Il Nobel infangato dai crimini di Lady Birmania

Ogni giorno che passa l’eroina della democrazia del Myanmar, il premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, è sempre meno l’icona che è stata dipinta quando era all’opposizione di un governo militare e parlava di diritti negati e di democrazia esponendo così se stessa all’esilio, agli arresti, alla persecuzione dei suoi figli cui veniva negata anche la cittadinanza perché il padre non era birmano.

Adesso che è al potere, premier di fatto e allo stesso tempo ministro degli esteri, Aung San Suu Kyi appare in sintonia con i militari con i quali governa, e politicamente non indipendente dalla cultura dei generali. Lo ha dimostrato chiaramente con le posizioni assunte rispetto alla tragedia del popolo Rohingya, centinaia di migliaia di uomini donne e bambini di religione islamica, cacciati dal paese, vittime di stupri di massa da parte dei militari e di civili di religione buddista.

Suu Kyi, nelle poche parole dette in pubblico sulla questione ha negato la situazione, pur ribadendo: “Noi condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani e le violenze” e attribuendo l’origine dei fatti alle attività dei gruppi armati creati dai Rohingya.

Questo approccio di chiusura a riccio nella difesa del potere costituito è apparso ancor più visibile quando due giovani giornalisti birmani, Wa Lone Kyaw Soe Oo, sono stati arrestati a dicembre scorso in base a una legge che risale ai tempi del colonialismo inglese – l’Official Secret Acts – e sono attualmente in carcere e sotto processo. I due hanno realizzato un reportage esclusivo, pubblicato dalla Reuters, sulla scoperta di fosse comuni con una quindicina di cadaveri in un villaggio Rohingya, con le testimonianze di un attacco di militari e civili e dei corpi fatti sparire. Aung San Suu Kyi non ha detto una sola parola sulla vicenda.

Strano, perché solo pochi anni fa per una vicenda simile (giornalisti arrestati e condannati a 10 anni in base all’Official Secret Acts perché avevano raccontato come i militari birmani costruissero armi chimiche in una fabbrica da loro controllata) il premio Nobel per la pace aveva giudicato “assolutamente esagerata” quella condanna. Stando a quanto pubblicato dal quotidiano Irrawady a proposito di una manifestazione di protesta del luglio 2014 durante a quale Suu Kyi aveva preso la parola, lei disse: “È discutibile che il diritto dei giornalisti di raccontare i fatti venga sottoposto a controllo”. Concludendo: “Non è che io rifiuti i timori riguardo alle questioni sulla sicurezza nazionale, ma in un sistema democratico la sicurezza deve trovare un punto di equilibrio con la libertà”. Parola sagge, atteggiamento fermo nella difesa dei diritti democratici e al tempo stesso del diritto di uno stato a tutelarsi. Ma quello era il tempo dell’opposizione, Aung San Suu Kyi non aveva ancora vinto le elezioni del 2015 e non era premier e ministro degli esteri.

Adesso che guida un governo dove i militari occupano molte poltrone, non una parola sull’equilibrio da trovare tra diritto all’informazione e tutela della sicurezza dello stato. Men che mai un sospiro sul fatto che una legge di origine coloniale sia ancora in vigore.

Per sapere che cosa pensa la premier birmana dell’arresto dei giornalisti in carcere c’è voluto il racconto dell’ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, che era stato chiamato dal governo di Yangoon a far parte di una commissione che si doveva occupare dei problemi dello stato del Rakhine, l’area dove i Rohingya vivono.

Richardson ha detto di aver posto la questione dei giornalisti alla premier durante un incontro. La sua reazione? “È esplosa”. Con il risultato che subito dopo a Richardson è stato tolto il gradimento “perché aveva anteposto la sua agenda a quella del Myanmar”. Capita spesso di invocare i diritti quando ti vengono negati e negarli agli altri quando sei al potere. Capita anche a un premio Nobel per la pace protetta e coccolata dall’Occidente come l’eroina del sud est asiatico. Ma era tanto tempo fa. Oggi è tutta un’altra storia.

Miriam uccisa dalle bulle. Il Cairo: è la nostra Regeni

Aveva origini egiziane, ma era nata a Roma e cresciuta ad Ostia Mariam Moustafa, 18 anni, la studentessa di ingegneria morta al Nottingham City Hospital mercoledì scorso, dopo 20 giorni di coma. Il 20 febbraio era stata picchiata da un gruppo di ragazzine nel centro della città. Secondo lo zio Amr El Hariry, la baby-gang l’aveva aggredita prima verbalmente, poi colpita e trascinata per diversi metri nei pressi del Victoria Centre, nel centro di Nottingham, verso le 20. Lei si era rifugiata su un autobus, dove il gruppo l’aveva seguita e picchiata ancora, girando un video pubblicato sul web. La si vede seduta in fondo, pallidissima e silenziosa, mentre le coetanee la insultano. Le ragazze sarebbero scese solo dopo l’intervento dell’autista, quando lei aveva già perso i sensi. Accompagnata al Queen’s Medical Center, la ragazza era stata dimessa dopo poche ore. Il giorno dopo, il ricovero d’urgenza per emorragia cerebrale, il coma indotto, l’agonia e la morte. Ieri la polizia di Nottingham ha diffuso i primi risultati dell’autopsia: “inconclusive”, non ci sono certezze definitive e andranno fatti altri accertamenti “per capire se ci siano collegamenti fra l’aggressione e il successivo decesso”.

Ma la famiglia di Mariam non ha dubbi: è stata ammazzata di botte. E punta il dito sia sui medici, che non si sarebbero resi conto della gravità delle condizioni della ragazza, sia sulla polizia. Già nei mesi scorsi Mariam e sua sorella minore Mallak erano state attaccate da due membri dello stesso gruppo “per uno sguardo di troppo”, rimanendo ferite. In un’altra occasione, le assalitrici avrebbero chiamato Mariam Black Rose. Inizialmente si è pensato ad un insulto su base razziale: sta ora emergendo che la giovane potrebbe essere stata scambiata per un’altra ragazza che con questo soprannome, su Instagram, si era scontrata con le assalitrici. La famiglia ha dichiarato: “Per noi non fa differenza se sia un crimine razziale o no. È un omicidio e chiediamo giustizia”. In ogni caso, sostengono, la polizia ha agito con negligenza. La prima denuncia, ad agosto, sarebbe finita in un cassetto. E anche dopo il ricovero, secondo il padre Mohamed, gli investigatori non avrebbero preso seriamente le indagini: malgrado le molte testimonianze, finora solo una 17enne è stata fermata e rilasciata su cauzione.

Mariam aveva doppia cittadinanza, italiana ed egiziana: 4 anni fa la famiglia aveva lasciato l’Italia per il Regno Unito. Sulla sua morte la Procura di Roma ha aperto un’indagine per omicidio. I genitori però hanno preferito affidarsi alle autorità egiziane e la vicenda è ormai a un passo dallo scontro diplomatico e culturale fra Egitto e Regno Unito.

Il Parlamento egiziano ha chiesto un’indagine approfondita e già dai primi di marzo il ministro degli Esteri al Cairo aveva definito la risoluzione del caso “una priorità”, invitando gli investigatori inglesi a un maggiore impegno. “Il governo è determinato ad agire, perché in Egitto cresce la rabbia” ci conferma la giornalista egiziana a Londra, Lena Kay Solomon. La storia è su tutti i media, compresi i social, con lo slogan “Mariam’s rights will not be wasted”; e per alcuni, il fatto che la stampa occidentale abbia cominciato a occuparsene solo dopo la morte della vittima è la prova dell’indifferenza dell’Occidente per la vita, la dignità e i diritti di una giovane egiziana.

Il presidente dell’Academy degli Oscar indagato per molestie

Il presidente dell’Academy of Motion Picture Arts and Science, John Bailey, è indagato dopo aver ricevuto denunce per molestie sessuali. L’Academy mercoledì ha ricevuto 3 denunce contro Bailey e ha aperto un’indagine. Bailey è stato eletto presidente dell’istituzione che assegna i premi Oscar lo scorso mese di agosto.

Se fosse costretto a dimettersi, sarebbe temporaneamente sostituito da Lois Burwell, vicepresidente dell’Academy. A ottobre, l’Academy ha votato per espellere Harvey Weinstein a causa delle numerose accuse di molestie sessuali emerse a suo carico. In seguito Casey Affleck ha perso il posto di presentatore degli Oscar di quest’anno a casa di due denunce per molestie ricevute nel 2010. A dicembre, l’Accademia ha stabilito un codice di condotta che prevede che i membri possano essere sanzionati o espulsi in caso di accuse di abusi, molestie o discriminazione. Bailey è un veterano di Hollywood e ha girato film come Il grande freddo e Il giorno della marmotta. È anche un noto studioso di storia del cinema.

Putin pareggia May: espelle 23 inglesi e li mette nelle urne

Britannia, persona non grata. Per il delo Skripal, caso Skripal, 23 diplomatici del Regno Unito verranno espulsi dalla Federazione russa. Così ha deciso il Cremlino. Alla fermata della metro Smolenskaya, ministero degli Esteri, le porte sono altissime, pesanti, grigie. Falci, martello e una data sopra: 1951. Quando l’ambasciatore Laurie Bristow è uscito spingendole a due mani ieri mattina, era già stato informato che la risposta russa “alle azioni provocatorie e senza prove” di Londra per il caso dell’ex colonnello doppiogiochista del Kgb, erano la chiusura del British Council, la revoca del permesso di apertura di un consolato generale britannico a San Pietroburgo e “zub za zub”, dente per dente, 23 per 23. L’espulsione avverrà tra una settimana.

Se il coinvolgimento russo nell’avvelenamento di Skripal con il gas nervino novichok sarà provato, dice l’organo regolatore britannico Ofcom, Russia Today, il canale tv multilingua finanziato dal governo di Mosca, potrebbe perdere la licenza di trasmissione. “Non un solo media britannico lavorerà più nel nostro territorio se chiudono Russia Today” ha risposto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. “Skripal è stato avvelenato su ordine di Putin”: dopo le parole del ministro degli Esteri Boris Johnson sul chi ha deciso l’uso del novichok (il gas nervino di produzione sovietica, ndr) in un parco pubblico a Salisbury, la portavoce sostiene che: “Nessuno dovrebbe minacciare una potenza nucleare”.

Mosca fa ancora silenzio sulla morte dell’esule russo Nikolai Glushkov, strangolato a Londra il 13 marzo scorso. Glushkov aveva testimoniato al processo per il suo amico, il milionario Boris Berezovsky, contro Putin e Abramovich nel 2011. Due anni dopo, nella capitale inglese, Berezovsky fu trovato suicida, impiccato nella sua abitazione, ma per Glushkov l’oligarca “era stato strangolato”.

Morte dopo morte, è a rischio anche la partecipazione alla Coppa del Mondo di calcio di giugno: “Sarebbe difficile per Londra partecipare”, ha detto ancora Johnson.

Nessuno degli altri 7 candidati può impensierire Putin. Non il candidato liberale Grigory Yavlinsky. Non Ksenia Sobchak, la Paris Hilton russa, presentatrice tv che ha fondato il “partito del cambiamento” a due giorni dalle elezioni. Né l’ultra-nazionalista, provocatore Vladimir Zhirinovsky, alla sua sesta campagna presidenziale. Né il comunista nazionalista Serghey Baburin , né il comunista milionario Pavel Grudinin, né il comunista stalinista “compagno Suraykin”, come vuole essere chiamato il candidato “contro il capitalismo e l’imperialismo” che vuole far risorgere l’Urss. Non l’imprenditore Boris Titov. L’unico oppositore di Vladimir Putin a queste elezioni presidenziali, quando apriranno i seggi oggi in Russia, sarà il caos.

Chi è nato sotto la sua presidenza quasi vent’anni fa, voterà sottozero questo marzo per la prima volta. “Tu voti, il paese vince!” c’è scritto sui biglietti recapitati nella cassetta delle lettere delle case, indirizzati a ogni cittadino della Federazione. Più pericolosa della campagna #negolosyju, io non voto, lanciata da Aleksey Navalnj, c’è la cronica, comune astensione della popolazione russa al voto. Oltre al boicottaggio delle urne, a Putin rimangono due avversari. Quello piccolo a piazza Pushkin, Mosca, dove proverà a protestare il blogger anticorruzione con i sostenitori che non sono già dietro le sbarre. Quello che diventa sempre più grande a Londra, arrivato fino all’ultimo degli anelli di questa gelida Mosca.

Fallisce la società di Trony: 500 lavoratori a rischio

Le vendite online continuano a fare vittime nelle catene di distribuzione tradizionale. Qualche giorno fa negli Stati Uniti ha gettato la spugna “Toys ‘R Us”, in Italia chiudono i 43 negozi Trony, la catena di supermarket dell’elettronica, per la dichiarazione di fallimento della società DPS. A rischio ci sono 500 posti di lavoro in tutto lo Stivale. I negozi che ieri non hanno alzato la saracinesca sono in Liguria, Piemonte, Lombardia (dove sono a rischio 140 dipendenti con 9 punti vendita fra cui il centro di San Babila) Veneto, Friuli e Puglia. In quest’ultima regione ieri è scattata la mobilitazione dei lavoratori con un sit-in davanti ad uno dei tre negozi di Bari. I dipendenti che, a Bari, sono coinvolti nelle conseguenze del fallimento sono una trentina ma in tutta la Puglia, dove ci sono 13 punti vendita Trony, i lavoratori a rischio sono circa 120: dipendenti che, dopo aver avuto un pesante taglio della busta paga a dicembre, a febbraio non hanno ricevuto gli stipendi. In Puglia l’unico negozio Trony rimasto aperto è quello di Taranto perché è rimasto in mano alla società Vertex. “Cgil, Cisl e Uil – spiega Barbara Neglia della Filcam Cgil – chiederanno un incontro al curatore fallimentare e al ministero allo Sviluppo”.

Bardolla, il finanziere guru ora rastrella milionate di Bitcoin

Oggi con euro veri compri un Ethereum, la più importante criptovaluta dopo i Bitcoin. Con quella, compri poi dei gettoni da usare per i servizi di una piattaforma – ancora da realizzare – che si chiamerà Skillchain. È una prenotazione di servizi o un investimento ad alto rischio? Per ora, appartiene a una realtà ibrida sotto la lente degli organi di vigilanza che si chiama Ico (Initial Coin Offer) e con la quale Alfio Bardolla, il famoso guru italiano della finanza in maglioncino arancione, ha già raccolto oltre 700mila euro (in Ethereum). E punta a raggiungere quota 12,5 milioni.

Chi.Bardolla è un financial coach molto noto: ha scritto libri come I soldi fanno la felicità e First Class. Tiene corsi a pagamento, è seguito da centinaia di migliaia di persone. “È il riferimento per chi decide di migliorare seriamente la propria situazione finanziaria” si legge sul sito. Anche indebitandosi. È un motivatore. Sostiene di gestire 30 aziende e un patrimonio di 40 milioni di dollari. E ha annunciato una Ico.

Cos’è. Le Ico sono una sorta di raccolta fondi in criptomonete per finanziare idee. In cambio, l’utente ottiene dei token, gettoni digitali. Ce ne sono di due tipi: gli utility token, utilizzabili per il progetto stesso come fossero dei buoni omaggio, e i security token, ovvero quote su cui si maturano diritti come le azioni e le obbligazioni. Capire a quale categoria appartengano le Ico lanciate nel mondo sta mettendo in crisi gli organi di vigilanza. La Sec ha annunciato maggiori controlli, Facebook e Google ne hanno vietato le pubblicità. Secondo le stime, nel 2017 stati raccolti 6,5 miliardi di dollari. Il 10% erano truffe.

Fama.La Ico di Bardolla, Skillchain, è una delle più rilevanti per l’Italia, la notorietà del financial coach attrae anche utenti non esperti. Il progetto prevede un sistema sulla blockchain(la tecnologia dei bitcoin) che permetta di registrare, senza possibilità di falsificazione, titoli di studio e certificazioni. In questo modo diventerebbe impossibile mentire sul proprio curriculum. La Ico punta a raccogliere 15mila Ethereum, che corrispondono a circa 12,5 milioni di euro. I gettoni emessi in cambio si chiamano “Ski”.

Info-gram. Su Telegram c’è la chat della comunità italiana di Skillchain. Entriamo durante la vendita privata dei gettoni, riservata ad amici e soci, a prezzi scontati rispetto a quanto si pagheranno nella vendita vera e propria. C’è anche una sorta di ‘catena di Sant’Antonio’: se si porta qualcun altro nel sistema, si ha diritto a sconti e bonus. Sono già stati raccolti mille ethereum, circa 700mila euro. Con un ethereum ricevi qualche migliaiao di gettoni Ski. Soldi puliti. Sulle criptomonete non si pagano tasse e nelle intenzioni si tratta di una prenotazione di un servizio. Eppure molti chiedono se e quando gli Ski arriveranno sulle piattaforme di trading di criptovalute per poterli vendere e comprare: per speculare. “Comunicheremo gli exchange (i mercati per le criptovalute, ndr) su cui saranno listati gli Ski alla fine della Ico. Siamo in contatto con molte piattaforme”, rispondono. “È certo che ci andrete?” chiediamo. Nessuna risposta.

Quanto paghi? Andrea Medri è uno dei fondatori di The Rock Trading, una piattaforma italiana per vendere e scambiare criptovalute. “Ogni giorno – dice – ci arrivano richieste di persone che vogliono essere quotate sul nostro exchange per promuovere i loro token, i gettoni”. Finora ne hanno accettata solo una, la società si chiama Friendz ed è di un gruppo di giovani milanesi, già in attivo. Per le Ico, The Rock si autoregola: “Chiediamo un parere legale sul tipo di gettone e valutiamo se il progetto è solido”. Non funziona così, invece, per altri: “Molte piattaforme – spiega Medri – chiedono solo ‘quanto mi paghi per entrare?”.

In volo.Contattiamo Bardolla mentre torna da Seul, dove il suo progetto ha vinto un premio. È in america per capire come presentare Skillchain alle università Usa. La Sec vuole un documento che attesti che la Ico sia fatta con un utility token e che non ci sia alcuna somiglianza con i prodotti finanziari. Nega la speculazione con gli Ski. “Al massimo lo faranno gli utenti, tra loro”.

Svizzera.Come altre, la società della Ico di Bardolla è in Svizzera. Qui ci sono regole precise: chi vuole lanciare una Ico deve ottenere un parere legale e sottoporre la documentazione alla Finma (l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) spiegando perché non sia una security. Se Finma non risponde, c’è il via libera.

In Borsa.Bardolla è il socio unico della società. La Ico arriva dopo pochi mesi da quando la sua Abtg (Alfio Bardolla Training Group) è sbarcata in Aim, raccogliendo 3,1 milioni. L’Aim (Alternative Investment Market) è il mercato di Borsa Italiana per le piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita. Per essere ammessi non serve un prospetto informativo e non bisogna pubblicare i resoconti trimestrali. L’ammissione è valutata da un Nominated Adviser (Nomad), responsabile nei confronti della Borsa “con un normale conflitto d’interesse – spiega Bardolla – visto che viene pagato dalla società”. In un articolo del Sole 24 Ore si parlava anche di evidenze di “operazioni con parti correlate” (cioè altri conflitti d’interesse) tra Abtg e le altre società di Bardolla. “Tutto regolare – spiega – Siamo nei limiti di legge, sarebbe assurdo se per servizi che ho già mi rivolgessi ad altri e non alle mie società”. La Abtg, ad esempio, sarà il “primo utilizzatore” di Skillchain. “Gratuitamente, Abtg avrà solo vantaggi, nessun costo”.

Italia.Le raccolte di fondi in Italia e dall’Italia, poi, dovrebbero essere sotto la vigilanza di Consob e Bankitalia. Su questo “è successa una cosa imbarazzante – dice Bardolla – Skillchain è partito per errore da un database in Italia. Ora non più”. E le tasse? “I token diventeranno ricavi quando saranno spesi per i servizi sulla piattaforma Skillchain”. A meno che non finiscano sugli exchange. Tanto, per sapere se le Ico andranno a buon fine bisognerà attendere mesi, anche anni. Senza nessuna garanzia di rivedere i soldi.

La lunga marcia dalla montagna del sapone al risk sharing Ue

Ma tu guarda che sfortuna! Eravamo lì lì per entrare nella terra di latte e miele e invece l’Italia viene ricacciata nella Gehenna, dov’è pianto, stridore di denti e debito pubblico. Colpa delle elezioni che – ci informano le due più importanti star del cinema continentale Emmanuel Macron (The Manchurian Candidate) e Angela Merkel (Good Bye, Lenin!) – “hanno visto crescere gli estremisti” lasciando “profondamente scosso” tutto il baraccone dell’Ue. Che jella! Ci spiega Il Sole 24 Ore: “Questa Germania è pronta a portare avanti grandi progetti paneuropei con una spesa comune per comuni benefici su immigrazione, sicurezza, difesa dei confini (…) Ma dopo lo scossone delle elezioni italiane, la Germania non può che mettere una pietra sopra il risk sharing. Improponibile all’elettorato tedesco – ora più che mai – qualsiasi forma di condivisione di rischi e debiti”. Capito? Merkel stava già con la penna in mano: eurobond, assicurazione europea sui depositi e per la disoccupazione; la Spd l’aveva quasi convinta pure sui trasferimenti verso i Paesi penalizzati dall’euro, ma poi purtroppamente sono arrivati gli estremisti e la Germania – che è così gentile da concederci comunque “i grandi progetti paneuropei” e, pazzerella com’è, scialacquerà in spesa pubblica uno stratosferico 1% in più del Pil in quattro anni – ci ha ripensato: niente condivisione dei rischi con quegli estremisti. Ci resta un dubbio: quanto dista la terra di latte e miele dalla montagna del sapone? No, è che la sveglia al collo ci sconsiglia percorsi lunghi…

Meno nazionale, molto Populista

Fascista. Di estrema destra. Reazionario. Nostalgico di Vichy e del collaborazionismo con l’occupante tedesco. E soprattutto mascherato, mimetico, ipocrita, malamente camuffato per conseguire l’agognata uscita dalla demonizzazione al solo prezzo di qualche capriola retorica meramente formale, sotto la quale continuerebbe a celarsi l’inguardabile volto della “bestia immonda”.

Così, in Francia e altrove, è stato rappresentato dal 2011 – anno in cui Marine Le Pen ne ha assunto la presidenza per volontà del padre-padrone Jean-Marie, liquidato quattro anni dopo dalla figlia a causa delle sue continue dichiarazioni provocatorie – da una media e intellettuali “che contano” il Front National. Con l’eccezione di due studiosi, Jean-Yves Camus e Pierre-André Taguieff, questo leitmotiv, che non sarebbe stato adeguato a descrivere il partito neppure ai tempi della nascita (il 1972), ha continuato a offuscare il giudizio su quanto è avvenuto, da sette anni a questa parte, all’interno di una formazione politica che alle elezioni europee del 2014 e a quelle Regionali del 2015 si è potuta fregiare della più votata dai francesi. E ancora adesso, quando il numero delle monografie sul FN sfiora le 300, è difficile imbattersi in studi che cerchino di comprendere i reali contorni del soggetto che dichiarano di voler analizzare.

Eppure, chi abbia seguito dal vivo – come il sottoscritto, impegnato da due anni in una ricerca finalizzata alla stesura di un libro sull’argomento, Di padre in figlia, di futura pubblicazione per il Mulino – il sedicesimo congresso nazionale del Front, a Lille il 10 e l’11 marzo, non può aver notato come le cose che avvengono da quelle parti siano lontane dagli stereotipi e dalle leggende nere. Politicamente, psicologicamente, esteticamente, elettoralmente, il FN ha ormai ben poco a che vedere con il turbolento microcosmo dell’ultradestra.

Questo dato era già chiaro a quanti, non considerando l’attività accademica una prosecuzione con altri mezzi della lotta politica iniziata nei centri sociali o in qualche gruppuscolo gauchiste, si erano dedicati all’analisi dei votanti frontisti, scoprendovi una cospicua quota di lepenistes de gauche, provenienti dal sostegno al Pcf, al Ps o al gollismo di sinistra, che difficilmente avrebbero potuto orientare di punto in bianco le proprie simpatie verso un partito “fascista”. Ma i pur documentati studi in materia di Pascal Perrineau erano stati accolti con diffidenza dai sostenitori della tesi del “mascheramento”. Che regge sempre meno. Certo, Marine Le Pen ha dovuto ricorrere spesso, nei sette anni di presidenza, a sospensioni ed espulsioni di militanti di base e quadri intermedi che, nell’epoca dei social media, si sono fatti pizzicare in odore di razzismo su qualche blog o pagina Facebook, e la più recente sanzione ha addirittura colpito il numero due del movimento giovanile che, in preda a eccessi alcoolici, ha ingiuriato un buttafuori di colore in un locale notturno. Ma la sua scelta di liquidare ogni scivolamento estremista ha dato i suoi frutti.

Se la svolta sia destinata ad allargare la base di consenso raggiunta nel recente passato, è da vedere, e vari segni farebbero pensare il contrario. Il catastrofico esito del dibattito televisivo fra i due turni delle presidenziali, dove è stata demolita da Emmanuel Macron, e il conseguente netto calo alle legislative del mese successivo – dove il FN era dato, dai sondaggi, vincente in almeno 50 collegi ma si è dovuto accontentare di 7 deputati – hanno innescato una crisi che non pare in via di superamento. L’enfasi con cui la Le Pen ha presentato il suo progetto di rinnovamento “culturale, organizzativo e strategico” – sono parole sue – accompagnato dalla proposta di un (modesto) cambio di nome, da Front a Rassemblement, mantenendo l’aggettivo National e il simbolo della fiamma tricolore, è indicativa della percezione della difficoltà del momento, pur negata a parole. In qualunque modo vadano le cose, una sua mutazione antropologica il FN l’ha subita. Diventando una delle incarnazioni più pure del modello teorico del partito populista.

Su questo chi ha assistito all’esplosione di entusiasmo dei delegati di fronte all’esibizione che Steve Bannon ha offerto al congresso di Lille non può più nutrire dubbi. La ricetta dell’ex guru di Donald Trump ha toccato l’animo profondo dei congressisti in giacca, cravatta o tailleur: patriottismo economico, protezionismo, produttivismo, riscatto dei diseredati e depauperati, voglia di spazzar via banchieri e burocrati, esaltazione della vita semplice e buona della gente qualunque, ostilità a ogni minaccia esterna o intestina – dagli immigrati inassimilabili ai sostenitori delle teorie gender e dei matrimoni gay –, disprezzo verso gli intellettuali parassiti o corruttori, condanna delle “guerre inutili” e dei loro costi esorbitanti, incitamento a liberarsi di tutti i condizionamenti che gli organismi internazionali impongono a popoli e nazioni a vantaggio della “nuova classe” degli intoccabili senza patria. Ogni accenno a questo mix totalmente spogliato di accenti magniloquenti, richiami a valori spirituali ed esaltazioni dell’autorità statale (ingredienti indispensabili dell’immaginario dell’estrema destra) ha suscitato ovazioni e creato quasi commozione. I ripetuti richiami alla necessità di costruire una sorta di “internazionale” di questo populismo a forti tinte sovraniste – a cui Bannon ha convocato la Lega, ma persino il Movimento 5 Stelle, probabilmente non troppo orgoglioso del riconoscimento – hanno ridato vigore a una platea inquieta dell’atmosfera di declino che affliggeva il partito dalla scorsa estate.

Sul versante autoctono, Marine Le Pen e la sua cerchia ristretta – in cui, altro segno caratteristico di diversificazione dal passato, la componente omosessuale è maggioritaria – hanno aggiunto qualche altro elemento caratterizzante, a partire dagli insistenti richiami ai valori laici e repubblicani, che, se si fa fede nelle risposte che gli iscritti hanno fornito a un ampio questionario precongressuale loro sottoposto, hanno fatto breccia nella base, oggi propensa a riconoscere unioni civili fra persone dello stesso sesso, a non rivendicare più la pena di morte e ad ammettere l’eutanasia. Che questa conversione ai valori della République abbia un risvolto strumentale, ovvero serva a rendere ancor più evidente la chiusura a tutti quegli immigrati che non intendano assimilarsi ai modi di vita associati alla “normalità” francese, è fuor di dubbio. Ma è altrettanto evidente che, una volta che si è fatta di queste affermazioni di principio la piattaforma ufficiale della propria strategia, tornare indietro diventa impossibile. La parabola italiana di Alleanza Nazionale, e in particolare di Gianfranco Fini e dei suoi più stretti collaboratori, lo illustra perfettamente.

È dunque con un Front/Rassemblement National integralmente populista, molto più “trumpiano” che lepenista in senso storico, che i suoi avversari dovranno confrontarsi in futuro. Ed è probabile che, se si ostineranno a opporgli la vecchia politica della demonizzazione antifascista, invece di sbarrargli la strada, gliela spianeranno. Trasformando la crisi in cui si sta dibattendo in una premessa di rinnovati, e più ampi, successi.

La politica inutile dei temi urgenti, ma non importanti

Paghiamo un prezzo altissimo all’incapacità di anteporre le cose importanti a quelle urgenti. La Prima Repubblica è morta di corruzione, la Seconda ha risolto il problema con l’ignoranza. L’Italia è stretta in una morsa. Da una parte la scuola, come ha scritto sul Fatto Salvatore Settis, chiede agli studenti “di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza” all’assorbimento di nozioni che “non serviranno a pensare il futuro creativamente”. Dall’altra parte la classe dirigente insegna con l’esempio: pensare lungo è da perdenti, tutt’al più da “professoroni”. I vincenti sono gli imprenditori che per prendersi bonus e dividendi segano il ramo su cui sono seduti i loro dipendenti. O i politici abili a tessere le trame di un pomeriggio per prendersi un titolo nel tg.

I vincenti di oggi sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Escono da due anni di campagna elettorale su temi di giornata, urgenti ma non importanti. Ignorano la storia nella quale il loro destino è già scritto. Se un governo nascerà ci saranno un paio di settimane di luna di miele. I giornali si baloccheranno con i retroscena sulla lista dei ministri, poi con i sapidi ritrattini dei volti nuovi e la gustosa aneddotica dell’esordio nei palazzi. Intanto si giocherà lontano dai riflettori la vera partita sulla nomina dei capi di gabinetto, il vero potere, quello a cui si rivolgeranno imprenditori, banchieri, lobbisti e trafficoni vari mentre i ministri dovranno occuparsi della crisi di governo incipiente dal primo giorno.

Esempio. Il 27 marzo 1994, Silvio Berlusconi ha vinto le sue prime elezioni con una mostruosa alleanza bicefala, al Nord con la Lega di Umberto Bossi (in guerra contro l’assistenzialismo terrone), al Sud con il neofascismo assistenzialista di Gianfranco Fini. Già a inizio estate si sentirono i primi scricchiolii. Ai primi di agosto il deputato Sergio Mattarella fulminava B., “sempre più impantanato quanto alla capacità di governo”. Rocco Buttiglione, che aveva spaccato il Ppi pur di soccorrere il vincitore, già a Ferragosto era a Gallipoli a parlare di ribaltone con il segretario Pds Massimo D’Alema. A dicembre B. era già a casa, mollato dal fedele alleato Bossi. La prima edizione del centrodestra di governo semplicemente non aveva le idee chiare su che cosa fare, e la maggioranza si sfasciò, pensate un po’, sulla riforma delle pensioni. Per mesi si erano occupati ogni giorno di un’urgenza politica, mai di decidere che cosa fare sulle pensioni.

Il copione è sempre lo stesso. Prendete Beppe Grillo e Di Maio, il comico e lo statista. Il comico presenta il reddito di cittadinanza come una cosa importante: “Abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità. (…) Siamo condizionati dall’idea che ‘tutti devono guadagnarsi da vivere’, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere. (…) Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società”. Questa analisi può piacere o no, sicuramente non dimostra che il reddito di cittadinanza sia realizzabile né, soprattutto, che sia una soluzione. Ma non è questo il punto. Il comico indica la cosa importante di cui dovremmo discutere. Lo statista e tutta la compagnia di giro si occupano delle cose urgenti: prima la campagna elettorale, poi la spartizione delle presidenze delle Camere mentre si scambiano messaggi cifrati sulle alchimie delle alleanze. Non parlano dei problemi veri e così preparano la rovina loro e di chi li ha votati.

 

Gesù dona la sua vita per tutti gli uomini. La morte dà il suo frutto

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. (Giovanni 12,20-33).

Giungono a Gerusalemme per la Pasqua alcuni Greci, e la notorietà di questo nuovo maestro li induce a rivolgersi a Filippo, uno dei discepoli che dal nome stesso poteva avere familiarità con la loro lingua. “Vogliamo vedere Gesù”! ecco la loro richiesta. Questa domanda ci riguarda tutti. Diventerà anche l’interrogativo che non abbandonerà mai più la storia dell’umanità! Così emerge Gesù che porta l’attenzione dei richiedenti e l’esperienza dei discepoli su di una piccola parabola. Essa darà soddisfazione al desiderio autentico e urgente di vederlo, ma è necessario che Gesù in persona ne spieghi il senso per portare lo sguardo alla profondità e alla visione che Lui vuole di se stesso. Troppo importante è per l’evangelista Giovanni, come per ogni cristiano, il vedere Gesù!

Desiderate comprendermi? Riconoscermi? Vedermi? “…io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Intendiamoci, il nascondimento del grano nel cuore della terra perché possa rinascere e germogliare significa certamente che deve passare da una condizione all’altra. Gesù è schietto, elimina ogni fraintendimento: se non muore o se muore!

Non è solo sul vaglio della morte che siamo invitati a riconoscere il suo profilo. La frase converge più fortemente l’attenzione sul produce molto frutto! Il seme nella terra è soggetto alle feconde trasformazioni che gli permettono di passare da chicco di grano capace di vita a germe vivente, autonomo, che cresce e si sviluppa. Maturerà da esso la spiga carica di numerosi chicchi, turgidi di vita per il seminatore e per la semina successiva.

E Gesù aggiunge un’ulteriore e importante nota temporale che lo riguarda: è l’ora, ed è questa nella quale la morte viene vinta. Lui, il Vivente sconfiggerà con la sua morte e risurrezione il peccato e la morte. In Lui si compiranno la compassione e la fedeltà di Dio per l’uomo: disposto a perdersi pur di non perderne nessuno. E l’offerta della sua vita, come ogni nostra morte, non avviene a cuor leggero: l’anima mia è turbata.

Ma c’è una condizione necessaria per vedere Gesù: bisogna assistere, guardare a “quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Dal Crocifisso si sprigiona un’energia di attrazione per cui basta tendere le nostre mani verso le sue braccia aperte e contemplare quel petto trafitto. I suoi occhi pieni di libertà, di perdono e di luce ci persuadono che siamo avvolti nella storia d’amore di un Dio che ci ama fino all’estremo, che dà la vita per noi.