mi filavano, preferivano le battute di mio fratello.
Come andava alle superiori?
Fino alla quarta sono stato tra i migliori, da lì mi sono arreso, non ne potevo più, mi ero rotto le scatole. Però andavo bene in storia, italiano e disegno; una tragedia nelle materie scientifiche: una volta ho imparato a memoria tutta chimica, quindi sono andato dal professore: ‘Sono pronto per un’interrogazione fiume, ma poi basta, perché mi fa orrore’.
Insomma, i primi anni da comico non guadagnava un granché.
Meno di un granché. Una sera vado a Rosignano per uno spettacolo, il proprietario della discoteca decide di organizzare lo show di lunedì. Non si presenta quasi nessuno. Chiedo il mio cachet, la risposta è ‘non ti do niente, se non ti sta bene sono cazzi tuoi’ e tira fuori la pistola.
Galatuomo.
Allora era quasi normale. Mi salvai solo perché il mio manager, e all’improvviso, si accorse di avere amicizie in comune con quel bandito pistolero.
Happy end.
Rimediamo 100 mila lire per benzina, un panino e le sigarette. E non è finita: al ritorno passo da Livorno, e per un millimetro evito un frontale mortale. Scendo per litigare e trovo dall’altra parte il mio amico Max Greggio (comico e tra gli autori di Striscia la Notizia).
Dicevamo del Derby: tra i big c’era pure Abatantuono.
Ragazzone di una bontà incredibile, anche ingenuo: da giovane era bellissimo, gran fascino e molto dedito alle donne. Molto. Ora si è costruito questo guscio da Orson Welles…
Non era l’addetto alle luci dei Gatti di vicolo Miracoli?
Favole, lui aveva più successo dei Gatti, il pubblico si divertiva di più con lui e poi al Derby non c’erano grandi luci da gestire, solo due effetti: accese e spente. Quindi il tecnico non era necessario, lui era altro.
Una costante nella sua vita?
Dopo un po’ scoccio. Arrivo, grande sorpresa, applausi, dimostrazioni di affetto e stima, pacche, poi stanco e non ho ancora capito il motivo.
Non si è dato proprio alcuna risposta?
Forse non ho mai avuto un big tra i manager, uno alla Caschetto o alla Presta: quelli che pensano in grande e utilizzano l’artista come un borsellino; da sempre mi sono affidato a un amico, il quale mi ha pure spinto a lavorare poco, a rinunciare alle comparsate e ad altri progetti: ‘No, tu devi puntare a una cosa tutta tua’.
Con Mike Bongiorno ha ceduto a qualche comparsata…
Con lui avevo un rapporto strano, mi metteva soggezione eppure mi rendevo conto del suo atteggiamento cordiale.
Il suo apice inizia con il “MegaSalvi Show”
Nato subito dopo il Drive in, anche perché ero l’unico del gruppo non sistemato, rimasto senza ruolo, non sapevano dove collocarmi. La sigla era C’è da spostare una macchina, ed è partito un boom assurdo, lungo due anni, con la parentesi Sanremo.
Sanremo…
Una libidine esagerata, lo storia dello stress al Festival è in gran parte una balla assurda, perfetta per creare un’aurea di mistero. Comunque lì sono stato invitato, e subito dopo scoppiò un casino perché non volevano né me né Jovanotti, al grido: ‘Questi non hanno mai inciso un disco, non possono gareggiare tra i big’.
E invece?
L’organizzatore, Aragozzini, voleva risollevare Sanremo attraverso tali novità.
Chi vi osteggiava?
Ricordo in primis Rita Pavone, poi altri artisti. Avrei anche rinunciato, mentre a Canale 5 ci tenevano.
Berlusconi.
Simpatico in compagnia. A lui affiderei il pulmino della compagnia, ma non di più, soprattutto l’Italia.
Si racconta sempre di Berlusconi un tempo molto presente tra gli studi di Mediaset.
Se fosse rimasto un imprenditore dedito solo alle tv, a quest’ora sarebbe diventato l’Harvey Weinstein italiano, e frotte di donne a dire: ‘Trent’anni fa mi ha toccato il culo’; con lui che risponderebbe: ‘Lo farei anche oggi, solo che ora è molle’. Comunque lui è un brianzolo da compagnia, uno molto furbo, e sottolineo furbo; l’intelligenza è una situazione diversa.
La linea che differenzia.
L’intelligenza prevede una morale.
Lo vedevate spesso?
A volte pensavamo ci volesse fregare il ruolo, non mollava nulla, a momenti si piazzava al posto del presentatore; era di un’invadenza clamorosa, dettava regole tutte sue: niente calze bianche, niente barba, via le basette, e poi tagliava le battute scomode, a me ha censurato dei passaggi sulle automobili perché erano sponsor.
E quando è sceso in politica…
In quel caso chi mi ha stupito maggiormente sono stati quelli attorno a me, le persone con le quali lavoravo o avevo lavorato: in teoria tutti di sinistra, rispetto a loro sembravo un conservatore; gente che se vedeva Lenin o Mao potevano gridare al fascismo.
Eppure.
Alla fine sono rimasti zitti.
E lei?
Mi poteva offrire i miliardi, non avrei accettato, ma solo perché non me li sarei goduti con la mia coscienza.
In quegli anni è partita la scalata alla Rai.
Era già vecchia, immobile, e oggi è lo stesso ma con trent’anni di più: ancora coinvolgono personaggi come Al Bano o Morandi.
Però ha partecipato per tre anni al Medico in famiglia…
Vado dove mi chiamano e dove mi sento felice, come in Un passo dal cielo; detto questo il mio discorso è un altro: in televisione non ci sono esperti di spettacolo, ma solo esperti di marketing, gente bravissima nel piazzare la pubblicità.
Mentre per il cinema deve dire grazie a Villaggio.
Un doppio grazie. Mi scelse all’interno di un concorso per giovani comici promosso a Genova; quel concorso era già sistemato, si sapeva chi avrebbe vinto. Solo che giorni dopo mi convocò per un provino e mi prese per Fracchia la belva umana. Esperienza unica. Lui è una persona d’oro, con la quale iniziai pure a scrivere un soggetto intitolato L’uomo invisibile, ma senza successo.
Le hanno mai proposto una candidatura politica?
Sì, e ho anche accettato, poi ho capito che non era un ambiente per me.
Con chi?
Nel 1987 con i Verdi, e sembrava un partito di giovani, bravi, onesti, volenterosi: sono anche passato alle Politiche come quarto in lista e senza essermi cimentato in alcun comizio.
Onorevole Salvi.
Macché, ed esattamente in quell’occasione ho capito cos’è la politica: dopo il voto i Verdi sono immediatamente cambiati, hanno stravolto il regolamento interno e per far passare una donna alla quale tenevano molto, hanno cambiato i capilista e sono saltato. Insomma, il mio seggio è finito a un’altra persona.
Peccato.
Va bene così, mi sarei messo con dei cretini.
Il suo apice?
Credo in seconda elementare, poi è stato tutto in calo.
Soldi…
Sono caduto in numerose fregature, compresa la gestione di un locale: dopo dieci anni di successi abbiamo chiuso e in cassa non ho trovato una lira… Pensavo di essere più furbo.
La prima volta che le hanno chiesto un autografo?
Primissimi anni Ottanta, passeggiavo per Roma con mia moglie, eravamo in via Sistina. Mi fermano. Dopo un po’ mi rendo conto che pensavano fossi Pino Daniele.
Un caso?
No, un classico: portavo i capelli ricci e lunghi e allora mi scambiavano o per Pino o per Renato Zero, solo dopo Drive in hanno iniziato a riconoscermi.
Errori fatti?
Quasi sempre, non credo di aver preso molto decisioni giuste.
La sinossi di Salvi…
Sì-no-sì è perfetta, mi calza.
Twitter: @A_Ferrucci