Il pianeta si scalda, il potere è gelido

Quando a Roma, il 16 marzo, un aereo detto “Freccia tricolore” (un caccia da combattimento addestrato per le acrobazie aeree) è passato due volte col suo fragore di guerra nel cielo, credo come strano modo di rendere onore a Moro nell’anniversario del suo rapimento, qualcuno avrà pensato che quello è il suono della morte che ogni poche ore scarica bombe e forse armi chimiche su intere popolazioni civili. Su generazioni di bambini di intere regioni, su civili tenuti in ostaggio dalle due, tre, quattro parti in combattimento, mentre, come in un film di denuncia e disprezzo di chi ha il potere, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisce d’urgenza per non decidere.

Mentre scrivo, mentre voi leggete, sono in corso quattro genocidi senza limite e senza tregua. Alcuni (potrebbe essere un alibi) sono culturalmente lontani e storicamente estranei a ciò che sappiamo, salvo le modalità e la vastità con cui le stragi vengono condotte. Altre stragi sono vicine e sono opera di Paesi alleati sia nella Nato sia negli affari, a cui, a quanto pare, non abbiamo nulla da dire. Sto ancora a spettando che qualcuno chieda il boicottaggio di prodotti della Turchia, che ha iniziato da settimane continui bombardamenti, dedicati esclusivamente alle popolazioni civili di tutta la striscia che confina con la Turchia dal lato della Siria, e che è una parte amata e difesa della terra dei curdi. La persecuzione dei curdi non conosce intervalli, anche se ai curdi va il merito quasi esclusivo di avere disintegrato l’esercito del Califfato e bloccato il suo terrorismo. I curdi per i turchi restano nemici finché esistono. Intanto continua la caccia, la cattura e la strage della popolazione yazida, piccolo e antico nucleo etnico, ospite secolare ed estraneo del mondo islamico, che adesso è dichiarato arbitrariamente nemico da sterminare, da parte di iracheni e siriani di Assad. Ma nel Sud-Est asiatico, fra Myanmar, Bangladesh, Pakistan e India, infuria la persecuzione dei rohingya, una persecuzione totale e crudele che raggiunge dovunque questo popolo in fuga, odiato per ragioni mai dette ma radicate in tutta l’area della loro esistenza, e diretta soprattutto a donne e bambini (gli uomini servono come schiavi) con libera e sfrenata ferocia. Questa tremenda strage ha una speciale ragione di disgusto morale: è esplosa nel Paese dove risiede, e partecipa al governo, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, in cui il mondo ha creduto. E ha sbagliato. La Signora (come la chiamano in Myanmar) non ha detto una parola o fatto un gesto per salvare un solo bambino rohingya, di quel popolo sistematicamente massacrato. Ma come fare a non inserire nella lista delle stragi che segnano la nostra epoca e la segneranno per sempre, come lo scioglimento dei ghiacci polari e il salire del livello del mare, la caccia senza sosta ai migranti, senza badare alla morte per annegamento o per abbandono di donne e bambini, senza risparmiare il coinvolgimento di autorità giudiziarie e di polizia, per criminalizzare chi aiuta a cercare l’alleanza del banditismo internazionale pur di fermare “i diversi”? Mai dimenticare che c’è un legame stretto e oscuro tra chi perseguita e raccomanda di perseguitare i migranti nel Mediterraneo (ormai tomba di decina di migliaia di profughi, adulti e bambini che, come dicono i telegiornali, “non ce l’hanno fatta”) e l’estrema destra americana (vedi il recente viaggio dell’estremista di destra Steven Bannon in Italia e i suoi complimenti per il buon lavoro svolto da una parte degli italiani, che forse tra poco governerà).

Nel Paese dell’estremista Steven Bannon quella destra è già al governo. La rappresenta Donald Trump, che è riuscito a liberarsi di tutte la persone normali che lo circondavano (forse arruolati all’inizio per coprire un po’ la sua vera immagine di persona totalmente senza scrupoli ed esitazioni, nelle sue poche, elementari, minacciose decisioni). Il gelido e insensibile rapporto di Trump con i problemi che lo circondano e le angosce del mondo, ha come efficace rivale (ma forse finto nemico) il presidente russo Putin. La cattiveria di Trump è nel licenziare per finta colpa e con umiliazione anche i suoi collaboratori più in vista. Intorno a Putin sembra che siano veleni estremi i rimedi estremi contro avversari caduti in disgrazia. Ma intanto la Polonia e Salvini difendono le frontiere col rosario (niente di più blasfemo), il Venezuela muore da solo, Paesi come il Brasile e l’India vanno a destra con occhi bendati dal passato, e molta voglia di condanne, persecuzioni, prigioni e morti. E in Cina 4000 componenti del più alto corpo istituzionale (4000 meno due) votano tutti insieme che il loro presidente sarà presidente per sempre, ovvero votano, compatti, la loro fine. Come vedete, dovunque nel mondo sibila con forza un vento gelido dove governano solitudine, violenza, indifferenza. E progetti di cui non ci hanno ancora informati.

Mail box

 

Trasparenza e fiducia: concetti che mal si sposano con i Palazzi

Recentemente ho letto “Noi vogliamo discutere in modo trasparente sui temi. Io vi aggiornerò personalmente su tutti i passaggi, noi siamo forti perché dobbiamo rendere conto solo a voi. Da me avrete sempre la massima trasparenza, vi aggiornerò presto” (Di Maio). Frase che mi ha portato alla seguente riflessione. La trasparenza e la fiducia si sono sempre mal accordati con il potere. Nella nostra società è soprattutto tra gli uomini della nostra classe dirigente e politica, il potere si ammanta volentieri del segreto. La prassi dell’arcano è una delle tecniche del potere. La trasparenza elimina le sfere arcane del potere.

Il popolo deve avere fiducia nei suoi governanti; se ha fiducia, accorda loro una libertà di azione senza sentire bisogno di estenuanti consultazioni, monitoraggi e sondaggi costanti. La fiducia è anche trasparenza?

O è possibile solo in una condizione intermedia tra sapere e non sapere? Fidarsi significa costruire una relazione positiva con l’altro. Se si sapesse tutto in anticipo, la fiducia sarebbe superflua. La trasparenza è una condizione nella quale il non-sapere viene eliminato. Dove domina la trasparenza, non esiste spazio alcuno per la fiducia. Invece di dire “la trasparenza realizza la fiducia” si dovrebbe propriamente dire che “la trasparenza esclude la fiducia”.

La domanda di trasparenza diventa forte proprio quando non c’è più fiducia. In una società che si fonda sulle fake news sull’inganno sull’occultamento dell’informazione parziale o totale chiede una forte richiesta di trasparenza. Paradossalmente una società che chiede trasparenza è una società che ha sfiducia sospetto che si sottopone al controllo. La forte richiesta di trasparenza rinvia proprio al fatto che il fondamento morale della società è diventato fragile, che i valori morali come la sincerità o l’onestà divengono sempre più insignificanti. Al posto dell’istanza morale caduta in disgrazia, compare la trasparenza come nuovo imperativo sociale.

Pier Luigi Curreli

 

Nonostante i risultati parlino chiaro, B. non molla la presa

Berlusconi non demorde, non ci sta, sta facendo di tutto per dimostrare che i voti della lega e salvini sono di sua proprietà e vuole dimostrare da subito una presidenza al centro destra l’altra al Pd è un riassuntino del piano studiato da lui e Renzi per il perdurare dell’ipoteca messa sul paese dai parassiti: “Io mi cucino la destra tramite la “coalizione” e tu piazzi i leopoldini in gran numero negli uninominali così dopo le elezioni siamo maggioranza”. Ma i risultati elettorali hanno stravolto il piano sia per i numeri con i quali il popolo ha sentenziato “basta i parassiti” sia perché i più avveduti della coalizione di destra che del Pd sentono di aver superato ogni limite e non vogliono assolutamente le larghe intese e mettere al margine il M5S, per cui continuando a seguire il programma di “restaurazione” di Berlusconi si rischiano nuove elezioni dalle quali usciranno ancora più miniaturizzati FI e Pd. Senza contare l’elettorato di Salvini che è stato ingabbiato nelle coalizione suo malgrado ma vuole in sostanza lo stesso cambiamento che chiedono i 5 stelle. È un ultimo disperato tentativo di restaurazione parassitaria che non disdegna nemmeno l’acquisto di parlamentari grillini mentre i suoi alleati sono nemici dei cambi di casacca che vorrebbero vietare per legge. C’è un abisso tra il comportamento politico di Berlusconi e di Salvini e Meloni è un sodalizio che non durerà. È ora che Salvini passi il Rubicone, rompa la coalizione e si metta al tavolo con i grillini per cambiare il paese.

Francesco Degni

 

Chi lodava il diesel, o mentiva o ignorava la realtà dei fatti

M’è capitata tra le mani una vecchia fotocopia del certificato di proprietà della mia vecchia Opel del 2002 e, con mia grande sorpresa, ho trovato questa dicitura: veicolo con dispositivo antinquinamento. Pensando alla guerra che s’è scatenata contro le auto con motore diesel, non posso fare a meno di pensare, da ingegnere, che tutti i miei colleghi che per tanti anni hanno vantato la natura ecologica dei motori diesel, spingendo miliardi di persone ad abbandonare le auto a benzina, siano bugiardi o indegni del titolo di ingegnere. Mi sorge un dubbio: non sarà la ripetizione dello scherzo che fu giocato alle spalle di centinaia di milioni di possessori di auto alimentate con la famigerata benzina rossa? La grande giornalista Milena Gabanelli dimostrò che si trattava di una bufala e che la benzina verde era più pericolosa di quella rossa. Non sarà che l’industria ha bisogno, periodicamente di certe campagne per costringere miliardi di persone a cambiar macchina?

Angelo Casamassima Annovi

Moro fu ucciso dalle Br, punto. Ma non basta

Devo fare una pausa nel mio lavoro di ricerca, sono soffocato dal disgusto per la tenacia con cui la destra, quella vera, che in Italia non si contava e non si è mai contata alle elezioni, ha perseguitato con il suo fango e con il suo immaginario mortuario il politico Aldo Moro

Marco Damilano: “Un atomo di verità”. Feltrinelli.

Obiettivo: la resa incondizionata di Morucci e Faranda. Si sarebbero in qualche modo consegnati, offrendo un elenco di novantaquattro brigatisti da “bruciare” e la disponibilità a concordare una versione dei fatti gradita agli apparati istituzionali, in cambio dei benefici previsti dalla legislazione premiale per i terroristi “dissociati”. E così avvenne.

Giovanni Fasanella: “Il puzzle Moro”. Chiarelettere.

A rapire e a uccidere Aldo Moro furono le Brigate Rosse, punto. Ma non basta. Poiché esiste un prima, un durante e un dopo la strage che il 16 marzo di quarant’anni fa ha cambiato la storia italiana e la vita della nazione. Dedichiamo perciò queste poche righe ai libri (appena pubblicati) di due giornalisti che, da angolazioni diverse, hanno pazientemente scavato nelle macerie della memoria perduta per poi ricostruire dalle fondamenta la genesi di un delitto politico che per la sua forza dirompente può essere paragonato all’assassinio di John Kennedy. Addentrarsi nelle pagine scritte dal direttore dell’“Espresso” è come percorrere le stanze di un appartamento seguendo una sottile scia di sangue. Ho sostato a lungo nella sala dell’odio politico e mi sono segnato questa frase dell’ex brigatista Mario Moretti: “Stavamo processando Moro, santo cielo, con gli argomenti che erano stati di tutta la sinistra ma la destra è stata la beneficiaria dell’eliminazione di Moro. La destra che lo odiava, quando è venuto meno non ha più trovato ostacoli”. È un’ammissione cruciale che sembra confermare l’impressione del terrorismo “utile idiota” di forze molto più potenti. E ciò, senza stupidi complottismi o inutili dietrologie ma con la semplice verità dei fatti, ci aiuta a comprendere come quell’Italia orrenda non potesse in nessun modo accettare che personaggi come Moro e Pier Paolo Pasolini (massacrato tre anni prima) liberassero con le armi della politica e della cultura, il nostro Paese dalla cappa bigotta, reazionaria, ottusa, servile che lo soffocava. È quello che Umberto Eco ha definito fascismo eterno. È quello che ancora oggi continua ad avvelenare i pozzi, con altri mezzi e altre vesti. Le loro menti dovevano smettere di funzionare, proprio come Mussolini disse di Antonio Gramsci. Un odio che non avendo potuto “uccidere” l’energia creatrice di Pasolini, accusandolo delle peggiori perversioni, alla fine lo tolse fisicamente di mezzo. Un odio che aveva aggredito Moro fin dal luglio del 1960 quando, ricorda Damilano, “da segretario della Dc aveva bloccato il tentativo autoritario di Fernando Tambroni sostenuto dal Movimento sociale”. E, “quando nel 1964 cadde il primo governo Moro, nell’estate in cui l’Italia rischiò un colpo di Stato militare, “il Tempo” di Renato Angiolillo lo salutò così: “Con la tecnica molle, scivolosa e viscida di una piovra per quattro anni egli è andato avanti flaccido e cascante, come un piccolo visir, cupo, funereo, spargendo il suo cammino di cadaveri e rovine…”. Che poi all’Italia di quegli anni, fondamentale cerniera tra l’Est sovietico e l’Ovest a guida Usa, non fosse concesso di svolgere un ruolo autonomo nel Mediterraneo e in Medio Oriente, che il pericolo da eliminare fosse il ruolo e l’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera di Roma emerge con chiarezza nel libro di Fasanella e dai documenti inglesi e americani desecretati. Stretto in questa morsa micidiale, il leader democristiano aveva un destino segnato. Se quindi la domanda è perché lo hanno ucciso la risposta sarà: perché non potevano farlo vivere. Le Br arrivano dopo.

Vigilantes bastonato a morte per la pistola: arrestati tre minori

Così muoreun vigilante al lavoro a Napoli: a bastonate in testa, inferte da tre minorenni che volevano rubargli la pistola per poi venderla. L’altroieri dopo due settimane di agonia si è spento Francesco Della Corte: aveva 51 anni e la notte del 3 marzo è stato aggredito mentre perlustrava la stazione metro di Piscinola. I tre ragazzi lo hanno massacrato con un pezzo di legno poi abbandonato in un cassonetto. Il vigilante era ridotto una maschera di sangue, con profonde ferite al cranio. Ieri all’alba la polizia ha fermato i suoi presunti assassini: due hanno 16 anni, uno 17. Sono incensurati e non studiano. Avrebbero confessato. Gli inquirenti e la Procura dei minori sono risaliti a loro visionando i filmati della videosorveglianza. I tre ragazzi sono stati identificati e intercettati. Convocati per un interrogatorio, si sarebbero giustificati così: “Non volevamo uccidere, volevamo solo prendere la pistola”. Ma non ci sono riusciti. La guardia giurata aveva occultato l’arma in una tasca interna della divisa e i tre sono scappati senza mettere a segno il colpo. Hanno reagito all’arresto con una certa freddezza: uno ha chiesto se in carcere avrebbe potuto fare la doccia.

Onorare i caduti, non umiliare la storia

Una stele nella grotta che ha ospitato il comando tedesco a Cassino. Un paracadute aperto che richiama la prima divisione che ha operato nella zona. Un gesto grave, una ferita alla memoria della guerra di liberazione e un’offesa alla comprensione della storia. Sarebbe sufficiente richiamare stragi e violenze dei paracadutisti che si vorrebbe omaggiare. Ma c’è qualcosa di più profondo che merita attenzione: un rovesciamento di piani e giudizi. Un conto sono i riconoscimenti per le vittime, il richiamo alla pietà e al rispetto delle vite umane, altra cosa è un giudizio storico che non può scivolare sulle differenze, far finta che non ci siano identità e fronti contrapposti.

La terra della nostra regione è piena di tracce della seconda guerra mondiale: battaglie, sbarchi, linea difensive, nascondigli, bunker, luoghi di residenza di truppe e divisioni. I cimiteri di guerra conservano i resti di vite spezzate nelle dinamiche del conflitto totale. E allora non possiamo girare la testa dall’altra parte, in nome di una riconciliazione impossibile e inefficace.

Da una parte chi ha combattuto per la libertà, la democrazia, il rispetto delle opinioni altrui, la valorizzazione di differenze e comportamenti. La sconfitta delle potenze dell’Asse, la resa del nazi fascismo è il risultato della convergenza di forze diverse, di ragazzi provenienti da tanti angoli del pianeta pronti a mettere in gioco la propria vita per affermare valori e ideali comuni.

Dall’altra chi è rimasto fedele alle parole dell’odio e della discriminazione, chi ha seguito i percorsi della violenza e del pregiudizio, chi ha continuato a guardare a Hitler e al suo ordine mondiale come una proposta valida e percorribile. Le ragioni possono essere le più diverse: per convinzione, ambiente familiare o per le tante casualità che attraversano gli anni di guerra. Ma non si possono confondere meriti e responsabilità, mettere sullo stesso piano liberatori e oppressori, sostituire le ragioni della libertà con quelle dell’odio. Onoriamo quindi i caduti, i morti di tutte le guerre e le violenze senza umiliare la storia, senza fare a pezzi un passato comune, un patrimonio che ci appartiene.

“Io il capo dei capi della mafia? Affari miei, non chiedetemelo”

“La prego di non fare queste domande, io se faccio parte di Cosa Nostra, o sono il capo dei capi, o sottocapo dei sottocapi, io non sono tenuto a dirlo a lei né a nessuno”. Per la prima e forse unica volta in un dialogo con lo Stato, Salvatore Riina, con quelle parole, si atteggiò a capo della “Cupola”, rivela Sergio Lari, procuratore generale di Caltanissetta dal 2015 al 2018: l’ultimo a tentare di interrogare il corleonese, nel 2008, prima della morte avvenuta il 17 novembre 2017 al 41 bis nel carcere di Parma. L’audio dell’interrogatorio – inedito – andrà in onda su National Geographic (canale 403 di Sky) martedì alle 20.55 in Riina, le verità nascoste.

“Ci sono delle persone – spiega Lari – che non hanno rispetto per la vita umana, che sono disposte a uccidere per un nonnulla. Queste persone incutono terrore. La sua forza era basata esclusivamente sulla capacità di avere un totale disprezzo per la vita umana. La prima volta che l’ho visto aveva quasi ottant’anni. Quest’uomo ha sentito il bisogno – racconta l’ex procuratore – di avere un’interlocuzione con lo Stato. Sperava in cambio di questo di ottenere qualche beneficio carcerario. Sembrava lucido, dimostrava capacità di resistere alle privazioni del carcere duro. Era una persona molto curata nell’aspetto, non si presentava trasandato, anzi. Interrogare Riina, un uomo la cui ferocia è da tutti conosciuta, per me comportava una carica emotiva enorme. Era responsabile della morte di persone che a me erano molto vicine. Mi riferisco a Giovanni Falcone, un uomo che ha tenuto in braccio mia figlia. Quando guardavo in faccia quell’uomo e mi passavano nella mente le immagini drammatiche che avevo visto nelle carte dei miei processi, di quei corpi sventrati…, cercavo però di astrarmi dalla carica emotiva che portavo dentro, per essere procuratore della Repubblica che non si lasciava condizionare da questi fatti. C’è stato solo un momento di frizione durante l’interrogatorio, per un attimo ho avuto la sensazione che mi si stesse scagliando addosso: ‘Lei non lo sa che domande su Cosa nostra non me ne deve fare?’. L’unico momento in cui mi è parso di cogliere sincerità è stato quando ha detto che non si sarebbe mai messo in contatto, lui ha usato il termine unciuto in siciliano, con uomini dei Servizi”.

Lari: Signor Riina, io sono un procuratore della Repubblica, il dottore Lari e noi siamo venuti oggi a sentirla…

Riina: Sono vecchio, mi si manda in qualche montagna agli arresti domiciliari, prendete in considerazione le mie sofferenze. (…) Non ho niente a che vedere con Borsellino, o con Falcone, che le devo dire? Io sono una povera vittima dello Stato e della vita italiana, questo ho da dirgli. (…) Se io avessi conosciuto a uno dei Servizi segreti non mi chiamerei Salvatore Riina.

Lari: Perché? Ce lo spiega?

Riina: Perché farei parte di questi pentiti, di questi signori, se io avessi unciuto a uno di questi dei Servizi. Dovete sapere chi è Salvatore Riina, Salvatore Riina è escluso di tutti questi Servizi, perché non ce l’ho né nella testa né nella mente e né nel fisico. Riina Salvatore è Riina Salvatore da Corleone.

Lari: Lo sa che Vito Ciancimino dice che lei ha un revolver al posto del cervello?

Riina: (risata) Ah, forte questa.

Lari: Lei è il capo dei capi di Cosa Nostra?.

Riina: La prego di non fare queste domande, io se faccio parte di Cosa nostra, o sono il capo dei capi, o sottocapo dei sottocapi, io non sono tenuto a dirlo né a lei e né a nessuno. Io sono un uomo, che vivo per i fatti miei. Io sono Salvatore Riina e faccio il carcerato.

News e servizi, nasce l’alleanza tra Class e il Gambero Rosso

Editoria, giornalismo ma anche servizi: l’alleanza tra Gambero Rosso e Class Editori tenta una nuova strada, ibrida, tra modelli di business: la società editrice di Milano Finanza e ItaliaOggi e del canale tv Class Cnbc , fondata nel 1986 da Paolo Panerai, ha annunciato che sarà ricapitalizzata con un aumento di capitale sottoscritto dal socio di controllo di Gambero Rosso, Pim spa, che conferirà il suo 67,48% della società delle guide enogastronomiche (che è anche quotata in Borsa, nel segemento Aim). La società Pim, posseduta da Paolo Cuccia, già manager (Acea) e banchiere (Capitalia, Abn Amro), ha presentato una offerta che è stata accettata dal consiglio di amministrazione di Class. L’obiettivo, secondo le dichiarazioni dell’azienda, è creare “la prima media company italiana produttrice non solo di contenuti ma anche di servizi per aziende e consumatori, in Italia e all’estero, nei settori di eccellenza del Made in Italy”, dal cibo al vino alla moda, al design al lusso. Cuccia diventerà amministratore delegato di Class accanto a Panerai, che resta anche vicepresidente. L’attuale azionista di riferimento, Euroclass, dovrebbe scendere attorno al 40% prima dell’offerta pubblica di scambio.

Appendino scrive: prima mossa per le Olimpiadi

La lettera è partita. Ieri mattina la sindaca di Torino Chiara Appendino ha mandato al Coni la manifestazione di interesse per le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali 2026: “È il passo necessario per poter accedere alla fase di dialogo col Cio (Comitato olimpico internazionale, ndr), nella quale si potranno approfondire rischi e opportunità di un’eventuale candidatura”, ha scritto su Facebook la sindaca. “Martedì vado al Cio”, ha detto il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Potrebbe essere quello il momento per affrontare il tema di un’eventuale candidatura per il 2026, a cui sono interessate anche Milano e il Veneto. Sullo sfondo resta un problema: la sessione in cui l’organizzazione presieduta da Thomas Bach deciderà la sede dei Giochi invernali 2026 sarà a Milano e questo, secondo i regolamenti, escluderebbe le città italiane. Tuttavia il Coni, la Camera di commercio di Torino e i sindaci delle valli “olimpiche”, sperano in una deroga.

La lettera è partita all’indomani di un incontro tra Appendino e i consiglieri del M5S. Per tre ore hanno cercato di superare il dissenso dei cinque “ribelli”: giovedì scorso avevano condizionato il loro sostegno a dieci requisiti che la maggior parte dei consiglieri ritenevano impossibili da soddisfare perché troppo rigidi, così quattro di loro lunedì hanno disertato il consiglio comunale facendo mancare la maggioranza alla sindaca. Saltata la discussione in Comune, Appendino ha ottenuto il sostegno dalla Città metropolitana: “La lettera dà seguito alla volontà dei territori dell’Area metropolitana, rafforzata dall’intesa con la maggioranza del consiglio comunale, la quale vive nel rispetto delle diverse sensibilità e valutazioni sul tema”, ha scritto su Facebook. Su questo si basa anche la dichiarazione degli altri grillini: “Nel rispetto delle valutazioni personali dei singoli consiglieri, il gruppo consiliare del M5s Torino appoggia la decisione della sindaca Appendino – si legge in una nota -. Il Movimento 5 stelle lavorerà con serietà nei prossimi mesi per capire se esistano i presupposti di sostenibilità economica, ambientale e sociale per procedere ad una eventuale candidatura”. Resta contraria Deborah Montalbano, consigliera che dopo il 4 marzo ha lasciato il M5s e ieri si è detta dispiaciuta “perché le priorità e i bisogni della Città, ancora una volta, non coincidono con gli intenti politici”. Il resto delle opposizioni, invece, accoglie positivamente la decisione, ma aspetta le prossime mosse: “Vedremo lunedì se i ribelli metteranno dei paletti che depotenzieranno la candidatura o se porteranno avanti la candidatura così come deciso già, anche da loro, nel Consiglio metropolitano”, afferma Fabrizio Ricca (Lega). “L’invio della lettera è un bene ma averlo fatto prima della discussione in consiglio non è un gesto di forza ma solo un escamotage tattico che fa emergere la paura ed è un segno di grande debolezza politica”, per il segretario cittadino Pd Mimmo Carretta e il capogruppo Stefano Lo Russo.

Vendite cinesi (e ora Raiola), la lente Figc sui guai del Milan

Cos’è accaduto attorno al glorioso Milan negli ultimi anni? Se lo chiede, con sempre maggiore attenzione, la Procura Figc. Agli inquirenti federali non sarà sfuggita la notizia su Mino Raiola – rivelata dal Fatto – che rimbalza dall’Olanda all’Italia e si ferma ancora una volta dai rossoneri. Il fisco di Amsterdam indaga sul celebre agente dei campioni per verificare la sua reale residenza fiscale e scandaglia i contratti milionari dal 2014 al 2017. Originario di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, da ragazzo Raiola è emigrato col padre in Olanda, lì ha esordito da dirigente nel calcio (il primo botto fu Bergkamp all’Inter) e ora ha base a Montecarlo e le società in Irlanda. Raiola ha in scuderia Paul Pogba, Zlatan Ibrahimovic, Romelu Lukaku, Gianluigi Donnarumma e tanti altri, lavora ovunque in Europa, in Italia soprattutto col Milan, ma non solo col Milan. Però le autorità olandesi hanno chiesto alla Guardia di Finanza di recuperare i documenti sull’ex ristoratore dai rossoneri. Al momento, di concreto, c’è l’istruttoria avviata in Olanda.

La scorsa estate, con i proprietari cinesi, Raiola ha siglato un doppio colpo al Milan: rinnovo e aumento dell’ingaggio di Donnarumma (6 milioni di euro) e posto in panchina (e compenso milionario) per il fratello Antonio. E qui la faccenda, che la Figc studia da mesi, riguarda il passaggio del Diavolo da Silvio Berlusconi a Yonghong Li. Anche Raiola ha beneficiato indirettamente dell’enorme investimento dei cinesi sul mercato: 200 milioni di euro per rifare la squadra e, adesso, rincorrere un’improbabile qualificazione in Champions League. La sconfitta con l’Arsenal in Europa League non ha scalfito l’entusiasmo che avvolge la formazione di Rino Gattuso. E pure Marco Fassone, l’amministratore delegato, distribuisce ottimismo e s’avvicina inesorabile il 15 ottobre: la scadenza, prevista dagli americani di Elliott, per restituire il prestito di 300 milioni di euro a Yonghong Li. L’enigmatico finanziere, cittadino di Hong Kong dal ‘94, è l’uomo che ha contribuito all’ultimo affare di Berlusconi: la vendita del Milan per 740 milioni di euro con una plusvalenza consolidata di 600 milioni. Per merito di Yonghong Li, Fininvest è riuscita a liberarsi di un’azienda che da anni produceva molte perdite e pochi titoli e ha incassato una cifra più elevata del valore di mercato. Yonghong Li ha creduto con coraggio (e generosità) al marchio del Milan, nonostante le disavventure in patria: come ha raccontato Milena Gabanelli sul Corriere, mentre in Lega Calcio esaminavano con soddisfazione le credenziali di onorabilità e solidità dell’erede di Berlusconi, le banche di Jiangsu e di Canton hanno fatto causa al finanziere per i debiti non saldati e, di recente, il Tribunale di Futian ha ordinato la liquidazione per bancarotta della Shenzhen Jie Ande. Il patrimonio di Yonghong Li, su cui si è fantasticato troppo a lungo, consiste in una partecipazione all’11,39 per cento di Zhuhai Zhongfu, una società di imballaggio quotata in Borsa; un terzo di un palazzo a Canton e le mitologiche miniere di fosfato.

Per acquistare il Milan, dunque, Yonghong Li ha sborsato 100 milioni di euro, 300 li ha forniti (con tassi all’11 per cento) Elliott e 340 sono arrivati sui conti di Fininvest da fondi offshore. Proprio su tre operazioni sospette sulla vendita del Milan si è concentrata una relazione della Polizia tributaria della Guardia di Finanza consegnata alla Procura di Milano, dopo le segnalazioni dell’unità di informazione finanziaria di Bankitalia. Controlli del genere servono a tracciare i flussi di denaro – nel caso di Yonghong Li parliamo di decine di milioni di euro – e a scovare presunte manovre di riciclaggio. Troppi dubbi si addensano sul Milan per lasciare indifferente il pallone italiano. Roberto Fabbricini, commissario straordinario in Figc, qualche settimana fa ha ammesso: “I guai del patron del Milan mi preoccupano”. Ora potrebbe intervenire la Procura guidata da Giuseppe Pecoraro per rispondere a una domanda complicata: cos’è accaduto attorno al glorioso Milan negli ultimi anni?

Roma, le buche nelle strade sono scavate dalle tangenti

“È un sistema radicato nell’ente e quindi io so quelli che ho pagato io. (…) È un sistema di richiesta generalizzata da parte dei funzionari del Comune nel settore della manutenzione urbana; credo che chiedessero anche agli altri come costantemente chiedevano a noi”. Alessio Ferrari è un imprenditore che per anni si è occupato anche della manutenzione delle strade di Roma. Anche di buche, quindi. Problema che, dopo la recente insolita nevicata e il gelo, attanaglia la cittadinanza e la Pubblica amministrazione.

Alessio Ferrari è stato arrestato con un altro imprenditore, Luigi Martella (lavoravano insieme, entrambi sono tornati in libertà e l’inchiesta non è chiusa), nell’ottobre del 2015. Sono loro che portano i pm fin dentro i meccanismi che si nascondevano dietro i lavori di manutenzione stradale (accertati, secondo la Procura, per gare indette fino al 2015). E svelano l’esistenza delle mazzette del “3%”: le tangenti – calcolate sull’“importo netto, decurtato del ribasso d’asta” degli appalti – incassate dai funzionari pubblici che “curavano la contabilità e i Sal”, ossia i documenti di Stato di avanzamento dei lavori che permettono alle imprese di incassare un acconto. Allora, come adesso, il problema è lo stesso: le voragini che costano caro agli automobilisti romani. Ed è interessante rileggere oggi le rivelazioni degli imprenditori, che per anni hanno risistemato le strade della città, per capire il sistema.

L’ufficio di via Petroselli dimezzato dagli arresti

Grazie alle loro testimonianze e agli accertamenti della Procura di Roma, nel dicembre 2015, 18 funzionari del Dipartimento sviluppo e infrastrutture e manutenzione urbana (Simu) e di vari Municipi, compreso il I (Roma centro), sono stati indagati per corruzione. Sette sono finiti in cella e poi scarcerati. E nell’ordinanza il gip Massimo Di Lauro faceva i primi conti: “Risultano corrotti 12 funzionari per un importo di 585 mila euro” per appalti dal 2012 al 2015 dal valore totale di circa 14,3 milioni. Dopo la retata di quel dicembre, molti hanno patteggiato pene fino a 3 anni; in un caso, un ex dipendente del dipartimento Simu è stato condannato in primo grado a 5 anni. Mentre i pm, con diversi sequestri, hanno recuperato circa 600 mila euro, l’ammontare della corruzione, ora nelle casse dell’Erario.

A parlare delle mazzette sono dunque gli imprenditori. Il 9 novembre 2015 Luigi Martella – davanti ai pm Stefano Pesci e Alberto Pioletti, e al suo legale, l’avvocato Gaetano Scalise – dice: “Pagavamo i funzionari che ce lo chiedevano per la contabilità lavori”. Fa i nomi, i cognomi e le cifre: c’è chi ha incassato 114 mila euro, chi 48 mila, chi poco più di 69 mila. “Non potrà negare che i pagamenti erano finalizzati a conseguire una certa benevolenza dei direttori dei lavori nell’esecuzione degli appalti”, osservano i pm. E Martella: “Non proprio. (…) Certo è chiaro che se un direttore dei lavori pretende che sia osservato rigorosamente il capitolato, è un problema; è molto meglio un direttore dei lavori più flessibile: se nel capitolato si dice che servono cinque persone e noi ne abbiamo solo tre, non è che deve sempre arrivare un rapporto”. Le mazzette, quindi, servivano per la contabilità e i Sal, non per vincere le gare.

Se non si pagava,
nessuna documentazione

Il suo collega, Alessio Ferrari, ai pm fornisce più dettagli. Il 12 dicembre 2015 parla di un sistema diffuso, anche per la manutenzione urbana e le buche. Non tutti i Municipi sono marci, precisa. Come hanno raccontato al pm Pesci alcuni funzionari pubblici che, non accettando mazzette, sono stati messi ai margini. L’imprenditore quindi spiega: “Nell’aggiudicazione dell’appalto si concordavano alcune ‘agevolazioni’ rispetto al capitolato. Mi spiego: se si trattava di rifare un selciato e il capitolato indicava 20 metri quadri di sampietrini si concordava ad esempio che la rimozione invece di essere fatta a mano – come nel capitolato – ce la facessero fare in altro modo. Del resto i lavori avevano ribassi tali che diversamente non si sarebbe potuto fare”.

Nel caso delle buche, rivela l’imprenditore, “si risparmiava sullo spessore dell’asfalto, sulla fresatura (cioè quello che levi) e sulle bonifiche (la parte inferiore del sottofondo). Quest’ultima voce, per capirci, può funzionare così: se devi scavare 20 cm ti fanno fare 10”. Quindi la ditta scava per 10 centimetri, ma viene pagata dal Comune per il doppio. Così, in base a questo meccanismo, si crea il guadagno, con cui pagare i funzionari. “Se non aveste accettato?”, chiedono i pm. “Ci rimandavano indietro i Sal”, i documenti di stato di avanzamento dei lavori. E niente anticipo.

Risorse dei cittadini nelle tasche dei corrotti

Per gli imprenditori, i lavori, anche se non proprio in linea con il capitolato, sono stati eseguiti. Quando il gip però a dicembre 2015 emette la misura cautelare nei confronti dei funzionari del Campidoglio ha un’opinione diversa: “Il sistema era talmente ‘oliato’ – scrive – che spesso i funzionari elaboravano il capitolato con valori già ‘gonfiati’. (…) Il risultato è ovvio: lavori di manutenzione stradale fatti male, o addirittura non fatti del tutto, vengono tuttavia pagati dall’ente pubblico”. Il tutto a spese dei contribuenti: “Per effetto del sistematico fenomeno corruttivo – scrive il gip – (…) le risorse dei contribuenti vengono dirottate dalla manutenzione urbana – che ne risulta gravemente compromessa – alle tasche di imprenditori e di funzionari infedeli”.

Nel mirino dei pm, tra gli altri, era finito anche l’appalto (poi sospeso) per la manutenzione delle strade in occasione del Giubileo. Per questi lavori, un funzionario del dipartimento Simu è stato accusato di aver intascato una tangente da 114 mila euro. In primo grado è stato condannato a 5 anni. “Non è una mosca bianca – scrive il Tribunale nelle motivazioni della sentenza – e non è un caso occasionale”. È il sistema, appunto.